(seguito recensione Maude https://www.facebook.com/capitanwyzno/posts/1440657669311889:0 )

- Eeeeharmm... Non so ben miga.... Capo Centrale?

- Comandi!

- Cosa abbiamo su “Djent” nella data bank?

- Allora... Il djent è una corrente musicale che viene della scena metal e rock underground degli anni 2010. Il termine stesso è onomatopeico, ad imitazione del tipico suono proveniente dalle chitarre distorte con accordatura "verso il basso" suonate con la tecnica del palm mute, fondamentale in questo genere. Il termine è stato reso popolare da Misha Mansoor della band statunitense Periphery. Caratterizzato da una forte enfasi sui ritmi sincopati, da un ampio uso di poliritmie, caratteristica derivata dal math rock e, dal punto di vista della strumentazione, dall'uso di chitarre elettriche (spesso con 7 o più corde) accordate verso il basso. Inoltre, il cantato presenta caratteristiche comuni al metal, alternando parti in growl o in scream a seconda dei casi e voci pulite con una notevole estensione vocale. Una delle principali influenze delle band djent sono gli svedesi Meshuggah, che furono i primi ad introdurre nella musica metal alcune delle caratteristiche citate precedentemente. Per illustrare questo, Capitan, abbiamo un video sul tubo dal famoso Dave Brown (quello di boyinaband.com) in quale utilizza la famosa “dubstep guitar” ma lei, capitan, dovrà far molto attenzione di non paragonare il Djent con il Dubstep che quei Djentisti si arrabbiano forte.

- ...................................... ‘azz! Ma lei cosa fa, quando non naviga nel Wyznoscafo, capo centrale?

- Beh, alzo il coperchio de mi pattumiera de domenega e vago far un giro fora.

Nettuno stridente! Mi ritrovo come uno studente di 8 anni davanti alla lavagna, col maestro di scuola che si accorge che non ho fatto i compiti. Cosa faccio su un colpo del genere? Non ho nessun referenze su di quale appoggiarmi e dobbiamo concludere la missione a tutti costi.

- Secondo, credo sia tempo di utilizzare il nuovo interferometro, doppler e risonatore magnetico combinato con scanner, spettrometro e decoder audio...

- Agli ordini Capitan!

Mi sto dando un po’ di consistenza davanti al personale del centrale, ma devo dire che non so dove mettere i piedi. Come spiegare??? I 20 primi ascolti in loop mi danno l’impressione di ritrovarmi negli pani dell’imperatore Federico II dopo una sinfonia di Mozart e dire: “Ci sono troppo note” ... Dai! pero non siamo imbranati a non capire che si utilizza chitarre “monofoniche” in un certo senso, che il Math rock utilizza determinati numeri di chunks per misura. (un chunk e il gergo per dire un colpo di chitarra secco. Esempio se vuoi suonare il numero π che è 3,14159 nella prima misura ci si fa 3 chunks, nella misura seguente 1, poi 4 in quella dopo, 1 nella seguente, poi 5, poi 9 e via così.) E che in fine, cambi frenetici di misure dal 6/4 al 3/4 al 8/4, per scegliere fra i più semplici, danno un mal di testa ai batteristi e danno una quantità impressionante di partiture estremamente complesse da ricordare. Per rassicurarsi un po’, abbiamo già esplorati altri stile musicali strani, come del electro grind a Lincoln, o del electro doom Giudicarese. Pero devo dire che ho la crisi della pagina bianca, al punto di chiedermi se siamo tagliati per questa missione. Invece di provare di parlare di quest’album come lo fanno specialisti del settore utilizzando termini elitisti e rischiare di coprirsi di ridicolo, meglio parlarne in termini semplici, per aprire questo tipo di suono al profano di passaggio, perché profani lo siamo anche noi.

Quattro musicisti; Edoardo Zotta: Vocali, Daniele Durato: chitarra, programmazione, Stefano Degasperi: chitarra, Federico Fava: drums, compongono quel combo. Notare l’assenza di basso; visto la frequenza a quale suonano le chitarre sembra superfluo. Siamo a più di 60 ascolti in loop durante quest’immersione e devo dire che le cose iniziano a sedimentarsi un po’. “A whole new level of sin” rappresenta un caso di studio. Due chitarre: l’una spara le note sincopate della struttura portante del pezzo, l’altra alta e melodica sorvola chiara e limpida, la sparatoria della batteria. Due voci; una calma alta e chiara crea leggerezze melodiche al primo piano, l’altra rauca e “growl” vocifera “zo da bas en caldaia”. Siamo in terra di contrasti dove la vera bellezza melodica cammina fianco a fianco con una potenza grezza che sposta tutto sul suo passaggio. La combinazione non è a portata di tutti gusti. Ci si può quindi, includere parole come “Idiosyncratic” nel testo storia di mettere la barra ancora più alta...

Klessidra” attacca ancora più forte dopo il fiatone generato dalla prima traccia su Edoardo Zotta, il cantante. Si trova che ha un po’ da fare su questa traccia... per dirlo forte una buna volta per tutto, Edoardo a una voce sorprendente; potente e chiara negli alti, e più che convincente negli growls.  Poi il batterista a un gioco di doppia pedaliera preciso e non ha da abbassare lo sguardo davanti altri batteristi del settore, anche in band internazionale firmate, cioè spacca seriamente. E tutti due, batterista e cantante, lo provano su questa traccia piuttosto.... intensa.

Ancora più intenso e “Animectomia”... Che titolo strano.... Magari e la rimozione chirurgica dell’anima. “Give me your knife and shred my skin and make the holes as wide as you can. I need to show the bones, split them up to grab the demon that dwells inside. This is the devil’s den! Welcome!“ Ecco! Si deve trattare di questo. Tranne che l’operazione viene svolta in trincea, sotto il tiro dell’artiglieria e la sparatoria di una “12.7” che svuota caricatori alla catena. Dopo questa traccia, credo di avere “purée di Neuroni” fra le orecchie...

“Neon” arriva come un momento di calma prima un’altra tempesta. Si apre una spiaggia, c’ e sole, calma di vento... Questo strumentale e bello. Non perché arriva dopo uno dei passaggi più intensi dell’album, ma perché il semplice tema di chitarra e ripetuto su un ritmo piacevole e contrasta con poliritmie e stacchi cronici delle altre tracce. Solamente 1.48 fa un po corto.

“Pandemonium” si presenta quasi come una traccia metal classica, o più precisamente e la meno impregnata dell’intensità “djent” anche se ritroviamo un bel finale di chitarre nello stile che va di moda. “Led” riprende il sentiero luminoso di “Neon” o diciamo che ci schiarisce il cammino nella sua prima parte.  Kanjante prova qui di potere essere veramente lirico. Spiagge di tastiere programmate pianificano il terreno, una batteria bene dosata ci porta quasi a spingere impazientemente con il crescendo che porta a la parte più muscolosa del secondo strumentale del album, basta aspettare 1.45 per decollare su un bel assolo di chitarra, seguito dallo sfogo sincopato della seconda parte che serve di introduzione a “Gnomisis, parte due”.

Un piano forte programmato conduce con calma all’intensità irrefrenabile di quel pezzo. E veramente troppo denso per il cervello mio che arriva a saturazione. Un passaggio quasi calmo mette in evidenza un lungo tapping di chitarra prima di concludere la traccia in un’orgia di uppercut che mi fan perdere l’equilibrio.

“Solifluction” mi trasporta direttamente, durante le sue prime misure, verso “Cherry Wave” dei “Deftones” l’illusione e di corte durata. Questa canzone si campa su un ritmo medio ma pesante, alzati da due versi piuttosto muscolosi, che creano un alto rilievo. L’album finisce li. Son strac com’ un asen. Esaurito, lesionato, centrifugato, disteso. Non si può negare che la qualità e bella presente sia nella composizione che nella registrazione. Solo il genere, orientato verso un pubblico più giovane, ha presentato un po’ di problemi di disorientamento a l’equipaggio intero.

Il secondo si avvicina poco dopo la fine ufficiale della missione:

- La vedo un po’ teso, Capitan...

- Ha ragione Secondo: Eterna e la tensione...

- Torniamo alla Base Nibraforbe, Capitan?

Stavo per rispondere di sì, prima di tornare in cabina a sdraiarmi un po’. Jones interrompe tutto.

- Segnale organico pieno Nord, velocità stazionaria, profondità 10...

- Organico??? Rispondo... cioè una balena?

- Na! Fatto de legn... Capitan!

Capitolo 55

Torno a grandi passi verso la consola sonar:

- Cioè, e un’imbarcazione di... Legno e sono immobili???

- Credo di sì, Capitan.

- Ma cosa fanno allora? Risaliamo a profondità periscopica! Secondo? Manovra silenziosa per favore. Rimaniamo a più di una miglia del rilevamento e giriamoli intorno pian, avanti 05...

- Aye aye, sir!

- Jenkins, spegni tutto il casino elettronico della strumentazione... solo decoder audio in funzione.

Giro il periscopio verso l’azimut 005 finché l’ago si allineasse sulla graduazione. Li, ci sono 5 tipi in bretelle seduti su un barcone, pantaloni arrotolati, piedi nudi nell’acqua a guardare 5 galleggianti rossi... Pescano. C’è scritto qualcosa sulla barca... Plebei. Ah ti pareva! Una delle band folk del Trentino, la prima ad incrociare la nostra strada... e credo che c’è saranno altre. Adesso che abbiamo.... abboccato alla loro esca. Ostia! Hanno pescato noi!!!

Di cosa si compone questa scena folk Trentina? “The wise” (sentiti nominare da qualche parte), “The Rumpled”, “Dia dhuit” e se vogliamo estendere un po’: “Nevischio” e “Centromalessere”. Mica male! c’è gente pero!  Ci si può anche mettere l’etichetta “Trad”, per tradizionale, pero bisogna vivere in un centro abitato di più di 500 000 anime per utilizzare quel tipo di linguaggio. Tutti orientati verso il legno dei strumenti, niente elettronica, pochi effetti, testi affilati. Affiniamo pure: sotto l’etichetta “folk” si nasconde un universo di stile vari, dal jazz, jive, al blues di vari orizzonti. Vincenzo Palombo "Calogero Focaluci" (voce, chitarra), Mario Speziali "Cateno Erbolini" (chitarra), Simon Coppolino "Zibbonio Berretti" (fisarmonica), Nicola Bertolini "Coluccio Perticoni" (contrabbasso), Sebastiano Bombana "Onofrio Dinamite" (batteria) compongono la formazione. Sorprendente annuncio sulla pagina facebook del gruppo che festeggia “il primo batterista plebeo della storia”, ovvero "Veluccio Rabbonelli". Pero, mi sembra avere visto Paolo Urbani (Electric Circus) apparire in varie foto live, e anche sulla cover del Undergroundzine di agosto 2016 scorso... Mauro Consolati ha registrato l’album alla batteria con la band... Magari erano batteristi, ma non era plebei. Non so. Notare l’obbligo del nome di scena nello stesso spirito di “Brodolfo Sgangan” o “Nestor Fasteedio” nei “Supercanifradicisadespiaredosi” .... Abbiamo fantasia. La cover ci sembrava enigmatica quindi cosa di meglio che chiederne, direttamente a l’artista, il significato: “Il disegno di copertina parla di un'indagine alla ricerca dell'essenza delle cose.  Rappresenta un percorso tortuoso, una ''scalata'' attraverso cui si arriva ad un portone che porta ad un'altra apertura, sul fondo della quale vi è un altro piccolo arco rosso ancora... Si tratta di una continua ricerca, un desiderio di andare in profondità, esplorare, scoprire. Per me rappresenta una sorta di viaggio all'interno di se stessi...“ Non costa niente chiedere. Una volta chiarita il messaggio primordiale dell’album attraverso la sua copertina, possiamo visitarne l’interno.

Sudata jazz e inno al continente nero (senza il tradizionale parabon sibon sibon), per una triste costatazione: Le corporazioni dell’occidente hanno fatto mano bassa sulle risorse del continente. Non c’è pietà. Lasciano già poco a noi, che siamo quasi educati e quasi informati, ma a loro non lasciano proprio niente. L’ovest coloniale se n’e andato, ha messo al loro posto una nuova élite di neri bene imbiancati, la nuova classe dirigente, stranamente, e peggiore di quella bianca e sicuramente un colpo di sfortuna. I morti non si vedono quando i numeri parlano. “Qui la gente e più serena, non c’è tempo che avvelena, adesso voglio andare in Africa” L’economia andando di moda in questo 2016 e 17, non c’è bisogno di muoversi, e l’Africa che viene da te, risultato di tutto quello sopra. Ma le corporazioni, nella loro immensa ricchezza, non ne sopportano il pezzo. E tutto calcolato... saremo presto in concorrenza fra noi, al meno caro...

“Che ne capisce la scimmia” e da lontano la canzone la più energetica e la più gioiosa dell’opus. Mi sto chiedendo se una scimmia che beve “birra a fiumi nelle pinte, [e che] poi s’adagia sul sofà!”  sarebbe anche capace di maneggiare un telecomando? 

Blues lento, “I fortini del Sud” narra un tradizionale fin-amore, di quelli che si perdono per sempre. Questo pezzo e il reame della chitarra che si porta avanti per la gran maggior parte della canzone. Una fisarmonica discreta entra timidamente nella seconda parte della traccia, invade piano il ponte musicale per rimanere in secondo piano su questo blues costruito nelle regole dell’arte.

Un cricchetto tende una molla allungo “Mosse e contromosse” per una storia di automi e burattini. La traccia si articola su due ritmi diversi per sottolineare un ritornello gioioso, mentre versi più descrittivi raccontano una storia alla David contro Goliath.

“Papirosen” e la tristezza stessa: traduzione di una canzone tradizionale ebraica. Mi ricorda le canzoni francese del dopo guerra che sentivo ancora in giro da piccolo. Miseria, ingiustizia e dolore spalmati in tutti versi per un finale al nero di seppia. Cagando ancora senza controllo a l’epoca, reagivo negativamente a l’ascolto di queste canzoni: Ero destinato a diventare un tipo solare! Rimaniamo nella mia gioventù, per un classico “Il ragno stanco” una storia nello stile di Pierino e il lupo, un esercizio di sveglia musicale, come a tempi di scuola negli anni sessanta, ma tendenza scura, al cimitero. Composizione di Simon Coppolino, uno strumentale si intercala come un intervallo. “Serendipity Circus” e una traccia breve di poco più di un minuto e mezzo. Ed ecco ancora una canzone articolata intorno a versi calmi ed un ritornello energico “La vita che se ne va” descrive l’esistenza che vediamo come passeggeri che viaggiano su un treno con un biglietto ad andata semplice.

“La lusinga di Licifuge Rofocal” descrive la tentazione di vendere l’anima per piaceri terrestri. La parte centrale del pezzo, e un blues lento su di quale darei veramente il mio accordo.... se fosse veramente possibile. Perché “ricchezze a non finire, donne propense ad acconsentire” mi farebbero comodo in questo momento. Tanto a scegliere fra una pseudo-figura del bene e quella del male, visto che non ci sono né l’una né l’altra, scelgo la seconda.... Va bene, ho tutto giusto??? Posso diventare Ministro adesso??? Presidente alla camera??? Premier, dai, Premier!

“Amorismi”, mia traccia preferita, e un altro aforisma su che cos’e l’amore, e sopra tutto come noi, uomini, possiamo essere patetici nella cura che troviamo per la sua assenza: Birra, vin brûlé, Bourbon, vin santo o acqua vita fai da te... Volete che ve lo dico Io? Allora, ve lo dico Io: anche se siamo nel fosso a non capirci più niente: noi soli, abbiamo un orgasmo UTILE! Chiudere il banco. Ah beh, se vuoi della tensione qua c’è n’e.... pero non e eterna.

Neanche se passa “Joe” una canzone spogliata a l’essenziale. Un duo di chitarre e un duo di voci che corrono sul tintinnio di due bacchette sul bordo della rullante, in un blues a la moda tradizionale, quasi storica, originale, primitiva, vera. E tempo di dirigersi verso la missione seguente, lasciamo quei tizi pescare i piedi nudi nell’acqua. Beati lori, che Io sono in calze e scarpe di sicurezza e non le sopporto più. A vederli cosi nel periscopio hanno trasmesso un momento di conforto, quasi di invidia ad essere dove sono, a far quello che fanno...

- Concludiamo li, ritrattare il periscopio, IMMERSIONE! avanti due quarti, profondità 300. Secondo?

- Comandi!

- Scendiamo a spirale a non più di 10 gradi su questa stessa posizione.

- Ma... Non torniamo alla Base? Non dobbiamo aspettare ordini da l’Intel per la nostra mossa successiva??? Dove andiamo Capitan?

- Sai, che ho un bordello di amici Greci, vero?

- Credo di sì, Capitan.

- Fidatis.... Panaiotis Fidatis... lo conosci quello?

 

Capitolo 56

... Lo scafo del sommergibile sta scricchiolando sotto la pressione, siamo vicino al fondo, leggo 295 sulla l’indicatore di profondità. L ’entità intorno a quale giriamo e più che un pesce grosso.

- Rallentare! avanti un quarto, circondare la posizione del rilevamento a mezza miglia, Stabilizzare!  profondità 300, siamo i primi su quel album. Tener d’occhio lo scop di profondità, Secondo! Non vogliamo graffiare gli scogli con la nostra pittura nuova. Jones! Niente sonar, Capo centrale: Fasteediodoppler a basse frequenze, Findutatrice a bagno d’olio, Sganganometro coassiale e retro-percussore Molestosso in funzione, silenzio a bordo.

- Aye, aye, sir!

Era qua a babordo vicino al fondo, galleggiando fra due acque, irradiava luce verde, non era ancora uscito, c’era solo noi a centinaia di miglia intorno, ed eravamo i primi sul rilevamento.

- Bel colpo Capitan, disse il Secondo, sicuramente avrà le sue informazioni personale per arrivare in posizione senza l’aiuto del Intel...

- Metten che son raccomandatissimo.

Lo ero veramente: Me l’aveva detto Findut:

- Non preoccuparti, questo album e una bomba.

C’era da fidarsi dell’informazione perché veniva da l’interno, anche se era durante l’annuncio della sua partenza del gruppo. A l’epoca, non potevo pensare come i Supercani potessero continuare senza la pietra angolare che rappresenta Frantz; era a tutti piani, la sua voce nasale e potente dava un’identità forte ad ogni pezzo, il Poteidofono era onnipresente, suoi slap di basso erano micidiali. Del colpo fa sparire della playlist una bella serie di tracce in quale suoi vocali sono essenziali. Poi dal punto di vista dell’equipaggio del Wyznoscafo, perché questa affinità particolare con I Supercani? Sicuramente perché sono pazzi come noi e come piace a noi, siamo contaminati dallo stesso virus. Gli scambi fra noi sono stati sempre diretti, pieni, onesti, piacevoli, senza fronzoli, interi.

Mettiamo subito le cose per chiaro: Quest’album e molto importante per multiple ragioni. “Geni compresi” copre il più largo ventaglio di stile musicali generati dal gruppo finora. Dal pezzo rock muscoloso al pezzo classico per eccellenza, allo sfogo dance puro. Questo opus maggiore arriva al momento preciso in quale Findut Poteidone lascia il gruppo. Quindi se volete ancora sentire la voce distintiva di Findut, dovete acquistarlo per il vostro archivio e non sarete delusi, perché questo e il miglior album del trio. In rispetto a questo cambio di line up, non è stata fatta una sola domanda sulla partenza di Findut, da parte mia, durante le recenti registrazioni dei video in sala prove (2017). Questo e la loro vita privata, non mi sentivo di fare il ficcanaso come altri giornalisti professionali o amatoriali. Se vi sentite di scavar qualcosa c’e anche Eva 2000 in edicola, magari hanno qualcosa su l’argomento. Poi arriva naturalmente la scelta di Nestor che deve guardare immediatamente alla capacita di potere urgentemente portare sul palco una nuova playlist, per potere finalmente sopportare l’uscita dell’album. Notare finalmente che i Supercani sono passati gradualmente da un gruppo con tre voci (Sgangan, Poteidone, Baffato) da “Millanta cosae” a una voce sola (solo Sgangan) adesso che “Geni compresi” esce. Questo nuovo membro porterà sicuramente I Supercani verso altri spazi creativi quando verrà il momento di scrivere l’album successivo... Nestor e passato in una bella serie di gruppi Trentini, e ha già lasciato su soundcloud qualche composizione: “STE 019” in particolare (non posso darvi il titolo vero, senza identificare il compositore) ed ha collaborato a dischi Trentini di successo. Poi cosa l’impedisce di portare il suo Fastideediofono per futuri prove creative? Comunque una grossa parte di quello che diventerà l’album e già stata registrata in video, in sala prove nel 2015 (“Big dopo, l’Isola di Otok, Ship down, Nevenevenisse”) e diffusa sulla pagina del Capitan attraverso il tubo, “QCC” e stato suonato per Balcony TV in maggio 2016, un single “Dei Lapponi” e disponibile, e penso che le composizioni qui sopra, sono state suonate dal vivo. Ma il più bello e che le tracce le più sorprendente nel disco sono state tenute bene nascoste finora (Notevoli panze, Big Basfol, Poltron) e ti scoppiano in faccia al primo ascolto! L’album esce su “Lizard records” che hanno “Outopsya” nel loro catalogo e, colpo di fortuna incredibile, Luca Vianini appare su “Poltron” ... Mentre siamo a parlare di collaborazioni ecco lo squadrone che gravita intorno al “Geni Compresi” : Luca Fronza (scratch su Bicbasfol), Nicola Conci di Mezzopalo chitarizza su “Ceunintoppo”, e su “Ship down”, Felix Lalu su “l’isola di Otok” (bisogna veramente cercar per trovarlo) Anna Maria Torres presta sua voce, su “Uoddiu” mentre Fabrizio Matuzzi suona il pianoforte: Tutti due son provenienti dal Universal Totem Orchestra di Rovereto. Enrico Bertolini (la voce di Howling Pussy Experience) suona il violino (!?!) per il grande ritorno di Granfranco Baffato (ex-batterista dei Supercani) sulla nuova versione di “Protopanza”. Nestor Fasteedio, last but not least, entra in studio in tempo per depositare innesti su “Nevenevenisse”, “Ceunintoppo” e “Notevoli Panze”. Ecco: solo sul manifesto, c’e già festa. Perché allora esitare a tuffarsi nel universo cagnoso?

“Dei lapponi” e uscito come single in gennaio 2017 e rimango un po’ perplesso sulla scelta della traccia per tenere la funzione di primo titolo rivelato al grande pubblico e annunciare l’album. Per veramente mettere peso, generare molte vendite di single e far salivare il pubblico avrei scelto, “Bicbasfol” o “Notevoli panze”. Magari “Big dopo” storia di rassicurare i fans e confortarli nel fatto che si trovano in paese conosciuto. “Dei lapponi” rimane una traccia notevole, ma si trova un po’ a l’ombra dei pezzi inediti nominati qui sopra. Magari ci sarà più di un single estratto da l’album, al meno questa galletta lo merita pienamente. Comunque questo Rock rapido contiene tutti ingredienti di un canido-classico: Vocalizzi del Findut, Poteidofono in trama sotto tutta la traccia, Molesto preciso e Brodolfo in backing vocals.

Passando alle cose serie “Nevenevenisse” e qua per sfondare la porta e far dimostrazione di potenza, soprattutto dopo il secondo minuto, nella parte strumentale della traccia. Portati da un Poteidofono impazzito, i due bassi martellano seriamente su una batteria che spara forte e denso. “Nevenevenisse” apre una lunga serie di tracce micidiale, che stanno per elevare i Supercani a un piano superiore. Anzi, salgono su l’ascensore e premono tutti bottoni come bocci lasciati da soli.

Nostalgia dell’epoca cassette, e delle prime registrazioni artigianale come ne abbiamo fatti tutti (nostalgia dell’epoca Tedio, sicuramente) arriva “Bicbasfol”. Per tutti putei che spuzan ancoi de lat, ecco come l’era a l’epoca: Cerano varie durate di Cassette; C45, C60, C90 e C120 che corrispondeva al tempo di registrazione in minuti.  C’era anche solo da scegliere fra “Low Noise” (o Iron Oxyde) e “Chromium dioxyde” (bisogna aspettare gli anni 80 per vedere la qualità “Metal” arrivare sul mercato) Solo BASF, a l’epoca, faceva prova di generosità sfrenata aggiungendo un minuto gratis ad ogni tipo di cassette 45+1, 60+1, 90+1 etc.… ecco la cassetta da 46 spiegata. Poi per manualmente riavvolgere il nastro si metteva una biro su una o l’altra delle ruote e gira finché vuoi. Per proteggere il materiale registrato su una cassetta si poteva rompere il pimpirlino di plastica che si trovava in alto a sinistra del lato da proteggere. Per registrare di nuovo su quel lato si incollava un pezzo di scotch sopra il buco per re-autorizzare la registrazione. Atto volontario, la registrazione richiedeva due dita: una su “Rec” e l’altra su “Play” per avviare lo scorrimento del nastro. Abbiamo finito col documentario, quindi ecco lo scratch di Luca Fronza che deforma piacevolmente la voce di Findut su quel hit potenziale. Che lo scratch sia passato di moda o no importa poco; questa traccia atemporale ci porta quasi a ballare. Perché raffrenarsi?

“Big Dopo” e un low tempo su di quale i due bassi si esprimano al loro pieno potenziale armonico. Poi le due voci si combinano molto bene, c’è un’atmosfera felice e festiva su questa traccia. La mia prima associazione di idea e stata di travedere Stanley e Olio cantare “Big dopo” alla fine di una delle loro avventure. Decisamente i Supercani parlano direttamente ai bambini di tutte le età, anche quelli in noi stessi. Il mio, non ha bisogno di essere svegliato troppo forte per tornare a galla. Poi lo “Sciucundavududi pundachicecchen gavinerio” di Findut rilega lo “Squelerelec Katraparupai” di Elio, al livello di rumorino.

“Ceuintoppo” riparte con una sgommata, dopo questo momento contemplativo. I due “Mezzipali” (Nik Conci, e Randy Molesto) prendono le renne in mano per ripartire a chiodo:

- Ah le pias quando l’ago sale nei giri? Le pias quando se squilla un tocchetin? Le pias quando il diodo elettroluminescente rimane permanentemente nel rosso? Eeeeh???? Gradisca...

Randy trova qui una partitura di timpani alla sua mano, e sa far parlare il fusto quando ci vogliono raffiche precise. Notare che Randy ha in testa partiture di batterie per tre gruppi: Supercani, Mezzopalo, e Rock Hydra e il loro repertorio completo: impressionante!

Andiamo esplorare un’isola del Adriatico: “L’ Isola di Otok” e suoi sample di voce sincopati. B-b-b-b-arzillo bay... seguiamo insetti stercorari che spingono palline di... buon, dai! Spingono palline e tagliano la strada di Brodolfo! Stupendo raddoppiamento di voci sul secondo verso della canzone, Brodolfo si scorrazza a l’interno dell’ottavo superiore per sottolineare questo passaggio.

“Poltron” si presenta come un varco per entrare nel Mondo Vianini. Questa traccia strumentale accoglie l’impronta profonda dell’anima pensante di Outopsya, ed e vero che il Vianinofono parla una lingua molto diversa, ma per lo meno, lo spirito canile rimane bello presente su tutto il pezzo. Questa collaborazione e la più completa dell’album perché trasporta l’uditore verso altre dimensioni, rispettando l’identità profonda delle due entità messe assieme. Sicuramente un’esperienza forte per il gruppo che porta “Poltron” dalle prime idee di composizione, attraverso lavori di arrangiamenti, fino alla registrazione. Che pezzo!

Poi momentazzo esageratissimo: “Notevoli panze” e il vero diamante di questo album. E un hit dance puro! Ti sfido di rimanere immobile a l’ascolto della traccia, io non ci riesco. Un inno a l’obesità, alla sovra alimentazione, al turbo gastrico, alla ritenzione di acidi grassi e carboidrati, un invito a ordinare un “Coleste rolato nduiume”, una “Pastizza sugata malgosa”, un “Lardardo frittato burroide” per due, o ancora “Bombarda Cremoide pannacea” al menu del ristorante “Holywood mangime”. Questa canzone respira lo spirito puro dei Supercani ed e sorprendente di qualità, di spirito e di esecuzione. Per un quarto di secondo siamo trasportati su “Relax” dei “Frankies” (1:22). Se fossi del gruppo penserei seriamente a lavorare su un extended version, un remix con collaborazione tipo RSU o piccolo genio nascosto che traffica del remix con suo computer in camera invece di far i compiti... c’è n'è sono un esercito. C’è abbastanza materiale per andare in orbita con una bomba del genere... La mia traccia preferita su l’album.

Momento aspettatissimo: la nuova versione di “Protopanza” riunisce la line up che scrisse la canzone originale “The season of Protopanzadigomma” (la nascita del Supercane) su Millanta cosae. Questa versione e molto più orchestrata: tastiere, batteria, bassi, violini e queste tre voci intrecciate in una danza precisa. Molto più difficile da fare di quello che sembra. E lo fanno, come dice speso Buldra dal Belgio: “Molto bene!” 

Siamo ancora emozionati dalla nostalgia di Protopanza che arriva “Ship Down (L’ illusionave) per la sberla che ti manda al tappetto. Da qualche parte, sopra in quota, stanno contando fino a dieci. Non l’hai visto partire, pero l’hai sentito arrivare... 2:40... e come eccitare un branco di cani che tirano energeticamente sul guinzaglio, e più ritieni più la tensione sale. La strana sequenza del Poteidofono ti guida fino a “Go!” Poi il povero maestro alle mani insanguinate non c’è la fa più e molla tutto! Che legnata!!! Brodolfo sputa le sue trippe nel microfono, Randy spacca legna dietro suoi timpani e raffica come un mitra, Il basso di Findut avanza come una ruspa, il Poteidofono prende il potere, Nicola Conci ci gratifica di una sola frase alla chitarra. Alla fine, rimane un cratere fumante... 10, out!

Per rimetterci di tutto questo niente di meglio che un bel “QCC” rilegando le tastiere nell’armadio per la bellezza di un vero pezzo strumentale da Supercane, di quelli genuini: due bassi una batteria e niente fronzoli. Efficiente! 

Difficile pero, di capire che l’ispirazione dell’ultima traccia parte di una barra di cioccolato di marca “Nippon” letta a testa in giù per scovare “uoddiu”. La prima versione e ancora accessibile sulla compilazione del undergroundzine “Trentino vs Sardegna” e se la volete ve la lascio scavare da soli. La versione proposta qua e registrata con un vero pianoforte e una vocalista di eccezione. Si riconoscono le voci di Boris e Findut che cantano molto bene in questo esercizio di stile. Ma il migliore e la scrittura fonetica dell’inglese utilizzato per la canzone... vedi l’inserto del CD.  Ed ecco l’album finito.

Rimanere sbalordito alla fine del primo ascolto, sarà un sentimento comune. Questo album e indispensabile e passare accanto senza mettere la mano sopra rileva dell’errore di buon gusto. Meglio potere provare di essere possessore di una copia del disco, piuttosto che sentirsi dare del pirla dagli amici. Piratarne il contenuto potrebbe rilegarvi al livello di emarginato. Occhio.

Tutti fans sono già a conoscenza di 4 o 5 tracce divulgate qua e là fra live, balcony TV, e sessione prove sul tubo. Ma il risultato finale e la registrazione e mastering, fatti dagli in contornabili De Pretis e Andreolli, e tutti collaboratori del disco, danno un’altra dimensione a questo album... Incluso Findut, che lascia I Supercanifradiciadespiaredosi come un genio incompreso, ma la somma di tutte le energie rimane compresa come geni nel loro DNA.

- La nostra migliore missione, Capitan, complimenta il Secondo.

- Ostia! Monumentale... aggiunge il capo centrale.

- E un onore servire sotto vostro commando, capitan. Conclude Jenkins.

- Eh beh corri in cambuse Jenkins, e riportami una barra di cioccolato “Nippon” ... Torniamo alla base!

 

Capitolo 57

C’è un’atmosfera serena abbordo. Siamo più che soddisfati dell’ultima missione e si sente. Sono sulla torre con il secondo e Jenkins, il capo centrale sta giù in centrale operativo e sta trasferendo i nostri ordini al timone e alla sala propulsione. E primavera, e l’aria ancora fresca e piacevole a respirare. Siamo uscendo della base Nibraforbe e la costa e ancora vicina, quasi da toccare...

- Tutto chiaro per l’immersione Capitan.

 Scandisce il secondo prima di appoggiarsi i binocoli sul petto. Io, ho gli occhi mezzi chiusi e vorrei dilatarmi le narici ancora un po’ di più, prima di respirare il filtrato della calcia sodata.

- Capitan? 

Il secondo mi infastidisce clamorosamente: son rimasto un sognatore in fondo. Ma dobbiamo iniziare la nostra missione:

- Immersione! Jenkins, chiudi il boccaporto dietro di noi, per favore.

- Ho letto l’ordine di missione Capitan, e mi sto chiedendo se siamo veramente tagliati per questa immersione... e un gruppo di cover...

- Poi? Rispondo aspramente. Abbiamo già coperto il CD di Laura Galetti nel suo album solo “Frammenti” qualche anno fa e c’è la siamo cavato più che bene direi... Poi il dossier del Intel stipola che sono anche dei “casi clinici”. A me pizzica la curiosità, cosa diset Capo Centrale?

- Beh... su quel genere rockabilly abbiamo solo in archivio gli “Stray cats” degli anni 80, e tutta la serie dei Francesi di “Washington deat cats”... Miga tant’...

- Basterà, dai!... Jones! Occhio al sonar stiamo cercando gli “Indigo Devils” ... Ultimi rilevamenti intorno a Levico...

- Sono già lì, Capitan, nel 045, rotta nel 010, profondità 050, velocità 10 nodi.

- Su! si comincia!

A leggere i primi dati dello spettrometro non c’è niente che quadra. La confermazione venendo dal doppler aggiunge dubbi a chi ha già “Abbi dubbi”. Cioè, ci si riconosce tutto, ma tutto e alla salsa “Indigo”. Anche quello che non ha bisogno di essere alla salsa “Indigo”. Per spiegare meglio: offri una scatola di meccano a un boccio per natale ... Buon... c’è il boccio che cerca di costruire quello che c’è sull’immagine della scatola. E se c’è una gru sull’immagine, gli “Indigo” cercano di costruire un aereo. Tutto li. Poi a far cover di uno stile, per esempio nel genere... “Rockabilly” (preso totalmente a caso) ci sono classici obbligatori, e delle cose al di quale non ti attacchi mai... Buon... Loro sì. L’Intel c’è l’aveva detto: “casi clinici” ... siamo sul dossier.

- Beh li, per essere fuori dei sentieri consueti, mi digo che son su L’A22 direzione Brennero! Esclama il Campo centrale.

Di fatti l’album apre su un classico del classico: “James Bond theme” di Monty Norman. Un tizio che percepisce royalties da quando son nato su questo tema magico. Magico perché e rimasto. E uno “standard”. In poche parole una traccia che riconosci anche occhi bendati, per temperature sub invernale, con un vento contrario di 180Km orari e nella foschia.

- Magari apre il loro spettacolo, l’hanno messo come intro, non so... fa una bella apertura no? Argomento, cercando scuse... Che c’è dopo?

- Il rock del Capitan Uncino, risponde il Secondo. Una canzone di Edoardo Bennato.

Il capo centrale mi sta inchiodando la barra ridendo. Poi ha anche ragione perché paragonato a quello a quale L’Intel ci aveva preparato, stiamo cercando ora di misurare la loro originalità in parsec invece che con la catena di Gunter. Sto facendo la figura del fesso. Pero non c’è niente da disdire sul l’esecuzione dei due pezzi, neanche nella loro registrazione. Cercando la piccola bestia, puoi trovare che manca un pizzico di pepe, di intensità, o di groove, tipo roba che ti prende nelle anche, già nelle prime misure, ma niente di drammatico. Al meno la telefonata in mezzo alla canzone fa un occhiolino a “Ritorno verso il futuro” e conferma che tutti hanno sentito questa canzone più di quello che si deve.

- Cos'e sta roba? “All about that bass”? chiedo ingenuo. Chi e sta Meghan Trainor? E una tipa?

Jenkins interrompe tutti per tirarmi dell’imbarazzo:

- Eh... È vero che navighiamo solo nella musica Trentina dal 2012, Capitan. Ma questa canzone e stata un successo nel 2014... arhem... in altri mari, in somma...

- Davvero? 2014 ah! Che bei tempi! Eravamo su “America” dei “Next point” e su “Sotteraneo” dei “Rebel” .... Capo centrale cercatemi l’originale da subit!

Vero che questa traccia e la prima ristrutturazione e ricostruzione totale di un pezzo (che non avevo mai sentito prima, per ragione di immersione totale nella musica regionale). Comunque al di fuori della partitura e delle parole della canzone, si riconosce ben poco dell’originale, e stato re-arrangiato tutto, e in cima hanno anche trovato il modo di inserire qualche misura di “Barbara Ann” dei “Beach boys”, per fare buona misura. Eco l’originalità di quale parlavo prima! E non c’è un neanche un nano-secondo di dubbio sulle prime misure del pezzo seguente:

- Naaaaaaaaa, non lo faranno, naaaaaaa! Urla il capo centrale...

- Credo proprio di sì. Sorrido mentre riprendo la mano sul gioco.

- Per le trippe di Richard Dawkings! Hanno un bel po’ di fegato di avventurarsi da quelle bande! Esclama il Secondo.

E Vero che “Basket case” dei “Green days” in versione lenta punteggiato di “shuwap, shuwap!” vale la pena di essere sentita al meno una volta nella vita. Un capo lavoro, una ciliegia in cima alla torta. Bravissimi! Casi clinici confermati! Siamo su l’inaspettato, sul sorprendente, sull’audace, sull’iconoclaste.

- Ostia! l’han anca smontato “Hoochie coochie man” di Muddy Waters, tempesta il capo centrale.

Beh... niente da vedere con l’originale; e una versione upbeat, e ballante! Sostenuto da cima a fondo dal sax che ripropone instancabilmente la frase tematica dell’originale. La fluidità del risultato finale e secondo me molto più ingestibile che la versione frammentata dell’originale. Un altro tratto di genio su questo colpo.... bastava osare.

- “Rock n roll lullaby” non è referenziato da nessuna banda. Non c’è l’abbiamo in archivio. Rischia il secondo. Chiamo l’Intel sulla rete flash?

- Può provare ma... Capo centrale, scanner e interferometro per trovarmi da dove sbocca questa traccia.

E una perla. Se distacca dall’album per la prevalenza vocale, specialmente durante il ritornello. Pero cercare sui canali comuni del Intel non ci si sbocca da nessuna parte. La rete Flash rimane muta. Sara il capo centrale a tirarci fuori del pasticcio analizzando gli risultati dell’interferometro: 

 - Si tratta di Trutz "Viking" Groth, Capitan! L’Ex chitarrista dei “Kim and the Cadillacs” un gruppo Country rock degli anni 70/80’s. Il gruppo e sciolto, pero lui e ancora attivo, sembra che abita a Erba in un posto che “Elio” definisce come un importante nodo ferroviario, Sir! E ha scritto questa canzone molti anni fa e sembra che nel genere “rockabilly” e rimasto una referenza...

- Schedatemi quel tizio immediatamente, non si sa se risalterà fuori in un’altra occasione.

Poi ovviamente un tipo che scrive: “Dear penis I don’t like you anymore... You’re used to watch me shake. Now you’re staring at the floor...” deve essere schedato per forza.    

- Fermi, tutti! Abbiamo una scheda su quello lì, pero! E cosa l’ven a fare da queste bande il Fontanari.... Non dirmi che... naaaaaa!

- Credo di sì Capitan, concorda Jenkins.

“Esiste un fuoco” dei Rebel Rootz alla salsa Indigo vale la pena. E un bel Jive invitante al ballo e sembra dopo questo mattone, che i Devils possono attaccarsi a qualsiasi stile musicale e concludere la faccenda con successo. Bisognava osare! Seconda traccia di “Interpretano Trentini” a finire su un album. La prima e stata “ Nuanda” dei “Kepsah” sull’album dei “Kitchen machine” ... re-leggendo il dossier avevano promesso, durante le registrazioni, che l’album sarebbe pieno di invitati, e di sorprese. Non avevano mentito.

- Questa la conosco interviene Jenkins.

- Beh chi non la conosce quella! afferma il capo centrale.

“Feel” rimane fedele per qualche secondi a l’originale, l’apertura al piano forte conforta in quel sentimento. Dura poco pero; eccoli a cucinare di nuovo alla salsa “Indigo”. Bello spazio di espressione per il sassofono che s’incarica dell’assolo come della riconoscibile frase finale.  Ancora un bel pezzo, non il mio preferito, ma inchiodato bene.

- Arrivano informazioni da L’Intel, capitan! Sembra che stanno componendo roba loro...

- Lasciare un gavitello di fondo su questa posizione. Che li teniamo d’occhio se si muovono.

La cosa potrebbe essere interessante. Va be che si può essere campione di tuning su maggiolino, la cosa si complica un po’ quando devi partire dal disegno del telaio, per potere mettere qualcosa sulla strada... pero a guardarci bene abbiamo coperto questa missione in un’atmosfera gioiosa e rilassata. Cosa che succede raramente abbordo.  L’equipaggio e sorridente e credo che lo sono anch’io...

- Rotta nel 180, stessa profondità, stessa velocità.

Andiamo ad annusare col sonar cosa succede da queste parte... Non torniamo alla base... Rimaniamo in giro…Per sparagnar...

Capitolo 58

- Segnale distante, Capitan! Sembra la firma sonar dei Electric circus...

- Azimut e distanza?

- 210, Capitan! Distanza 25 miglia, fan rotta nel 010, profondità 050.

- Rotta nel 230 per 15 miglia... poi ferma propulsione, Secondo?

- Aye, aye sir!

- Una volta passati alla nostra altezza, piantiamoci dietro nella loro scia a stessa velocità, Capo centrale?

- Comandi!

- Prima di raggiungere il rilevamento mi tira fuori l’archivio sugli Electric Circus e me lo passa nella mia cabina.

La prima registrazione del trio (Francesco Cretti: Chitarre, Paolo Pilati: basso, Paolo Urbani: batteria) di Arco e “Evoluzione” un album già analizzato dal Wyznoscafo a l’inizio del 2015. (capitolo 37) Ricordiamo che è un trio che sa circondarsi da altri musicisti regolari: Alessandro Leonardi: tromba, Giuliano Buratti: sassofono, e su certe registrazioni: Giordano Grossi: upright bass. Poi viene Il “live allo Smart Lab” di Aprile 2016. Solo degli schedati del Intel nei ringraziamenti dell’album: (Thanks to Marcello Orlandi and Offset for the organization, Luca Vianini for the recording and Leonardo Menegoni for the picture). Io ci farei quasi una retata lì dentro, teh! Segue un viaggione negli stati uniti alla fine dell’anno 2016 con la registrazione di “Mike” nello Dust&Stone Recording Studio, Tucson, AZ. “Mike” viene rilasciato come single e teaser dell’album in preparazione in Novembre 2016. Poi il nostro rilevamento 24/7 che sto per passare al doppler, decoder audio, spettrometro e scanner per fare buona misura. Dal mio letto, sento che la propulsione si è fermata. Siamo in posizione fermi fra due acque, basta essere paziente. Torno verso il centrale, il dossier sotto il braccio, ci trovo il Secondo che sta per mettersi nella scia del rilevamento.

- Iniziamo una volta la manovra finita, strumentazione in funzione, capo centrale!

- Aye aye, sir! Del resto, sono sorpreso di non più trovare le illustrazioni inserite su bandcamp e accessibili da un click sul bottone “info” ... cera un disegno di corraggioiltopo su “Mangiafumo” e altre immagini per illustrare certe tracce. Non so perché non sono più accessibili...

Il capo centrale e più ficcanaso di me.... Noto subito l’arrivo di teste nuove: Emanuele Grossi: Chitarra classica su “Electricserious”, Tommaso Santini: Violino su “To space”, Marco Sirio Pivetti: Flauto su “Electricserious” e il migliore è che l’album e prodotto dal Bondonero Roberto Frignani, membro dei BDN’s; un branco di giovinastri, snowbordelisti, che passano le giornate invernale intorno a l’half pipe del Bondone e alla Baita Montesel... Io ci farei quasi n’altra retata lì dentro, teh! La prima lettura dei dati evidenza un leggero dettaglio: il suono sembra più naturale o al meno ci si nota meno effetti sulla chitarra, sulla maggior parte delle tracce. 24/7 e più nello spirito di “Room 251” che altro. I fiati sembrano più integrati nelle tracce, e certe volte si tagliano direttamente la parte del leone. Ci sono ancora belle partiture di chitarre spaziale, sparse qua e là, ma su questo album la chitarra che tirava “Evoluzione” avanti e rientrata più in riga.

Leggero momento di stupore dell’equipaggio che si guarda intorno sui rumorini acquosi che aprono “Magiafumo” ma niente paura, non abbiamo perdite e la sorpresa svanisce con la reverb sul sassofono che porta avanti questa traccia. E un mid tempo classico che si conclude su un beat più accelerato storia di dinamizzarne la conclusione. Il vantaggio di “Electric circus” e che lascia a Paolo Urbani la cura di scriversi le partiture di batteria, e hanno ragione perché il Paolo ha finora, sempre messo il dito sopra.

“Electricserious” e la prima traccia distintiva dell’album. Due chitarre; una acustica classica (Emanuele Grossi) e l’altra elettrica fanno maglia sul ritmo sincopato del batterista. Un flauto (Marco Sirio Pivetti) arriva in mezzo al ponte musicale (2.40) per concludere la faccenda al modo “Acqualung”: un bel pezzo pieno di colori e ritmi.

“Green brown and blue” e il pezzo il più lungo dell’album oltre 7 minuti. Comincia come un lento su di quale gli fiati suonano la stessa partitura. Poi Alessandro Leornardi parte in un assolo di tromba. Segue la ripresa del tema principale per concludere la prima parte del pezzo su un urlo distante. Contempliamo un minuto e mezzo di svago per riattaccare il pezzo al basso, che apre un crescendo di entrate di strumenti, uno per uno, a ripetere la stessa frase musicale. L’assolo di chitarra che illustra l’ultimo movimento della traccia si veste di tutto il chorus e del reverb che può.

“Is it dead?” e portato dal ritmo strano della batteria. Niente fiati su questo pezzo solo una chitarra al retro gusto di Pink Floyd. Come un cuore che si ferma, le percussioni, lasciate da sole, sfumano la traccia nella sua prima parte fino al silenzio completo. “Is it dead?” ti puoi chiedere... La seconda parte sa di rinascimento più che di “dopo vita”: l’energia sprigionata dalla chitarra ne può testimoniare.

“To Space” manca nel suo ritmo lento di descrivere il decollo di un razzo, anche per l’orbita terrestre bassa. Magari siamo già in levitazione da l’inizio della traccia. Il pezzo prende corpo e una bella dose di energia, nella sua parte media, con l’entrata del violino e della doppia partitura del sax... lì ancora un momento di svago su di quale si evidenza la chitarra di Francesco. Il pezzo si conclude nella calma dopo la ripresa del tema principale.

“We don’t give a Funk” fa già scrollare della testa nelle sue prime misure, poi del tutto il corpo a l’entrata dei fiati. Ma questo e solo per dare l’atmosfera giusta al suono “Hendrix” del corto assolo di chitarra. Partiamo in uno svago sostenuto dal basso tra 2.00 e 2.50 poi la parte finale del pezzo si perde fra il tema principale dei fiati e la chitarra funky fino a l’inchiodata finale.

“Fistfull of bombs” si articola allungo suoi 5 minuti 48 intorno a tre parti distinte. La prima, lentissima, portata dalla chitarra, lascia progressivamente posto a un bello e lungo assolo di tromba fino a 2.05. Non so come si chiama esattamente questa molla che utilizza la bocca come casa di risonanza. Lo scacciapensieri(?) “guimbarde” in francese, sembra uno strumento basico che ha punteggiato un mucchio di film di Sergio Leone. Comunque, la seconda parte si pone come un break a l’atmosfera pesante per annunciare le parte la più alzata del pezzo che decolla verso 3.20. Rinforzamento del ritmo, dialogo sincopato fiati/chitarra, finale muscoloso. Bella traccia.

“Mike” appare qui in Bonus track e evidenza la diversità di suono da uno studio a l’altro. Tutte le composizioni qui sopra, sono state registrate al Metro Rec di Riva, “Mike” viene da Tuckson... e sembra leggermente più aerato... al meno con una profondità di campo un po’ più accentuata, specialmente sul sassofono. La batteria registrata al Metro Rec ha un suono di tanto più naturale e diretto che mi piace di più. Pero la differenza si sente, non c’è un suono migliore del altro, cambia solo l’atmosfera in un modo palpabile. Comunque ascoltiamo il sax di Giuliano sfogarsi finché può nello spazio enorme che li e concesso: sembra volere riempire l’immensità creata da ore di macchina attraverso il deserto del Arizona. “Mike” rimane la mia traccia preferita di tutto l’album, portata da questo basso ossessivo, che lascia nella sua consistenza, l’appoggio necessario per gli altri di decollare e raggiungere l’altezza dell’ebbrezza. Un gran bel lavoro.

Ecco... Il Jazz in Trentino da Mirko Pedretti Quintet, a 3i0, Stefano licio o ancora Stefano Pisetta si rinforza da giovani con talento includendo I Malaga Flo, Ellis, e Electric circus... Una generazione intera prende un po’ di petto in questo genere musicale... Guardiamoli fare con curiosità....

 

Capitolo 59

Non ho detto niente a nessuno, pero avevo segretamente nascosto 'na bottiglietta di grappa asperula nel cassetto chiuso a chiave della mia scrivania, nella mia esigua camera. Di quella asperula raccolta a mano nei sottoboschi di altitudine intorno alla base Nibraforbe. Poi, niente di legale nel solvente in quale bagnava, perché dava al peccato un gusto migliore. Stavo lasciando il centrale al Secondo, quando Jones al sonar viene far svanire il mio progetto:

- Doppio segnale, Capitan! Due EP: “Hirsch Cave” nel 355, rotta 015, velocità 10 nodi, profondità 020, distanza 14 miglia. “Alpen bit” nel 352, rotta 017, velocità 08 nodi, profondità 050, distanza 20 miglia...

Sto guardando il quadrante di rotta. Andiamo pieno nord anche noi e riprendo posto nella mia poltrona del centrale.

- Avanti ¾, profondità 030 andiamo a caccia di “Hirsch Cave” prima, occupiamoci del progetto del NCS dopo... Tanto e un po’ più lento, faremo tutti due di seguito. Capo centrale?

- Aye, aye sir!

Manda a l’Intel nostra posizione e informali della nostra scoperta. Strumentazione in funzione!

“Hirsch Cave” e stato rilevato da l’Intel con un’apparizione su Balcony TV già da Novembre 2016.  A prima vista ci si riconosceva Giacomo Turra il chitarrista dei “Beavers from Mars”, un bravissimo tastierista con la barba: Giovanni Rasera e Francesco Weber un bassista discreto. Annunciavano alla fine della loro performance un video a breve, seguito dal primo EP del progetto per 2017.  Sono stato colpito dalla qualità della composizione presentata sulla terrazza del rifugio Bindesi e ordinato al capo centrale di raccogliere più dati su questa entità. Da febbraio, di fatti, e arrivato il video promesso con le sovrimpressioni grafiche, la sua atmosfera intima intorno alla lampadina che le illumina tutti. Poi uscita del EP “A lonesome dream” verso la fine febbraio. Sarei veramente entusiasta se un gruppo a caso potesse avere originalità di ribattezzare l’eterno “Intro” in qualcosa di più originale o creativo. Tipo “Prima di cominciar” o “Antipasto” o “per scaldarvi” o “preambolo” ... “preliminari” anche... Dai! Che potrebbe anche avere un doppio senso... Buon, pero son sicuro che il messaggio arriverà a buon porto un giorno o l’altro... Non prendetevela ragazzi, la recensione arriva sempre DOPO l’album... fateci un pensiero sopra casomai l’occasione si ripresenta. “Intro” quindi, e uno strumentale bellino, con un break di mezzo. Quasi a pensare che sono due creazioni, non del tutto sviluppate, messe assieme. Un basso bello tondo sopporta la prima parte, mentre la seconda lascia le tastiere guidare il ballo, un ritmo a battito di cuore unisce le due parti.

I "Hirsh cave" sono confortevoli nel mid/low tempo, sembra che il genere si chiama “low fi”. “Blow” conferma il calibro della band... Canti calibrati, qualità vocale, eccellente parlata inglese, beat box, composizione pensata. Sembra sentire lo fruscio di un vinile in sotto fondo dietro il canto e certi passaggi del ponte musicale. La performance a Balcony TV e quasi uguale a la versione registrata. “Blow”, dalla sua qualità intrinseca, e il titolo faro di questo EP.

Anche se “The crowded room” può pretendere a competere per la posizione di hit single. Voce vicinissima, tastiere sfuse, chitarre leggere, basso in sfondo, atmosfera calma e contemplativa e la ricetta del loro stile particolare e più che benvenuto.

“I grew up” si presenta come un up beat piuttosto Pop. Qualcosa da sentire viaggiando a 40km orari tutte finestre giù, una fresca mattina d’estate, su una strada secondaria fra due paesi. Solo per sentirsi bene. Punteggiato di “tulurulu” questa canzone frizzante sembra stroncata. Guardando il tempo 2.22 fa di questo sorbet fresco la traccia la più corta del EP. Speriamo che la sviluppano un po’ di più durante le performance dal vivo.

Cambio di atmosfera sonora per una registrazione artigianale molto vicino a condizioni dal vivo per l’ultimo “Change of perception”. Ci si notano qualche sbandatine nanometriche qua e là, niente di serio, niente che fa sanguinare le orecchie, ma a chiedere alla band perché le cose sono state lasciate cosi, sembra che la versione registrata in uno “ciak” sembrava più naturale e piaceva a tutti membri del gruppo.  Ho il mio punto di vista su questo, soprattutto a paragonare questa canzone con la registrazione di “Blow” al rifugio Bindesi. Semplicemente penso che il tizio che fa il suono per Balcony TV e un MDO (Mezzo Dio del Olimpia) che sa metterti in un bel bagno caldo e confortevole e circondarti dell’atmosfera giustissima (ritorni calibratissimi) e quando suoni, scorre tutto come acqua giù dalla grondaia. Punto. A dire la verità dopo 30 ascolti questi micro scoglietti non si notano neanche più, pero lavorare con la musica e un conto e far il suono ne è un altro, e secondo me musicisti non possono suonar bene, se non sanno circondarsi dalla gente giusta. Quei tecnici suono li son rari, bisogna prenderne cura. Comunque questo lento rimane bene in testa perché e melodicamente bilanciato molto bene. Come il resto del EP. Rimane da aspettare un successo dal vivo della band per portare il gruppo in studio per un album completo. Meritano.

- Jones! Alpen bit dove sono adesso?

- Fan sempre rotta nel 017, velocità 08 nodi, profondità 050 sono a 6 miglia solo...

- Secondo... li lascio la manovra per attaccarsi de drio senza farci notare. Profondità 050. Capo centrale... Mi tira fuori il dossier su questa nuova entità NCS o Nucleo Creativo Sardagnolo... e mi lascia la strumentazione in funzione.

-Aye, aye sir!

Penso solo che devo rimettere a più tardi una bella lampata di grappa Asperula....

 

Non avevo visto un dossier così spesso dalla nostra missione su I “Loyal Wankers”. Il soggetto, a l’epoca, era Marsuel Papel, aka Marcello Orlandi, aka Violenzo Psichedelico, aka Missing Link. Magari anche aka aka per far buona misura. Schedato a volume di enciclopedia, la quantità di dati era paragonata per la prima volta a Simone Gardumi, un elemento determinante nell’esistenza stessa del Wyznoscafo e della base Nibraforbe. Guardandomi girare le pagina una per una, il capo centrale si sta chiedendo come mai, nonostante lo spessore del dossier in questione, il personaggio rimane così discreto. Quasi sconosciuto... Me lo sto chiedendo anch’io... Sfogliamo il dossier assieme: Simone era l’anima pensante dei “Nibraforbe”: due EP e due album che tornano ancora spesso a galla nell’archivio del Wyznoscafo. È stato il bassista dei “Lunauta” con un certo Fudino che sembrava venire del gruppo “Grandine”. È stato l’entità monocilindrica del brevissimo “La Rana Bollita” con una composizione sola “Demolizione controllata” rilasciata sul tubo. Poi rappresenta la meta dei Little finger con Carmelo dei sQuirties e Dmanisi. Simone e il collaboratore inseparabile di Giacomo Gardumi (omonimo, non parente) per formare I Gardumi del Bondone e totalizza, con suo compagno, la bellezza di più di 100 000 visioni della loro produzione di video e canzoni su you tube. Credo siano più visioni che tutti gruppi Trentini messi assieme. Pero non si è fermato li. Sotto il suo proprio nome, e senza pubblicità estravagante, rilascia tutta una serie di tracce, abbastanza per mettere assieme un album, su soundcloud: Lampe #, Caracalla, Harsh Reminder, Raxia ,Slow Motion, Star Mate e The Hard Works Of Love. Poca pubblicità intorno alla pubblicazione di queste composizione electro. Poca, come per l’uscita dell’ultimo “Little finger” il geniale “Aches” lasciato lì, da luglio 2016, in pasto a chi vuole prenderlo. Poi c’è questo NCS o Nucleo creativo Sardagnolo: Accessibile con un biglietto da bus via la funivia. “LM64” gruppo rock grunge alternativo e l’ultima entità estratta dal calderone che crepita dietro l’Hotel Panorama. Ci si fa musica, video, portafogli unici ed esclusivi, arte, architettura.... 6 cervellini di giovani maschi e femmine non sanno stare tranquilli un minuto. Poi il risultato si vedeva anche dal design minimalista, epurato, essenziale e pensatissimo dell’attraente cover.

- Segnale doppio Capitan!

- E.... cioè, Jones?

- Due EP.... Capitan.... due! Belli distinti!

- Capo centrale... Mi salta da subit sul doppler, poi mi porta i dati dello spettrometro, e scanner... Jenkins, al decoder audio. Silenzio abbordo cominciamo da subit.

Due Attraente cover quindi... per due pubblicazioni così vicina l’una a l’altra e cosi diverse l’una da l’altra. Il primo eponimo EP contiene solo due tracce cantate ed e stato rilasciato da Aprile 2017. Il secondo “Tech! Tech!” e di maggio 2017 e comporta 6 tracce strumentale.  Rimarrà su soundcloud finché la totalità di Alpen bit sarà disponibile su bandcamp.

“That’s what I am” entra chiaramente a riempire lo spazio circondante dopo che la reverb svanisse progressivamente sulla tastiera che distilla la struttura portante del pezzo. Lontano di essere noiosa la semplicità delle poche note che la compongono e declinata in vari modi e ci porta allungo questa canzone d’amore. “I’m your special dream, because you love me... get ready now” ... Notiamo anche un bel finale aerato e vaporoso.

“Minimal drugs” e il suo video girato al lago di Molveno mette in evidenza la tessitura alta della voce di Simone. Anche negli alti la sua voce rimane piena e consistente, bella solida. Bisogna utilizzare tutti doni che la natura ci mette a disposizione.  Al minuto e mezzo, la canzone ci porta a ballare, si avventura un po’ su una spiaggia strumentale che ci porta fino alla conclusione del pezzo. Sono due tracce che lasciano una buona sensazione e stiamo quasi a rimpiangersi che sia già finito. I suoni sono puri e la registrazione sicuramente artigianale e di alta qualità.

Tech! Tech! Si apre su un pezzo di archivio “The hard works of Love” che proviene dalla serie di tracce rilasciate sotto il nome di Simone Gardumi un anno prima... A questo punto perché scovare una traccia sola? Perché non includere “Raxia” o “Lampe” che sono anche buone composizioni o anche la totalità delle sei altre tracce e avere un bel album da scaricare da qualche banda??? Magari perché “Tech! Tech! Si orienta più sul minimalismo che altro e che la produzione precedente sembra un po’ “ricca” accanto.  Secondo me, mescolare sapientemente il contenuto dell’ipotetico e potenziale album poteva spezzare la continuità dei vari stili e casualmente evidenziare un pezzo qualsiasi, perché esso circondato da altri pezzi di atmosfere diverse. Attenti agli album troppo lineari!!!

Comunque... “Alchemy” apre la serie del vintage 2017, col suo beat invitante, il suo tris di bassi distorti, e il punteggiamento ossessivo intorno a una serie di 4 note.  Non c’è altro in questo pezzo, pero rimane in testa, incisivo e diretto.

“8 light years” offre una frase musicale declinata in vari movimenti da esplorare. L’aspetto contemplativo del pezzo porta allo svago del pensiero su questo tema ipnotizzante. Ancora una traccia spogliata e ridotta alla sua più semplice espressione.

“Pile drive” ci trasporta nell’etere delle lunghe spiagge di suoni che, diluiti nel sotto fondo, assomigliano a foschie di fondo vale. Suoni soffiati con accenti di Fairlight avvolgono la scena, mentre la tastiera di primo piano si riveste di un ritmo reggae.

“Silverlake” utilizza gli stessi ingredienti dei due primi strumentali del EP pero qui, la salsa non prende... Mi sembra non finito, come una base di lavoro che è rimasta... base di lavoro. Come dire? Gira un tantino tondo e non trovo niente di agganciante in questa traccia. Quel pezzo indica una direzione pero non decolla per prenderla. Poi, a pensarci bene: questa traccia e veramente così brutta o ho raggiunto la dose massimale di minimalismo tollerata dal mio organismo? Magari sono arrivato a saturazione nella consistenza lineare del EP.

“Deep primitive” mi porta la sua cura nel ritmo alla “Underworld” e nell’inquietante suono che riempie lo sfondo di questo sfogo per ballare. Ecco il mio interesse pizzicato di nuovo su questo beat in quale sono le percussioni ad entrare e uscire di scena. Siamo quasi nella “transe” un genere ipnotico in quale la ripetizione porta a l’ebbrezza dei sensi... Come l’ebbrezza che una promessa grappa asperula potrebbe portare alle mie papille impaziente.

Alpen bit rimane interessante nelle sue composizioni strumentale e più che convincente nelle sue tracce cantate. Dovrebbe trovare interesse ad articolare diverse tipi di tracce per costruire un album da commercializzare su un sito specializzato nel download, invece di rilasciare certe buone composizioni senza scopo particolare su soundcloud. Per ora e ancora un po’ disperso fra le varie direzioni da esplorare. È vero che è ancora preso fra vari progetti. Per lo meno possiamo misurare quale input provvede nei “Little Finger”.

- Secondo? Li lascio il centrale mi ritiro un attimino per riposare...

Asperula arrivo!

Capitolo 60

Chiudo a chiave, dietro di me, la porta della mia camera. Trovo facilmente la chiave del cassetto e l‘inserisco nella serratura. Giro, si apre... La bottiglietta appare, e la pianta immersa nella grappa fai da te, promette il nostalgico sapore delle cime intorno alla base Nibraforbe. Trovo il bicchiere e lo piazzo in centro alla scrivania, metto la mano sul tappo a vite della bottiglia. L’interfono e il suo penoso rumore di sottofondo mi inchioda nella posizione in quale mi trovo, come un cavaliere medioevale trasformato in una statua di sale: E Jones al sonar che viene a rovinarmi il momento:

- Segnale, Capitan! Trio folk, val di Rabbi, credo sono quelli del Centromalessere...

Nettuno stridente! Per le trippe di Richard Dawkins! Richiudo tutto nel cassetto che sbatto in modo secco... provo la mia voce dolce e rilassata e premo sul pulsante:

- Vengo subito, chiedi al Capo centrale di tirami fuori il dossier da l’archivio.

Il Capo centrale mi aspetta sopra la tavola delle carte con un dossier approfondito su argomento: I primi dati su quel trio sono entrati nell’archivio quando la colona destra di You tube ci ha portato verso “Peta via chel trator” e il “Tassidermista”. Fu la prima volta in quale “Pol” e entrato nel faccio del nostro sonar, mentre stavamo raccogliendo dati su quelli di “Nevischio”. Del resto, la connessione fra i due si spiega meglio a guardare la line-up delle due band: “Nevischio”: Cisco - Batteria, Voce. Gabu - Chitarra, Voce. Alessio - Chitarra, Voce. “Centromalessere”: Pol - voce e basso. Fedri - chitarra. Cisco - chitarra e cori.

Ecco! Hanno un Ciscomune!!!! Ah!Aaaaaah!

L’anima pensante del trio sembra essere centrata intorno alla persona di “Pol” che si distingua, sia nella sua produzione musicale solista che con il “Centromalessere”, dagli testi precisi e pieni di contenuto delle sue composizioni. Il senso delle parole cantate colpisce con forza e profondità chiunque presta un’orecchia alle idee o concetti, messi avanti nelle canzoni. C’è precisione nell’arte di girare le frasi o nel modo di trovare la formula che accaparra l’attenzione. Una volta la testa girata nella sua direzione, il suo sguardo ipnotizza e le parole colpiscono, perché parla vero e te la racconta direttamente nell’orecchia. Pol sembra essere una personalità forte, affermata e determinata nel suo modo di pensare. Magari e stato un po’ artigianale nelle prime registrazioni “fai da te” lasciate sul tubo dal 2012: “L’avvelenata nonesa” del Febbraio 2012, per esempio. Poi, mostra un altro lato di considerare un fatto di finta-cronaca nel monumentale “La droga di Piero” pubblicato nell’Ottobre 2013 e che mi ricorda le composizioni de George Brassens. Dimostra di essere un po’ più grezzo in: “Taio” del Settembre 2014, travestito da Francesco Gucini, “R” moscia inclusa. Poi arriva una stupenda parodia: “Peta via chel trator” nel recente maggio 2016. Il “Tassidermista” appare in giugno 2016 ed e presente su l’album “la sindrome dell’uomo”. Del resto non si ferma neanche un attimino di comporre dopo l’uscita dell’album, rilasciando “Maledetta burocrazia” recentemente sul tubo nel maggio 2017. Il trio potrebbe essere classificato “folk” ma la sua profondità intrinseca le distingua singolarmente dal genere.

Quindi entriamo nel centromalessere, o ci siamo già? Perché questo centromalessere può anche avere la forma di uno stivale, se vogliamo, ma potrebbe anche trovarsi fra il Golf stream e l’Oural, con un bandito di nome Junker al suo commando... Naaaa... Semplifichiamo: e proprio di forma sferica con un limite amministrativo di 100km di atmosfera sopra, e il centromalessere descrive la nostra condizione, contro la “loro” condizione...

La prima frase del disco mi schiaccia di verità. Ma vorrei guardare molto più lontano di questo semplice fatto. Il macchinario e MOLTO più grosso di quello che pensiamo, perché non possiamo neanche più mettere due più due assieme, strafogati di pubblicità e abbagliati di TV reality, lobotomizzati di telegiornali bugiardi. I nostri dirigenti vanno puramente cercare mano d’opera a due soldi al largo delle coste della Libia per soddisfare la richiesta di trattati come il TTIP o il CETA che pazzi come Macron e Gentiloni vogliono firmare. Perché tu, caro operaio mio, sei troppo caro, sei troppo protetto, pretendi a pensione, sicurezza sul posto di lavoro e salute per te e la tua famiglia. Non sei competitivo. Perché per le 10 unità di lavoro che rappresenti, il capitale ne può guadagnarne solo 5. Mentre con i poveracci che arrivano dalla Libia potranno incassare 9. Non hanno più bisogno di te: ecco perché gli altri sono qui. Il tuo buon cuore, la tua fratellanza umana sono utilizzati da malpensanti. Senza accorgertene, sali sul patibolo da solo. Fra molto poco il più poveraccio sarai tu! Il “dopo sborgna” e oggi, perché giornalisti ubbidienti ti fanno solo vedere quello str*nz* che evade 1000, mentre quello che ruba 100 000 ha un “Fottipass” e può urlare alla manovra politica o un attacco alla democrazia se si fa beccare. Tanto, guardando tutto questo, la prima frase che ti viene in mente e “cosa ci vuoi fare” e ritorni a riderci sopra davanti alla tivù, perché Crozza lo fa bene. Ah! Dimenticavo! Puoi anche scrivere “vergogna” su facebook 350 giorni a l’anno, perché la rabbia tua rimane li. Su facebook. Non ne esce mai. E li. Ferma. E loro, a guardarla sono contenti, perché sanno che possono ancora far peggio, sempre di più. Tanto tu, scendi per strada solo per la juve, ma ti sfoghi di rabbia su facebook. Tutto questo e “Il trionfo del re”. Dai! Parliamo di chiappe! Su! Che i “bei tempi” son sempre quei di ieri, al giorno di oggi...

Religione adesso. Entriamo nella “chiesa borghese” storia di essere “Fucilati dagli sguardi” dalle buone pecore: Neo pero, te l’ha già detto una volta: “Ogni persona nella matrice può essere un agente che proteggerà il sistema”, quindi non entrare li “dove c’è gente, ma nemmeno un anima, nemmeno una”. Di fronte alla chiesa fredda c’è un locale un po’ più caldo con musica e vino. Dove la vita prende un altro colore, dove puoi essere influenzato e pensare a nuove idee, invece di ripetere sempre le stesse parole, fino al lavaggio di cervello. La verità vera diventa irraggiungibile a chi sceglie di entrare sotto il campanile delle buone intenzioni. Non devono, non possono, e perfino rifiutano di sapere che: nel cervello umano dio, l’oddio, la rabbia e l’amore sono solo sostanze chimiche...

Ci mettiamo a scrollare del capo su un bel pezzettone di musica quasi commerciale. “La sindrome dell’uomo” e cantata a due voci su chitarre acustiche folk. Quel manifesto descrive la malattia attuale del genere umano e delle conseguenze della società di consumo: Sempre di più.  “I creatori del niente” forniscono i nostri bisogni. Fino al buco in quale quel sistema economico suicidario in quale viviamo crollerà su sé stesso ingoiando tutto nella sua caduta: “La cura non è certo nei farmaci: Svegliamoci!”

“Scrivere una canzone” si riveste quasi di accenti rock per descrivere cos’ e veramente scrivere bianco su nero le proprie idee. Soprattutto se non rimani a parlare di fiori, tramonti, bella campagna, amore e baci. Centromaslessere e qua per farti prendere una posizione; o lupo, o pecora, pro o contro. Qui l’astensione non esiste. Vestito con o senza un pigiama con la scritta “amici di Maria di Filippi”. Che non so neanche chi e.... Del resto, se il pigiama “amici di Maria Devigili” esce, nella mia taglia e un po’ sul fucsia, ne voglio uno.

Capo lavoro dell’album “Il tassidermista” e un passo doble energico, accompagnato da una fisarmonica che sostiene il ritornello. Quel testo e un gioiello di naftalina e di formalina, un tesoro verbale, un diamante di rime, uno zaffiro di poesia che rimpiange i piccoli mestieri che spariscono. “Vengo chiamato anche tassidermista sto in fondo alla lista delle varie necessita, preceduto da sbirri, avocati, dottori, chirurgi, psichiatri. Nessuno più passa di qua”. Bella lista, ma avrei incluso banchieri, assicuratori per nominare presentemente i parassiti del nostro mondo. Penso che se fosse spiaccicato in un fosso sarei contento di vedere un buon dottore o un chirurgo, non un banchiere con due mani sinistre che a fato solo calcolo a scuola.

“Mein eigenest ich” rimane ermetico di senso, dopo analisi nei traduttori automatici del Wyznoscafo: “Eigenest”??? Niet, nisba, que dalle, nada, rien, dunno, sbeub, risponde il traduttore. Comunque, parla delle difficoltà di qualsiasi individualità ad integrarsi nel puzzle sociale. In fondo meglio se il pezzo non incolla su tutta la sua circonferenza. Meglio se spazi di vita e di libertà si intercalano fra i pezzi...

“Ancora qua” da un campo libero alla chitarra solista, ed e un inno alla rassegnazione circondante, al ritorno cronico alla posizione iniziale: era meglio anni fa... Vero. Prendiamo salute per esempio: il progresso e fantastico, pero siamo di meno in meno ad averne l’accesso. Pensione? Lavori di più per avere sempre meno e la magra pensione viene ancora tassata (in Francia lo e già...) In Italia e in Inghilterra vogliono la tua casa se sei vecchio e da solo... Dai, smetto. Tanto “siamo solo sopra mobili, ancora qui a camuffare verità, (...) a trasformare il vero in plastica”.

Benvenuta aggiunzione di un violino su “Brindiamo per Pino”, un valser lento che descrive accuratamente questo personaggio in cerca odierna di alcool, ma anche di un legame sociale. Pino e una di queste figure, sempre diverse, presenti in quasi tutti villaggi. Quasi disturbante quando ci sono quotidianamente, ma che lasciano un vuoto tremendo quando spariscono. Sicuramente e LUI il legame sociale! Qui, la mano vigliacca di uno che giudica la presenza di Pino abbastanza annoiante da meritare la pena di morte, si incarica del lavoraccio. Rimane la colpa: “Buon natale!”

Abbiamo raggiunto l’ultima traccia e queste parole evidenziano con cruda realtà il nostro destino, la nostra rassegnazione, la nostra immobilità, la nostro isolamento in mezzo a 7 miliardi di fratelli nella stessa condizione. Le rivoluzioni si svolgono su schermi di cinema, in galassie lontane, in altri mondi, ma non qua. Qua dobbiamo tornare graziosamente davanti alla tivù, finché pensiamo come la Tivù, Finché pensiamo come quello della tivù vuole che pensiamo. “Non sarà nuove “app” sul nostro I phone a farci alzare il culo e migliorare un po’ questo futuro che pretendo e che non ho...

Sono ammaro, rivoltato, e un po’ triste.

- Secondo, li lascio il centrale, ritorniamo alla base, calcolate la strada, vado a ritirarmi nella mia camera, mi sveglia a poche miglia della base.

- Aye, aye sir!

Cammino nella stretta corsia con lo sguardo al suolo. Credo che per curare questa malinconia avrei bisogno dell’intera bottiglietta nel cassetto....

 

Capitolo 61

I membri dell’equipaggio buttano gli ormeggi nell’acqua, mentre ci stiamo allontanando dalla piattaforma della base Nibraforbe. E generalmente un bel momento; il posto di manovra, tutti gli uomini sono in riga sul ponte sia davanti che dietro la torre. Da qui in cima, vedo solo una bella lignea retta di berretti bianchi, salva gente gonfiabili e disciplina militare. Peccato che la prima tipa che potrebbe essere commossa da questo spettacolo puramente maschile si trova al meno 5 miglia da qui... Dai, mettiamoci a pensare che possiede un paio di binocoli e continuiamo a darcela alla grande. Tanto non costa niente... Ancora mezza miglia attraverso il porto e un doppio colpo di fischio fa sparire in impeccabile ordine il personale nei loro boccaporti rispettivi.

- La vedo pensieroso, Capitan... interroga il secondo.

- Beh ci mandano su Humus... e  non abbiamo poco o gnent su di loro, tranne qualche video sul tubo, e in particolare un Live show del APPM onlus del 2015 con (quasi) la line up originale, poco dopo l’uscita del EP, che i nostri agenti dormenti sul posto dovevano procurarci già a l’epoca. Del resto hanno anche fallito di procurarci il “Live a Santa Massenza” di “Johnny Mox e Gazebo Penguins” ... Credo sia stato saggio di non più utilizzare agenti dormenti...

- E cosa facciamo con questo?

- Eh beh, dobbiamo cavarcela da soli come al solito, carissimo secondo! Immersione! Urlo nell’interfono, che ritrasmette il mio ordine al capo centrale, storia di tagliare corta la conversazione. Già il secondo diventa solo la cima di un capello che scende allungo la stretta scala, nel ventre del Wyznoscafo, e mi tocca scendere dietro di lui, e chiudere il boccaporto di torre dietro di me.

- Capo centrale! lì do un ora per foraggiare negli files del Intel e darmi qualcosa che sta in piedi da sé su quei tizi, prima di iniziare. Jones! Trovami il rilevamento del gruppo al più presto; devono lasciar segnali dappertutto in questo momento. Secondo! in funzione: scanner, decoder audio, spettrometro, e doppler. Jenkins! Cavolo, tagliati i cavei!

Mi arriva finalmente un po’ di dati, perché il capo centrale ci sa fare: Il gruppo si articola intorno al binomio stabile: Marco Palombi: voce, chitarra e Lorenzo Faes: chitarra, cori. La line up originale comprendeva Federico Fava alla batteria e Daniele de Bernardis al basso. E hanno registrato “Uno alla volta” un EP di 4 tracce. Sebastiano Cecchini alla batteria arriva poco prima il famoso Live show del Appm onlus dell’Agosto 2015, prima di saltare sulla “balena leggera” che passava vicino. Poi arrivano due schedatissimi da l’Intel: Stefano Negri: basso, (Zeroids, Mondo Frowno) Fabrizio Lettieri: batteria (Opera di Amanda, Eravamo Sunday drivers) Con questo solido apporto il gruppo si attacca alla registrazione del primo vero album della band. Per finalmente portare in studio una selezione di tracce che sono nel repertorio degli Humus da tempo: Finalmente 10 Tracce, per un vero e completo album sono state registrate e missate da Fabio de Pretis al Blue Noise Recording Studio, poi Masterizzate da Andrea Suriani a l’ ALPHA Department recording studios, con una copertina di Andrea Largaiolli.

- Segnale! Esclama Jones, sono verticale sotto di noi, rotta nel 020, velocita 25 nodi, profondità 250.

- Ferma propulsione, riempire i ballasti, scendiamo in spirale a peso morto, timone 5 gradi a babordo, strumentazione in funzione. Secondo! una volta a profondità, caliamoci nella scia e comminiamo. Li lascio la manovra...

- Aye aye sir!

Sorvolando il primo EP ci si deve rendere conto che I Humus sanno distinguersi dal branco rock Trentino. Prima con la voce rauca e grezza di Marco Palombi che mi ricorda la tecnica vocale di Gianna Nannini e degli urlatori Napoletani. Sono sempre stato affascinato da questa tecnica vocale a chiedermi come fanno a tenere tutto un concerto a cantar cosi. Poi, il rock sfornato dalla band comporta tutti trucchi del mestiere e fatti più che bene. Sparano stretto, sparano forte, denso, preciso, quadrato e originale. Sono buoni nei passaggi energici, quelli calmi, sono forti nelle transizioni, sanno accomodare gli stacchi, i cambi di ritmi, sanno colorare varie atmosfere. Il loro suono live e preciso e energetico. Prova di un lavoro riportato un grande numero di volte sulla tavola di operazione, per ottenere un “fine tuning” micrometrico.

“Cambia voce” inizia con un tris compatto, monolitico, un tiro di barrage... “Humusinfabula”, “Gemiti”, “Radio sanguina” aprono l’album come un colpo di ruspa, una tonnellata sul piede. E un po’ troppo denso per me a dire la verità. E piuttosto un’introduzione per maschi, anche se conosco una polacca che ne ascolta al risveglio: le chitarre ruggiscono, la batteria spara come una “Gatling” ... Una volta l’onda di choc passata rimane il fischio nelle orecchie, il naso che sanguina et attrito di una voce campata negli alti, spinta fino allo strappo, e con la dolcezza superficiale della carta vetrata. È rock, intenso, duro, puro, angolare, calcolato, aggressivo. Non c’è un pelo fuori, mi ricorda Motorhead dal vivo. Spettina seriamente. E quasi selettivo per l’udienza: Rimani dopo quelle tre tracce li, e puoi continuare ad ascoltare... Se butti giù le cuffie, Humus non è fatto per te.  Vai... Sgomma... ci sono dei pokemon da cacciare...

L’album vero si apre alla quarta canzone. Cioè, tutte le capacita creative della band si esprimono da questa canzone in poi... Il ventaglio si apre e ci sono anche colori, rilievi e dettagli. Il vero potenziale creativo degli Humus si trova in “Altamarea”, “Rime”, “Respirami”, “Lei e” ...

L’eco su la chitarra di “Altamarea” conduce naturalmente al primo mid tempo dell’album. Qui, fanno vedere che sanno fare altro che sberlarti alla catena. Senza fare nel miele, sanno fare ruggire le chitarre, sotto il martellamento preciso di un Lettieri maestrale dietro suoi fusti.

“Rime” e leggermente più muscoloso, suoi testi scurissimi, le sue immagini più forte: “...Cerco rime nei verbali delle autopsie...” “...Sotto le miei unghie stanno riposando epidemie...”  abbastanza per “chiedere scuse a chi non saluterò... più...”. 

Il ritmo rapido portato dalla chitarra di “Respirami” presenta una bella fonte di energia a qui collegarsi per una ricarica rapida. Stefano Negri segue senza problema il mitra Lettieri che manda legnate a chi vuole prenderle. Impeccabile sessione ritmica su tutto questo album, del resto. Faes può tranquillamente far maglia sopra. Esce tutto fluido con un fioco in cima, peccato sia la traccia la più corta dell’album.

“Lei e” prende ampiezza. Invade tutto lo spazio a sua disposizione ed e lontano dell’aspetto compatto delle tre prime tracce. E una canzone aerata, ampia. Bel effetto sulla voce sul secondo ritornello a 1.47 seguito da una bella transizione.  

“Trincee Nemiche” si porta sul “heavy” e la sua introduzione sincronizzata alla perfezione annuncia bene l’intensità della traccia. Supera di poco i 4 minuti e porta veramente la voce di Marco al limite. Il finale e dello stesso tessuto dell’introduzione. Chiudono il pezzo a martellate.

“Inverno” si veste di strati di chitarre sinfoniche, che ricoprono i versi come spiagge di tastiere, come un suono continuo che invade tutti vuoti possibili. Bel basso presente per impacchettare il tutto e sempre sta voce potente e precisa.

“Uno alla volta” conclude l’album tutto come apriva il live show di qui parlavamo sopra. Vediamo lì una composizione che esiste quasi di primi tempi del gruppo. Magari il pezzo preferito della band. La registrazione 2017 e leggermente più tagliante, verso 2.17, a l’introduzione della sessione ritmica. Ovviamente il suono dello studio può essere più lavorato verso questo aspetto intenso.  Per lo meno la messa in scatola di questo titolo faro e stato fatto magistralmente e con energia. Niente da dire. 

Ecco un bel album rock con grinta sbudellata, chitarre rabbiose, e una voce accattivante. Quasi da considerare che potrebbe giocare in divisione nazionale con un album cosi fatto bene. Magari potrà allinearsi con “Geni Compresi” per pretendere al titolo di “Album del anno” pero dobbiamo vedere cosa incrocerà il faccio del nostro sonar nei prossimi sei mesi...

- Segnale! Capitan! E la firma sonar dei “Magic cigarettes” annuncia Jones.

- Ancora? Chiedo ingenuo...