Capitolo 49

... L’interfono del locale siluro emette il suo segnale di chiamata. Non è una suoneria piacevole ma piuttosto un vecchio suono di claxon dell’inizio ventesimo secolo, assomiglia a l’ultimo respiro di un grammofono. Fa quasi ridere. Interrompo l’ispezione del locale per camparmi davanti all’auto-parlante, stacco la cornetta dal suo sopporto:

- Avanti...

- Comandante, abbiamo un’altra anomalia dietro di noi a quattro miglia, è il gavitello lasciato per l’uscita di “Rei” dei “Exercoma” sta impazzendo...

- Secondo, mi prendi in mano la manovra di giravolta e ci faccia risalire a profondità 50 metri, avanti un quarto, niente sonar ne segnale esterno, in moto: spettrometro, scanner, decoder audio, torno subito nel centrale.

- Agli ordini.

Non mi aspetto a trovare un cratere come per l’arrivo di “Rei” nei nostri mari. Quei putei non possono prenderci di sorpresa ogni volta, abbiamo un po’ di miglia sull’odometro. Pero sanno farcela alla grande e il trattamento dei dati, in loop, attraverso tutta la strumentazione conferma il calibro degli “Exercoma”: Testi pieni di senso e di sensi; c’è da leggere fra le righe e fra i vari livelli descritti, le immagini messe avanti con ogni parola riflettono maturità e profondità di campo. Musicalmente sanno utilizzare gli silenzi, lasciare la batteria entrare al 20imo bar, dosare l’eco sul basso, passare dal tecno pop al Rock che sposta tutto, fare ruggire le chitarre ed atterrare morbidamente su una spiaggia di calmo. A sentirli cosi, pensi aver da fare con musicisti di 40 anni che sono passati fra 6 o 7 gruppi e che sono al loro decimo album prima di sfornare il contenuto che ci è regalato oggi. Sbagliato... Il più vecchio deve avere 21 anni... Questo nuovo EP è troppo bello, liscio, quadrato, potente e ricco di senso per essere vero. L’ anomalia è davanti a noi.  Abbordo non risponde più niente. Andiamo avanti lo stesso, non c’è niente da temere... sembra essere scritto tutto sotto sopra ma non al rovescio, si legge tutto, ma non si capisce niente: siamo nell’anomalia.

- Capitan!{....} Sᴉɐɯo ᴉuʌɐsᴉ ɐʇʇɹɐʌǝɹso la ʇoʇɐlᴉʇà pǝllɐ sʇɹnʇʇnɹɐ ɯolǝɔolɐɹǝ pǝl Mʎzuosɔɐɟɟo¡¡

(Siamo invasi attraverso la totalità della struttura molecolare del Wyznoscaffo!!)

- Nᴉǝuʇǝ dɐnɹɐ' ɟǝɹɯɐ dɹodnlsᴉouǝ¡...

(Niente paura, ferma propulsione!)

“Dapperniente” è dappertutto e il Wyznoscaffo ne fa parte, le molecole delle due strutture sono intrecciate al punto in quale capiamo tutto senza potere spiegare niente. Ecco l’anomalia.

Siamo pronti per entrare nel “HCS”...  il beat tecno pop che serve di appoggio alla voce precisa e dettagliata di Tommaso ci sorprende un po’. “Exercoma” sa utilizzare un largo campo di stili musicali necessari per descrivere le atmosfere. Poi dopo il secondo minuto, ecco la banda al completo solo per creare lo spazio per fuggire... “Guardavo quel mostro, seguiva il mio passo, lo sento e perfetto nel centro, ci masticheremo l’uno l’altro in questo posto”. Il rock è qua. Sono grandi, forti e in piedi.  Abbordo sentiamo tutti questa potenza e ne facciamo parte... finché l’eco sul basso avvolge la sfumatura finale, come il vapore saturato in fondo alla piattaforma vortica intorno al treno che sparisce.

Quro” sorprende dalla sua concisione. E una traccia sotto i due minuti, che salta da passaggi calmi a chitarre ruggenti.  “Il piacere è assenza di turbamento” è anche vero.... bisogna solo accorgersene ogni tanto... ma pochi umani delle nostre condizioni hanno ancora questo super potere. “Minorita.disciplina” è un tessuto sottile di maglie cucite a mano per portare le immagini forti che il testo provvede. “Quest’ incapacità di essere primo... di respirare a fondo”, le baguette del batterista colpiscono il bordo del rullante, come per divertire l’attenzione... “Nella banalità, sentirsi vivo, con che facilita si spegne tutto”. Mentre la tensione sale, poi si rilascia per un po’... “Impara a calcolare i tuoi silenzi pari, sono anni che prendi la mira ma quand’è che spari?” Siamo di fronte al pericolo, immobili. “Io non ti conosco, ma il vuoto che hai dentro assomiglia a questo posto”. Ed eco la differenza fra un hit radiofonico e una canzone enorme: Il tempo che ti rimane in memoria. La traccia che l’aratro lascia. Il senso che dà, alla direzione che prendi subito dopo...

Vs di me” è il lavoro il più rifinito di questo EP, già scombussolante finora. E il chiodo che entra fino a l’ultima martellata, finché sigilla le parti assemblate. Conclusione. L’ apoteosi creativa, la cicatrice che rimane allungo la schiena: “E il mare che ci score dentro? Tuffatici di testa, ma guai agli schizzi, non vorrei sporcare il mondo”. C’è un pianoforte che risuona di sinfonia, di capo lavoro, una batteria che martella sopra chitarre furiose e un basso accurato. Dopo di che, mancano anche parole per descrivere...

- “∀ sǝƃnᴉɹǝ ƃlᴉ ɐlʇɹᴉ uou ɐɹɹᴉʌᴉ ɯɐᴉ dɹᴉɯo” dice il secondo.

- Nou ɔ,è dǝɹᴉɔolo˙˙˙ ∀ʌɐuʇᴉ nu bnɐɹʇo nsɔᴉɐɯo dᴉɐu˙˙˙

(Non c'è pericolo... Avanti un quarto usciamo pian...)

 Usciamo di nuovo di un’anomalia che non ci lascia come eravamo prima. Certo che gli “Exercoma” non stanno a seguire nessuno. Sono gli “Verdena” della prossima generazione. Sono qua, mezza noi, naturali, geniali ed importanti. Dove andranno appartiene solo a loro. Non si mette un guinzaglio su roba come questa.

Metten capo sulla base Nibraforbe che abbiamo bisogno di rifornire il Wyznoscafo….

 

Capitolo 50

Siamo sulla via di ritorno verso la base Nibraforbe quando, al momento in quale sto per lasciare il centrale, una voce esclama dal locale Sonar:

- Interferenza!

- Binario Morto? Chiedo (come al solito)

- Erhmm... no, capitan.... è lungo come un album, ma non è pubblicato come un album, è un segnale che proviene dal tubo ma non ci sono pubblicazioni ufficiali...  è in due parte... si chiama “Aches” e proviene dagli “Little finger” ...

- Audio decoder e sonar su questo obiettivo, Secondo?

- Aye aye sir!

- Localizzare la posizione e giriamo intorno a mezza miglia, avanti 0.5 Capo centrale? Scanner e spettrometro in agguato comminiamo da subit...

- Aye aye sir!

Niente pubblicità, niente annuncio, niente copie fisiche, solo un inserto discreto su la pagina facebook del gruppo: “Ciao, pubblichiamo interamente su YouTube l'album ACHES. Lo trovate suddiviso in due parti (Side A e Side B), di quattro brani ciascuna. Ascoltatelo, gustatelo e amatelo.”

Cosa ne sarà dal gruppo? Perché non pubblicare copie fisiche? C’è dello split nell’aria? Tengo fortemente a sperare che Little finger pubblicherà un terzo album l’anno prossimo, perché non voglio, in fondo a me, vedere un altro binomio di piccoli geni sparire. Otterloop mi è bastato come brutta notizia per 2016, grazie...

Per le evoluzioni del magico duo Sardagnolo-Vasuganese eravamo rimasti alla diffusione di “Panic dump” come uscita single nel Marzo 2014. Poi arrivano “Well” in giugno dello stesso anno, e “Trust issues” nel gennaio di 2015, sempre sul tubo, e ritroviamo fortunatamente queste due ultime tracce a l’inizio del album.

“Well” ... Il beat metronomo a due toni è la trama del pezzo, una frase buffa aggiunge un ciuffo ribelle alla misura, fino al ritornello a due voci. Poi, percussioni vocali portano a l’assolo finale di chitarra con baffi, alla moda Valsuganese.

Il canto entra direttamente su “Trust issues” è il suo ritmo medio che riporta l’attenzione sul canto: “It’s time to wake up!” Dopo il secondo minuto il ritmo quasi funky della chitarra alza la traccia verso cadenze ballabile.

“Nail by Nail” campa nello slowmo, nell’elettropop, “Eh, eh, eh, I lost my calm, I lost my way” conduce a un assolo di chitarra spettinato, ma sempre nello spirito.

Allora, cosa è questa nuova redenzione? Quella che apre un gran spazio dopo il primo minuto di “Rocket”: Delle note sfuse vorticano nell’eco di un ritmo fatto al woodblock, nel respiro meccanico di un Dark Vador locale. A sentirlo ripetutamente questo è il momento il più affascinante dell’album: Un gran bel pezzo.

“Get ready now”, si campa in un ritmo alla “De la soul” della meta anni 90’s or “Day 1” degli 2000’s. “This not the end this is a new beginning, a restart”. Il momento magico di questa traccia viene nelle armonie generate nelle sequenze dopo il ritornello.  Bel lavoro.

Poi L’ombra dei Nibraforbe plana sopra, lo stupendo “Look around”, Simone, da solo al canto, dà lo spessore dovuto a questa traccia, profumata di “Depeche Mode” del periodo “Some great reward”. Una buona cover degli “Kraftwerk” appare un po’ fuori posto nell’album, visto la stupenda capacita di scritture del paio Alessandro/Simone: Sono sempre originali, geniali e inaspettati, sanno sorprendere ma conservare il loro marchio di fabbrica. Comunque una cover da sentire come un omaggio al precursore elettronico che ha scombussolato anche la mia gioventù. 

Chiusura magica di album con una traccia quasi folk alla chitarra “All the things”. Un arpeggio di due note semplice plana sopra una sequenza: una nota ripetuta e semplice, segue gli accordi senza annoiare. È tutto fluido, scorrevole, grazioso, magico. Fare del bello con quasi niente. Tiro la mia reverenza e mi inchino basso. E poi rimani li, perché ne vuoi ancora, talmente il retrogusto è piacevole. Questo è il migliore album del duo e ci deve assolutamente esserne altri. Magari dobbiamo semplicemente trasformarsi anche noi in “Ladri autorizzati” per scaricare selvaggiamente e con la benedizione del duo, il contenuto di “Aches” nelle nostre memorie digitali, prima che sparisce tutto???

- Segnale di un trio Rock indus, Capitan! Nel 045, profondità 100, velocità 20 nodi.... scandisce Jones!

- E chi sono, sti qua?

- Reversibile, Capitan!

- Nen da veder, dai!

 

[...]

- Segnale di un trio Rock indus, Capitan! Nel 045, profondità 100, velocità 20 nodi.... scandisce Jones!

- E chi sono, sti qua?

- Reversibile, Capitan!

- Nen da veder, dai!

- Lasciamoli prendere il largo, profondità 100, velocità 20 nodi, rotta nel 045. Attacchiamoci de drio nella loro scia, rimarranno sordi come un (Mezzo)palo... Mi dica secondo, la vedo perplesso....

- Stavamo diretti verso la base Nibraforbe per rifornimenti, Capitan....

- Capo centrale, darmi un appunto preciso su carburante, riserva alimentare, e lo stato della calcia sodata.

- Aye aye, sir!

- Non sta per dirme che manca birra per caso, Secondo?

- Arhem.... No, Capitan...

- Nen allora! Jones? Sonar!!! Jenkins? Spettrometro e decoder audio!! Capo centrale? Scanner e occhio agli dati...

L’Intel aveva segnalato, poco fa, un apparizione su balcony TV, ed ero rimasto colpito dalla musica che quei tre sfornavano. Proprio il mio tipo di suono: una miscela rock e sequenze programmate. Talmente entusiasmato che l’ho sentito tre o quattro volte di seguito. Qualcosa pero mi lasciava perplesso, a dire la verità non mi aspettavo la sorpresa che stava per colpirmi.

- Capo centrale portatemi gli dati dello scanner...

- Eccoli, Capitan.

- Mi faccia una rilettura più dettagliata solo su quel bassista cantante...

I risultati confermavano l’oscuro segnale organico del mio quinto senso e mezzo: Nel 1995, prima ancora di pensare un giorno diventare comandante di sottomarino, passavo il mio tempo poco distante dalla base Nibraforbe sul monte “Praticiglio Pirania” che culminava a 2098 msm e in cima, c’era un bar a vista panoramica. Un lavoro d’estate aveva condotto un giovane “Corrado” a lavorare lì con me. A dire la verità, non andavamo tanto d’accordo, perché lui era più svitato di me. Avrebbe potuto, per esempio, essere più figo che non mi avrebbe disturbato per niente. Cerano, a l’epoca, campi in quali non accettavo concorrenza. In cima di tutto, lui ascoltava musica strana, non conoscevo un solo gruppo del suo pacco di CD. Lui le suonava nel bar e quando mi lasciava un po’ da solo mettevo Elio a chiodo, per il più grande piacere della clientela: Squelerelesc! Katraparupai!

E adesso era lì davanti al Wyznoscaffo....

Un EP “Revisioni” di quattro tracce è disponibile da l’ultima primavera ed inizia con “Sepolta viva”. Quello che colpisce tra l’esibizione dal vivo e l’EP, il fatto è che la registrazione rimane sotto il dominio delle sequenze, dei rumori, degli effetti, tutto molto equilibrato e fatto bene, mentre la versione Live è il regno della chitarra, e suda rock da tutti pori. Sul balcone del Muse, le macchine sono rilegate in secondo piano e Patrik Bateman (provenendo dagli “Blame”) invade lo spazio lasciato a disposizione: E rock indus.... ma è Rock! Nico alla batteria conosce i trucchi del mestiere e il tutto forma la piattaforma ideale per la voce bassa e profonda di Corrado. E quel animale sa cantare. Solo da questi indizi gli “Reversibile” sono un gruppo da vedere dal vivo. O al meno quello che sentirete sul palco non sarà la riproduzione fedele del disco. Sanno dosare vari ingredienti per fare evolvere una canzone. E proprio questa chitarra che manca nella registrazione meccanica di “Sepolta viva” del EP. Rimane una bella traccia, ma chi ha gustato la versione di “Balcony TV” non ci troverà il suo conto.

Non c’è da preoccuparsi più di tanto che “#52” è qua per tirar la riga e riaggiustare gli conti. Un bel beat tosto sostenuto da un tessuto programmato di sottofondo annuncia un rock alla chitarra mordente. Bella serie di effetti sulla voce intorno a 2:30, e sempre questo canto, questa voce piena, accattivante e robusta, che ritroviamo su tutto l’EP, del resto.

“L’amore e l’aura” cala di tempo... E un lento, un bel lento orchestrato, un lento nuaaaaarr!  Ma nero, nero... ancora sepoltura e morte a tutti piani. Pero nero bello: Piano forte, tastiere, pioggia, temporale, funerale, nostalgia, ferite d’amore, lasciami pero crepa carogna! Una traccia importante.

Chiudiamo l’EP con una cover di Bowie del 69, nella versione Italiana , di “Space oddity”. La scelta della canzone viene più per il contenuto del testo (firmato Mogol) che per l’omaggio a Bowie. Cioè, si intona con la meteorologia generale del EP. Scuro, triste, doloroso e nero. Chiara sostituzione del famoso riff di chitarra con qualcosa di più muscoloso, avendo naturalmente il buon gusto di togliere l’hand clapping dell’originale.

Ecco quattro tracce che finalmente distillano il “dark” in quattro modi veramente diversi l’uno da l’altro. Questo rivela buone capacita di composizione e di arrangiamenti, sicuramente il risultato del chilometraggio accumulato negli “Blame”. Risulta ovviamente l’impazienza di aspettare le 11 tracce, dell’album promesso, durante l’intervista di Jenny, per 2017.

- Capo sulla base, Nibraforbe, ho un po’ sete... di colpo... qualcuno ha una birra?

- ...

- Bella fresca, dai!

 

Capitolo 51

- Vi lascio il centrale secondo... rotta verso la base.

- Capitan?

- Si, Jenkins...

- Eco gli ultimi dati da l’Intel, mandati sulla rete flash, le vuole consultare?

- Si, dai... Vago nella mia cabina. Me sdraio un attimin storia de rilassarme un pezzot’.

Prendo il blocco completo e me lo sfoglio sdraiato sul letto, dietro una porta chiusa. Niente notizie sul nuovo bassista supercane, tranne qualche foto con il viso di Nestor Fasteedio nascosto dietro una testa di tom: Fa un po’ teaser. I “Rebel Rootz” registrano in Live con Matteo Scotton. E la “Casa del Mirto” rilascia un album di 2008 su bandcamp: “Supertrendycoolfashion”. To! Ci sono meno lettere che dentro Supercanifradiciadespiaredosi... Nen da veder da vizin... Perché aspettare 8 anni per pubblicare su questo sito? Credo che erano su Maaaash records già a l’epoca.... più indipendente di cosi... In tant’ c’è anche Circle; un single in collaborazione con “To you mum” che in pratica e la “Casa del Mirto” più un canadese, se ho tutto giusto, e poi c’è “Recover” album del maggio 2016. Poi non me la sento di tornare in centrale a fare ronzzolare la strumentazione, mi faccio un giro da solo, solo con l’audio decoder della mia cabina. Prima “Supertrendy”, poi “Circle” il single e “Recover” l’album... buonissima occasione di paragonare pubblicazioni separate da 8 anni e di scaricarle nell’archivio del Wyznoscaffo allo stesso momento. Calzo le cuffie.

Penso che la “Casa del mirto” e ancorata profondamente negli anni 80... “Supertrendy...” pure essendo un album del 2008 è interamente basato sul sample vocale. Cioè, l’ultima volta che mi ricordo avere avuto piacere ad ascoltare questo tipo di suono era quando mi rotolavo per terra al più intenso periodo della “Break dance”. Notare che gli suoni di “Recover” e certe melodie o sequenze di sotto fondo, mi riportano anche agli anni 80, verso Vince Clark, Yazoo, ed Erasure. Per tornare sul nostro sample vocale, va benissimo sulla prima traccia “Kiss my Teddy”, diventa leggermente ripetitivo sulla seconda “Nothing hold us back” e diventa leggermente disturbante sulla terza “Bad girl surf” che passa i vocali al tritacarne. Pero let’s smurf, dai! Ho già rovinato una maglietta a provar lo spin di schiena nello spazio esiguo della mia cabina. Arriva la quarta: “Radio Raheem” e lì la vena sul tempio che era già bella gonfia, scoppia per far macchie rosse sul blocco di fax della rete flash. E non siamo neanche alla meta! Rimangono 7 altre tracce e sto supplicando che non si continua così troppo allungo... “Shall we dance?” vira già più sul disco ed è più piacevole a l’ascolto che le tre tracce precedenti. “Trento vice” ci tuffa testa prima nella “Break Dance” degli anni 80. È firmato, stampato nella voce di un presentatore televisivo: “Mu-mu-mu-music- tomorrow d-d-d-dance day, d-d-d-d-dance day!” E via così per 3.18. Mi son già battuto gli gomiti tre volte sui mobili ancorati della mia cabina e mi son quasi rotto il coccige sul tavolo provando di camminare al rovescio come Michael... “Monologue” è punteggiato di “sacrebleu!” e di frase di francese mescolate ad una disco della grande epoca. “She’s Homeless” è un remix di “Gyspy woman” di Crystal Waters con il suo famoso ritornello “Lalali Lalala”. “Say good bye” e “Hot soup” sono due altri colpi allo stomaco. “Girl” dura solo 1.43... e quasi non potrei risentire immediatamente “qu-qu-qu-esto t-t-t-t-t-ti-po-pooooooaoaoaooaooa” di suono. Son diventato vecchio o allora????

 

Circle” del 2016 è l’ultimissima traccia pubblicata dalla band, e ha più l’aspetto di una traccia di “Underworld” che altro. Potrebbe anche prendere un posto su un album del gruppo Gallese senza stonare. Una bella sequenza ripetitiva, installa chi vuole chiudere gli occhi, in uno stato ipnotico per seguire le 7 minuti 21 sec di questo viaggetto. Bel video in bianco e nero per illustrare questa planata con estratti di uno dei miei documentari preferiti sulla fisica quantistica: “What is space” con professore Brian Green. Bello contemplativo.

Attacchiamo l’album di maggio scorso, dalla copertina senza un nome, né un titolo di album. Solo il fascino della bellezza spaziale del ragazzino biondissimo, che offre la sua verde gioventù all’obiettivo della fotografa. Meglio così, dopo tutto non serve rovinare la foto mettendo nomi. “Animal” è uno strumentale di 1.51 che serve di introduzione a l’album. Composto di spiagge di tastiera su due accordi e l’aggregamento di un pizzicato discreto, niente di trascendentale.

“Gloom” pero si appoggia su un suono di bassi che scorre allungo tutta la traccia. E un ritmo medio inesorabile. Suono rovesciato per annunciare il ritornello e bel suono vetroso, per portare la canzone verso cime alte.

“I will catch you and stay in bed” è una frase che aggancia e ritiene l’attenzione! Toc! Lavoro fatto! Siamo presi. Assolo sintetico per portarci verso la tropopausa, e discesa confortevole verso il pianeta, atterraggio dolce. Sembra già che siamo sul meglio della “Casa del mirto” finora.

“Smashup” arriva come un hit dance di prima fattura: parte su una bella sequenza incisiva. Sembra un suono di corde colpite da martellini. La linea di basso aspetta il sesto bar e il ritornello per elevare la canzone al grado di riempi-pista. Anche le frasi di tastiere sono agganciante e invitano a ballare: Geniale! E mia traccia preferita nell’album.

“Overcome” cala di una marcia dopo la sudatina di “Smashup” è un testo semplice e corto che prende amplitudine nell’eco generato ad ogni parola. Ancora qui, belle frasi di tastiere suonate a mano per accompagnare una traccia di semplice fattura, ma piena di efficienza.

“Hush” (featuring Mia, sicuramente al canto), è anche proposto come single su bandcamp. Sembra la voce di Marco che sale negli alti e rimane su questo pitch, il timbro è molto simile e la confusione e possibile, il risultato è molto strano. Profumo di 80’s a chiodo su questa canzone a retrogusto pop. “Reset” è uno strumentale che si appoggia su un ritmo fatto di passi sulla neve Trentina, prestissimo in una mattina, per meno 10 gradi. Tutte le sensazioni son presente e rinfrescante.

“Mr Whisper” è un downtempo al profumo di Reggae, perso nei super bassi. La fine sembra stroncata e la traccia di 3.31 sembra molto corta.

Sentiamo una chitarra su questa canzone romantica e lenta: “Forever and a day” avanza claudicando negli contra tempi, finché si allarga su spiagge di etere.

Conclusione di album, nei ritmi dance, in quali mi piace ritrovare la “Casa del Mirto”. “Cuore” sembra calmo nei suoi versi, suggerito dal calmo del canto, ma sa rivestirsi di una bellissima sequenza tipica alla Vince Clark (Yazoo, Erasure) negli ritornelli. Se posso suggerire a Marco Ricci di produrre un self remix di questa bombetta mettendo l’accento sul lato dance della traccia sarebbe fantastico, ma mi sento un po’ insolente, davanti quello che rimane, al mio gusto, il migliore album della “Casa del Mirto”. Se no, un album indispensabile.

L’interfono interrompe le mie divagazioni:

- Capitan, siamo a poche miglia dalla base Nibraforbe. Vuole prendere in mano la manovra?

- Chiede al secondo di fare superficie, e mettere l’equipaggio al posto di manovra. Vegno da subit.

- C’è anche un messaggio da l’Intel: I “Razzi Totali” fanno un countdown fino a l’uscita del loro prossimo album il 18 Novembre...

- Vuole dire che riprenderemo il mare presto...

Capitolo 52

Base Nibraforbe, un Novembre di nuvole basse e di piattaforme bagnate di pioggia... Poche ore dedicate al rifornimento, imbarcare pezzi di ricambio, carburante, posta e siamo già al posto di manovra. Che vitaccia! Poi a guardare bene il programma c’è molto più da fare che la norma, per tenerci impegnati: I Matleys aprono a l’Arsenale il loro nuovo album “La prospettiva del trapezista”. I Razzi totali tornano con le 21 tracce di un concept album “la Citta del Niente”. I “Light whales” arrivano come un fiore nel faccio del nostro sonar. Poi “Thee loyal wankers” ci butano “Swamp” in faccia con il loro urlo di guerra…

- Per prima cosa, passarmi tutti questi rilevamenti allo scanner che vediamo dove nar...

Jenkins si afferra a raccogliere la fisarmonica di carta che esce del computer centrale. C’è n’e una bella quantità e avrei veramente più bisogno di un reso conto del tutto, piuttosto che avere da digerire il contenuto della trentina di fogli che mi ritrovo davanti.

- Jones? Quale il segnale il più vicino???

 - “Light Whales” 3 miglia nel 180, “Matleys” 8 miglia nel 195, “Razzi Totali” 25 miglia nel 045 dell’ultimo rilevamento, e “Thee Loyal wankers” 52 miglia, pieno Est nel 090, Capitan!

- Ecco la nostra rotta. Nen da subit! Decoder audio, scanner e spettrometro attivati, interferometro sugli obiettivi in movimento e non perdermi nessuno!

- Aye aye sir!

Il decoder Audio ci propone qualcosa di veramente UNICO per il primo obiettivo della nostra missione: “Light Whales” arriva quasi come un elefante in un negozio di porcellana. [Chi siete? Dove andate? Si, ma chi siete?? Un fiorino!] Chi vuole mettere un’etichetta su quel gruppo, si faccia avanti al più presto, che manco di referenze per definirli. Avrei messo un po’ di “Day One” nel modo di fare, una dosa di “Darwing Deez” nella maniera, un pizzico di “Cake” per la scelta di suono, e il resto proviene da altrove, ma lontano, lontano.... veramente lontano. Il risultato e più che sorprendente: originalissimo, alieno, raro, prezioso. Poi a scavare, e incrociando gli dati dello spettrometro e dello scanner, ci si scopre che l’album e stato suonato e registrato da Giacomo Pallaver sul suo telefonino (?!?) e computer, ma prende vita sul palco con altri musicisti: Andrea Garofalo dei Alchimia, Matteo Tomaselli dei Bob and the Apple e Sebastiano Cecchini dei Humus....  solo referenze.

Il suono pieno, crudo e invadente di una chitarra classica, bella presente negli bassi, apre l’album per “Southern light”. Sembra che tutti gli effetti possibili sono stati utilizzati per fare che la sola e unica voce di Giacomo riempisse tutti spazi possibili, da vari cori al raddoppiamento del lead vocal. Confermazione con l’apertura di “The Cave” e il suo polifonico di voce “a cappella” che si sfuma felicemente sotto il suono grezzo e distorto di un ritmo meccanico. E proprio l’aspetto distorto che dà alla traccia la sua unicità. Gli bassi sono spesso registrati con una chitarra classica su tutto l’album. “Panic song” rimane una traccia importante nonostante l’aspetto quasi infantile delle sue prime misure. Ci si deve aspettare più di un minuto per l’entrata di un basso alla partitura basica per dare spessore al pezzo. È illustrato da l’unico video del gruppo ed e composto di una raccolta di GIF’s ed e divertente. Leggendo un articolo/intervista portato alla nostra attenzione da l’Intel, scopriamo il famoso suono di flauto distorto fino a suonare come una tromba... quello di “Breathing through the Pilot” esattamente. Un pezzo un po’ composite con cambi di ritmi e atmosfere. “Enemy toes” e una filastrocca di poco più di due minuti. Potrebbe rimanere classica nella forma del flat picking con quale inizia, accompagnato da una voce calda e vicina. La sveglia che bippa a l’inizio della canzone sembra portare a l’attenzione di Giacomo la presenza di altre ditte di piedi sotto le sue coperte. Sicuramente ditte aliene... “My dear Franci” e il suo seguito “Franci sleeps” si riveste di panni quasi pop, anche se il ritmo zoppica qua e là. Il ritornello aggancia subito con i suoi “Oh year...” su una bella melodia vocale. Una chitarra sincopata ci scorta verso la seconda parte interamente strumentale. Anche se il gusto generale potrebbe essere portato su tracce più accessibile come “Hold me back...” definisco “Enemy toes - Dear franci” come le mie tracce preferite. Magari perché invadono la memoria senza sforzo e la melodia torna piacevolmente in mente a improvviso.  “Even” rimane una traccia di un altro stile, rimanendo pero, nello spirito del album. Dopo la sua introduzione alla chitarra si avvolge intorno a un ritmo di batteria e una sequenza ripetitiva. Le parole sono difficilmente identificabili, leggermente al modo “Free mind”. Outro a forma di assolo di chitarra che si dispersa nella reverb. Potenziale hit single e traccia la più nottata di questa perla “Hold me back into your arms” e un mid tempo curatissimo nella sua registrazione: tastiere, voce registrate, overdubs, cori, colpi di piatti ride sul ritornello. A credere che, già dalla composizione, si è notato la qualità del pezzo. Stessa cosa con “Feel alone with science” che appare subito con una qualità sonora leggermente superiore, sopra tutto nella registrazione della voce profonda, su pianoforte che li cammina accanto al passo. Il suono rovesciato di un organo di giostra descrive bene giri compiti in questo luna park sonoro. Volendo veramente trovare difetti in questo album importante, avrei concluso l’album su la nota alta di “Feel alone...” e posizionato “Looking through the sound of love” in mezzo a l’album. Il lato esperimentale di questa traccia sarebbe stato più al conforto prima di “Enemy toes” per esempio. La sua posizione diminuisce l’impatto di questa traccia, che merita più attenzione, e che sembra dimezzata di intensità dopo il monumento precedente.  Comunque l’album merita un replay talmente esce fuori dei sentieri battuti. Mi sto chiedendo come tutto questo si può tradurre dal vivo....

- Capitan I Matleys sono a un po’ più di 5 miglia e proseguono nel 200 adesso, velocità 7 nodi, profondità 90...

- Brao Jones! Secondo? profondità 85, rotta nel 200, entriamo nella loro scia e non facciamoci notare...

-Aye aye sir!

 

- Li stiamo in scia Capitan! Esclama il Secondo, dopo avere concluso la sua manovra.

- Molto bene, capo centrale mi ripassa gli dati già in archivio su l’EP e l’album precedenti.

- Le avevo già preparati, Capitan...

- Molto bene...

Certe volte penso che un attimo di severità (Ripresa in mano del personale dopo il capitolo 45) porta suoi frutti e dar della frusta ogni tanto, ridefinisce il ruolo di ogni uno abbordo. Sopra tutto il ruolo del comandante! Al meno da risultati visibili e il centrale e più disciplinato che mai!!! Do un’occhiata al file dei Matleys e ripasso “Yell”, la demo del 2012 e “Desirevolution” del 2014 nel decoder audio. Il nuovo album comporta 6 tracce ed e cantato in Italiano invece dell’Inglese. Dopo un’analisi dello scanner sembra che lo stile degli Matleys e entrato un po’ più in riga: Meno stacchi, cambi di ritmo, o varie articolazioni nelle tracce... Nonostante tutto, si riconosce la zampa del quatuor anche se hanno naturalmente cercato di creare un album diverso dal precedente. Sia nella musica che negli testi propongono un’altra forma di loro e questo può essere solo un beneficio per l’evoluzione della band.  “Come puoi immaginare?” Tocca ogni persona che “Rimane solo(a)un attimo per guardarsi allo specchio” solo per misurare o rifiutare di vedere il passaggio del tempo su il proprio fisico. Questo bel Rock al suono di chitarre bene campate fra il “troppo duro” e il “troppo calmo” ci sussurra che siamo ancora belli verdi dentro. Poi c’è lo conferma il battito energetico della batteria e l’entrata del coro alto di Nicola* al basso. Una traccia che dà bene il tonno generale dell’album. “Prometeo” riprende una ricetta vincente per chiedere il ritorno del Titan che rubo il fuoco dal monte Olimpia per darlo al genere umano. Devo ringraziarlo personalmente al visto di quello che impizzo festivamente.... mi tiene al caldo. Grazie del sacrificio. “Ritornerai perché e quello che chiedono tutti da un po’” può essere recuperato a molti livelli: “Jesus torna”? Che ora? Che binario? Guardiamoci di pensare che Silvio potesse interpretare il contenuto per esclamare: “Prometeo? E il mio secondo nome!” e si ributtasse a corpo pieno nel tornare giù in campo... al modo: “Oui, Loulou? C’est moi!”. C’è già gente pronta a votare... Il “Mondo più giusto” e un pezzo appoggiato del tutto su un basso prepotente e onnipresente. Ma come stare al mondo come un vero cristiano? Come stare al mondo come un vero umano. Le favole in meno... bel assolo nervoso sulla fine del pezzo, di Dennis Rossi, che spezza anche il suo tempo musicale con i “Black Circus”. Sta gente passa una vita in sala prove. Passo saltato per strada fischiettando dei “turulu, tu” in pieno sole: Cambio atmosfera su “Little Boy” il pezzo il più pop della band finora. Un rock gioioso e festivo con un bel passaggio di chitarre dissonante e sciolte alla Salvatore Dali (3.00). Sembra che un coro di supporter (Disciplinati! tipo rugby o pallacanestro) e stato chiamato alla riscossa per cantare i “lalalala” che la band sogna segretamente di sentire da vivo dal suo pubblico, durante momenti di isteria saltante generale. Ripresa delle renne in mano sull’ardente “Bibi” e sue chitarre dopate a l’EPO e ormone di crescenza. L’onda generale sembra inesorabile ma si ferma per brevi lampi, affine di lasciare un domeshot o un battito di bacchette dare una sosta sospesa, durante quel battito d’occhio. “Raccogliti in un sogno” e un rock sincopato a l’introduzione muscolosa e leggermente spaziale, colpa delle tastiere che appariscono in sotto fondo. Versi arruffati succedono a ritornelli in riga: “E un blues per LOVERS!” Ritorno tempestivo delle tastiere spaziale di mezzo alla canzone. Un bel modo di concludere l’album. I Matleys hanno firmato, in cima a questo, una cover con i fiocchi...

- Capitan, I “Loyal Wankers” hanno cambiato posizione e vengono dritto su di noi nel 235, a 20 nodi sono a 10 miglia...

- Ferma propulsione! Scendere su ballasti! Profondità e tipo del fondo?

- 175, sabbia.

- Silenzio abbordo, abbiamo 50 metri di discesa morbida...

Capitolo 53

Jenkins sgranocchia ad alta voce i metri che legge sullo scop di profondità prima il morbido contatto con il fondo.  Sembra una manovra facile ma se il fondo e in pendenza il Wyznoscafo può tranquillamente capovolgere, con conseguenze disastrose. In tant’ passato la tensione stiamo stabili e immobili.

- Rilevamento dei Wankers?

- Sempre 20 nodi, rotta nel 235, ci passeranno sopra fra due minuti circa.

- Silenzio abbordo, solo scanner, spettrometro e decoder audio.  Faremo un’analisi flash non voglio sentire un rumore...

Tanto visto il baccano che irradia fuori di questo EP non possono neanche sentirci anche se facciamo festa abbordo. Poi sono a chiodo sulla loro rotta e non sembrano preoccupati di cercare qualche altra presenza: Hanno fretta.

“Swamp” non deroga allo stile dei Wankers. E nello stesso genere garage, punk, nervoso e conciso: Chitarre senza troppi effetti, basso a mandare costantemente croce o mezze croce in giro, batteria mitra per impacchettare il tutto. Traccia più lunga 1.51 la più corta 1.02. Non stiamo lì a far maglia, né a infilare perline, né a girare in eterno intorno al pozzo. Non c’è bisogno neanche di cambiare troppo spesso il suono degli strumenti: basso e chitarra sono quasi costantemente uguali. Dal vivo, non mi immagino un guitar tech passare una chitarra fresca e intonata fra ogni pezzo. Bam! Operazione commando: intrusione, compire la missione, estrazione, lasciare il cratere fumare.

L’eponima traccia “Swamp” da un po’ il tono. Nonostante la presenza di pezzi di stile diversi su questo lampo di EP, conferma l’identità di chi e al comando delle vostre cuffie per le 8 minuti a venire. I Wankers! Una voce leggermente distorta segue bene il tempo imposto da una batteria rabbiosa.  Il pezzo si articola per lo meno intorno a un giro verso-chorus-break e riparte come ed iniziato; con un “uh” bello sentito. “Throw that brick” si campa su un ritmo un tantino più calmo. Ma rimane un invito alla rivolta specialmente se ci sono tizi vestiti di nero con caschi e scudi di plexiglas di fronte: “Throw, c’mon, c’mon throw it!” Certi giorni da veramente voglia. “Do it clean” riparte con una sgommata verso bpm più isterici. L’unico verso e ripetuto due volte separato da un ponte musicale. Efficace. “Jail” sembra famigliare a orecchio, come già sentito da qualche parte, magari ha preso un po’ di “Down in the well”. Al meno non può smentire la paternità dei Wankers. E l’unica traccia a beneficiare di un leggero break (quasi) calmo verso il minuto, proporre un verso solo con basso e batteria prima di ripartire inchiodare il finale. Questo sì che si chiama sviluppare! “Hit the floor” si stacca del resto del EP con un suono di basso più tondo e messo in avanti. Assomiglia a un “jerk” sincopato degli anni 60 ma dopato a l’EPO. “Not fair” e da lontano la traccia la più rabbiosa e la più scatenata del EP, e anche la più corta. L’unica anche ad avere un assolo di chitarra. E poi?

- Son fuori portata strumenti adesso capitan... dice il capo centrale.

- Cosa??? già finito tutto?

- Eeeeeh.... si.... Al meno così sembra, afferma il secondo.

- Nanca una traccia fantasma da qualche banda?

- Gnent de gnent Capitan... conferma Jenkins

- Rilevamento???

- Solo il sonar può darci.... rotta 235, velocità 20 nodi, distanza 6 miglia.... già. Conclude Jones.

- E gli Razzi Totali? Dove sono a quel punto?

 

- Vengono quasi su di noi anche loro, rotta nel 250, velocità 15 nodi, profondità 90. Passeranno a circa una miglia a nord della nostra posizione. Esclama Jones al sonar.

- Secondo lei, Secondo... saranno a portata della nostra strumentazione?

- Tranquillamente Capitan, ma mi turba più il fatto che vanno nella stessa direzione che i “Wankers”

- Ci deve esser un nido da qualche banda... nel 250.... E saranno sopra noi, fra quanto tempo???

- Mezz’ora, capitan...

Jones e sempre preciso... mi fido.

- Capo centrale, mi tira il file dei Razzi fora dell’archivio. Rimaniamo campati sul fondo...

Vedo la quantità di dati da analizzare prima di saltare sul dossier rovente dei “Razzi Totali”. Dopo tutto I “Loyal Wankers” hanno fatto bene di arrivare più che velocemente nella nostra direzione. Hanno posticipato a un periodo più calmo la nostra analisi delle 21 tracce di quello che più essere considerato come un doppio album. E un dossier da studiare con cautela visto il chilometraggio archiviato dalla band e l’evoluzione del contenuto musicale, allungo la carriera di questo longevo gruppo. Poi, da dove sbarca questo concept album? Perché arriva l’idea di farlo? Perché non continuare a produrre il solito? Poi colpo di intuizione mostruoso; l’Intel manda direttamente nel nostro archivio i tre primi album, poco prima che il quatuor ritirasse la totalità della loro discografia da Bandcamp.

1999 “Qualcosa accadrà” e 2001 “Nessuna cura” son due album quasi identici, al meno visti da dove siamo oggi. Stessa energia musicale, continuità nei suoni, cori secondo ricetta stabilita, ritmi lenti assenti.  Livello dei testi un po’ su l’adolescente (e punk dopo tutto, non siamo qua per risolvere equazioni, né filosofare) rima non sempre obbligatoria, frase entrate nello spazio del verso con compressore o estensore di sillabe secondo necessita. Spirito casino-giovane-menefregante, energia distribuita con l’ago nel rosso, generosità spalmata nei album di 13 o 14 tracce, sudore e birra in circuito chiuso. Poi 5 anni passano. Un titolo alieno appare sulla compilazione “Band underground Trentine” del 2006: “Fosse solo forse” ... Alieno perché si stacca già delle produzioni precedente: Orientato sulla potenza vocale del gruppo. Influenza notevole del coro alla settima dei Blink182, voce in avanti, strumenti in secondo piano per questa traccia singolare. Sembra che fa parte del “Cambio di stagione” nel 2006, (ma non è presente sulla MIA versione scaricata da bandcamp) tracce meno disperse, più canalizzate, ordinate senza perdere né spirito, né intensità. Stessa energia, strumenti meglio spalmati su tutto lo spettro audio, registrazioni dei vocali calibrati al mezzo pelo, testi più maturi e pensati, partiture del canto e cori studiati, lavorati, lucidi. “Il Cambio di stagione” marca un cambio radicale, non nello stile della band, ma nel contenuto. Da quel punto pero, passano 10 anni. Poi eccoci: “La città del niente”. Mi immagino l’idea nascere piano dopo la scrittura di 4 o 5 pezzi, in quale galleggia un’idea, un punto comune, la riflessione dell’attualità...

“E perché non legarli assieme e raccontare una grande storia? Eh? Cosa ne pensate? Dai, fem!”

Ed ecco il concept album; quindici canzoni per descrivere la “Città del Niente”, cinque o sei tracce, sotto al minuto o poco di più, servono di legame a l’Opera, intercalati fra canzoni leggermente più lunghe, un po’ come un sorbet da buttar giù per far passare pranzi da 8 o 9 corse. E una specie di “The Wall” alla moda punk rock. Ma cos’e questa città del niente, cosa potrebbe essere? Potrebbe essere ovunque, non soltanto in Italia anche se il “Re della città” da chiare allusioni a la politica interna. Potrebbe anche essere Aleppo o Parigi. Magari ogni uno di noi ce se la trasporta con sé. O al meno la vede crescere davanti a sé tutti giorni, senza volere o potere fare qualcosa. Al meno l’album intero descrive bene uno stato d’animo generale perso fra rabbia, disperazione, esasperazione e sottomissione.

Dove sono i fuori legge? I ribelli e i sognatori, di un tempo? “Tempi cupi” descrive la situazione: Chi ha venduto le promesse? A chi a compra la parola onore quando paga la verità?  Quindi siamo arrivati nella “città del niente” dove la situazione poco gradevole: Cerchi una rivolta? Sei un sognatore già, sei perso nella cita morta, sei nella città delle speranze spente. Diviso fra l’uno e l’altro cercando di conservare il poco che rimane, non può più metterti in pericolo, né rivoltarti per la paura di perdere il poco che hai. Un ipotetico tamburo promette di suonare: Quando? Per far che? E se mi ritrovo da solo al suo richiamo? Non serve neanche pregare nel vuoto, perché nessuno salverà nessuno: “A nessuno importa” descrive la religione come un sistema di controllo complice che ci fa dannati e condannati per l’eternità. Siamo “Masticati” indebitati dalla nascita, nel panico fin dalla tenera età, isolati fra noi, prigionieri fra la bibbia e la Tivù. “Ingordi” ci descrive giustamente a questo punto: sconfitti, l’uno per ogni uno, ascendi la micia tanto non esploderà. Perché davanti a noi c’è “Il re della città” l’imperatore delle cose che non vanno, che assolve da corrotto al colpevole, ma che non manca di martellare sulle tue dita se fai un passo di traverso. Cosa ci rimane? Di cosa possiamo accontentarci? In mezzo a questa indifferenza generale martellata ripetutamente nelle parole? Magari aspettare “La fine del Giorno” nel progressivo allungarsi delle notti. O una “Ragazza insolita”?

“Sul bordo” marca la fine della descrizione della realtà odierna e l’entrata nel desiderio utopico di cambiare. Nel senso in quale descrive questo stato: non ce la facciamo più, non possiamo più andare avanti. Ma questo stato dura ormai da anni, ormai da decenni, e si va avanti con sempre meno, mentre le risorse e le libertà diminuiscono ogni giorno. Siamo manovrati, diretti su questa strada semplicemente perché non si fa la rivoluzione la pancia vuota. Pero dai, saltiamo lo stesso nella “Notte di Gloria” solo per il bene del pensiero: Sveglia! Scendi in strada sta notte, una rivoluzione accende la città... Finalmente la coesione fra gli elementi della nazione riprende utopicamente forma. “Rumore inutile” arriva come la canzone dei partigiani nell’andamento dell’insurrezione: Bella ciao, quando sarà finita le ombre saranno più lunghe fra i palazzi in citta. Per il momento bisogna far tavola razza: lo stupendo “Randagi e Proiettili” con i cuori che battono uniti al ritmo di una solo idea ci porta alla rivolta generale. “Guarda qua, guarda Babilonia, brucerà, brucia già, chi sa se li importa.” Dimenticando che geometricamente tutte le forme di “rivoluzione” riportano allo stesso punto (o poco distante). “Via da chi?” e il puro gemello del “Trial” di “The wall” al meno nel tono, al meno nella funzione che ha nell’album, ed arriva puntualmente prima il risveglio, la re-connessione con il quotidiano. “La campana che suona” suona l’ora de la penosa sveglia, la rivolta non è successa... siamo di nuovo sulla strada storta, Dimmi se i sognatori non sognano mai? Non ci saranno santi nemmeno eroi. Ed eccoci di nuovo nelle nostre scarpe. Niente sembra cambiato intorno a noi ma come beneficio impareremo a migliorare. “Quello che resta” e una scritta su un muro in fondo alla città, niente di più, o magari un “vergogna” scritto su facebook.

Non dirmi che hanno già vinto....

Capitolo 54

Jones preme il pulsante del suo intercom per rendere conto di due rilevamenti trovati sul sonar:

- Doppio segnale, Capitan. Kanjante nel 010, rotta nel 045, velocità 5 nodi, profondità 120, distanza 26 miglia, Maude nel 355, rotta nel 045, velocità 5 nodi, profondità 100, distanza 15 miglia ...

- Si seguono... non hanno musicalmente niente da far l’un con l’altro, son due stili radicalmente diversi... Secondo? C’è un festival da qualche banda nel 045?

- Beh.... festival.... d’inverno.... non me pare.

- Dai, seguiamoli anche noi, attacchiamoci pian pianin, de drio a Maude, poi veden, dai!

I “Maude” sono un gruppo formato da 4 musicisti: Luca Scartezzini: chitarra e voce, Giorgio Santolini: chitarra e voce, Giulio Di Venosa: basso, poi Andrea Pedron alla batteria. I “Maude” erano apparsi brevemente nel faccio del nostro sonar a l’occasione dello studio di un’opera di referenza: L’Enciclopedia Band Underground Trentine dell’ammiraglio Martina Tosi. Di mezzo a 48 altre tracce avevano trovato il modo di staccarsi del branco con “Luna”, un pezzo singolare e che ha ritenuto la mia attenzione in mezzo a questa raccolta fiume. Stranamente una sola frase era ripetuta su tutta la traccia, pero era accattivante: “Dicono che per arrivare fin sulla luna, non basta un buon cavallo ma serve un po di fortuna, fortuna di trovarmi, trovarmi nei tuoi spazi”.  La melodia del canto lasciava un buon retro gusto e mi invitava a canticchiare allungo. La musica era un bel rock pulito e pensato bene, una buonissima sessione ritmo sopportava la canzone, e sia batterista che bassista avevano lavorato più che bene. Poi la traccia raggiungeva quasi 6 minuti e mezzo. Dava la sensazione che I “Maude” non volevano entrare nelle scatole formattate come gli altri. Vocalizzi alla Pink Floyd scortavano “Luna” durante le due ultimi minuti della canzone verso la sfumatura finale, senza darci un solo secondo di noia, durante questa lunga opera. Un gavitello fu quindi, lasciato su il loro rilevamento, storia di tenerli d’occhio. Il secondo rapporto sugli “Maude”, proveniva da l’Intel e la band cercava durante l’ultimo autunno, un “crowd funding” per registrare un album. L’equipaggio fu leggermente sconcertato di sapere che l’operazione non era andata al suo termine. Dopo una traccia come “Luna” mi sembrava un po’ sospetto: O nessuno aveva sentito la compilazione, o il buon gusto era diventata materia rara in Trentino. Poi dopo l’annuncio di “Mediteraneo” su bandcamp, l’Intel ci aveva rimessi sott’acqua...

Allora cosi siamo davanti a 4 Trentini che cantano il mare... Non è veramente strano visto attaccamento viscerale del popolo Italiano o al Mediterraneo o l’Adriatico. Il sorprendente sarebbe di trovar un gruppo di Rimini che scrivesse un album intitolato “Carre Alto” per esempio. Io, il mare ci sono stato sopra, ci sono sotto, quindi “Resto En Bondon”... A dire la verità i primi datti dello spettrometro e dello scanner sono un po’ diversi di quello che si poteva aspettare, al meno durante i primi ascolti. Le 5 tracce sono più Rock, una (o due) voci rauche e potente sono più in evidenza, le tracce un po’ più corte. Pero dopo una ventina di ascolti l’album diventa confortevolmente famigliare, anzi piacevole.  L’album inizia come una fase di accordatura delle chitarre. Il suono si sbilancia da destra a sinistra in mezzo ad interferenze. “Film” trova bene il modo di farci scrollare la testa: Questa e la traccia la più rapida dell’album. La ripetizione della frase di chitarra ci campa sul binario imposto dalla band, poi basta lasciarsi andare: Arriva a destinazione da qualsiasi binario parti, e un rock... destinazione mare, per “sciogliersi di rugiada”.

Migliore ancora “Fa male” si impone come un mid tempo più dettagliato. Sembra che i “Maude” sono più confortevoli in questi ritmi, su di quali possono insistere sulla potenza, inserire stacchi, passaggi di varie intensità per evidenziare uno strumento in particolare, o introdurre con calma un verso, oppure annunciare un ritornello. L’intel aveva mandato sulla rete flash un leggero clip video ripreso a l’Arsenale in ottobre. Questa ripresa e interessante per due motivi; Il primo e vedere come il canto e ripartito fra i due front men. Da lì, basta regolare un po’ meglio il decoder audio del Wyznoscafo per evidenziare meglio lo scambio vocale su ogni traccia. Le due voci sono talmente simile che spesso può sembrare che c’è una voce sola. Questa particolarità sarà da utilizzare più profondamente per esplorare nuove possibilità. Il secondo e vedere il bassista incollato al muro di questo locale esiguo, evitando di farsi inforcare dal manico impazzito della chitarra di Luca. Quel tizio prende un po’ di posto, perché vive quello che suona, agitandosi freneticamente. Comunque “Fa male” rimane la mia traccia preferita su l’album.

Continuiamo su quel mid tempo con “Sally” una tipa che non sa cosa vuole ma che ha tutto il mondo a suoi piedi... Quindi Mare, mare perché no? Qui, ci si accorge veramente che I “Maude” cantano poco, ma suonano tanto. Una specie di proporzione alla Pink Floyd, se volete.

Un ritmo classico di batteria ci conduce a “Perdersi” perché sembra che oggi e più facile perdersi. Sicuramente nell’informazione, attraverso la copiosa quantità di contraddizioni presente intorno a noi, se poi vi perdete geograficamente con google map e Sat nav non posso più far niente per voi. Regola di base per salvarvi: Non mai credere una sola parola di quello che esce della tivù, solamente in questo caso, siete autorizzati a girare per ore a trovare la vostra strada. “Capita a volte poi, capita di essere lontani [...] torniamo un po’ umani” la voce di Luca martella ripetutamente questa frase: “Tu lo sai che mi preoccupo, anche se poi, non c’è più tempo” fino ad urlarla con forza, circondato di arpeggi di chitarra. 

Poi se il martellamento di frase vi piace, possiamo rimettere le coperte per un altro giro perché “Favole” riprende la stessa ricetta (ancora?) per concludere l’album, sottolineando la necessità di mentire per mantenere qualcuno nel conforto dell’illusione. La pratica e comune a qualsiasi scala, anche a quella di uno stato, anche se il benessere dell’ignoranza porta sempre alla caduta... Certe volte da l’alto. Questo corto album e stato suonato con cuore e trippe e registrato artigianalmente in sala prove. Tracce come “Fa male” invitano a fermarsi un attimino per considerare il potenziale creativo di questi ragazzi. Non dimentichiamo che hanno rilasciato pezzi come “Luna” e non si sa cosa saranno capace di creare in futuro. Consideriamo il gavitello sul loro rilevamento come ancora attivo.

Il secondo mi tira fuori da miei pensieri:

- Abbiamo un problema, capitan...

Jenkins, conferma lo strano sentimento del secondo:

- Esatto! Cos’e sta roba.... “Djent” capitan?