Capitolo 62

(seguito recensione Humus)

- Ehrmmm... No capitan, lei deve far confusione con i “Loyal wankers” e “Swamp” una missione che abbiamo coperto ultimamente... (capitolo 53)

- Eeeeeh! Si... Hai ragione, Jones... deve essere per la presenza di Marcello nelle due band.

- Avevo intuito Capitan...

- Capo centrale? E il loro file già pronto, li sulla tavola delle carte?

- Aye aye sir...

- Siamo de drio a sta gente da un pezzot, eh? Capo... lì dico, guardando lo spessore del dossier.

Quindi siamo alla quarta pubblicazione del combo di Rovereto: EP Demo del 2014, un LP “Magic cigarettes” del 2015, nascita di una bimba nel 2016 di quale abbiamo avuto recensione dalle produzioni fecale direttamente dal padre su facebook e finalmente “Cooked up special” del 2017. Il nostro rilevamento. Quattro.

Sorvolando le produzioni precedenti per referenze, ritroviamo gli ingredienti principali del gruppo: le chitarre quasi prive di effetti troppo invasivi, un basso costante ma per lo meno leggermente arretrato, un batterista preciso e in fine, il modo di condire i vocali. Ritroviamo l’ormai classica voce “telefonata” e condita di eco, e ciò si rivela durante il primo pezzo, specialmente quando gli “wu!” finali rivelano la tonnellata di reverb aggiunti alla voce. Al meno, incolla alla perfezione con l’atmosfera psichedelica sprigionata da l’album. Sembra fare un salto nel tempo ascoltando questo “Don’t blame yourself” e il resto dell’album. Siamo poi di fronte alla band di referenza “Garage” qui in Trentino. Per descrivere l’atmosfera dell’album mettiamo che le “cigarettes” potrebbero scrivere la colonna sonora del prossimo “Austin Powers” o magari Tarantino in persona potrebbe tuffarsi nel loro repertorio per sottolineare scene dei suoi film. Siamo li... Non è solo “revival” e un genere che continua a svilupparsi...

“Bong” inizia con una voce calma prima di aprirci una prospettiva su questo mid tempo quasi classico. Chiudendo gli occhi, vedi una tipa con una corona di fiori in testa, ballando descrivendo arabesche nell’aria, col suo foulard in sottofondo di Woodstock. Un bel coro continuo sottolinea il sorprendente ritornello. “Ooh, Your love is out of my way” ...

“Getaway” sa di Rolling stones delle prime ore, periodo Brian Jones. Al meno il suono delle chitarre ci sono. Soprattutto quella che si satura di feedback e che porta alla fine della canzone.

“Chemistry” a un retro gusto di “Pulp fiction”, di “Reservoir dogs” o di “Little green bag” più ascolto questo album più inizio a viaggiare. Il trasporto e immediato e estremamente preciso nella sua destinazione: Arrivi sempre sul binario giusto. Questa traccia suda del Tarantino da tutti pori.

Poi ovviamente c’è lo Hit single; il monumentale “Rain of weed” con il suo assolo di chitarra, break, poi ritornello ad libitum che lascia la voglia di cantare allungo. “Looking for pot on a Saturday night” sembra un delirio di quale non te tiri fuori... ma la nonna consiglia sempre bene: “Do it at home, do it yourself”. Parole sante. Il video e abbastanza semplice, ma l'enorme numero delle immagini fisse messe in gioco promette un enorme lavoro di edizione.

“Hot Camping” e un lento che arriva giustamente in mezzo a l’album. La voce di Marcello esplora i bassi e si avventura dal lato cavernoso della forza. È accompagnato da discese progressive di basso e di cori colorati come in “Bong” (non son andato troppo lontano per le referenze questa volta)

Giro di forza alla Maciste: per il triplice omaggio ad artisti Italiani in una sola e unica canzone: Vasco: “piccolo spazio pubblicità”, Elio “zigu zagu, zigu zagu” e Jiovanotti “scratch DJ prezioso, o quasi” su l’inaspettato “Chill out” che lascia un bel spazio alla chitarra solista. Miscela stranissima di scratch, di colpi di chitarra con eco su ogni “bar”, e voce di crooner danno a questa traccia uno statuto d’alieno in mezzo a l’album. Colpo audace che ha fatto centro nel Wyznoscafo; siamo conquisti.

Altra lunga introduzione lenta per “Freak”. La canzone s’intensifica sullo stesso tempo durante gli versi per prendere un po’ di corpo aiutato dalla batteria.

Move your head to right, turn your head to left my baby, here's your favourite meal, pure young mom milk, oh daddy” ci invita a raggiungere la “Hunger dance” o ballo della fame del neonato. Il ritornello e punteggiato di “wuu wuu, wuu wuu, wuuuuu” misteriosi, da non potere determinarne con certezza l’origine... Voce? Chitarra? Tastiera? Non c’è tempo per pensarci troppo affondo, l’assolo psichedelico di chitarra prende il sopra vento per portarci verso un inizio-fine di bel effetto.

“Radar” e una canzone che lascia un bel rilievo nell’ascolto in loop dell’album. Nel branco ancora non definito di canzone che girano per ore nelle mie cuffie, si distacca leggermente. Portato dal suo ritornello particolare: “Ahu! Give it to me now” portato a forza di braccia da un esercito di cori che spalmano dei “aaaaah” intorno chitarre più psichedeliche che mai e la voce di crooner che sussurra “I got a radar”. Un gran colpo, niente di estremamente innovativo ma fatto nelle regole dell’arte con un fioco in cima.

Addio finale al planante ambiente per finire in bellezza su “Panc” un bel upbeat energetico. Il “mosh pit” ci chiama. Del resto, tengo a dire qua, che Io preferisco ballare il pogo davanti al palco. “Mosh” e la versione americana del pogo nato nel 75 a Londra. La traccia di appena due minuti si termina sul rumore quasi bianco di un amplificatore di chitarra lasciato acceso...

Il secondo album dei Magic cigarettes non solo conferma il potenziale della band, ma conferma il gruppo in una posizione di conquista di un’udienza sempre più larga. Questo album e più che piacevole ed immergersi dentro porta momenti di esaltazione e voglia di ballare, di muoversi... Il varco del genere “garage” sì è aperto e comprare quest’album e la chiave, per del divertimento garantito. “Cooked up special” conferma a l’equipaggio del Wyznoscafo che la scelta di ascoltare solo musica regionale non porta, né a noie, né a inconvenienze. C’è piacere a tutti livelli. A cosa serve ascoltare musica firmata quando l’underground ti regala di tutti tesori che vuoi o puoi immaginare? Mentre ci siete c’è la discografia completa da scaregar su bandcamp. Vai!!!! Name your price! Be generous!

 

Capitolo 63

Jenkins si avvicina verso me con un bel pacco di fogli piegati a fisarmonica che sembrano usciti dal Telex:

- Messaggio sulla rete Flash, Capitan.

- Grazie Jenkins, passa qua. Li rispondo, seduto confortevolmente nella mia poltrona del centrale. Prendo il paco e lego in diagonale il contenuto.

- Grazie. Sara tutto Jenkins. Jones?

- Comandi!

Stiamo cercando la Janet Dappiano. Segnale acustico registrato come Noirêve. Sembra che sia sparita da bandcamp da un po’ e che rilascia un album sti giorni, saprai identificarla?

- Certo signore.

- Capo Centrale, mi guarda in archivio cosa abbiamo su questa tipa.

- Aye aye sir!

- Secondo? Mi porta il Wyznoscafo a profondità e velocità adeguata quando Jones avrà il segnale, l’ultimo segnale registrato e stato in Valsugna. Un live vicino a una piscina... Capo centrale cosa abbiamo?

- Beh, già la Janet le na gran toc de gnocola Capitan! Ha fatto Conservatorio di Musica F.A. Bonporti a Trento, poi studio sulla musica popolare alla Goldsmiths, University di Londra. E accompagnata da varie altre vocalist: Katja Marun, Alice Righi di Ellis, Juno che chiama la dona subwoofer, ha già fatto palco comune con Valentina Nascimbeni ha rilasciato “Ceci n’est plus du folk” ha alzato ovazioni per il suo remix di Candiru “28 ottobre 1985” durante “Interpretano Trentini”. Ha anche fatto Balcony TV con “Sfiorire” con n’altra gran toc de gnocola per presentarla: la Jenny. L’ an passa, in giugno 2016 esce un Ep “Viaggio immobile” e rilascia “Hesminè” a metà giugno 2017.

- Mi sembra una tipa un po’ seria, per bene...

- Beh a guardare il suo avatar su facebook miga tant’. Poi sul suo profilo Noirêve scrive: obiettivi della band? “pitonare”, genere “electroboh”, posizione attuale “orizzontale” ... Le pien de fantasia no?

Sorvolando le produzioni precedenti ci si nota un lavoro profondo di ricerca prima di portare alla registrazione le composizioni. “Ceci n’est plus du folk” per esempio cerca di coniugare canti tradizionale e musica electro. Non specialmente su tematiche gioiose: Sparse di mezzo alle quattro tracce troviamo queste parole: “La figlia dello Re se dà la morte”, “I miei capelli son ricci e belli, L’acqua di mare li marcirà”. Almeno dà una spiegazione razionale sugli scheletri che ballano sulla copertina... Per lo meno, il tessuto musicale che score intorno alle parole definisce già il lavoro di Janet. Il suo stile e già pienamente li, schiarito da un enorme palla di vetro su di quale trova il modo di suonare. Prende tutti di sorpresa con la sua versione di Candiru, durante la sfida di “Interpretano Trentini”, dominando della testa e dalle spalle gli altri lavori proposti, anche di mezzo a risultati mozzafiato come quelli di Eravamo Sunday Drivers, Francesco Camin, Kitchen Machine, Le Origini della specie... Arriva leggera come un fiore, lascia una traccia profonda come un aratro. L’Intel non sa più dirmi quando la grossa palla di vetro si e rotta, ma per una volta ci dà l’informazione giusta: La versione rilavorata di “Sfiorire” regalata a Balcony TV diventerà “Hesminè” su l’album che sarà il nostro rilevamento: Anti pasto su di quale dare un orecchia attenta “Viaggio Immobile” propone atmosfere diverse, quasi influenzate da “Wolf” aka “Persus Nine” Il Mariottino che e andata ad ritrovare durante il Sonar Festival di Barcellona... 

- Segnale! Noirêve nel 245, profondità 015, velocità 4 nodi, distanza 3 miglia, interrompe Jones.

Già il secondo e sulla manovra, Jenkins mette la strumentazione in moto, il Capo centrale si cuffia e si posta davanti lo scanner.... Ci si comincia.

Pero il significato, sia del nome dell’album, sia della prima traccia, mi rimane un po’ ermetico. Tutti decoder e scanner rimangono muti e non danno risposte a l’inserimento dei dati.

- Capo centrale, manda via la rete flash, quei nomi a l’Intel. Che vediamo cosa viene fuori...

Jenkins non c’è la fa più e deve gratificarsi della sua versione:

- Beh secondo me, le un nuovo linguaggio: tipo ti alzi storto la mattina e il tuo taglio di cavei le uno “spettinè” o allora la grana Trentina la puoi anche avere “grattugè” ... tipo cosi... no? 

C’è un lungo silenzio nel centrale e tutte le teste son girate verso Jenkins. Ma lungo, lungo il silenzio... Veramente lungo. Solo la testa rotativa del telex viene interrompere questa pausa che score ancora in noi. Jenkins si alza e strappa il foglio del terminale Flash per estrarne la soluzione:

"In tutto il lavoro, il testo resta sempre subordinato al messaggio insito nella musica: il punto focale è il suono e anche le parole emergono come componenti stesse degli arrangiamenti, materia puramente musicale e non linguistica. Esempio perfetto la canzone “Hesminè” dove prende vita un linguaggio inesistente, basato puramente sul suo effetto sonoro: in tal modo si può trascendere il significato verbale e ricercare un impatto esclusivamente emozionale con l’ascoltatore." Per una volta, Jenkins non era miga tanto lontano. Christian Vander del gruppo francese “Magma” aveva già provato negli anni 70 di cantare in “cobayen” ... la moda torna, visibilmente.

Janet propone su “Hesminè” 5 tracce cantate da 5 vocalist diverse. Tutto l’album e naturalmente orientato su atmosfere vaporose, luce sfuse, colori pastel, calmo e serenità. “Naviot” e cantato in portoghese da Rebeca Marques Rocha e illustrato da un video acquatico che raccoglie tutti voti dalle sommità musicale Trentine. Su un morbido sotto fondo di chitarra classica, campionati di voce e cori (Juno e Katja Marun) rialzano il ritmo di percussioni vocale... planante. Un angelo Trentino, Alice Righi, si attacca al titolo faro dell’album. La nuova lavorazione di “Sfiorire” e più diretta che la versione di Balcony TV. L’introduzione e troncata per lasciare al più presto il campo libero alla voce di Alice. E qua molto vicina, ci sussurra nelle orecchie li, subito dietro lo scafo del sommergibile, chiama i membri dell’equipaggio ad aprire il boccaporto e a venire a nuotare con lei. L’invito e una tentazione. Siamo toccati profondamente ma la pressione e le leggi della fisica subacquea ci mantengono al sicuro abbordo del Wyznoscafo. “Happy” richiama subito l’atmosfera di “Asleep from Day” dei Chemical Brothers. La statunitense Kirsten Calandra ci porta nel cottone della sua voce, qui la musica si ritira al secondo piano per lasciare la discreta reverb intorno agli vocali dominare la traccia. Ritorniamo definitivamente in terre Trentine per le due vocalist chiamate a chiudere questo capo lavoro.  Arrivata di fresco nell’archivio del Wyznoscafo Sara Picone ci invita a viaggiare intorno alle tessiture del suo canto in Italiano. Profondo e vicino durante i versi poi sfilato e alto per il ritornello.  Il tutto su ritmi di handpan alla moda “Yellow atmospheres”.  La canzone prende un po’ più cadenza dal primo minuto e mezzo in poi. Di colpo la struttura del pezzo prende forma e consistenza per finire su l’eco della voce di Sara. Un bel pezzo. Siamo già alla ciliegia in cima a la torta per l’immancabile ritorno di Adele Pardi per “Aneris”. La sua voce e registrata in un modo leggermente diverso degli altri canti del disco: molto più diretta, quasi senza post produzione, per una bella storia di un pesce o sirena che sogna di volare. Adele a portato il suo cello per la registrazione e sottolineare di fibre organiche l’etere distillato da Janet.

Ecco un album di cinque tracce che rappresenta il primo vero album di Noirêve. Il contenuto e stato lavorato, dosato, pesato precisamente, prodotto con serio. Mette avanti collaborazione serie, scelte di cori e di lead vocals che riflettano nella gran maggior parte la qualità delle vocalist femminile Trentine. E fa molto bene a portare avanti questo potenziale. Sono nomi da ricordare.

- Beh adesso non son bene cosa fare ... Andiamo alla base Nibraforbe? Torniamo da farsi incantare dalle sirene? O rimaniamo sott’acqua per trovare “Saccarine” da qualche banda o gli “Horrible snack” ad Arco???? Eh Jenkins…. cosa diset?

 

Capitolo 64

Jenkins sembra esitare un attimino, ma ci sta pensando, e si vede... Dopo un po’ si avventura:

- Beh, se lei mi chiede Capitan, io andrei su Saccarine, già uno, perché è Lo Fi, e che non ne abbiamo mai fatto, e due, perché l’equipaggio tema che la profezia si realizza di nuovo e che dopo una visita ai Fratelli Omezzolli, il gavitello delle Giudicarie si mettesse ad impazzire di nuovo: Sia Geisterchor o Silent Carrion, hanno tutti la fifa di tornar a pascolare su questi prati neri, se lei vede quello che voglio dire...

- Brao Jenkins... fem cosi, allora!

- Jones? Trovami un rilevamento per Saccarine. Capo centrale, “Baldinazzo, Luca” tirami fuori il file!

- Aye aye sir!

Mentre il capo centrale sta raccogliendo dati come solo lui sa fare, devo ammettere che Luca mi pone un problema di coscienza. Ho già leggermente graffiato, nel passato, certi gruppi Trentini che hanno proposte registrazioni di simile consistenza a quello che “Love gang”, “Terror twilight”, o anche “Twilight kid” (dopo il cambio di nome) e adesso “Saccarine”, hanno proposto durante il loro percorso. Ma mi ricordo anche avere messo in evidenza durante missioni del passato, che anche se la performance strumentale sia un po’ maldestra, ci si può accentuare più altre sensazioni come la tenerezza o il romanticismo se, al meno, l’atmosfera generale delle canzoni ti fa girare la testa, ritiene la tua attenzione, senza potere bene capire il perché. Proprio quello che quel animale di Baldinazzo sta facendo quasi ogni volta. Ecco! Non è forte in musica e fortissimo in atmosfere... Punto. Tocca me adesso spiegare quel pasticcio: Visto da qui, tutti gruppetti che hanno girato intorno alla personalità di Luca Baldinazzo sembrano degli hyper principianti. Il batterista si trova da l’altra parte della galassia da Neil Peart, la lead Guitar e a tre anni luce di Satrianni, la bassista non sa chi e, né Geddy Lee, né Les Claypool, il cantante non è Chris Cornell, poi c’è anche una sega musicale di mezzo.... Ma poi chi siamo noi a impedirli di suonare, con il loro livello, nel nostro mondo libero??? Senza contare che Luca segue tutta un ondata di bands statunitense che registrano canzoni più sbilenche delle mie recensioni: “Rainer Maria” che se ne frega di cantare fuori del accordo come in “Planetary” o “Broken radio”, coltiva l’ approssimazione calcolata dei “Pavement”, o dei “Guided by voices”, segue appassionato, gli album di “Neutral milk hotel” di quale ha tirato fuori il suo “King of carrot Flowers”, si inspira del canto di “Built to spill” nella struttura della melodia... Ecco le sue influenze, quindi dobbiamo accettare che gruppi Italiani trovano un modo di espressione in questo genere di suono. Lo-fi-shoe-gaze-sbilenco-che-ne-so? Pero tu, sei pronto???

- Capo centrale, lei e pronto?

- Mi son pitost un pe dentro, un pe fora... Pero, ecco cosa abbiamo: Love gang: Luca Baldinazzo: chitarra, voce e lacrimosità, Riccardo Fichera: batteria e competenza, Francesca Stelluti: Basso, stile e glockenspiel, Margherita Ferrari: Sega musicale, voce e mugolii(?), Giordana Rigo chitarra elettrica e téchne(?). Hanno Un Ep di 4 tracce “Non e amore” in quale appare anche Chiara : percussioni, leadership e glamour. Poi quasi gli stessi fanno Terror Twighlight,  Francesca Stelluti basso , Bernardo Armani batteria e rilasciano 4 singles disponibili su bandcamp:

- Aspetta capo.... mugolii... téchne... cos’e sta roba??? Si soffia dentro? Si fuma???

- Nessuno lo sa... dicevo, 4 singles: “Menta” del novembre 2014, “Hide with me” e “King of carrot flowers” del Dicembre dello stesso anno, poi “Bunk bed” nel gennaio2015. Poi sicuramente stanchi di essere preso per un gruppo di Death Metal, che sacrifica animaletti su un altare pagano in fondo al giardino, prendono il nome di “Twilight kid”. Due membri della band si staccano per formare “Botcha Panotcha”... Saccarine e attualmente solo Bernardo Armanni e Luca Baldinazzo che si sono registrati l’album ogni uno a casa sua, con il materiale a disposizione. Jones interviene al momento giusto:

- Segnale! Saccarine nel 240, velocità 05, rotta nel 023, profondità 015.

- Secondo li lascio la manovra. Calatevi de drio che cominciamo. Solo scanner e decoder audio...

“Emotional workbook” arriva con una consistenza più affermata che le precedenti composizioni rilasciate su bandcamp... Diciamo che erravano ancora più “artigianale” di quello che gli Ome brothers hanno rilasciato prima della loro maggiorità. Tutto “Terror twilight” può almeno essere ascoltato a volume minimo, su l’autostrada, a chiodo, con le finestre aperte. “Non è Amore” rimane tenero nel suo contenuto poi la sega musicale da un giro buffo a tutto l’EP. “Addomesticare Montagne” su Balcony TV crea la diversione nella scelta della lingua in quale scrivere o comporre canzoni: Con Luca siamo sempre a un bivio.

“Glowing eyes” apre l’album in due parti, con l’eterna sega musicale che sentiamo ancora una volta. L’influenza della lo fi statunitense e palpabile in tutto l’album e armonie fra il canto (un po’ più solido ma nono troppo) si inseriscono fra la voce raddoppiata e le chitarre, ed e il punto forte di questo opus. Ci si respira della pop a tutti livelli. Una buona parte del grossolano originale sparisce con questo album, ma non del tutto, se no non sarebbe “clumsy enough” per chiamarsi “Saccarine”. Mi sto chiedendo se e stato tutto lasciato cosi appositamente, come un’impronta digitale, una firma genetica, un tratto di carattere. Comunque l’album intero rientra molto più in riga, per il piacere di tutti. La ruga dell’uditore, fra le due sopracciglia, rimane molto meno apparente.

“Glowing eyes part2” ci gratifica anche di uno callo di ritmo nella sua parte finale storia di evidenziare i vocali. A dire la verità mi piace.

“Privilege” ci riporta verso la sperimentazione di accordi dissonanti nella sua introduzione. Ci sono pero, delle tecniche di giustapposizione del canto che mi ricordano Alanis Morisette certe volte, ma la ruga fra le sopracciglia riappare a 2.25 con un esperimento sonico off beat, off tune, off tutto. Con Luca va di moda.

Nonostante la sua introduzione esitante di batteria “The registry of middle school crushes” rimane la mia traccia preferita dell’album. Qui, Luca conferma di essere forte in atmosfere.  Abbiamo un bel pezzo pop che rivela belle armonie, doppio canto dosato e giudizioso, voce più posata.

“Hide with me” gradisce una spolveratina, di un’esecuzione più accurata e di una registrazione più brillante e sollevata che la versione di 2014. Peccato che la fisarmonichetta sia sparita in questa versione. Per lo meno la ricetta del coro che svaga intorno alle tonalità del canto principale funziona bene per amalgamare tutte le sonorità assieme.

“Secret place” ci gratifica di un’altra introduzione esperimentale, per un lento che merita un’attenzione più accurata dell’aspetto repellente della sua introduzione.  Il ritornello e costruito molto bene, le chitarre sono dosate e il decrescendo cade sulle spalle come un vestito tagliato su misura: “This place is crowned, it’s going to be my hideaway. I can scream and nobody hears me. I come here whenever I want it. I can scream and nobody hears me”.  Il tutto alla moda sbilenca, ma mi sento a casa fra queste delimitazioni.

Un soggetto caro al mio interesse: la fisica quantistica e il “Emotional quantum entanglement” (due particelle che conservano uno stato, in rapporto a l’altra parte della copia correlata, a qualsiasi distanza, anche da l’altra parte del universo)  bella allegoria lirica per descrivere la relazione fra due persone in quello che Einstein descriveva come “Spooky action at a distance”. L’esperienza che ho accumulata oggi mi permette di affermare, secondo la legge del Wooz, che umanamente solo UNA persona/particella risente questo stato... e scrive canzoni, l’altra se ne sbatte allegramente. “Clumsy” inizia con una verità scritta: “Lately I noticed how the words that you speak, they no more harmonize with my strings”. Descrizione introspettiva della dipendenza fragile e maldestra alla relazione sentimentale.

“Bunk bed” accoglie con gioia un’iniezione energetica e un’orchestrazione più accurata, dalla sua versione originale (e artigianale) del Gennaio 2015. Storia di dare un po’ di spessore e di profondità di campo alla composizione originale. Un’altra buona versione della canzone con l’immancabile sega musicale. Bel finale con l’ossessivo “I forgot how to remember” declinato ad libitum sotto tutte le forme possibili.

“Psyco” e articolato intorno a frase corte e da una cadenza particolare al canto. La difficoltà di sincronizzare registrazioni fatte a distanza e senza “pista click” di referenza e qui, palpabile.  Per questo molta gente non si preoccuperai di scavare un po’ di più quello che questo alieno di Baldinazzo ci propone. Ci vuole spesso volontà per non togliere le cuffie ma ed entrare come nell’acqua fredda di un lago di montagna. Una volta dentro si sta bene. O quasi.

Secondo me fuori dal binomio che ha registrato questo album, Saccarine deve orientarsi verso la scelta di un membro del gruppo capace di portare dal vivo i cori registrati in questo album cercando di rispettare le armonie al meglio. Chi si aspetta di trovare qui un album con un anno e mezzo di post produzione, passa il suo cammino, guardano il naso in su, le guglie dentate, che ne balsa sempre la pena. Chi vuole lasciarsi trascinare fuori dal lucido riflettente delle registrazioni sotto microscopio si avventura un po’ più vicino a l’abisso pluridimensionale che Saccarine vuole proporre. Pero attenzione... non è tutto consumabile come musica da supermercato.

- Secondo metta il Wyznoscaffo in rotta per la Base Nibraforbe.

 Ci si torna a casa per rifornimento.

 

Capitolo 65

- Capitan, so che stiamo tornando alla base Nibraforbe, ma ho un segnale interferente generale...

- Interferenza???Binario morto?

- Hmm... no... Viene da tutte le direzioni... meglio se prende le cuffie, Capitan...

Mi metto le cuffie in testa... c’è un baccano incredibile.

- [...] Cos’e sto “despacito”, dispiaciuto, disparato, da tutte le parte? A la salsa Hard, rock, rap, jazz, nonnine che ballano su facebook, bonazze in mezze a scariche, e tutti a far cover, di qua e di la???... Jones, registrami lo spettro del segnale e creami un filtro su questa frequenza e su tutte le armoniche scendente e ascendente dallo spettro, che navighiamo tranquilli.

- Aye aye, sir!

- Poi ste cagate estive sono sempre una diversione per nascondere qualcosa di più importante tipo: “Andate a ballare mentre stiamo alzando gli tassi di interesse di un punto” o qualcosa del genere... Capisce? Se io voglio rubarti qualcosa in tasca con la mano sinistra, con la destra ti faccio valla-varda-li-che-le-bel... eh! Sveglia!!! C’è qualcos per acqua [per aria?] che non so... Capo centrale! Giro raccolta di segnali da gavitelli! Secondo! Ivan il pazzo subito! Li lascio la manovra. Jenkins! Tagliati i cavei! E accendi la strumentazione...

Ivan il Pazzo non è finito che:

- Siamo seguiti! Esclama Jones! Firma sonar dei Horrible Snack! Sembra che ci stanno de drio da n’pezot!

- Ecco cosa c’era di importante! Decoder audio in parallelo. Scanner, interferometro e doppler!  Cominciamo da subit!

I fratelli Omezolli e Gioele Mallorca ci stanno seguendo da febbraio... Esattamente da quando la Demo di “The moon is a biscuit and rises over Monte Brione” e uscita. Pochi privilegiati hanno avuto accesso a questa registrazione artigianale ma l’archivio del Wyznoscafo ne rinserra una copia sotto la custodia del Capo centrale. Ecco la ragione per quale il decoder audio e in parallelo. Pero l’unica cosa che l’ascolto in parallelo, delle due registrazioni, ci può rivelare e che il trio prova a tutti costi di non assomigliare a nessuno. E ci mettono tutta la loro energia. Questo si manifesta nel fatto di includere tutti trucchi del mestiere, nello scrivere della partitura, includendo stacchi olimpici, breaks micidiali, accordi saturniani, note sincopate su accordi dissonanti, cambi di ritmi quantistici. Se ci fosse possibilità di distaccarsi dal branco dei gruppi rock o punk, scavando un tunnel dalla fine di una canzone verso l’inizio, i Horrible snack sarebbero vestiti da minatori da un bel pezzo. Poi non so dove sono andati a pescare un tipo come Lorenzo Doppia F per condurre le registrazioni, visto le tecniche impiegate per registrare l’album. Del resto un commento facebook come: “Piff, miglior fonico punk italiano” pizzica la mia curiosità. Poi, le foto pubblicate sulla pagina facebook del trio, danno un odore di esperienza e chilometraggio a questa faccenda.

“An indian alcoholist” apre l’opus con la carica dovuta ed evidenza al meglio il fatto che Seba si e totalmente impadronito del suo strumento e le raffiche che la sua rullante riceve sono qui per testimoniare.  Poi, sembra che gli due fratelli hanno un solo e unico passa tempo, durante il quale non hanno paura di scambiarsi gli strumenti, e lo provano durante il loro passaggio su Balcony TV . La canzone ritiene veramente l’attenzione nella seconda meta 1.30 quando Seba sostiene della voce il canto del fratello per portare la traccia fino alla sua conclusione.

“Until {Time} [[[1.2.3:[]” propone uno spazio de-cucito e ricucito, non seguendo le righe. Gli stacchi sanno smembrarsi per ricomporsi. Questo difficile esercizio di stile e portato avanti con una mano sicura, non si sentono esitazioni. Il gruppo lavora sodo su quello che crea. Bel pezzo innovativo.

“Abstract Empathy” stupisce dalla sua introduzione quasi dinamica che decresce nel tempo per camparsi, in un modo particolare, su un tempo calmo. Anche qua ci si esplora i sentieri laterali e le chitarre e voci svagano in cambi di ritmo, misure destrutturate, assoli dissonanti. C’è sempre una dose di originalità rinserrata su ogni pezzo.

“Moons are biscuits”  dimostra il lavoro della registrazione guidata da “Piff” paragonato alla versione demo e molto più ordinato e pulito. Lorenzo ha saputo canalizzare l’energia del trio. Una bella batteria decisa e precisa introduce una voce un po’ meno aggressiva che sulla demo. La traccia ha qualche odore di Hendrix verso 1.35 che è da non crederci. 

“Monte Brione” ha una struttura la più classica dell’album. Non è troppo punk, ma si orienta verso il pop, nonostante un avvicinamento quasi progressista nella sua costruzione e nell’assolo di chitarra. Sebastiano prende qua i suoi gradi di batterista, come su tutto l’album del resto... quasi, quasi preferisco i vocali della demo che sanno avventurarsi un po’ più negli alti, per la parte di Sebastiano. “Temptations are now coming from the West Harbour” e un mid tempo quasi ballante che perde leggermente nell’ordine e la pulizia della registrazione. La versione demo arruffata e stonata nei canti, aggancia più l’orecchia e il chorus di chitarre su l’assolo porta un disordine più interessante che la versione dell’album. Prova che le impulsioni creative non possono sempre stare in riga... senza perdere un po’ di emozioni nel processo.

“Egyptian Bawls” riparte su un tempo più dinamico (leggermente più rapido che la demo) e una voce più grintosa e ci guadagna tantissimo. Il suono e più chiaro e distinto.  L’energia e sprigionata e più mordente. Un’altra traccia con i fiochi e in cima, un bel finale.

“Bittersweet question” e un rock grintoso che si apre con un’introduzione a l’aspetto cacofonico, che sembra essere un ingrediente che il trio ama includere volentieri nelle sue composizioni. Nonostante l’apparente disordine dei suoni e l’aspetto dissonante della traccia, la partitura e lavorata ed eseguita con precisione, senza perdere un grammo di grinta. Un gran bel lavoro di Piff su questa traccia.

“Bipolarism” e un pezzo al gusto garage che lascia l’uditore svagare allungo allo divago vocale di Edoardo. Poi lascia posto ad un’opera che si vuole maggiore nella sua durata e nella sua struttura. “When the spaceman watch the Spacestuttle burn” un pezzone di più di 10 minuti. L’opera audace nella sua durata si avvicina a pezzi rock dei anni 70 e si scompone in vari movimenti, come ogni gran pezzi progressista che si rispetta. Una domanda in sottofondo rimane: Perché un giovane gruppo come I “Horrible Snack” si attaccano ad opere del genere? Beh semplicemente perché possono farlo e proporre qualcosa che rimane composto e intero nonostante una struttura complessa, e vari movimenti di essenze diverse. La base di questo e la catastrofe del 28 gennaio 1986 in quale Challenger esplode dopo 73 secondi di volo.  L’importante da trattenere qui e la miscela incredibile di influenze e modi di suonare questo pezzo: Rush, Pink Floyd e Led Zep per lo meno. Un po’ uno per la struttura, l’altro per le planate di chitarra, il terzo per la grinta messa avanti. Questa traccia ed importante per vari motivi. Sia per la destrutturazione del primo minuto, o per la capacita dell’uditore di immaginare varie fasi della tragedia attraverso le spiagge strumentale proposte. Varie in tessiture come dopo il terzo minuto e mezzo, fino al sesto minuto. La traccia qui, sembra finire per ripartire ancora più alto ed incorporare suoni quasi sintetici. 8.41 riparte con una energia raddoppiata per concludere il pezzo in un decrescendo di tempo ed energia come per figurare la ricaduta al suolo di pezzettini di quello che era un’immensa e potente creazione, fierezza di una nazione intera. Da mostro di potenza, a bricioli di tristezza.

 L’album si conclude su questa opera maggiore e lascia una nuova porta aperta verso un orizzonte ancora più largo di prima e di fronte a quale i “Horrible Snack” son liberi di scegliere in quale direzione andare.  Il trio fa un altro passo avanti su questo album. Crea la sua identità conservando la libertà di cambiarne a piacere, storia di non mai essere rinchiuso in qualsiasi tipo di scatola. Complimenti.

 - Secondo, rimaniamo sott’acqua o torniamo alla base Nibraforbe???

 

Capitolo 66

[...]

- Secondo, rimaniamo sott’acqua o torniamo alla base Nibraforbe???

- Eeeeeh... Il secondo sta cercando dati sullo stato dei rifornimenti e della calcia sodata prima di rispondere. Jones lui, mette tutti d’accordo: Senza l’ombra di un dubbio, esclama:

- Segnale nello ZERO, rotta nello ZERO, ZERO 1, 10 miglia, velocità 10 nodi, profondità ZERO 50...

- Ma e davanti a noi!?! Ostia! Avanti tutta! Hai una firma sonar, Jones?

- Segnale nuovo... con pezzettini di VetroZERO dentro...

- Capo centrale! Voglio dati, da ieri sera...

- Aye aye sir!

Ci sono stati pochi movimenti dopo lo scioglimento di “Vetrozero”. Hanno concluso la loro carriera con un album magnifico “Temo solo la malattia” in quale troviamo pezzi notevoli come “Contagocce”, “Il Mostro”, “Biarso”, “Grisou” ... Alessio Zeni il bassista e stato visto in giro con "L’Ira di Giotto” in compagnia di Mauro Cont, si trova adesso in una nuova formazione con Simone Gardumi del Nucleo Creativo Sardagnolo. Daniele Bonvecchio, il batterista, si è tuffato sotto il fascio del radar. Glauco Gabrielli si è concentrato discretamente nella scrittura di “Fiori di testa”. L’album arriva dopo una serie di tracce single rilasciate gradualmente sul tubo, con un video da sballo ogni volta per illustrarlo. Iniziamo molto discretamente due anni fa nel settembre 2015 con l’uscita di “Skit”. Poi pian pianino sporge “Via di qua” nel maggio 2016. In Agosto 2016 ci arriva il magnifico “Orient express”. Dicembre ci regala un cristallo di Natale nel martellamento di “Questo non e pop” . Poi per concludere una ciliegia sulla torta: “Nato di pancia” nel Marzo 2017 mette tutti d’accordo e fa girare le teste nella direzione di Glauco: ma c’è un album? Il rilevamento e davanti a noi, e prende forma mentre ci avviciniamo. E Nero... Ma nero scuro e opaco. Dalla cassetta del CD al CD stesso, poi da l’inserto al contenuto, e tutto nero. Come la lastra di piombo che vediamo su orizzonte del nostro futuro. E sono dello stesso umore... Questo disco e inserito nell’aria del tempo: Co-scritto da Fabio De Pretis e registrato al Blue noise. C’è gente seria che suda sul mixer per estrarre il meglio del Glauco. 

- Jenkins! Scanner, spettrometro, decoder audio in funzione si comincia.

- Aye aye sir!

L’ album stesso e quasi tutto elettronico, con una spruzzatina di chitarre a momenti strategici. È articolato intorno a sequenze scure, pesante, ricorda certi “Dépêche mode” del periodo “dark” con le sue linee di bassi potente, e profumato di “SIN” nei suoni distorti, l’atmosfera generale sa di “Nine Inch Nail”. È scuro, e contiene beats convincenti, i testi sono declamati su un tempo potente e inesorabile ma non è quasi mai rap.

“Questo non è pop” ci prepara al contenuto del disco. Una sequenza monocorde e l’armatura su di quale si deposita il canto e le spiagge di tastiere. La voglia di staccarsi di una realtà, diventata insopportabile, si definisce attraverso i versi. “Palloncino pieno d’elio portami su Marte[...] lontano di chi vende tua sorte a carte”.

Quelli stessi che fabbricano la precarietà organizzata di “Skit”. Il 21imo secolo non è più secolo di progresso, ma di povertà organizzata anche se hai un lavoro. La tua dignità e sparita, calpestata, diluita nei profitti di chi ti dà il posto. La disoccupazione e controllata per tenere gli stipendi bassi, le tasse alte, e ridurre la scelta dell’impiego a uno straccio in forma di sopravvivenza: “Tanto ci sono 50 altri che vogliono questo posto di lavoro...”  Secondo me non ne abbiamo ancora visto la fine. “Non sopporto le domande che fai: ma un futuro c’e l’hai?” Le parole cadono su quel ritmo medio, con la precisione della micro-meccanica.

Il risultato e la voglia di andare “Via di qua”. La traccia e costruita su ritmi meno meccanici, gli synths aprono frase più melodiche. Lo spazio si apre un po’, il canto si distacca un po’ più del rap nei ritornelli: “Invece resto qui, spreco un’altra chance, di andare via di qua”.  Passato di moda il “Vado in Messico” di Vasco, ora si mira più al sud a Panama... l’unico problema e che parti con te stesso nei tuoi bagagli, e che rischi di ritrovarti proprio lì quando le riapri... “L' Italia sembra l’Africa” neanche qui, non ne abbiamo visto la fine.

Poi, Il basso distorto di “Orient express” riprende i comandi per questa traccia puramente MONUMENTALE. Tutto “Sin” “NIN” e “Dépêche Mode” e concentrato qua dentro, in mezzo a uno spruzzo di parole al vetriolo: “A certi stronzi come te, Io taglierei la testa”. Una tastiera chiara e alta sorvola piacevolmente, persa nell’eco, la potenza della lignea di basso per accentuare l’atmosfera scura un po’ di più, per in fine condurre questo trita budella ambiente, verso una voce urlata e saturatissima: “Tutto quello che riesco a fare e odiare sempre di più.” Premere riplay ossessivamente su questa traccia e un gesto normale. Ascoltare in loop e riservato solo a chi vuole immergersi nel suo proprio lato oscuro, come in un bagno caldo.

La cadenza di una declamazione alla “Yello” ci invita a dondolare con il ritmo. Ci si balla. “Nato di pancia” prende alle anche e fa battere del piede. Una chitarra funky si incarica delle rifiniture. Hai subito voglia di dancefloor. Questo e un hit. Non fa una piega.  Affiderei quasi una “Extended version” a specialisti del settore.... merita veramente.

Prima traccia strettamente riservata agli possessori della versione fisica dell’album “Nessuno” porta alla fine degli aperitivi, delle alternative, dell’immunità, delle garanzie, della sanità. E un mid tempo ballabile su un testo a cavallo tra rap e canto. “Pandora a un vaso ma pieno di schiaffi, la verità e solo una scarpa che allacci”.  Tanto, soli o non, ci rimane il telefonino. Quello sì che ci ama.

Il ritornello dello stupendo “Waltz” aera un po’ la fine dell’album. La traccia contiene due versi in quale la piena strumentazione riempie solo la seconda meta, evidenziando il testo della prima parte, sparato su una base ritmica nuda. Nuova versione rivisitata del famoso “Veni, vedi vici”, che rimane un po’ sull’aggressivo nel testo: “A farti gli auguri ti mando Tyson”.

“Fine della festa” si appoggia sul rumore di un meccanismo d’orologeria, ed e un lento pesante e potente. Anche qua partire, emigrare, sparire, scappare, sparire, fuggire. Il soggetto il più ribadito dell’album e ripetuto un’ultima volta. Storia di inchiodare per bene il concetto. Via di qua. Sprechi un’altra chance o fai il salto?

- Ostia de album, conclude il secondo mentre gli ultimi dati sono trattati dal computer centrale.

- Vero! non c’è una canzone media in questo album. Tutte le tracce possono pretendere ad essere un single e portare successo, talmente la qualità e presente ovunque, da cima a fondo del disco. sicuramente un pretendente al titolo di “Album del Anno” in competizione con “Geni compresi” dei Supercanifradiciadespiaredosi, concludo con convinzione...

- Magari l’ven fora un altro album prima di Natale e che metterà tutti d’accordo, lancia Jenkins, un po’ diffidente.

- Si, magari e possibile e magari lo spero... Solo per vedere... torniamo alla base subito che siamo anche poco distanti e stacchiamo per un bel po’.

 

Capitolo 67

Staccare... pensa te! Staccare. L’equipaggio e stato a casa per pochi giorni in famiglia, che già l’Intel viene ad interrompere un calmo meritato. Una missione in ritardo, un gruppo importante e conosciuto. In un sospiro siamo sott’acqua nella nostra latina di ferro... Jones non fa fatica a ritrovare la firma sonar del nostro obiettivo. Otto album et EP’s sono già stati passati sotto il microscopio della strumentazione di bordo, e possediamo tutto Bandcamp e qualche altri album nell’archivio. Basta aspettare il momento giusto per prenderli in filatura.

- Riposo, capo centrale, la “Casa del mirto” non ha più bisogno di essere presentata. Abbiamo coperto missioni su più della metta della discografia... Siamo in paese conosciuto adesso. Secondo? Li lascio la manovra per piantarci dietro e mettere la strumentazione in moto...

- Aye, aye, sir!

“Monochrome” presenta una cover senza il nome del gruppo, né titolo dell’album. Solo l’immagine di una faccia ricoperta non da due, ma da quattro mani (pulite?). E uscito a Luglio scorso ... e Jenkins porta tempestivamente una notizia sorprendente:

- Messaggio dal Intel sulla rete flash: “Tutte le tracce dell’album sono l’oggetto di un video sul tubo, tutti in scale da grigio. Non manca una traccia. Ecco i codici di accesso per vederli:

- Grazie Jenkins... Secondo? Abbiamo uno schermo da qualche parte per decodificare i dati? Non abbiamo mai fatto qualcosa del genere prima... perché.... non abbiamo mai trovato un album intero illustrato da un video su ogni traccia. Cosa ne pensa?

Il secondo non esita un secondo:

- E un’opportunità senza precedente per noi. Che missione!  Trovo un monitor da qualche parte e lo faccio collegare al computer centrale, Capitan!

Siamo in pochi a potere piantarci davanti al monitor, i dati del decoder audio e dello scanner arrivano nel centrale, mentre seguiamo il nostro rilevamento nella sua scia... Nen!... Fem!

Questo opus si distacca delle produzioni precedente, nel senso in quale non si ritrova più il formato degli piccoli croccantini pop come nel tempo di “Taxus baccata” o di “Recover”... Come se questo album fosse un po’ più destinato a DJ’s o a chi frequenta i “Clubs” abituati a tracce lunghe. Notiamo che già per il passato la “Casa del Mirto” ci ha gratificato di perle di questo tipo come “Is the sea everything” senza pero consacrarci un album intero.

ASD” apre l’opus con spiagge di suoni su.... una spiaggia di mare a l’alba. E un pezzo senza ritmi definiti ma offre una cadenza ripetitiva che prende corpo mentre procediamo nella traccia. Sono quasi felice di notare che ASD rimpiazza con stile e classe l’inossidabile “intro” a l’inizio degli album. Non penso che ha un significato particolare, e per caso, sono le tre prime lettere che si trovano nella riga di mezzo su una tastiera Inglese del tipo “qwerty”. Sul video passano pochi umani, un po’ di uccelli ma tante forme geometriche che invitano al viaggio nell’iperspazio. Una sequenza saluta il sole che spunta.

Hunter” ci tuffa senza esitazione in ritmi e sequenze che ricordano I “Underworld” periodo “Dubnobasswithmyheadman”, sulla lunghezza delle sue quasi 7 minuti. Gli cerchi eccentrici che si allacciano sullo schermo in bianco e nero invitano a l’ipnosi, tutto come il ritmo tribale e la voce che sorvola dolcemente il tutto. Tutta questa ripetizione ci porta in una trance, che dà l’illusione di un pezzo relativamente corto, talmente la fine suscita la voglia incontrollata di sentire il pezzo continuare.

Monochorome” e un etere di spiagge di tastiere, punteggiati di rumori marini profondi su di quali vengono agganciarsi briciole di bassi o percussioni per dare struttura al un pezzo piuttosto planante. Poche le parole: “We never change our minds, we’re always here for you”. Le immagini invece non hanno niente di marino; tutto al contrario. E la risalita contemplativa, a bordo di uno drone, di un corso d’acqua circondato da pini alti, che cade giù dal “Triple peak” su l’isola di Vancouver fra ruscelli e cascate che corrono sulla roccia nuda.

Blackish” e un mid tempo trattato nello spirito “Lounge” o “Ambient”. Un “buzz” nel tono di un nido di vespe, invade la quasi totalità della traccia, sfumandosi occasionalmente in rari posti. Una voce persa nell’eco appare distante e irregolarmente nella partitura. Il video e affascinante, e descrive l’uso della fluorescenza naturale utilizzata a traverso tutto il regno animale, sia per difendersi, cacciare, accoppiarsi, attirare, rimpellare. Affascinati puntini di luce nell’oscurità il regno animale merita più rispetto che l’uomo dimostra nei suoi confronti.

Traccia tradizionale nello stile Casa del Mirto, “Substitute” appare qui come un alieno. Ecco finalmente una canzone costruita su modelli più tradizionali. Versi, ritornelli, ponte musicale, durata classica, “Substitute” sembra essere una composizione proveniente da un altro album. Una specie di Drum and bass senza essere un drum and bass, con un retro gusto alla “Kosheen”. Il video tratta sicuramente di contaminazione batteriologica. Un giovanotto a l’igiene dubbiosa si alza e prosegue nella sua giornata contaminando a contato amica e amici. Si auto contamina mangiando e finisce a l’infermeria con la febbre. E- coli, anche di produzione propria, fa danni seri. Lavati le mani...

Redrosid” e l’ovvia anagramma della traccia seguente: “Disorder” ed e anche il déjà vu della traccia suonata al rovescio. Vecchio trick già utilizzato (Red lorry yellow lorry, Stone Roses, etc) si distingua del resto essendo felicemente la traccia la più corta dell’Album (1.17). Il video coinvolge vari comparsi in un centro commerciale e si focalizza in grosso piano sulle loro particolarità. Il personaggio centrale, un ragazzino scoppia in una crisi in mezzo alla hall principale del complesso.

Disorder” si nutre di nuovo di una atmosfera alla “Underworld”. E un beat ballante. La partitura e spogliata e ristretta a qualche rumore in contorno a un ritmo ossessivo. Una voce stanca declama frase di cinque sillabi. Il video notturno e girato in una macchina nel Galles nella direzione di Llanfairpwllgwyngyll. L’immagine raddoppiata, dà il senso della stanchezza del autista e delle allucinazione notturne durante la guida. Magari fino ad arrivare alla stazione del paese che si chiama: “Llanfair­pwllgwyngyll­gogery­chwyrn­drobwll­llan­tysilio­gogo­goch” e di chiedersi ma dove cavolo son finito?

Colors” e dello stesso tessuto. Beat ballante ipnotico su un tris di note ripetuto a l’infinito. Parole rare e ripetitive. Miscela per il video: immagini del raduno del “Burning Man”nel deserto del Nevada con sovrimpressione di immagini generate da computer.

DNA” mi porta a un’altra soddisfazione: l’Outro, usato fino alla corda, gradisce qui di un titolo. DNA! La traccia cambia atmosfera nel suo cammino allungo suoi 3 minuti e 25. Dopo 1.19 le sequenze ritmiche campate nei bassi, lasciano un campo aperto per uno svago più calmo, dominio di suoni rovesciati e di sequenze discrete. Le immagini sono il frutto della gestione di una quantità matematica chiamata “infinito”. La creazione del “fractal world” dipende di algoritmi, per creare universi in spazi ridottissimi, e alla stessa scala dello spazio infinito. Un universo a scoprire per il viaggio interno, aiutato da inalazione di chicche a composizione vegetale locale. Solo per la spinta giusta. Mettiamo le cose per chiaro. Tutti video, presenti qui, hanno un’altra origine sul tubo, sono soggetti già trattati e diffusi sul web. Per il risultato finale la combinazione di due o tre sorse, o anche il raddoppiamento della stessa fonte, conduce al risultato finale. È bastato semplicemente a la “Casa del Mirto” di produrre le immagini in scale da grigio, o in bianco e nero se preferite. Il risultato non è qua per ricevere un premio per il video dell’anno, ma serve solo a creare un’atmosfera ipnotica, che incoraggia a chi passa sul tubo, di saltare da una traccia a l’altra, rimanendo nella tematica “Monochrome” dell’album. Ritengo questo una buona idea, anche se può essere giudicata “cheap”. Scegli il tuo campo, camarade!

- Ferma propulsione... Lasciamoli nar avanti un po’ prima di cambiar rotta. Jones? Dammi un colpo di sonar in giro che vediamo cosa c'è intorno...

 

Capitolo 68

[...] Jones e isolato nel suo silenzio, e inchinato sul suo desk occhi chiusi, concentratissimo. Alza l’indice dopo qualche minuto, rimane in silenzio per qualche secondi... Poi, una volta sicuro di sé:

 - Segnale! Nel 090, distanza 45 miglia, rotta nel 273, velocità 05 nodi, profondità 120... Nuova firma sonar, la metto in banca dati...

- Vengono su di noi! Ci hanno sentiti?

- Non sembra... siamo fermi propulsione e son distanti... Il computer decripta “Pugaciov sulla luna” e “Otterloop” nella firma... 

 - Passeranno davanti a noi... Svuotare MOLTO lentamente i ballast fino a profondità 120, le prendiamo in caccia da quel momento. Capo centrale?

- Son già sul caso Capitan! Eco i primi dati: Dall’aprile 2016 parte da Riccardo Pro il progetto Samsa Dilemma. Con il chitarrista Daniel Sartori (Otterloop), con l’esperto di programming Marco Ober, e con Enrico Merlin chitarrista experimental-noise. Al violino; Vanessa Cremaschi (Orchestra di Musica leggera della RAI) al pianoforte: il maestro Enrico Dal Fovo. Nel 2017 si aggiungono Fabrizio Costantino al basso e Fabrizio Keller alla batteria.  Su l’origine del nome l’Intel ci manda questo:

“Uno degli incipit più celebri della letteratura mondiale suggerisce il nome del gruppo: il dilemma di un uomo, Gregor Samsa, che come tale si mette a letto la sera e si sveglia al mattino – dopo sogni travagliati – trasformato in un mostruoso insetto. Sono ancora un uomo in qualche modo o sono davvero diventato un mostro? Questo il dilemma che si pone davanti all’umanità intera, mentre scatena i più terribili drammi della storia, materia su cui si riflette troppo poco. Purtroppo non è solo la storia ma anche l’attualità a imporci ancora oggi questo dilemma.”  È tutto Capitan!

- Credo può bastare... hmm... cosa diset Secondo?

- Già il nome del gruppo... C’è sicuramente una grande riflessione intorno a tutto quello che viene proposto. C’è profondità di campo, senso, cultura... le idee mi sembrano esplorate, pensate allungo.

- Maledetti intellettuali! Cominciamo!

Cos’e questo album??? O piuttosto cosa NON è??? Non è per chi cerca l’energia degli amplificatori graduati fino a 11. Non è neanche per chi cerca performance vocali. Non è un concept album. Non è uniforme nello stile, e piuttosto un patchwork di generi messi assieme. Ci si canta in Inglese e anche in Italiano. A guardare la discografia di Riccardo  dal EP dei Pugaciov sulla Luna a “Freestanding”  l ’uniformità non sembra essere una linea di condotta. A l’epoca avevo paragonato “Freestanding” dei Pugaciov a un libro di immagini. “Wake up Gregor” e dello stesso tessuto. Sono scene teatrali, ma si svolgono in un teatro diverso su ogni traccia.

“Fluttering of a Lonely Flag” e il suo mid tempo basso-batteria-chitarre cadenzato dal segnale di un telefono apre il ballo. E un bel pezzo pop che avvolge amichevolmente l’uditore. È confortevole e temperato... Possiamo andare più profondo nell’album, non c’è niente da temere.

“Rotten Underneath” prende una posizione politicamente lucida dell’attualità, su un tempo lento ma muscoloso, quasi “heavy”. Una chitarra, leggermente sbandata alla ripresa del secondo verso, porta per lo meno tutta la traccia sulle spalle. C’è un dialogo equilibrato fra le due chitarre.  La politica in Europa oggi prende il ruolo che la monarchia occupava 228 anni fa. Chi sa dove questa presa per il fondale ci porterà? “I’m sick to see the rotten underneath...

“Inside You My Soul Is Free” un nuovo mid tempo della stessa fattura, ed e anche la prima traccia in quale entra discretamente il violino di Vanessa Cremashi, nella seconda meta della traccia. sicuramente per accentuare il lato romantico del testo. Queste tre tracce rappresentano un blocco di un colore pop-rock.

“Summer's Play” si orienta sul classico, con il suo piano forte, sottolineato di violino. E una traccia calma e spogliata, in quale qualche spiaggie di tastiere sintetiche completano il quadro come uno sfondo di sceneggiatura.

“iProgresso” e il primo testo in Italiano dell’album declamato su un basso isolato: “Il grano no si taglia da solo...” Al secondo verso la traccia si gonfia progressivamente di percussioni, glockenspiel, violino... poi si amplifica ancora al terzo verso, per veramente decollare verso la piena potenza di tutti suoi strumenti. Notevole struttura in quale la chitarra entra finalmente nel secondo movimento della traccia per invadere pienamente il fronte del palco. Veramente Notevole.

 “Close your eyes” e cantata da Daniel Sartori ed e un pezzo senza un colpo di rullante. La canzone calma e portata nella prima meta da chitarre e voce, con un basso discreto in sottofondo. La batteria e il violino entrano assieme a meta traccia senza fare decollare la canzone più di tanto. Deve rimanere tutto lineare... ad occhi chiusi.

“No hate” riprende pero questo colore Brit-pop specialmente dopo 1.24 quando il resto della band viene ricoprire al secondo verso, la voce e il basso lasciati da soli finora. Il pezzo piuttosto gioioso e dinamico, sorprende dalla sua struttura spogliata iniziale.

“Lights Are Changing” e un pezzo di colore classico, calmo cantato a due voce su un tappetto morbido di pianoforte e violino.

“Macerie” invece si distingue del resto dell’album vari motivi: prima dal lato genialmente scucito della tessitura musicale su di quale un testo quasi declamato e depositato: “Ma una domanda banale quanto essenziale mi rimbalza nella testa in questi giorni: Come è possibile che illegalità e volgarità portino consenso?” Freddo campionario della situazione nazionale che riconosciamo ad ogni angolo di strada sul nostro vecchio continente. Secondo, il testo necessariamente lungo e in prose senza rima per finire a dirti: la crisi e un concetto immaginario che scrollano davanti a tuoi occhi per spremerti come un Limone. I messaggi son forti:“Mi rifiuto di vivere in un Paese che sta diventando irreale. 10 minuti di navigazione per trovare video agghiaccianti e sufficienti ad annientare la credibilità di metà della specie umana.” Anch'io sto lì a pensare: “Voglio scatenare una rinfrescante crisi isterica generale.” Ma perché son solo lì a pensare e non fare? Son passati 7.08 e sono ancora lì immobile...

“sNOWy life” contiene la famosissima scena del tunnel dei “Blues brothers” per sottolineare un a traccia pop rock energica e divertente storia di concludere l’album su una nota gioiosa. Il rumore di una linea telefonica tagliata chiude il cerchio. “Samsa Dilemma” appare come un’entità aliena da tendenze e mode generale. Sa distaccarsi del branco già dalla scrittura delle canzoni, poi dalla loro costruzione, registrazione e performance. L’album non sconvolgerà le masse, non contiene un solo “hit single”, non fa veramente ballare, ma sarà li presente, come una referenza anche fra 10 anni.

Jenkins appare con foglie di telex della rete flash:

- Ci sono un po’ di uscite nel underground “Mondo Frowno” e possiamo avere accesso a “Francesco Camin” in pre-uscita, poi c’è attività intorno a Riva: “Jambow Jane” sembra pubblicare un album e sembra che sia il loro secondo... la fine del inverno si annuncia movimentato con I “Bankrobber” e anche I “Rebel rootz” Sembra che “The Bastard  sons of Dioniso” hanno un album. Poi I Joy Holler stan lì a mettere l’ultima mano al loro album... Dove dobbiamo andare per primo capitan?

- Beh in superficie per un momentino, ho voglia di respirare...

 

 

Capitolo 69

[...]Il mare e d’olio, zero vento, la torre si specchia perfettamente nel blu trasparente e insondabilmente profondo che ci circonda. Dagli boccaporti in ambo i lati della torre escono membri dell’equipaggio, meccanici, elettricisti, timonieri, artiglieri, il cuoco, Jenkins... Sono seduti sullo scafo e contemplano l’infinita davanti a loro occhi. Non c’è orizzonte, la linea e sparita... il Secondo spunta del naso sulla torre, stacco un auricolare della cuffia. Sto ascoltando la versione di “Feedback//” che il capo centrale mi ha caricato sul lettore mp3.

- Allora?

- Allora niente.... questo viene scombussolare tutto l’ordine in quale l’anno si è trascorso. Arriva il momento del “Album del Anno”, “Copertina del Anno”, “Video del Anno”, ed ero già leggermente pronto da fine Novembre.

- Hmmm... ostia de album?

- Direi...  Del resto, la ventilazione e a chiodo?

- Si. Abbiamo già rinfrescato tutto il bordo. Vuole fare immersione fra poco?

- Naaaaa... Tanto “MNDFRWN” passeranno a quattro miglia al nord del nostro punto fra tre ore... lasciamoli respirare per un’ora ancora, faccia fare un giro di personale, che tutti si ventilano le narici come si deve...

L’ora passa... c’è un tramonto irreale che rimette esattamente l’orizzonte al suo posto, un po’ di brezza sfuoca lo specchio del mare, i boccaporti si richiudono su l’ultimo entrato, chiudo quello della torre.

- Ferma propulsione, svuotare i ballasti a debito lento fino a quota 050, Jones conferma gli ultimi dati sulla loro traiettoria, Capo centrale... Solo scanner e spettrometro in funzione, Jenkins... Decoder Audio...

- Aye aye, sir!

- Aye aye, sir!

- Conferma segnale nel 205, rotta nel 009, velocità 12 nodi, profondità 080, CPA* nel 358, quattro miglia, 45 minuti, annuncia Jones.

- Svuotare i ballasti a debito MOLTO lento fino a quota 085 le prendiamo in caccia una volta passati. Cominciamo da subit... Solo 5 tracce per questa perla rara, e mi sto chiedendo cosa aspettano per tirar fori un 10/12 tracce, perché visto da qui, hanno la capacita di sfornare un monumento ad ogni traccia... o magari ci vuole tutto questo tempo per scrivere, registrare demo, scartare, modificare, lucidare, armonizzare, impregnarsi, registrare e pubblicare. Mettiamola per chiaro; siamo a livelli di Foo fighters, Stooges e Nirvana con questo opus, niente di meno. Le composizioni sono di questa qualità, neanche un po’ sotto... Livello, dico... Ok, potete darmi dell’esagerato quanto volete, pero descrivetemi quello che non va con loro... Son di Trento? Non son firmati da una major??? E poi??? Poi si capisce solo a guardare la line up; c’è Cont, Negri e Coppola, non sono miga qui per fare maglia. Ci sono adesso domande che mi tritano le budella: a l’epoca dei “Twaddlers” Coppola scriveva al gusto “Strokes” e questo album respira i “Nirvana” da tutti pori... In quale modo definire cosa e veramente lo stile “Mondo Frowno”? Ce n’e veramente uno? Da dove viene il risultato di “suonare come...”? E la scelta della direzione presa già dalla scrittura, tenendo conto di un modello, o e la conseguenza inaspettata a l’ascolto del prodotto finale? Sia l’una o l’altra il risultato e buono ogni volta. Sia con i “Twaddlers” o “Mondo frowno” ... Ed è seccante.

Finalmente passano... Il Secondo si infila nella loro scia. Ci sa fare... Li lascio sempre la manovra.

“1234” e il primo dei questi 5 diamanti. I versi di questo Mid tempo sono immersi in un ritmo sincopato con accenti a mezza misura del più bello effetto. Il ritornello e potente e vocalmente vociferato, il terzo verso e annegato nel larsen della chitarra, chiamato anche Feedback e siamo campati nello spirito dell’album.

“It’s all right” e un bel rock che conferma la qualità di scrittura, anche con un testo volutamente ripetitivo in questo tipo di canzone. Qui la batteria si sfoga pienamente; Mauro prende una posizione preponderante e spalma il suo mestiere a chi vuole ascoltare. Ritorno e confermazione del feedback di chitarra su tutto il terzo verso. Fischia che notizia! E il nome dell’album!

“Pat Smear”e il più “nirvanoso” di tutta questa galletta. Sessione ritmica impeccabile. Abbiamo anche Stefano alla funzione di carpente di tutta la struttura, non temere.... È solido. Notevole la capienza della band di gestire i silenzi negli stacchi. E il contrasto al volume denso che la band propone, come per aspirare l’udienza verso un buco nero... Cadi?  Spalmiamo ancora na bella tartina di Larsen? Dai su! Su il ritornello questa volta, tanto per cambiare. Tanto il finale conclude vocalmente alla Cobain la faccenda.

“Save the world” si articola intorno a quattro strofe soltanto: “Don’t say... I’m not deaf yet. Don’t change... I’m not crying yet. Save, save the world, I’m not dead yet. Dust in mind”. Niente feedback su questa canzone, pero e un peccato perché mi ero abituato. Il tempo e lento ma heavy, la voce e vicina nei versi, ma rauca e potente nei ritornelli.

Canzone la più lunga dell’album con un po’ più di 4 minuti “Billie and the Mads” e la monumentale traccia che ti lascia cadere le braccia per terra.  Semplicemente magnifica di melodia e di semplicità intorno al “ad libitum” di una chitarra folk ripetitiva, solo per seguire più accuratamente le arabesche del canto. Sembra che ci sia il discreto suono di una tastiera ad accompagnare il crescendo. Poi quando decolla, sembra il rombo di un razzo. Sparisce di vista brevemente per tornare frastuonare sopra le nostre teste, una volta poi due, per tornare finalmente ad atterrare tranquillamente da dove era partito, sullo stesso suono di chitarra folk. 

Pero c’è una sensazione di vuoto dopo. Qualcosa di tremendo. Non può bastare. Ho fame... non può decentemente finire qui.... voglio il formaggio e ANCHE il dessert... Voci di corridoio dicono che un album arriverà... Magari nell’anno che verrà....

* Crossing point azimuth

 

Capitolo 70

Jones, al sonar, taglia il silenzio contemplativo che circonda la tavola delle carte:

- Segnali da per tutto! Siamo circondati da bips in quasi tutte le direzioni...

- Ostia. Quale il più vicino?

- Eeeehrm... Yellow Atmospheres e Maria Devigili sono i più vicini. I Yellow nel 245, 10 miglia, Maria nel 095, 10 miglia. Tutti altri segnali, compresi Horrible Snack e Francesco Camin, son sparsi in quel quadrante fra.... 17 e 38 miglia da qui.

- Rotta nel 245...  Occupiamoci di questi novelli prima, ci dirigeremo verso il branco più tardi. Capo centrale? Cosa abbiamo su questa coppietta?

- Questi sono veramente atipici, Capitan: Yellow Atmosferes sono apparsi nei dossier del Intel da più di un anno. E un duo che suona l’ arpa e l’handpan chiamato anche Hang, una specie di disco volante metallico che e la versione converte del concavo Steel pan dalle Caraibi. Anche se esiste la controversa che rifiuta la correlazione fra l’uno e l’altro, la similitudine e ovvia. Il primo era originalmente fatto da corazze di tartarughe, poi più rispettosamente per l’animale, stampato a martellate da bidoni di petrolio di 200 litri. L’hang, lui e recentemente nato in Switzzera.

Ci hanno colpito dal genere musicale proposto e della calma ispirata da quel tipo di suono. Fra le loro apparizioni più importanti; il concertino organizzato in luglio dall’Ammiraglio Giusy Elle “Quando l’acqua incontra la musica” alla piscina di Levico. Un altro concerto a l’alba a 2045 msm all’arrivo della seggiovia dell’alpe Daolasa, e un momento di calma di mezzo al “Upload festival” 2017, per finire una bella apparizione a Balcony TV ... Lei mi sembra di formazione classica, seria e studiosa. Lui lo vedo vegetariano o vegano, olistico, vestito solo di fibre naturale, con una capacita contemplativa di fare girar palle (di vetro). Sembra quasi inevitabile che quel gruppo esistesse oggi; questi due personaggi si conoscono dall’infanzia, da l’asilo...

- Hmmm... a guardare il segnale del decoder audio, sembra un po’ tutto lineare... cosa abbiamo nella scaletta?

- Ecco qua Capitan... disse il capo centrale.

Mi sembra già a prima vista di ritrovare due titoli di tracce costruite sullo stesso principio di “Hesminè” di Noirêve. “Archè” e “Teleutè” sembrano essere titoli scelti per la loro sola sonorità piuttosto che per il loro significato. Ho ancora il telex da l’Intel che ci spiegava: “Esempio perfetto la canzone “Hesminè” dove prende vita un linguaggio inesistente, basato puramente sul suo effetto sonoro: in tal modo si può trascendere il significato verbale e ricercare un impatto esclusivamente emozionale con l’ascoltatore." Mandiamo comunque la domanda sulla rete flash a l’Intel convinti che ci risponderanno un argomento simile. Pero questa volta, il telex sta crepitando e una spiegazione c’è... Alla nostra più grande sorpresa... Kairos e finalmente costruito come un concept album: un ciclo di vita inserito nell’infinito. “Archè” viene dal greco e può simbolizzare l’inizio, la nascita in qualche modo. Prima di questo, c’è di fatti “L’ora che non c’è” che rappresenta il “prima nascita”. “Teleutè” invece sarebbe la conclusione, e inserito in questo concetto, potrebbe anche rappresentare il fine vita. Seguito dal “soffio di libertà” che rappresenta la liberazione delle pene terrestre. Kairos in fine, e una della rappresentazione divina nella Grecia antica, del tempo: Chronos essendo una rappresentazione più generale che definisce il quadro generale del movimento lineare del tempo. Kairos definendo il momento giusto per fare le cose. Nel tiro con l’arco, per esempio, simbolizza il momento GIUSTO in quale la freccia e liberata per raggiungere il bersaglio. Prima, no... Dopo, no... Kairos, o manchi puramente e semplicemente. Più profondamente, Kairos definisce azioni uniche e irreperibili che possono influenzare la totalità della traiettoria della vita fra “Archè” e “Teleutè”, e fare di quel percorso, un’entità unica. E sempre tempo di fare, e sempre il momento giusto. Le decisioni che prendi, tracciano la tua via.

- Eh beh! Non mi aspettavo un tale filo conduttore attraverso questo album...

Abbiamo ascoltato come il comune dei mortali, adesso che ne sappiamo un po’ di più, chiedo a Jenkins di ripassare i dati nel decoder Audio, un’altra volta...

“L'ora che non c'è” e una traccia conosciuta perché e stata proposta sul tetto del Muse in Marzo scorso. Inizia solo con l’hang e piano, piano, prende corpo e spessore e finalmente ritmo dopo 2.04 per quasi fermarsi e riprendere cadenza nella conclusione finale.  Esecuzione del pezzo durante Balcony TV prova che una partitura esiste ed e rispettata.

Nuovi strumenti appariscono su “Archè”; qualche percussione e un flauto introducono il pezzo. Andrea Celeste e maestra del suo strumento. Le armoniche suonate intorno al minuto sono qua per testimoniarlo. Riccardo utilizza qui il “palm mute” per appiattire il suono del hang.

“Shamal” esplora ritmi più sincopati e punteggiati alla arpa. Si destruttura per determinare una prima parte e dopo la pausa, c’è quasi uno scambio di partiture fra i due strumenti. La traccia inspira un periodo di apprendimento, di crescita. La traccia si conclude nel soffio del vento che sembra aprire uno spazio a perdita di vista, un mondo interno o esterno, in quale cercare tutti “kairos” possibili.

“Frammenti di infinito” e una traccia gioiosa, allegra e leggera. Sorprende dalla sua struttura quasi pop; sembra composta da intro, verso, ritornello, verso, ritornello, coda. Dopo il suono chiaro e lunghissimo di “sustain” della campanella tibetana che conclude l’intro (0.20), l’Hang genera suoni temperati al “palm mute” per creare ritmo. Questo pezzo e sorprendente di modernità; Ci si potrebbe quasi depositare parole fino alla seconda campanella, che invita l’arpa a dirigersi verso l’uscita...

“Sincronia Fatale” mi porta un’associazione di idea un po’ strana: un tango... o al limite un Fado portoghese, ma l’immagine del tango e la più forte che finisce per confermarsi intorno a 2.00 con riff di arpa che non sono fatti qui a caso! Sorprendente e inaspettato.

“Al fiorir del Pesco- fall in love” ritorna verso tendenze classiche, quasi la normalità. La plenitudine, il calmo.  Corto pero... 2.58 per l’amore, fa un po’ breve. 

Tengo a protestare energicamente a questo momento della scaletta; Abbiamo un pezzo che si chiama “Fall in love” e subito dopo arriva “Teleutè”. Cioè: sipario, chiudiamo gli occhi, grazie, ciao. Mannaggia Ragazzi! E un pezzettino intitolato “Intercourse” o al limite “Procreazione” di mezzo potrebbe anche prender posto no??? Un po’ di pepe, eh? Gnent? Al meno che l’argomento sia trattato e sviluppato in un futuro album completo, come un invito a seguire il Tome 2, potrebbe essere un bel teaser: “Eros” dopo “Kairos” ... fateci un pensiero. Del resto, “Teleutè” e la traccia la più lunga dell’album e inizia con un suono di campana. E non assomiglia l’angelus...  il ritmo e lento ma la partitura distilla sedicesimi di note al hand pan mentre l’arpa ruscelli di cascate di scale. Appare un sassofono nella parte finale, prima che la traccia sia letteralmente seppellita sotto il rombo di un “Ocean drum

Eccoci “liberati” quindi su “Soffio di libertà” questo bel pezzo finale, leggero, quasi solare. Qua nel centrale operativo siamo più che cartesiani, e non ci possiamo vedere nel contenuto di questa traccia, una promessa o una ricompensa ad un atteggiamento di vita.

Kairos si conclude su una tonalità allegra. L’album ci ha fatto viaggiare. La conoscenza del significato dei concetti portati qui avanti (Kairos, Archè e Teleutè) non sono obbligatori, ma apportano punti cardinali, per lasciare lo spirito illustrare le varie fase, al secondo della fantasia personale. Le tracce di questo concept album sono tape da seguire come rilievi su una carta dei fondi marini. Felicemente tutti nostri “Kairos” ci hanno portati qui, nella nostra latina di ferro a gradire le nostre avventure... Non ci sono rimorsi nell’equipaggio.

- Ivan il Pazzo! Facciamo un giro e mezzo che dobbiamo ripartire nell’altro senso... Secondo! li lascio la manovra... Jones? I rilevamenti seguenti si son mossi?

- Son passati dal 095 al 102, su 20 gradi di quadrante, fra 20 e 41 miglia di distanza. Profondità varie.

- Grazie Jones... Secondo? Devigili o Horrible Snack? Cosa diset?

 

Capitolo 71

[...]

- Ma perché? I “Horrible Snack” hanno già sfornato un altro album? Ancora??? Risponde il secondo.

- Si, così… poco tempo dopo “The moon is a biscuit...” ma e qua... Conosciamo la zona del rilevamento dal giorno di uscita, il 5 gennaio, ma eravamo presi su altri compiti. Pero adesso dobbiamo scegliere...

- Maria, dai! Certifica il Secondo.

- E perché? Chiedo, storia di avere un vero motivo.

- Perché sono un Fan, e perché il rilevamento dei Horrible Snack e a tre miglia solo dopo quello della Devigili e che sarà più pratico per noi. Poi, nonostante l’album dei “Horrible Snack” sia già uscito abbiamo il privilegio del ante-prima di “Tempus fugit” ... che uscirà il 15 di febbraio. Non possiamo passar accanto. E (quasi) un’esclusiva!

- Bene, nen allora... Jenkins; Decoder audio! Capo centrale; scanner e spettrometro in funzione!

L’ album e stato registrato, mixato e masterizzato fuori dal Trentino al RedRoom Studio di Vecchiano (Pisa) da Luca Matteucci e Flavio Innocenti. “Tempus fugit” sorprende subito dalle sue prime misure. Maria sembra, al primo ascolto, avere imboccato un’altra direzione, cambiando il suo modo di comporre del tutto. “Que neni” come dicono i Francesi: ha semplicemente cambiato il contorno: Stefano Orzes, vecchio compagno di sempre, appare alla batteria su quasi tutte le tracce. Maria scrive raramente canzone lineare; la gran maggior parte delle sue composizioni contengono, cambi di ritmo, stacchi, cambi di misure, cambi di umore. C’è stato pero, un po’ di novità; una parte del disco e stata registrata con percussioni programmate, appare un basso, si sentono tastiere o synths programmati, archi... Rassicuriamoci, che sia nello stile “chip tune” o “filastrocca meccanica” e sempre Maria Devigili nell’essenza. Il suo stile e sempre qui, le melodie del canto seguono sempre le arabesche che sono ormai la sua firma, il tono della calda voce e piacevolmente riconoscibile, la chitarra ci rassicura di riffs famigliari, fatti in casa. Poi a guardarci bene, allungo alla sua discografia, Maria e passata fra vari colori intorno al suo stile (2010*, La semplicità, Motori e introspezioni, La Trasformazione) quindi continua il suo cammino rimanendo semplice, efficiente e proponendo qualcosa di accattivante ogni volta.

A sfondare porte aperte siamo più che forti nel Wyznoscafo, prendiamo cura di non attaccarsi ai boccaporti quando siamo in immersione. Pero il “Tempo”, il suo uso e le prospettive sul futuro, sono il filo conduttore delle canzoni di questo album. Sorvolando le parole ne abbiamo anche la conferma. (Fischia che notizia! Si chiama Tempus fugit!). Andiamo passare sotto lo scanner la fatta Maria e le sue chitarre Danelectro...

Chip tune... leggo sulla banda dati che esce dello spettrometro; suoni basici generati dal microchip di un computer o consola giochi di prima generazione, che scelta! “Arcaico futuro” si veste di rumori tecnologicamente già superati, che sembrano essere il revival di oggi. (vedere BMO artista di Arco) A sentire bene ci si nota delle percussioni “organiche” perse di mezzo a quelle generate, o a l’octopad di una batteria vera, o di una drum machine. “Vorrai perseguire un'idea senza tempo e utilità Scoprirai l'arcaico futuro che si nascose sotto a mille strati di parole”. Maria non teme cambiare tempo e misura allungo questa canzone. La composizione pero, punteggiata di stacchi, rimane monolitica di aspetto e non sembra così frammentata. L’assolo scucito finale e solo qua per contraddire questa tesi.

“Ho visto” e un delirio iperrealistico depositato su una filastrocca meccanica: “Ho visto un granello di polvere diventare un pianeta, bruciare dentro e viaggiare in cerca di luce” uno dei rari testi staccato dal concetto del tempo. Il raddoppiato o triplicato della voce di Maria da rilievo al testo semplificato intorno a due lunghe strofe.

“Inconsapevoli” vede la prima produzione esterna, quella di Giovanni Guivazza. La canzone prende spessore a l’aggiunzione di un tappetto consistente di violoncelli (Chiara Cesano) che danno potenza alla canzone nei versi, lo fanno anche decollare nei ritornelli. Una traccia veramente stupenda e registrata nei “Labòratori de Musica Artisanala di Roccabruna” in Piemonte, registrato e mixato da Marco Martinetto. Arriva un’informazione da l’Intel sulla rete flash: la canzone e stata scritta nel 2015 per essere presentata a “San Remo Giovani”. Secondo me, e stato presentato peggio anche a “San Remo Big”.

Le due tracce seguente sono le mie preferite nell’album, per i lori passaggi quasi ballanti “Frequenze Armoniche” e “Memorandum” sono due altre fettine di gioia, sotto la produzione artistica di Giovanni Guizzava.  La prima e introdotta da un carillon, poi, portata da un beat invitante, da voglia di ballare: “Onde armoniche si propagano si muovono sulla Terra, Onde armoniche si propagano fanno vibrare lo spa-zi-o” La seconda porta questa sensazione nel suo potente ritornello, i versi invece sono più calmi, quasi per contrastare lo sfogo che inspira le parole; “Ricordati di te” ... Questa canzone e uno Hit e merita di essere portata avanti.

“Tempus fugit” descrive l’arte dell’aspettare, sicuramente l’arte della pazienza aspettando un’opportunità o raggiungere un obiettivo. Possibilmente facendo altre cose, perché ho sempre trovato una noia profonda aspettare altri, un treno, un pullman o una tipa in ritardo. Una sensazione esasperante. Il pezzo e scomposto in varie fasi non lineare alla moda Devigili.

Un’altra filastrocca meccanica e “Il presente”; traccia cortissima, rappresenta quasi un legame fra due canzoni. “Il tempo fugge sempre, lo spazio è ubbidiente.” Penso anche di sì... dal momento in quale il caro Albert che ci ha provato che erano una sola e unica cosa. O anche come lo diceva “Alchimia” in “Muff clock” nel loro album “Precipitano Tartarughe Terrestri”: “Lo spazio si gonfia in assenza di tempo”.

Maria utilizza su “Superstiti” gran parte delle capacita sonore del suo strumento, con questi quattro colpi secchi fuori tempo e oltre il capotasto o magari nel ponte, per evocare i vari cicli di vita avvenuti sul nostro pianeta “La fine di un mondo non è la fine di tutto, E basta ciò che resta Dal niente si ripartirà” trattato su un beat rockabilly leggero, quasi folk western. Tutto questo per dirci che, in fondo, ci diamo troppa importanza e che la prossima estinzione di massa, nucleare o ambientale, lascerà poco in piede di questa civilizzazione.

“Senza tempo” illustra perfettamente un estratto del press kit, mandato da l’Intel, che il capo centrale ha archiviato abbordo: “[...] Oggi noi viviamo nella convinzione che "il tempo è denaro". Ma possiamo davvero quantificare la preziosità' del tempo? Viviamo la nostra vita di corsa e in griglie prefissate dalla società: scuola, lavoro, famiglia, hobby. Crediamo che il "non fare nulla" sia solo una perdita di tempo. Ma forse è proprio quando smettiamo di guardare l'orologio che cominciamo a non perdere tempo e a vivere veramente.” In fondo, in fondo la vita vera e cazzeggiare.

Maria conclude il suo album su un blues lento “Maya” introdotto da l’etero strano, generato dal coro di synth che accompagna la sua chitarra. La traccia e spogliata a l’osso. Appare solo nel secondo verso, la batteria di Stefano per discretamente dare un appoggio filigrane al canto: “Tutto a un tratto scomparvero le cose che credevo essere così essenziali, Chiusi gli occhi e vidi veramente”. Rimane dopo la traccia un silenzio un po’ profondo in quale l’introspettiva e quasi obbligatoria.

Rimane solo a Maria Devigili di partire in giro con lo zaino, il Beat buddy una le due Danelectro a fare il giro del Italia, a portare avanti questo album. Ma non solo; li auguro di apparire in Tivù, essere passata in radio, espandersi viralmente fra il pubblico, raggiungere le stelle.

Mi torna in mente un suo passaggio televisivo di pochi anni fa, il presentatore li chiede: “Come ti chiami?” Lei: “Maria Devigili”. Lui: “Devigili... che strano nome! Che nome strano... Devigili...”

Fosse in lei, avrei risposto: “Perché... Red Ronnie non lo e?”

 

(*2010 e il primo CD auto prodotto di Maria Devigili, solo i Fans della prima ora ne possiedono una coppia. Due ultra privilegiati hanno potuto mettere la mano sulle due ultime coppie, ritrovate accidentalmente in un trasloco... L’archivio del capo centrale rinserra ovviamente una delle due) Adesso potete anche seppellirla di messaggi per ottenere che Maria lo pubblicasse su bandcamp...