Capitolo 72

Lasciamo Maria Devigili nella nostra scia per mischiarsi discretamente nel pacco compatto delle uscite di questo inizio anno. Stiamo entrando nel quadrante di 20 gradi intorno al 102 e i rilevamenti sono sparsi intorno a noi, Jones ha le orecchie incollate al segnale dei “Horrible Snack” ... Qua intorno ci sono pezzi grossi come Francesco Camin, Rebel Rootz, Bankrobber, poi novelli come Giorgia Job. Francesco Armani, lui e disperso in quattro rilevamenti diversi- tutti single rilasciati su Bandcamp.

- Nen pian qua de mez, che nessuno ha fatto la differenza fra noi e gli altri rilevamenti. Jones, passami la firma sonar della Giorgia nella banca dati, che sappiamo ritrovarla quando ci vorrà. E infiliamoci de drio ai “Snacks”.

- Allarme! Segnale... da... da... Dappertutto! Viene da dietro! Siamo.... mannaggia! INGOIATI! È ENORME... Capitan!

Jones a sparso il panico abbordo. La paura si legge sugli occhi del personale del centrale. Il capo centrale e di nuovo in ginocchio, lo sguardo perso oltre le tubature del soffitto e mammona preghiere, come se fosse utile a qualcosa.

- Per le Trippe di Richard Dawkins! Non temere! Nettuno Stridente! E l’Ammiraglio Elle del EDP! Cosa ci fa qua di mezzo??? “Horrible Snack” e un trio! Cavolo!

Il Wyznoscafo trema. Si appoggia su qualcosa di metallico, fa un rumore d’inferno, lo scafo soffre.

- Capitan, La pressione si è abbassata del tutto, siamo a secco a l’interno di qualcosa... esclama il Secondo.

- Rimanete li. Vado a dar un’occhiata. Nessuno si muove... Capi?

Il boccaporto posteriore si apre senza fatica, spingo e lo faccio pesare sulla sua cerniera. Qualcuno mi tira l’orecchia! Dal male che fa, salgo gli ultimi gradini di corsa.

- Wyznoooooooo! Aaaah Aaaaah! Brufolazzo ortografico! Pagliaccio grammaticale! Verme della sintassi in decomposizione! Lobotomizzato degli accenti! Foruncolo linguistico! Mucca spagnola della lingua di Dante! Eccoti ancora alla mia mano... Principiante!

L’ammiraglio Elle ha una voce dolcissima... Esco del tutto, mi ha tirato fuori dal boccaporto tirandomi da l’orecchio, come un allievo delle elementari. Tutto il Wyznoscafo tiene a l’interno della pancia enorme del vascello Ammiraglio. Sono scombussolato... Sento che sto per passare alla padella, richiudo il boccaporto, per far che nessuno sentisse la sculacciata che sto per prendere.

- Fai bene richiudere Wyzno, c’è na puzza di calza fermentata, lì dentro. Sorpreso? Eeeh?? EEEEH!?? Eh sì! Da quando mi occupo, E del programma della Rari Nantes, E dal EDP, mi hanno dato un vascello Ammiraglio a dimensione delle mie responsabilità... Ti stai chiedendo cosa ci faccio qua?

- Si, appunto, stavo sulla traccia dei “Horrible” ed e un trio...

 Tutto il suo staff in riga dietro di lei scoppia da ridere grassamente. C’è anche Martina del Underground zine mi fa un segno della mano. Rispondo con un colpo di mento e un sorriso timido.

- E no, carino... l’album e stato registrato da i due fratelli Omezzolli DA SOLI. In duo! Gioele era preso per lavoro e non ha potuto neanche fare tante prove con loro... l’album e stato registrato fra giugno e dicembre 2017... registrato, mixato e masterizzato da EDOARDO... come un grande... ti ho seccato, eh?

- Si... Devo dire... si... Chiedo scusa di avere calpestato le sue aiole, Ammiraglio. Pero ero su un fottio di rilevamenti e chiedo il permesso di tornar in missione. Ne ho già pieno le braccia, li lascio “Shingles and garden” se vuole e tolgo il disturbo da subit.

Siamo interrotti:

- Ammiraglio! Ho Nicola Sartori, il direttore artistico sulla rete flash, “Kabra e Rudy” per il 24 febbraio 2018 hanno domande importantissime da formulare. C’è l’ho qua su l’interfono wifi se vuole...

- Vegno da subit! (a voce bassa verso di me) Sai che hai una fortuna de quelle toste, mio vecchio petomane. Rimettiamo a galla la tua latina di ferro e la sputiamo fora. Pero come l’ultima volta mandami un reso conto, che tutti duo regionali devono entrare ANCHE nel mio archivio. (A voce alta verso il suo staff) passami l’head-set! Liberare il Wyznoscafo! Sgombrare!!!

Mi becca la guancia e ci dà un mezzo giro; fa un male boia. Saluto militare. Lei e lo staff sgombrano. Mani su manovella. Boccaporto aperto. Poi chiuso. Sgommare. Son di nuovo nel centrale mentre l’acqua invade di nuovo il vascello ammiraglio. Ho notizie per il centrale:

- “Horrible Snack” ha registrato in DUO! Nettuno stridente! In Duo! Eco perché l’EDP era dietro di noi!

Lascio al capo centrale, che aggiorna subito l’archivio mentre usciamo del mostro subacqueo. Mi tengo la guancia... fa male. Il Secondo e sorpreso, Jones ribecca il segnale dei Snacks come un pro... Jenkins lancia il Decoder Audio, lo scanner ronza. Cominciamo.

La copertina, come tutte quelle precedente, porta ne nome di gruppo, ne titolo di album. La playlist comporta 16 tracce ma l’album sembra corto, nei suoi primi ascolti; la durata media delle tracce sembra aggirarsi intorno a 2.20. Fa eccezione “Never wanna go” con i suoi 4.26. Edo impugna una grossa fette di lavoro su questo album fatto in casa: composizione, canto, chitarra, basso, registrazione, mixaggio, mastering. E il suono e semplicemente limpido ed e questo il più sorprendente. Sebastiano si concentra sui cori, batteria e la scrittura di “Cleaning an indigo trunk” L’album rimane una perla del garage punk, non è aggressivo di suono, né di contenuto, ma ed energico tutto allungo. I Fratelli Omezzolli non sanno stare immobili più di 5 minuti, hanno la febbre della creazione... vabbè che ci si può continuamente andare avanti, ma non come un TRENO!!! I rock critics locali hanno il fiatone dietro di loro. Notare anche che hanno un modo particolare di scrivere le canzoni. E un modo tutto loro; se c’è una maniera classica di strutturare un pezzo I “Horrible Snack” lo smonteranno per proporre qualcosa di unico e re assemblato a modo loro. Magari vanno in vacanze nelle Giudicarie... Non lo so... Tira sempre aria strana da quelle parte.

“Paco De Lucia, Thank You For This” e una traccia introduttiva; già al 14 imo secondo parte arruffata con un cambio di ritmo, seguito di un altro verso la fine. Il pezzo e preciso e nervoso. L’album avrà questo gusto.

Dopo questa messa in piega appare “Never wanna go” e il suo trattamento quasi sinfonico. Un bel basso rotondo percorre tutta la traccia. La canzone e sostenuta senza mai essere rauca. Verso 1.50 appare il break musicale calmo.  Sebastiano ha ancora fatto progressi col suo strumento e ci regala il frutto della sua esplorazione. A 3.21 ripresa energica verso la conclusione. Sorprendente.

“Recycled” ha questo colore “Jam”; Stupenda partitura di batteria, chitarra tonica, basso intenso, melodia di canto e cori accattivanti. Sbam!

D’ora in poi saremo presi di mezzo a una raffica stretta di pezzi corti, di vari stili e colori. Tutti soggetti sono trattati in modo incisivo: “Afganistan” si pone come una curiosità: e una canzone quasi calma, la voce telefonata e saturata scandisce frase corte su raffiche di rullante. Si conclude su un canto chiaro e limpido. Ed e tutto li.

“Left me” ci porta il fatto che i Ome brothers di una volta sono sempre qui in agguato a l’interno delle loro composizioni, e più il tempo passa, più la loro mano diventa sicura, più sono capaci di avventurarsi in altri stile.

“Belly” ha questo aspetto “qwerky” cioè scucito, storto, chitarra spasmodica, voce di pagliaccio diffidente, cambio di misura a 0.54 per spettinare istericamente le 30 secondi che rimangono. Fine canzone: 1.26, via! cambiamo soggetto.

“Permanent Hole” gradisce di una struttura che ritrovo quasi negli “Toy Dolls” o al meno ritrovo il modo buffo in quale punteggiavano i silenzi.

“Winni’s” si trascina quasi in lunghezza (2.19) per l’unica ragione che il suo tempo e un lento. La voce di Edo esce di pista su certi finali. Il tempo lento e la partitura spogliata evidenza la voce.

“Noticed A Warm Puddle Near A Village” riporta un po’ di energia ed evidenza ancora le capacita di strumentista e compositori dei due fratelli, niente le ferma, neanche la complessità delle partiture. Quelle raffiche di “Rimshot” sulla rullante sono qua per dimostrarlo. I riffs di chitarra e la struttura generale del pezzo sono originali. Del resto: “Beds shit are burning” o Bed sheets are burning?

“Stickers” si veste di accenti Garage e Brit pop e cantano anche assieme. “Honolulu” ci porta un suono di Chitarra alla Beach Boys. “Albume like the sun” e un lento. “Flower” e un gioiello di energia alla “Greenday”. “Weak suctions” esplora il garage esperimentale e destrutturato al limite del geniale. “Cleaning an indigo trunk” (scritto da Sebastiano) e un mid tempo poppy, un po’ maldestro nel ritornello. “Another Clan” ci porta un’ultima scossa di energia al modo di “The Knack” prima di sbattere chiusa la porta. Questo album composto e registrato in 6 mesi testimonia di una rabbia di comporre. Non si girano neanche per guardare quello che hanno fatto un anno fa, per lavorare di nuovo su un passaggio o cambiare un ritornello. Si va avanti, testa giù e a chiodo. Dal 2013 hanno registrato più di 70 canzoni, sono incontrollabili.

Per la prima volta l’album e completato di “lyrics”, disponibili su band camp e questo aiuta veramente. Al costo di farmi odiare dagli occupanti del Nonna Carla studio, il progresso musicale costante porterà irrimediabilmente la band un giorno o l’altro, a vertici in quale la pronuncia del testo prenderà un’importanza un po’ più vitale. Non indispensabile... solo piacevole, senza diventare necessaria. Semplicemente perché fa parte di un tutto. A questo momento il passo da fare potrà rappresentare una difficolta più grande perché, si dovrà contrastare l’abitudine presa. So che il gruppo e circondato di esperti locali, che per non offendere le anime sensibili che sono a questa età, dimostrano la compiacenza del “va bene, dai...”, “può andare bene cosi” ... La domanda e: E veramente aiutarli? Ci sono talmente tanti tedeschi in questa zona che rimane un po’ difficile di trovare un soggetto della sua gloriosa maestà per conversare e lasciare l’esperienza portare evoluzioni.

- Jones cosa abbiamo nelle vicinanze.

- Abbiamo segnali dappertutto Capitan, il più vicino e “Universa Pecora” In Val de Non, l’EP di Giorgia Job… Fermi!!! Segnale!!! Passano 30 metri sopra di noi! Jambow Jane… rotta nel 025, velocita 15, profondità 025…

- Allora rotta nel 025, lasciamoli passare, velocita 15, risalire a profondità 035… Jones registrami la firma sonar… Abbiamo un po’ di traffico intorno, eh?

- Aye aye, sir! Fermi!!! Segnale… passa 30 metri sotto di noi! Dadar rotta nel 045, velocità 030, profondità 120.

- Eh… Veden dopo, dai… per il momento proviamo di evitare una collisione.

(continua)

 

Capitolo 73

(seguito recensione Horrible Snack)

- Firma sonar registrata in banca dati Capitan…

Jones, concentratissimo, mi tiene aggiornato della situazione passo a passo.

- Molto bene, pero tieni d’occhio tutto sto traffico di rilevamenti. Secondo, incollati a Jones per manovrare in quel casino. Capo centrale, mi chieda un dossier sulla rete flash a l’Intel su questi qua e dammi un reso conto al più presto.

Sto pensando che, in quel groviglio di rilevamenti, rimangono pezzi grossi come Francesco Camin, Rebel Rootz, o Bankrobber che potrebbero saltare fuori su nostri schermi da un momento a l’altro e metterci nei pasticci. Siamo in immersione da un pezzot, sforniamo rapporti alla catena da fine dicembre e non abbiamo ancora in vista il prossimo rifornimento. Il capo centrale viene illuminarsi il mento, sopra la tavola delle carte:

-Jambow Jane e un gruppo musicale di famiglia: babbo, mamma, fiol, fiola ci sono tutti… si compone di Flavio Prada; Canto, chitarra, tastiere. Marly Kerpe Prada, la mamma; Tastiere e canto. Beatriz Oliviera Prada; canto e tastiere. Julio Oliviera Prada; chitarra solista e canto. Marcelo Oliviera Prada; Basso, chitarra, violino, canto. Nick Petricci…

- E cosa ci viene a fare di mezzo? Interrompe quel fica naso di Jenkins, prima di beccarsi una sberla capitanessa dietro la testa.

- Dicevo… Prosegue il capo centrale, Nick Petricci; batteria e chitarra. Hanno rilasciati due album; L’eponimo “Jambow Jane” del 2013 e il nostro rilevamento “Worlds and bridges” uscito in 2017. Cantano in Italiano, Inglese e Portoghese. Il loro video “Run over the city” e stato nominato nell’ultimo “Trentin’ music award” …

- Mi piace quella storia di musica in famiglia… son ben pochi a provarci senza svegliare un conflitto di generazioni. E un dosaggio di concessioni la maggior parte del tempo. Com’e sto primo album?

- Un bel Patchwork di atmosfere rock, lenti, pop, tradizionale, una cover dei Pink Floyd, una parodia dei Beatles. C’è un po’ di tutto. Una sola canzone in Italiano, il resto in Inglese e portoghese. Canta principalmente Flavio ma cantano tutti un po’… Beatriz in particolare fa due tracce. Album generoso; 12 pezzi. Canzoni generose: 4 minuti + di media. Registrazione artigianale, che da un bel tono organico a l’insieme. A l’ora in quale possiamo mettere tutto sotto il microscopio in studio, fa quasi del bene sentire una sbandatina nel tempo o una ripresa esitante. L’album e carino, fatto in famiglia…

- Grazie Capo centrale, Secondo… Prenda in mano la manovra per evitare di investire qualcuno, Jenkins decoder Audio e tagliati i cavei! Capo centrale, scanner e spettrometro in motto, cominciamo.

La lunga introduzione di “Words and Bridges” raccoglie qualche rumore di serata estiva in ambiente di campagna, prima di puramente trasportarci verso “The Dark side of the moon” con la batteria di Nick Mason, e il suono immancabile della testata Twin reverb Fender di David Gilmour, con la Stratocaster micro-metricamente regolata per sfornare quel suono lì!  Questo album si apre già con un altro spessore.  Semplicemente perché in 4 anni, Marcelo, Julio e Beatriz hanno salito quel gradino in più, e lasciano la loro traccia – quella di un aratro- nell’esecuzione dei pezzi. Basta guardare il livello di quello che lasciano sul tubo solo per divertirsi il sabato pomeriggio.

“Music makes you a stronger person” e uno strumentale seduto confortevolmente su una base ripetitiva, da quale partono assoli di chitarra. E un esercizio di stile, un’esplorazione, un delirio, una ricerca di risorse creative. Vedo questa composizione nata in camera dei due fratelli dopo un semplice esercizio di chitarra solista. E il progetto finale sviluppato dopo, in famiglia.

Il suono acustico chiaro e limpido di “Medo” sparisce dopo qualche secondi per imporre la maestria della chitarra solista e del basso; Carlos Devadip “Santana” a chiodo. Cantato in portoghese “Medo” sembra voler dire “Paura” di aereo, di ascensore, di cucinare o di nuotare con squali; la lista e lunga. Notevole presenza del basso allungo questo pezzo invitante.

“Credere e la forma la più povera di accettazione” e “Bisogna possedere un enorme quantità di sapere per potere dire: Non lo so” sono due massime conosciute da tutti membri dell’equipaggio, perché sono incise nel centro di formazione della base per sottomarini “Nibraforbe”. Tranne il capo centrale che si lascia andare a preghiere nei momenti di panico. Buon, lo teniamo abbordo perché e il migliore nelle sue funzioni, pero certe volte e un imbarazzo per tutti. “Science Guy” e una canzone più importante nel contenuto del testo che nell’originalità musicale della composizione. Marly canta più che bene su questo lento, senza spingere troppo nei vocalizzi.

Scommetto che “Run over the city” e una composizione giovanile nell’essenza perché e giovanile nello stile e nello spirito. Gli stacchi di fine canzone e il sincopato della discesa cromatica di corde ritengono l’attenzione. Siamo nel grunge, nel riff a l’Audioslave, nell’energia rock. Questa e un mattone di pezzo nel disco, oggetto di un video divertentissimo mettendo in paragone una festa giovanile mentre i genitori guidano sotto acido. Un hit single sicuramente perché e un rock potente che strappa seriamente.

Un ritmo “Bontempi” di Bossa nova accompagna semplicemente “Unica”. Di fati non c’è bisogno di più che questo ritmo programmato per depositare le due voci e la chitarra. Di più sarebbe quasi troppo invasivo. Del resto una volta il canto di Flavio finito tutta la famiglia sottolinea di percussioni quel viaggetto tropicale.

La nonna passava di qua a fare cruci verbi quando hanno registrato quel blues sdraiati casualmente sul convertibile del salotto. “Wasting my time” e un blues lento cantato da Beatriz e Marcelo su di quale il fratellino si sfoga alla chitarra.

A guardarci da più vicino “Fuck stasera” e una canzone divertentissima. E un mescolo di parole in Italiano inglese e portoghese. Per darvi un assaggio: “Ai che confusão questa sera, My mind is burning like Madeira Gin, pera, whisky mais gin pera, grappa emoção”... Mi vedo quasi scrivendo una recensione. Flavio dimostra le sue capacita vocale su questo rock, con questo tono di voce solido e roccioso.

Il calmo torna su “Whale” uno strumentale calmissimo fatto al “flat picking” di chitarra classica con uno strano suono di violino suonato nei bassi … sembra che ci soffia dentro… per imitare il canto delle balene.

“It’s Hot in summer” suda di Led Zep da tutti pori, liberazione sessuale inclusa: “Take a look at that stick, lean back, you can’t see the end.” Soprattutto quando si divertono dietro la staccionata del vicino di casa. “When we make love, over the neighbour’s fence” Un esempio per tutti. Monumentale assolo di chitarra sul coro ad libitum di Beatriz e Marly “It’s hot in summer” Un altro hit da tirare fuori da l’album…. Pero, vorrei vederne il video per approvazione, prima diffusione verso ex membri della DC.

“Sì e No” e più un manifesto che una canzone. Un messaggio inciso per bene, più che una composizione lirica. Il testo si mostra qui, come quasi scritto inizialmente e si combina poco con una musica strutturata alla “Pink Floyd”. To! Metten “le Orme” e siamo apposto. Può anche andare bene come finale no?

-Jones, hai ottenuto nuovi segnali?

- Hi|Fi Gloom e entrato nel quadrante ma e ancora lontano nel 099, profondità 85, rotta nel 280, 08 nodi, viene su di noi, CPA nel 002 a 8 miglia. Rootz, Camin, Bankrobber stabili a distanza. Armani sparso in perdita di segnale.

- Altri?

- Dardar s’allontana, rotta sempre nel 045, rallenta a 015 nodi, profondità 120 e Giorgia Job e la più vicina nel 080, 12 miglia, 06 nodi, rotta nel 355.

- Secondo, abbiamo ancora la mappa dei fondi tipo “alla Nonesa”

- Credo di sì, la cerco subito.

- Siamo in immersione da tanto tempo che i rifornimenti vengono a mancare! Casomai crepiamo di fame, nen a far el pien de pomi, ghe sarà na cooperativa da qualche banda…

 

Capitolo 74

- Capo centrale cosa abbiamo su questa tipa? Non è nell’archivio? Manda una richiesta a l’Intel sulla rete flash. Secondo, mappa dei fondi? 

- La mappa e vecchia, e dell’Edicola Genetti di Cavareno e data del 98… Avevamo vinto la coppa del Mondo in quell’anno, ci sono ancora macchie di birra sulla carta… Comunque, dobbiamo infilarci fra queste due formazioni rocciose; Ozol e Nuovo. Dobbiamo entrare con velocità perché ci sono forti correnti, poi dritto nello 080. Consiglierei quasi l’uso dell’interferometro per conservare tutti cambi di rotta e velocità dei nostri rilevamenti, Capitan…

- Ottima idea! Jones! Non perdermi nessun di vista. Jenkins, interferometro in funzione. Capo centrale al rapporto, cosa diset?

- Quasi impossibile di far la differenza fra Gianna Nannini e Giorgia. Hanno la stessa voce! Giorgia e di Coredo. Canta e suona la chitarra da l’età di 15 anni, poi e stata cantante nei ‘’Regulabsurda'' dal 2008 una cover band che girava nei locali regionali. 2011 si esporta da sola con sua chitarra in Irlanda, pratica l’inglese per immersione totale, e si impregna del folk locale. 2013 forma ''The Tananai’' in val de Non, con lei alla chitarra e voce, e Roberto Coletti alle percussioni. Facevano parodie in dialetto noneso. E finalmente 2014 si trasferisce a Berlino e scrive le sue canzoni e registra finanziata dal suo busking.  L’album e stato registrato in presa diretta, dal vivo, al Klubhaus studio di Berlino, con post produzioni fatte su un impianto personale, in casa. Roberto Coletti e salito appositamente dalla Val di Non per registrare batteria e percussioni, Matteo Tambussi si incarica del Basso e chitarre elettriche, un musicista americano; Charlie La Mote, incontrato spontaneamente suonando per strada, si aggiunge al violino. L’Ep e di 6 tracce che esiste in forma fisica ed è anche uscito su Bandcamp. La foto della cover è di Luca Marignoni su una grafica di Piotr Zięba. Tutto li.

Questo album di 6 canzoni sente il legno, ritroviamo certe essenze alla “Centromalessere”. Il violino spinge il colore generale da questo lato organico, la voce l’inchioda sul posto e l’impedisce di andare ovunque altro. I soggetti trattati definiscono l’indipendenza di Giorgia la sua determinazione a seguire la sua strada; Sia vento o tempesta laterale, si deve rimanere sul sinter… O cadere camminando. È solida sulle sue gambe non si nasconde la faccia davanti a niente… nanca i “Peli” … La sua voce e la sua migliore carta da visita, e l’aggancio che lascia a chi passa di corsa: Senti e ti devi girare. Come per guardare di nuovo la sessione ritmica nastrata a suoi piedi… L’album respira determinazione e coraggio, contiene momenti di gioia, altri per ridere, magari ballare, c’è anche un ruttino da qualche banda ed e da mettere fra tutte le mani. L’album, miga il ruttino! 

“Canzoni e fichi” può pretendere ad essere la canzone faro, per portare avanti questo EP. Dal suo ritmo allegro e il suo violino melodico, e un folk-pop di buona fattura, ricordi di amori d’estate in Sardegna quando soffia il Nord-Ovest …

La voce incolla perfettamente al testo di risveglio-dopo-sbornia-in-stanza-sconosciuta su questo Rock-blues: “Malamattina” gradisce di un’ottima orchestrazione e arrangiamenti intorno alla partitura originale. Notevole anche la chitarra elettrica, che rialza il ponte musicale e la fine della canzone. Semplicissimo ritornello, facile da trattenere e cantare allungo, e fatto di “lalala” … penso che la popolarità di questa canzone sarà di uguale impatto che la prima.

“Luogo di chitarra” e il pezzo che ha il più spessore dell’album, solo dalla sua dimensione umana. Perché evoca un personaggio, da noi sconosciuto finora. Il capo centrale ci porta un rapporto da l’Intel per chiarisci la mente: ''La Contessa Melania è una donna dall’età imprecisata, una creatura notturna, una sorta di befana urlante che infesta il Pratello (zona studente di Bologna) con le sue grida. Si dice fosse una puttana d’alto borgo, ma le storie su di lei sono innumerevoli e nessuno sa per certo quale sia la versione reale. Quel che è certo è che, ad un certo punto della sua vita, un uomo deve averle fatto qualcosa di terribile, perché il suo odio per il genere maschile è superato forse solo dal suo amore per gli abiti succinti, per la sua giarrettiera rossa, e per le bevande ad alta gradazione alcolica. Il massimo divertimento della Contessa è inveire contro gli uomini che bevono nelle osterie e poi prenderli a schiaffi, irrompendo subito dopo in sonore e soddisfatte risate da strega. Il suo motto “Vaffanculo, siete tutti stronzi!” riecheggia nella via per ore durante la notte, e lo si sente anche da casa, con le finestre chiuse. Melania la conoscono tutti, e nessuno fa più tanto caso ai suoi gesti da folle. Basta sapere che si deve stare lontani dalla portata del suo ceffone'' quel personaggio e anche presente sul tubo. La canzone viene scritta con Margherita Seppi dopo una festa in Pratello. La voce finale e una registrazione originale fatta di questa donna. La sua voce appare a l’inizio della canzone e suoi urli punteggiano molto bene il testo. Credo che conosciamo tutti personaggi del genere nelle nostre vicinanze. Ci vuole una bella dosa di umanità per portare attenzione a questi originali e finalmente decifrare il loro percorso, invece di gratificarli della nostra indifferenza o peggio: essere così basso da potere sfogarsi su più basso (in apparenza) di sé. La storia e toccante. La canzone e bella.

“Figli dei fiori marci” e un testo scandito a ritmo di una sillaba per colpo su un Djembe. Comunque il ritornello si calma originalmente, per diventare più melodico, rialzato da un violino onnipresente. “Siam diventando tutti pazzi” ... A dire la verità, la prima volta che ho sentito parlare di mdma era in una canzone di Felix Lalu. Non sapevo neanche cosa era, verginello che sono, rimasto nel regno vegetale per mie escursioni nell’orbita terrestre bassa. Fu lo stesso Felix, agente doppio, anche triplici certe volte, a influenzare l’Intel per dirigerci verso questo album. Cosa succede chimicamente in Val di Non? Fra spruzza-pomi e zoveni in orbita?

“Peli” non gira troppo intorno alla sottilità letteraria, eufemismi, perifrasi, circonlocuzioni. “Del cazzo” appare subito dopo il titolo e ha lo scopo di orientarci verso il soggetto della canzone e il suo modo crudo di trattare l’argomento. L’identificazione per primo… “Un odore strano…” Cosa fai? Tasti? Annusi? Certezze scientifiche o chilometraggio nell’esperienza? Nettuno stridente! In fine c’è la domanda che tutti si chiedono. Ma che cosa ci fa la Giorgia, con la sua chitarra? Quali esercizi di contorsionista devi fare per riuscire a ritrovarne uno nella casa armonica di uno strumento? Vita privata, spalmati! C’è gente alla finestra ed e curiosa!

Giorgia ha punto comune con la contessa Melania è l’allergia ai carabinieri. O al meno la voglia di scappare, altro che di fronte a membri della nobile istituzione. Cambiare aria in somma, non tornare specialmente a casa, vivere qualcosa di diverso. “Mele di scarto” e un rock rapido invitante a trovare il bello nel diverso, anche nelle mele scartate dalla cooperativa, quella stessa che ci paga poco la produzione e che ci vende a prezzo d’oro i chimici da spruzzare. Quella che si è trasformata nel giro di 30 anni dalla forza della comunità agricola, a l’intermedio collaboratore che ha saputo, per il conto di un’entità invisibile ma nera, a mettere un guinzaglio, progressivamente, lentamente e con calma, a tutti contadini del mondo.

Questo album fa il suo peso di cose buone e giuste, sarebbe imperdonabile accorgersi, fra qualche anno, di essere puramente passato accanto.

Jones e un operatore sonar unico, e sicuramente insostituibile. In quel momento avrebbe anche bisogno di dormire, perché assomiglia a un giocoliere con 9 birilli per aria e le maneggia tutti. Mi sa che sta arrivando il decimo:

- Firma sonar Bankrobber!

- Nettuno stridente! Non rivedremo mai la luce del giorno….

 

Capitolo 75

[…] (Seguito recensione Giorgia Job)

- Sono nel 188, rotta nel 120, velocita 12 nodi, profondità 75… Capitan! C’è veramente troppo traffico intorno…

- Secondo, come sono i fondi?

- Possibile fango o sabbia, 120, alti fondi.

- Ferma propulsione, Secondo mi svuota i ballast a ritmo di scorreggia di formica. Scendiamo piano sul fondo senza farsi nottare e becchiamo tutti quelli che passano in zona sopra di noi. Jones? Molla il sonar un attimo e tieni d’occhio la traiettoria di tutti rilevamenti su l’interferometro. Capo centrale c’è del nuovo sui Bankrobber da “Land of the tales”?

- Eeeeeh… sì un po’… “Land of the tales” era solo sotto l’etichetta Alka records adesso e in coproduzione tra Vrec ed Alka Record, fra l’altro, questo è il primo progetto in assoluto che vede due etichette indipendenti congiungersi. Ci mancano comunque le ragioni per quale questo e successo... La copertina del disco è stata creata dall’artista Laurina Paperina, disegnatrice di fama internazionale. Del resto le reazioni sulla cover sono radicalmente opposte: o geniale, o orrenda ma non lascia indifferente. “Missing” e sotto la produzione artistica di Massimiliano Lambertini e Michele Guberti nello studio Freedom Recording Studio a Ferrara. Tutte le canzoni scritte da Bankrobber tranne “Womanizer” e “Land of Thornes” testo scritto da Jordi Penner. Missaggio e master di Michele Guberti. Prodotto da Michele Guberti, Massimiliano Lambertini e Bankrobber. Notare che Guberti appare come chitarra addizionale sul disco. La band è già in tour internazionale, che si svolge tuttora e tocca il sud Europa; Italia, Francia, Spagna, Portogallo.

A guardare più accuratamente i dati dello scanner e dello spettrometro sembra che “Closer” il singolo estratto dall’album ha un colore più vicino a “Land of Tales” che dal resto dell’album.  A guardarci meglio questo EP e una collezione di 5 perle che ne fanno un CD o un download indispensabile. Dal hit “Pier 39” al nostalgico “Childhood” passando dal poppy “Mister Rainbow” fino al magico “Tales of shady places” e tutto buono, ogni pezzo ha un motivo di trattenere l’attenzione. “Closer” oltre essere un hit sembra più nello stile del EP. Non è che si distacca molto delle altre tracce, tanto e circondata da pezzi come “Skies of thorns” o “Just have a dream”. Il mio parere può sembrare sfuocato. Magari e nostra dieta attuale, a svuotare un “ciason” di mele che abbiamo recuperato in Val de Non, che mi mette sotto sopra. Prendo in mano la delicata manovra per appoggiarci sul Fondo, e una volta le perturbazioni calmate, lanciamo il decoder Audio… Cominciamo.

“Gold” apre l’album con un pezzo di una notevole produzione e post produzione. Cori corposi, piano forte, chitarra stridente. Il tutto equilibrato al mezzo grammo e lucidato per risplendere al sole. Dobbiamo quasi ricalibrare la nostra sensibilità; certo che siamo più abituati a l’emozione grezza di un rock delle Giudicarie registrato in cantina o a un folk della Val di Non, messo in scatola in presa diretta. Poco importa e tutta musica Trentina. Questa qui si esporta visibilmente. Passa frontiere e si costruisce da l’interno per conquistare di più: “Keep digging, keep crawling look for more gold” circondate da concetti chiari, limpidi e federatori: “I believe in life before death” Cogliamo la chiarezza del messaggio.

“Closer” e il suo ritmo ballante, l’eco della sua chitarra, la doppia voce Giacomo/Maddalena, il suo basso che entra al secondo bar, e la sua batteria batticuore sui versi non può fare altro che conquistare. E un hit, non fa una piega. Potrebbe anche uscirne un remix, un extended version, talmente prende sotto la cintura. Speriamo che cadrà in mani rispettose, perché in questa disciplina i massacratori della domenica sono un esercito. 

Atmosfera perfettamente distillata su “A good guy with a gun”: una bella batteria meccanica e semplice porta sulle sue spalle tutto il pezzo. Ritmo lento ma che suggerisce potenza e inesorabilità… Avanza a passo di ruspa. Stupenda chitarra che distende le sue notti sopra le martellate del ritmo. Backing vocals precisi e cantati in canone. Ho bisogno di battere a due mani per questa perla.

Esercizio sempre un po’ difficile quello del contro tempo. O battuta a mezza misura; sono ammirativo perché non son mai riuscito a farlo. Il mio cervello cartesiano mi riportava sempre a quadrare nel quadro. “Summer of love” si appoggia su questa struttura in equilibrio. La chitarra porta forza ma rimane semplice, il basso prende il carico, per lasciare il canto prendere il fronte del palco. Ancora qui bei corri qui mi ricordano i “Supergrass” in questo bel pop rock di buona fattura.

L’atmosfera si fa più lieve su “The womanizer” che sarebbe una canzone da fischiare con le mani in tasca. Penso che i fischietti su pianola spingono alla disinvoltura. Relax, la melodia del ritornello batte le chiare per montarle a neve e tutto storia di levità. Vocali di Maddalena inclusi.

Non è che son forte a trovare in un gruppo le caratteristiche di un altro, pero ci sono due canzoni su l’album che hanno un odore di “The Kooks” in certe intonazioni vocali, e nel senso pop grazioso che “Just have a dream” lascia dopo le 3.28 della sua durata. Il capo centrale interrompe la procedura per un intervento che porterà a questa recensione un’informazione unica:

- “Just have a dream” e la versione tagliata e semplificata di una canzone originalmente chiamata “Considering everything”. La versione originale e stata rilavorata in studio per ottenere il pezzo presentato qui.

- Ah aaaaah! Solo abbordo del Wyznoscafo succedono ste cose, eh? Brao, capo centrale!

Comunque il suono cristallino del synth, mi ricorda il suono le prime tastiere digitale arrivate sul mercato negli 80’s tipo DX7 o DX9 della Yamaha, a l’epoca dove chiedevamo ancora al venditore: “E polifonica?” Per farla corta questa canzone ci piace un sacco.

Siamo un po’ perplessi sul significato di “Skies of thorns”, con la sua tastiera messa un pelo in avanti. Sicuramente un’immagine iperrealista. Preoccupazioni futili quando arriva il chorus “Go away, away, away…” seguito dal convincente ritornello: “We are trash, we are a waste of time, we are sinners, we are a waste of time…

“If you were here” e l’altra canzone semplice con solo chitarra folk e voce, con queste intonazioni alla “The Kooks” e questo e una conferma.

“Greetings from my place” conclude “Missing” con i suoi 6.34. Il pezzo e diviso in tre movimenti. Il primo e calmissimo, introdotto da quello che sembra essere una vera pianoforte, se mi riferisco ai rumori dei pedali, non filtrati alla registrazione dello strumento, insieme alla voce. Piano, piano si aggregano piatti e basso… poi tastiere. Il secondo movimento segue il beat del tom basso e della grossa cassa, la voce sale sul balcone del primo piano. Il terzo movimento decolla alla verticale, tutti a martellare sul proprio strumento, seguendo il sentiero tracciato dalla voce, ora salita sul tetto. Ottima conclusione.

“Missing” e un album in quale uno si deve immergersi per potere apprezzarne il contenuto. No temere di premere “repeat” per vedere dettagli apparire dal sotto fondo, saranno proprio quelli che aumenteranno l’interesse dell’uditore. In tant’ noi, sul fondo ci siamo. E mentre pianto i miei denti in una mela, mi sto chiedendo chi verrà a passare sopra il Wyznoscafo, a portata della nostra strumentazione….

 

Capitolo 76

[…] seguito recensione Bankrobber

- Potrei avere un reso conto su i rilevamenti intorno a noi?

- Credo che Dadar sta arrivando verso di noi a chiodo, Capitan. Cambia spesso rotta, sembra girare, velocità 30, è quasi una torpiglia, profondità 110, ed è un doppio segnale. Due EP… Risponde Jones.

- Capo centrale, abbiamo una scheda su quel Lorenzo? Chiedo.

- Poc… l’ven del lato oscuro della forza… Hardcore… Punk… Fastcore… Sputalltuocervellodalnazcore… Questo genere in somma. Non ci stiamo mai avventurati da queste parte. Comunque e stato in un fottio di gruppi tipo Sang, Left in ruins, Crop circles, e anche Shitty Life. Dadar e una sola e unica persona che suona tutti strumenti. È conosciuto come “Piff” o anche “Doppia F”. L’anagrafe lo ricorda come Lorenzo Piffer di Rovereto. È stato schedato nell’archivio alla registrazione di “The moon is a biscuit…” dei “Horrible snack”. Murung records e un label recente dove il suo progetto solista può trovare spazio. Su questi due EP  Piff propone qualcosa di meno aggressivo, meno arruffato, ma più energico! Ci sono anche delle tastierine con suono anni 80! Le chitarre pero, picchiano con energia. Per il nome, Dadar e il primo sviluppo urbano programmato alla periferia di Mumbay e sembra volere dire “scala” non quella de cemento per salire al primo piano. Quella de legn per salire su pomari!  Tutto li.

- Jenkins! Doppler e spettrometro, cominciamo.

Gennaio 2017 vede discretamente uscire, lontano dagli nostri mari, un EP tre tracce. La cover, azzurra pallida, rappresenta piante nella parte superiore e nella parte inferiore l’affollamento della gente di Dadar, o magari ovunque altro, al momento di prendere il trasporto in comune per portarli a Mumbay per lavorare.  Agosto 2017 porta la mondialmente conosciuta Rosticceria cinese Hong Kong dell’incredibile Jin Keke, sede Via Maioliche, 64, 38068 Rovereto TN, telefono 0464 435682, al suo degno posto; cioè rosticceria dell’anno o niente! Quattro sberle sul menu, da ordinare solo con bacchette.

“brain” e una traccia incisiva, corta (1.28) che va direttamente al dunque. Un primo plettro si fa meccanicamente massacrare durante la sua esecuzione. La grande gioia è che la tastierina, o ancora “Dadarofono”, non stona neanche dal insieme, durante la sua corta apparizione verso la fine della canzone.

“p.a.r.e.n.t.s” si campa su un piano un po’ più aggressivo specialmente nei vocali, un po’ più urlati e registrati distorti. Notevole batteria su tutto il pezzo, le raffiche sono maestrale. Le chitarre pero sono alla “Greenday” dei primi tempi, ma sotto amfetamine. Bellissimi stacchi lampi per far giorno o sul basso o sulla chitarra. Bella costruzione. Deploriamo la disintegrazione di un altro plettro.

“shitstorm” calma il gioco con questo pezzo punk / poppy adornato di chitarre che si rispondono l’una a l’altra. Il pezzo sembra eternizzarsi un po’: Pensa te! 2.52 non finisce più! Le apparizioni del “Dadarofono” sono irregolarmente disposte sul pezzo: inizio e fine, ed anche unicamente dopo il primo verso: Questo sostiene l’unicità della loro presenza nella traccia e loro uso in un modo asimmetrico non appesantisce il pezzo. Scelte buone son prove di mestiere e chilometraggio.

 

Saltando in “Sick of pasta” il secondo EP, notiamo che “destroy everything” si distingua da suoi cori “uhuuu”, dalle sue chitarre rabbiose è trova il modo, allungo le suoi 0.48 secondi di includere un break di basso e un assolo di chitarra. Dà a l’uditore l’impressione di prendere in mano le due estremità di un cavo elettrico sotto tensione… Grattugiata del terzo plettro.

Eternizziamoci su “get away” con il suo gusto dei “Clash” delle prime ore, con un po’ di “Charged GBH” sui bordi. La lunghezza quasi soporifica del pezzo (2.24) c’è lo permette.  È costruito come un pezzo rock ma respira il punk originale da tutti pori. Una bella transizione voce/tastiera a 0.40, valle la pena di essere notata, tutto come il basso metronomo, che tira sue quattro note per misura tutto allungo.  Spezzatin’ de plettro alla boscaiola. 

“digital degenerates” assomiglia alla traccia precedente nella sua struttura: e articolata intorno a un intro, decrescendo, stacchi, riprese. In somma, è meno lineare di “brains”, per esempio. Plettro ferito ma ancora vivo.

Una batteria in delirium tremens porta la totalità dell’ultimo pezzo; “sick of pasta”, 37 secondi sono ampiamente sufficienti per assestare il contenuto composto di una voce al limite dello strappo e di una chitarra che raffica in sintonia alla rullante. Sminuzzata dell’ultimo plettro disponibile. Piazzare un ordine a iiriti music store, Viale del Lavoro, 18 Centro Commerciale Rover Center, 38068 Rovereto TN. Una scatola di 20 plettri.

Mi tolgo le cuffie del decoder audio per liberarmi del lungo fischio continuo che ricopre la mia percezione uditiva, con un leggero sorriso nostalgico, girato verso il mio passaggio in quel genere musicale.  Mentre l’equipaggio del centrale canta a squarciagola: “La, mezz’ al Mar ci sono orecchie che fumano, sono timpani che si consumano”.

-Geisterchor sta passando sopra noi, Capitan! Rotta nello 005, Velocita 5 nodi, profondità 100. Doppio segnale… No! Segnale triplice….

-Bravo Jones! Rispondo. Doppler, scanner e spettrometro su quei rilevamenti! Capo centrale, il file!

Non scorre troppo tempo prima che il dossier atterra sulla tavola delle carte. Tom Strong e un’entità già schedata nel passato con il suo progetto “Silent Carrion”. Qui, si aggiunge Francesco Armani al basso e alla chitarra Stefano Nicolini, quei due proveniente da l’Eco del Baratro, per catramare di nero caldo e appiccicoso le nostre orecchie. Confermo qui, l’eccentrica direzione artistica deliberatamente presa a Pieve di Bono, e non mi spiego la bizzarra attrazione che ho, per quello che si fa nelle Giudicarie. Due album di 6 tracce ogni uno, numerate da numeri romani. Passarle tutte in vista non serve più di tanto. Il genere “noise”, “industrial”, “drone” e un club ristretto e non è pronto per passare in radio durante questo secolo, magari per il generico di Cinico TV 2050.

Nel primo EP, le atmosfere variano fra “electro grind” (II) al rave hard core (III, IV) su ritmi quasi sostenuti. Per piombare nel calmo funeralistico, in quale l’isteria colpisce a metà strada (V). Il tutto introdotto, o punteggiato da voci, estratti di film (I, VI). Per ottenere queste atmosfere strane, parte di batteria elettronica, chitarre, basso sono registrate, poi tagliate, filtrate, mixate, e compongono l’EP. Tom strong rimanendo il conduttore dell’orchestra composto da piste registrate qua e là completate di batteria elettronica, poi assemblate con impegno: le scelte di estratti filmografici sono sempre accurate: “Tu non sei un cavallo, tu non sei un cavallo…”

Il secondo EP, “VII” si veste di principi dubstep su ritmo ossessivo. “VIII” si veste di cacofonia, “IX” di country western con un banjo su sintonizzazione radiofonica disperatamente esitante, “X” e una base rock, che non ricade mai su suoi piedi, ma che ricopre un discorso in tedesco. “XI” mi fa sciogliere il cervello. “XII” sembra essere la percezione, con quello che rimane di udito, di un artigliere su un enorme canone durante un fuoco di sbarramento.

Il live mi sembra registrato senza udienza. Piuttosto un esperimento, senza tagli, fatto in sala prove, e registrato al modo Chameleons UK per “Tripping dog”… E uno sfogo. Non contiene strutture predeterminate nonostante varie prove di costruzione da parte di batteria o chitarra e basso. Gli urli nel microfono mi ricordano deliri giovanili in cantina, interrotti unicamente da genitori scendendo per dare un taglio alla faccenda. Atto generato da l’esasperazione, mentre ogni protagonista prova di essere l’ultimo a portare la nota finale al pezzo.

Giudichiamo le nostre prime reazioni di fronte a queste pubblicazioni: “Non è musica!” “Cos’è sto bordello?” “Ma si vende?” “Riescono a vivere della loro musica quelli?”, “Bah dai, l’è rumore… baccano”. O ci troviamo davanti ai Cipri e Maresco Trentini? A cosa serve il rispetto e la considerazione a posteriori se la prima reazione e il reietto?

Qual è la posizione da prendere davanti un tale contenuto? O piuttosto se prendiamo il problema al contrario, qual è il CONSENSO che diamo, al fatto di comprare la cultura e la musica nei supermercati, soprattutto se la spesa fatta, viene da produzione spalmate in tivù, corroborate in radio, suggerite di nuovo nella stampa? A cosa serve la formattazione di massa? A cosa serve fare guardare unicamente in questa direzione, il più grande numero? E quale il nostro riflesso primordiale se una o più persone vicine a noi, sono bagnate in questi croccantini effimeri, che comprano all’usa e getta da artisti usa e getta? Ci distacchiamo? Perdiamo il nostro legame sociale? Quale consenso diamo a l’entità invisibile ma nera che ci domina, a sodisfarci di cosi poco, ad entrare cosi casualmente nel gioco… Come siamo recuperati?

Il fatto di avere la capacità di ascoltare tale tipo di suono, sia Dadar che Geisterchor, accerta solo e unicamente la volontà e la possibilità che hai, di potere o volere uscire della MATRICE.

Punto. Tutto li.

Il traffico sopra di noi e tale che dobbiamo rimanere in immersione.

- Secondo? Mandiamo una richiesta di assistenza a l’ammiraglio Giusy Elle che viene a rifornirci di cibo, carburante e aria fresca.

- Aye aye, sir!

- Jones, dimmi chi sta arrivando nella nostra direzione.

Capitolo 77

E sempre un piacere vedere l’ammiraglio, al meno, quando sappiamo che viene. Giusy Elle è al commando di un mostro subacqueo; a l’interno c’è posto per tre o quattro sottomarini come il nostro. Siamo riforniti per proseguire con la più lunga missione mai intrapresa da memoria di marinaio. L’equipaggio si è scrollato le gambe e ha potuto anche fare un po’ di jogging durante le 6 ore del rifornimento. Il Secondo conduce la manovra per uscire dell’immenso scafo del EDP. Prendo in mano quella per riappoggiarci delicatamente sul fondo. Siamo circondati da “bips” -uscite di questo inizio anno- che circolano ereticamente nei 30 miglia nautiche intorno alla nostra posizione. Mi stavo chiedendo, visto che tutto sembra crollarci addosso in questo momento, se il ritmo delle uscite e normale, o se abbiamo raggiunto il punto al quale, il numero di gruppi schedati nel nostro archivio ci porta alla capacita massima dei nostri compiti.

- Capo centrale quanti files abbiamo abbordo?

- 162 artisti o gruppi schedati per al meno 1 traccia, 2 225 tracce in totale per 126 Ore di musica Trentina in archivio. E ci sta ancora arrivando roba sulla rete flash mentre parliamo…

- Jones? Dammi un punto sui rilevamenti seguiti dall’interferometro:

- “Rebel Rootz” in via di uscita ma segnale poco leggibile ancora, “Francesco Camin” segnale registrato ma rilevamento sfuocato. “Joy Holler” ancora in studio. Nuovi segnali “The Rumpled” in avvicinamento rotta nel 065, distanza 40 miglia, velocita 08 nodi, profondità 80, “Lovecoma” in avvicinamento rotta nel 105, distanza 38 miglia, velocita 12 nodi, profondità 20, Francesco Armani, immobile, segnale debole.

Si ferma con l’indice in aria… Sta entrando una procedura nel computer con la sua tastiera e questo vuole dire che non potremo neanche soffiare un po’.

-Segnale! Gabriele Guarnieri One-man-band-folk-acustico… Vicinissimo!! Rotta nel 246, distanza 4 miglia, velocita 10 nodi, profondità 75.

- Capo centrale abbiamo qualcosa su quel Gabriele?

- Sì, era la voce di “Nevischio”… Val di rabbi… il Giullare che tira la lingua

- Ah sì vedo! Non è che abbiamo ancora il “Caminetto session” nell’archivio da qualche banda?

- L’ è ben quello! Ha rifatto superficie (se mi permette, Capitan…) a Balcony TV pochi giorni fa. Da lì, l’Intel ha beccato il segnale e collegato il file con “La controindicazione” il rilevamento che abbiamo a portata di strumentazione.

-Occupiamoci di quel bamboccio, dai! Scanner, doppler e spettrometro in funzione!

- Aye, aye sir!

Abbiamo avuto un po’ di artisti “folk” nel faccio del nostro sonar ultimamente “Centromalessere” e “Giorgia Job” sono anche geograficamente originari di questa zona. Credo che un certo Felix Lalu ha anche registrato nella val di Rabbi verso 2013. Questo tizio ha uno stile ancora diverso di tutti questi qua, e mi sembra avere la testa sulle spalle. Il primo advettivo che mi viene in mente a sentire le sue canzoni e “lucido”. Due tracce mi confortano su questa posizione “La retorica” e “Contro!”. Sa la sua posizione, conosce la sua direzione e sembra avere le idee chiare. La totalità della farina spalmata qua sotto viene dal suo sacco, Gabriele ha saputo mettere le dita in tutto, basso, chitarra elettrica, tastiera, cori e registrazione inclusa. Ha saputo lasciare lievitare, ha infornato a temperatura giusta, e sfornato sapientemente in cima alla terrazza della cooperativa Samuele, e del colpo, distribuire suoi panini alla moltitudine.

L’antipasto del “Intro” e una semplice frase musicale declinata con un “Guarnierofono” Bontempi e un basso. Non un solo colpo di rullante o di percussione sulla totalità dell’album. Otto canzoni in quale il piatto principale e composto di una voce e di una chitarra folk, in contorno abbiamo qualche timidi ingredienti: gli strumenti nominati qua sopra sanno rimanere in sotto fondo, sottolineano un’armonia, evidenziano un passaggio. Le canzoni sono spogliate e con una minima orchestrazione, per lasciare il testo diventare la punta dell’interesse dell’uditore.

“Quello che conta” e di questa fibra. Non comporta ritornelli ma una frase alla chitarra elettrica si intercala piacevolmente fra i versi. “Un crimine commesso sognare di nascosto mi viene piuttosto bene” conclude la traccia.

Il ponte dei fuochi sembra ritracciare nostalgicamente un raduno di popolazione intorno a fuochi d’artificio “Il primo botto, poi un altro, poi ancora brindiamo con l’alcool rubato” e agosto… Si può stare fuori a far festa. Mentre i vecchi ricordano altri botti, di un passato meno gradevole.

“La retorica” e il suo testo sparato velocemente dipinge accuratamente i tempi presenti “Io canto del mio tempo, non di quello che è passato, non avrebbe senso”. Fra uomini magri che rubano per sopravvivere, il mondo che va a putane, ma e tutto normale, un futuro archiviato, il nostro modo di spalmarsi su facebook, la paura di ammalarsi, pensare a chi sta peggio, e il valore di una vita “milioni di abitanti che presi tutti insieme valgono meno di me” … Il tratto e giusto e preciso, per cui colpisce un po’ più profondamente.

“Una buona idea” e a ritmo di ninna nanna, tonno incluso. Tratta delle debolezze umane davanti alle risoluzioni di inizio anno, o semplicemente esprimersi senza pensarci del tutto. Gabriele mi colpisce due volte su l’argomento e rimane bello solido “Sto volentieri con i piedi per terra, che non si sa mai…” tanto andarsene col vento e il destino di tutti.

“Beata Pazienza” accoglie una chitarra elettrica per tirare sue lunghe notti, sotto il battito regolare della chitarra Folk. “Spesso la pazienza non ci sta, chi la perde poi esagera” sarei gratto se Gabo smettesse di puntare verso miei difetti uno dietro l’altro. In tanto si permette di tirare un po’ sulla sua voce per grattare con la sua rugosità, i passaggi più forti.

“Universo” mi sembra una miscela di flat picking fra chitarre folk e elettrica, l’effetto poco notevole a prim’ascolto e pero del più bello effetto. E la canzone la più romantica dell’album, lievitata dopo il secondo ritornello da una tastiera che ci fa planare intorno a due soli accordi. Semplicità, efficienza, centro.

La dissonanza dell’introduzione di “Contro!” ci invita a girare la testa nella direzione del testo. Ci pone davanti al fatto di essere contro qualcosa, ma senza potere proporre qualcosa di costruttivo: “Se siete cosi geniali e innovativi, inventate qualcosa poi, vediamo che succede, e chi vi segue, siete annoiati, senza idee, lobotomizzati” C’è una buona lista di “contro” messi avanti come esempio, pero manca l’Orso, gli Ambientalisti, i Grillini, il Bondon di un lato e salvini, monsanto, la boschi, e berlusca da l’altro, lasciando di mezzo i vaccini e la costituzione. Non basta essere contro qualcosa bisogna anche sapere perché.

Cosi Gabo si è ritrovato a scrivere e suonare da solo, sembra che le copie fisiche del suo album son esaurite. Qui abbordo possiamo solo invitarlo a depore il suo contenuto on line, come su band camp per esempio. Per lasciare la moltitudine goderne e apprezzare senza moderazione…

- Secondo, ci organizza un giro di veglia che la maggior parte dell’equipaggio potesse andare a riposare mentre siamo qui fermi sul fondo. E già una lunga missione, continuiamola con gli occhi davanti ai buchi e belli svegli. Dobbiamo economizzarci.

- Aye, aye sir! Prendo il turno se permette…

- Chiamatemi se si muove qualcosa. 

Prima di lasciare il centrale, mi giro per dare un’occhiata… Mi sembra che Jones e fermo, la mano sulla cuffia e l’indice sospeso per aria...

 

Capitolo 78

[…] seguito recensione Gabriele Guarnieri

Mi sto pensando “Jones, tazi va la, lasciami andare” e ho ancora, in un angolo dell’occhio, il suo indice alzato, e l’altra mano che preme leggermente su una delle cuffie, lo sguardo sempre fisso sulla curva sonora che ondeggia sul suo schermo. Deciso ad ignorarlo clamorosamente, mi sto già girando nella stretta corsia di servizio…

- Segnale nel 263! Firma sonar “Rebel rootz”, rotta nel 092, distanza 15 miglia, velocita 12 nodi, profondità 040.

Nettuno stridente! Santa voglia saltami addosso e prendimi selvaggiamente nel cortile. Mi giro deciso per l’esempio, faccio vedere una volontà altissima, nonostante la voglia che ho, di raggiungere la mia cabina e di spaccare un cuscino in due, con la mia testa.

- Doppler, Spettrometro, Scanner in funzione su quel rilevamento, le stiamo aspettando da un bel po’ quelli, eh? Aaaaah, Aaaaaaah!

Dico con un tonno entusiasmante, quando vedo il dito di Jones rialzarsi un'altra volta dietro il muro della sua consola.

- Segnale nel 010, non schedato, rotta nel 185, distanza 29 miglia, velocita 12 nodi, profondità 065. Trattamento dati…… “the Rumpled” Irish folk band…

Nello stato di stanchezza in quale mi trovo, li taglierei volentieri il dito, a Jones, pero ecco che lo rialza ancora una volta… Le braccia mi cadono…

- Tasin! Sclama Jones.

Passa una decina di secondi… non capisco… cos’è sta roba? Cerco il Secondo per interrogarlo dallo sguardo, lui mi fa vedere le rughe del suo mento, perché ha la bocca in fero di cavallo, dal dubbio.

- Tasin! C’è un fratello Tasin in ogni gruppo! Conferma Jones.

Ah! Beh! Va meglio… Pensavo avesse beccato un altro segnale!

- Capo centrale, abbiamo un file su quei due lì? Chiedo.

- Allora Luca e il Michele Tasin sono gemelli di classe 1990. Sono entrati nella musica all’età di 16 anni in una band di amici chiamata “Black moon”. Mancava un bassista e quindi Luca l’ha scelto come strumento, mentre Michele cantava. Poi hanno suonato nei “Betwin friends” insieme a Francesco Camin, Michele suonava le tastiere. Dopo quel progetto ne hanno creato un altro: i “Dor tuar” (fonetica di “dortoir” in francese) dove Luca suonava il basso, Michele le tastiere. I fratelli Tonini erano alla batteria e chitarra. Nicola Tonini suonava anche nei Rebel nel passato. Da lì, Michele entra nei “Rebel rootz” Luca e stato chiamato nei “the Rumpled”. Il più divertente e che la gente le confonde ancora e sentono complimenti dai fans di una band per l’altra, ormai stufi di chiarire lo scambio di persona, accettano i complimenti senza spiegare…

- Anch’io farei cosi, se una tipa fornita bene venisse a farmi complimenti… e la cover? L’Intel dice qualcosa sulla cover? Chiedo, curioso.

- Stavo per dire che è di un certo Cristiano Brunelli, uno specialista locale dell’inchiostro, la cover rappresenta una radice e l’entrata di un tempio che figura il microcosmo interiore di un individuo. La scala e in ascesa per tracciare l’evoluzione della persona. I cerchi di crescita del tronco sono a forma di labirinto certe volte, ma l’impronta centrale raffigura l’assoluta unicità dell’esistenza di ogni uno. La foglia protesa in alto è la vita, la speranza che resiste nonostante la drammaticità dell'esistenza rappresentata dall'albero reciso, colpito e al contempo umanizzato da quell'impronta che ne fa soggetto degno di empatia e di rispetto.

- Ustia! Dico affascinato.

- Eh sì! Ero molto buono nel simbolismo a scuola… conclude il Capo centrale. Poi ho fatto un corso di boscaiolo, poi lucidatore di palazzi e in fine di sotto mariniere. Ed eccomi.

- Beati noi di averla abbordo… Cominciamo!

Cosa rimane dal reggae Trentino, in fondo? I Guanabana, rappresentante di un reggae tradizionale, si sono sciolti. Babamandub nonostante capo lavori come “La tua pelle” e due album di grande qualità non danno più segnali. Anansi si avventura un po’ verso il blues e ha tagliato suoi dreadlocks. Il reggae si sente ancora un po’ nelle sue composizioni, poi appare anche come collaboratore nell’album.

Credo che la grande capienza dei Rebel Rootz e di potere sbandare verso altri generi musicali e amalgamare Rock, funk, pop e anche dubstep in quello che fanno. La forza delle due tastiere porta la flessibilità di esplorare con più facilita vari orizzonti. L’album e più che generoso con quasi un’ora di musica, spalmati su 13 tracce e un bonus track.

Mr DJ” e già vecchio di due anni con la sua uscita in aprile 2016. Registrato ancora con Toniz Minchione alla batteria, prima che andasse a creare mobili con un talento sorprendente. Prende il suo posto Loris “Ciada” Dallago, il fratello di Francesco “Ago” Dallago bassista del gruppo.

“Dammi la forza” si fa notare d’entrata dal suo ritmo rapido e si veste di pop sottolineato da due passaggi di pura elettro a 2.25 e 3.00, inclusioni che possono sembrare strane per una canzone reggae, ma che sono tipici della formazione di Trento.

Entriamo nel giro delle tracce con collaborazione esterne. Francesco Drimer Marcheti di Trento e Ares Adami di Arco si sfogano su “La mia isola” coronata di belli cori e di tastiere con suoni tubulari.

Il Romano di “Virtus” accompagna Massimo Fontanari su un testo italiano / inglese con forte accento jamaicano. Beati voi che avete comprato il CD che comporta magari l’inserto con le parole. Noi sfigati del download a l’estero, dobbiamo grattarsi la testa nella perplessità. Cosa diset?

Il ritmo lento e tropicale di “Dimmi di te” ci coccolano nei nostri ricordi di amori d’estate che trasciniamo in memoria, durante vite intere.

“Lascia che ti dico ancora” e un tesoro di ritmo che invita a ondeggiare sul tempo. Che piacere poi, di sentire Stefano “Anansi” depositare la sua voce nel break.

Un americano di Venice beach sembra prestare la sua voce a “Chilometri” Greg Cipes, un fusto biondo, gusto yoga e fumetti.  Greg riempie della sua voce l’introduzione e il break prima del ritornello: “Non saremo in un libro di storia, non si parlerà di noi a scuola

Un sample di voce persa nell’eco introduce “La mia citta” la canzone la meno orienta verso il reggae di tutto l’album. Si gira leggermente verso un Jazz pop un po’ swing sui bordi. Si parla di Trento e sono anni che muore dentro.

Siamo andati a cercare la voce di Lazise; Alice Righi: Cantava in “Ellis” Con Carlo Villotti, quindi penso che il Carlo ha ancora il suo cellulare. Presta anche sua voce a Janet Dappiano per Noirêve, canta con Anansi su Balcony TV “Ci stavamo dentro” … Siamo di nuovo sul reggae ondeggiante tanto la voce di Alice invita a surfare le frasi di fiati, fatti alla tastiera-che-si-può-soffiar-dentro.   

Ovviamente “La regina” e la traccia la più potente, la più rock, la più prendente, la più strappa mutande di tutte. Il ritmo pesante e potente lascia le due note del ritornello martellare con potenza il testo: “Musica, portami lontano da chi giudica

- Tipo a San Remo o a X tractor? Chiede ingenuo Jenkins, che arriva qua di mezzo come un capello su un passato di verdura.

- Secondo? una volta alla base, mi faccia pensare di dare una promozione a Jenkins, per favore.

- Grazie Capitan!

- Ho un amico Greco; si chiama Sifiguris, pero adesso sgomma….

“L’ultimo gioco” si riferisce alla posizione di ogni uno nella società. “Sono figlio di un mondo… Se mi chiedi la mia nazionalità, non sono fiero di rispondere Italia” […] “Niente confini solo aria” La domanda rimane, Dom dodo domdom, possiamo vivere senza frontiere? Dom dodo domdom, o sappiamo VERAMENTE cosa una frontiera ci porta? Dom dodo domdom, il nostro buon cuore pieno di fraternita mondiale, Dom dodo domdom, può essere recuperato a contro senso, Dom dodo domdom, da chi vuole imporre mondializzazione, Dom dodo domdom, per interessi finanziari. Ci siamo: e l’ultimo gioco.

C’è odore di spiaggia tropicale su questo gioiello di libertà della scelta con assenza di giudizio “La nostra favola” parla della lotta per coppie omosessuali di usufruire degli stessi diritti che le coppie standard. Secondo me matrimonio e adozione per copie omosessuali e fa parte dei segni di una società AVANZATA. “Amarsi non deve essere un tabu… Yeaaaaah!

“Lacrime” conclude l’album con un testo già sentito su una traccia di Bruce Gil “Non c’è più tempo” in collaborazione con I Rebel Rootz con il un video allucinante fatto nel 2013. Non so se Massimo a proposto un testo ancora in costruzione a Bruce Gil a l’epoca, o se il testo completo ha finalmente trovato una musica nel 2018. In ogni mondo il resultato vale la pena.

I Rebel hanno saputo brillare ancora con questo album atteso da anni. I testi son pieni di senso e di sincerità, i cori sono belli, precisi e dosati. La sessione ritmica e impeccabile. La chitarra virtuosa, le due tastiere suonano dalla cima del Olimpio e offrono sentieri divergenti per svagare allungo la strada principale. Album indispensabile.

- E l’altro fratello Tasin, il Luca dove adesso? Il rilevamento dei Rumpled e cambiato?

- Sempre nel 010, rotta sempre nel 185, distanza 19 miglia, velocita 12 nodi, profondità 065. Passerano sopra noi fra un po’ più di un’ora.

- Ustia! Ho un po’ de tempo per un pizzulino…

 

Capitolo 79

[…] seguito recensione Rebel Rootz

L’interfono della mia cabina mi tira fuori dal sonno, è il secondo che parla:

- Capitan! la strumentazione è in funzione e “The Rumpled” sono a portata di scanner.

- Arrivo subito, mi faccia trovare una piscina di caffe stretto nel centrale, con un trampolino sopra.

- La tassa e già qua, Capitan…

Il capo centrale e pronto con il suo discorso, appena mi sono seduto sulla poltrona del centrale, inizia già il suo rapporto:

- Allora siamo in ante prima su questo album perché “Ashes and wishes” esce il 24 marzo 2018, ma il loro rilevamento, tenuto discreto, ci è stato rivelato da l’Intel. La band si compone da Marco Andrea Micheli all’ Canto, Davide Butturini alla chitarra acustica o elettrica, Luca Tasin, il famoso fratello di Michele dei Rebel Rootz al basso, Michele Mazzurana picchia finché vuole la batteria, Patrizia Vaccari suona il violino e in fine Tommaso Zamboni la fisarmonica. La band si è formata nel 2013. Li lego il telex da l’Intel: La JIG OF DEATH è la tipica colonna sonora dell’antica usanza del “lock-in” dei pub irlandesi.  I locali, costretti per legge a chiudere nei giorni feriali prima della mezzanotte permettono a volte ad una fortunata manciata di “fidati” di rimanere dopo la chiusura. Abbassate le serrande (il “lock in”), si continua imperterriti a servire da bere e a ballare una musica inebriante e sostenuta, si dice fino “alla morte” dei clienti o all’alba successiva. L’album e prodotto da Gianluca Amendolara di Black Dingo Production, che sarà pubblicato il 24 marzo 2018

- E cosa vuol dire Rumpled? Chiedo.

- Non stirato, negletto, sgualcito, trasandato… prova il Capo centrale.

- ‘Na specie di “Chiffonné” n’somma… s’intrufola Jenkins, audace.

- Si bene grazie, Jenkins! Mettiti il naz sullo schermo dello spettrometro da subit, che cominciamo!

“The Rumpled” possono vantarsi di potere radunare verso lo sfogo della danza “jig” un largo pubblico di vari orizzonti. Da tradizionalisti a fibra di legno fino a metallari di passaggio, tutti trovano il loro conto nell’intensità e la potenza che generano. A guardare meglio, la cadenza si aggira intorno a 150 bpm di media su l’album. È irresistibile… Hanno la forza di una ruspa che sposta tutto. Poi Marco Andrea detiene l’arma letale; la sua voce e accattivante, calda e rauca, con la capacita di grattugiare una forma di Stravecchia Trentina a cento metri di distanza. Adesso chiedersi come una band di montanari suona come musicisti delle taverne di Kilkenny non può rimanere un mistero troppo allungo. La risposta e: perché no? Tanto, altri montanari suonano reggae, no? Poi avendo un fratello Tasin in ogni gruppo porta un inizio di risposta…

“Rumpled time” inizia l’album con la dichiarazione dello statuto del gruppo: “Ain‘t gonna dress like you, or do the things you do, We gonna be ourselves, and it’s the only way it’s true”. La fisarmonica spezza una via, come la prua di una nave che torna a buon porto. C’è abbastanza posto dietro per infilare tutti altri strumenti e spingere compatti. La voce scalfita e grezza incolla a l’atmosfera creata. I cori hanno un po’ l’odore di una “curva sud” ma poco importa; sei metti il piede lì dentro parti con la marea. Il segreto e tuffarsi di tutto il corpo.

“Just say no” non ci lascia il tempo di soffiare, il flauto di Iain Alexander Marr ci riporta verso la mischia con introduzione del pallone ovale da Mazzurana, per raccontare la confessione di un uomo semplice che uscendo di galera, non può offrire più di quello che ha alla sua morosa, se degna riprenderlo con se: “Yeah I say no hell no, you got me reelin’, ain’t gonna leave me broken, Like a man who’s bound to fail

Gran colpo di acceleratore per la “Jig of death” nell’esercizio, neanche sproporzionato, di triplicare il suo proprio pezzo in bicchieri di birra: “Oh If you can dance all through the night, And triple your weight in dirty pints, The jig of death That is the life for you!” Portato dalla stupenda partitura comune del violino e della fisarmonica, e ritroveremo piacevolmente questa magica combinazione molto spesso nell’album. Adesso, il bagno per favore? Segui la linea gialla!

Frankie d. McLaughlin dei “the Rumjacks” e invitato a cantare I versi su “The Ugly side” che ci porta una notevole partitura di basso e una chitarra elettrica muscolosa per colorare di rock questo pezzo, che ci fa guardare in faccia, il nostro lato oscuro. Avendo il mio a galla vicino alla superficie mi sono sentito indagato fino in fondo: “I am the man who you pretend does not exist I am the ugly side you can’t deny”.

Ho un dolore di fianco e bisogno di soffiare. “I wanna know” offre l’opportunità di appoggiare la mano a qualcosa di solido, e guardare il suolo respirando profondamente, con il ritmo più calmo di suoi versi. Pensiamo bene; il ritornello e a solo 125bpm. Un tempo adatto per una separazione, suoi rimorsi e la strana curiosità di volere sapere chi riempirà lo spazio vacante. Tsssss. Sti uomini!!!

C’è come un odore di marea, di legno bagnato, di vele e di sale nei primi secondi di “Don’t follow me” sarà I “Ooooooo” e la cornamusa di Ghilli Vinderthor Prati, a dipingere quel quadro. Ma il soggetto della canzone e più che moderno: “The media says what they want you to know, It owns all the channels, your life’s just a show, Consuming the things that it says you desire, You’ll spend your last dime and go down to the wire”. E la richiesta di alzare la faccia dallo schermo tascabile con quale ci tengono al guinzaglio. Tanto il mio e un Nokia dell’inizio secolo con tasti sbiaditi di plastica, quasi mi sento crescere le ali…

 “County Clare” e un pezzo muscoloso che racconta la storia di un giovane che raggiunge un gruppo di ribelli per combattere la colonizzazione inglese. Invece di morire in battaglia si agguerrì e riesce a tornare dalla sua promessa per trovarla nelle braccia del suo miglior amico.  Dalla disperazione torna a combattere ma senza avere la voglia di tornare: “Remember me (when) you’re walkin free […] and drink to me, (when) you’re livin’ free in County Clare”.

Un violino deciso introduce “Bang!” Un pezzo gioioso che parla del sollievo di scoprire che uno straniero “dressed to kill” non porta bomba sotto il suo mantello. Episodio che può anche illustrare la fine del conflitto Irlandese. Ero troppo giovane a l’epoca per interessarmi al perché di tutto questo, ma mi ricordo che le azioni dell’Ira e le stragi dell’esercito inglese apparivano spesso su il piccolo schermo in bianco e nero di casa mia. Per lo meno e un bel pezzo per violino.

C’è un’ atmosfera diversa e molto più Rock, quasi Metal, e poi apertamente punk, Per “Dead man running (on borrowed time)” Traccia puramente MONUMENTALE dalla sua intensità, dalla l’energia diffusa dalla batteria, dal suo passaggio strumentale enorme, dalla chitarra elettrica che treccia la rete su di quale si appoggia tutto, dalla partitura di basso che accompagna l’inizio del terzo verso, dall’ assenza di ritornello, dalla sua costruzione diversa, dal violino alto, che corona il tutto con maestria esemplare, che n’e basterebbe la meta, e dalla voce di Andrea per impacchettare il tutto. Uno HIT! Che sberla!

“Ramblin’ on” si veste quasi di accenti country western, per deporci di nuovo a un livello più tradizionale. Farneticare o divagare… Raccontare cose senza testa né coda e il significato di “ramblin’ on” o la scusa proposta a chi ascolta per dire “penso stretto ma, in tant’ non ha importanza…” Io voterei la seconda. La grossa sorpresa su questa canzone e che sembra che ci sono due cantanti diversi, che si spezzano il verso in due parti distinte, pero L’Intel e lo spettrometro del bordo ci confermano che è Marco Andrea che s’incarica delle due partiture. Prima metta del verso con una voce pulita, seconda con la voce graffiata. Ottimo risultato.

La conclusione dell’album e più serene, quasi per lasciarvi calmare prima di rendervi alla vita odierna.

“Letter to you” e un crescendo che parte dalla tranquillità di un canto depositato su una chitarra folk. Presto gli strumenti entrano per dare corpo al ritornello: “Is there nothing I can say to you, nothing I can do So we can start a-new”. Il secondo verso sale di un grado, c’è un ponte musicale che alza leggermente il ritmo senza mai raggiungere l’isteria descritta qua sopra. Dopo tutto e una canzone romantica.

La sorpresa su questo tipo di produzione e totale. Prima perché il genere musicale e spostato dalla sua origine geografica e rimane ancora poco diffuso, nonostante l’ondata sotterranea che porta un’udienza sempre più larga verso la musica celtica attraverso suoi festival, che radunano maree di gente, conquistati uno per uno.  Secondo, perché The Rumpled non hanno ad abbassare lo sguardo davanti a nessuno a l’interno di questo genere musicale: la qualità delle canzoni proposte qui, parla da sé. Sono trentini, sono Italiani, ma la qualità delle composizioni e la loro esecuzione esemplare li permettono di potere accogliere artisti di fama su questo album. Non penso sia solo per solidarietà…

- Jones? Mi fai una lettura dell’Interferometro, per favore? Abbiamo rilevamenti nuovi?

- Black Circus, Hi|fi Gloom, Lovecoma, Joy Holler…. Risponde Jones.

- E chi viene nella nostra direzione in quel momento?

- Erhm… Black circus.

 

Capitolo 80

[…] seguito recensione “The Rumpled”

-I Black circus? Chiedo sorpreso.

- Aye, aye sir! Nel 354, rotta nel 179, velocita 12 Nodi, profondità 032. Risponde Jones.

- Ok occupiamoci di quei… “O Brothers” trio, allora. Capo centrale cosa diset?

- Beh abbiamo alla chitarra Denis Rossi che dovrebbe ancora essere nei “Matleys” si era aggiunto nel 2016 al paio già esistente dei Otterloop composto di Luca Bertoli alla batteria e Daniel Sartori alla chitarra per formare i primi Black circus: un duo chitarra, basso occasionale, su batteria. Poi come lo dice un comunicato intercettato da l’Intel “Dopo varie vicissitudini ed un cambio in formazione” Daniel raggiunge “Samsa Dilemma”, I Otterloop si sciolgono e l’Ammiraglio Giusy Elle e stata tutta scombussolata dalla notizia. I Black circus fanno qualche date live in duo. Poi recuperano Andrea Casna al Basso, non è schedato da nessuna parte nel nostro archivio, ma deve esser passato da qualche gruppi prima, vuole che verifico?

- Ovviamente, Capo centrale! E una volta completa, mi registra la scheda nell’ archivio.

- Aye, aye sir! Mando una richiesta d’indagini da subit… li leggo anca il telex ghe ven dalla retta flash:

“I Black Circus amano fondere le radici della musica del Delta del Missisipi ad un rock’n’roll più feroce ed essenziale. È un circo di ripescaggi nei riff blues più avvelenati fino ad arrivare alle atmosfere new wave. È un coast to coast dalle soleggiate spiagge della California fino alle atmosfere nuvolose dell’Ohio. Le loro canzoni prendono vita in soffitte polverose, vengono imbevute in tinozze di Moonshine e lasciate maturare nel Mojo. I Black Circus suonano la musica del diavolo ma sono in missione per conto di Dio”.

- Per il conto di???? Poi mi riprendo, vedendo l’allusione chiara ai “Blues Brothers” Ah sì! Dai, che me fan ridere… Voodoo… Mojo… fan rider, no? Gnent altro?

- Ecco la risposta; Casna l’era nei “Clara can’t escape” prima…

- Ah! con quella che canta in piedi sul bar?

- Si, si… Le ben quella, L’EP e stato registrato al Metrò Rec di Riva del Garda da Marco Sirio Pivetti…

- Pivetti … ha suonato sull’ultimo Francesco Camin? Synth e flauto traverso, giusto?

- Si, si… Le ben quello, e masterizzato da Mauro Andreolli presso il Das Ende Der Dinge Studio a Trento...

- Andreolli di RSU? Quel maestro delle macchine in Lovecoma?

- Si, si… Le ben quello… Poi con l’EP esce anca il videoclip del primo singolo “Tell me please all about you” editato e prodotto da Vergot Films e coprodotto da Upload Sounds.

- Vergot Films? Come “Ma g'è vergot che se mou en la nugola: ven fuer n'om, tut spozà, brut come l'an de la fam, con en forcon de leign en man" Di Pulp alpestre di Felix Lalu?

- Si, si… Le ben quello…

- Nettuno stridente! ci deve essere un nido da qualche banda. Cominciamo! Jenkins; Doppler e spettrometro, Capo centrale; scanner, Jones; occhio a l’interferometro…

La prima cosa che viene in mente alla lettura dei primi dati che escono dallo scanner è: Ma chi è la tipa che canta? Poi, a paragonare con le registrazioni dei “Otterloop” risulta che la voce alta è bene quella di Luca Bertoli, il batterista, che si è poi lasciato crescere la barba per non lasciar dubbi: Le n’uomo… In tanto, il risultato della fusione fra Delta sound tradizionale e il rock feroce ed essenziale, l’accento generale dell’album è molto più orientato verso Rock n’ Roll, verso la New wave e i riff avvelenati. Solo due tracce contradicono questa tesi: “Many tiny words” e l’ovvio “Mississippi”. Dopo l’ascolto ripetuto rimangono in testa, gli accenti alti del canto, e il segno di un incanto voodoo lasciata maturare nel Mojo.

“Fear is the brightest gun” apre l’opus con una chitarra sola, rapidamente scortata da questa voce tanto particolare, abbastanza per essere rara, fino allo stacco (0.22) in quale il pezzo parte veramente. Ed è un Rock all’odore dei “White stripes”. Puoi picchiare finché vuoi sul tuo lettore Mp3 o il tuo CD player, l’assolo di chitarra non verrà più chiaro. Anzi, penso che picchiare con qualcosa di un po’ pesante potrà sicuramente risolvere il problema, ma non devi temere di andare sul grosso. Stranamente il ricordo principale che rimane di questa canzone è l’ultimo verso cantato ad libitum: Since I was born they called me nobody kid, since I was born they called me nobody…”

Il bambino che piange “I never felt so bad in my entire life” si mette velocemente da parte, per lasciare posto a un diluvio di batteria basso e l’ululo del canto, per un altro pezzo grezzo, fatto di ritmo lento ma pesante, su una chitarra alla Led Zep. Il ritornello e senza equivoco: “Yeah something’s left for me to kill you, Yeah something’s left” sembra che si tratta della descrizione di uno stato d’animo, dopo una separazione sia con un collega, che con una signorina. Penso che il campo e stato lasciato imbiancato e vergine appositamente, per lasciare chiunque trovare il suo conto.

“Tell me please all about you” e l’oggetto di un video non ancora rilasciato mentre scriviamo il nostro rapporto di missione. Ma i teasers raccontano di tre prigionieri, di un cacciatore di ricompense e di spari allungo al fiume… Impiccano anche il bassista, o al meno, ci provano. Il Rock, qua presentato, definisce la canzone la più rifinita, la più definita, la più lavorata del EP. Bella partitura di basso che sa avventurarsi sulla totalità della sua tastiera. E sempre questa voce alta che girovaga intorno alle cime dello spettro audio.

“Many tiny words” e semplicemente colorato diversamente. Non è una canzone che si mette di traverso nel EP, ma propone una pausa allungo il suo breve cammino. Visto da qui sembra che Luca suona la chitarra folk, accompagnato del violino di Luca Giordani e del pianoforte di Georgia Maria Tsagris, e della chitarra elettrica di Denis che riempie il sotto fondo. Niente percussioni e un basso più che discreto accompagna questa canzone al tono nostalgico “[…] my first real day of wind Is blowing to you through many tiny worlds…

Metallo per tutti! “Mississippi” ha veramente il gusto di una storia del sud. Magari quella di un uomo di colore che tira suoi 40 anni in galera per essersi difeso da un bianco che voleva toglierli la vita. Ritmo minimale, atmosfera sudata, storie di vita spezzate, c’è tutto… zanzare in optional. Questo blues vede apparire un'altra chitarra a cassa metallica sul territorio. La prima e suonata Da Francesco Mosna con un capotasto esagerato e suonata con un “bottle neck” la seconda suonata da Denis. Sembra pero che “Dobro” sia un nome falsamente attribuito a strumenti con casa armonica in metallo. Solo il Dobro e di Marca Gibson.

“After Midnight” ci riporta suoi breaks alla “Led Zep” che si intercalano fra i versi, per l’ultimo pezzo rock del EP. E piuttosto un tempo calmo, quasi vellutato che cammina tranquillamente allungo una voce ancora più femminile, ma che sa decollare alla verticale a momenti giusti. Finalmente una partitura di basso messa in evidenza su questo pezzo aerato ed equilibrato fra suoi passaggi tranquilli e quelli più arruffati. La mia traccia preferita nel EP.

Distanza giusta percorsa su questo EP che ritengo importante dalla qualità, l’originalità quasi androgine della voce, dalle atmosfere distillate alla chitarra, dalla solidità del basso che come un ponte metallico sopporta le strutture dei pezzi. Da qui rimane solo per i Black circus di consolidare le loro interazioni, aggiungere al loro repertorio nuove composizioni e trovare la via dello studio per un album completo e pensato tutto come questo EP.

A pensarci bene il traffico sopra di noi non diminuisce di intensità; solo Francesco Camin e sparito degli schermi. Noi siamo qui, appoggiati sul fondo da quasi un mese, la pancia nel fango e la sabbia mentre gli album della primavera ci cadono addosso. L’equipaggio e stanco, vuole tornare un po’ a casa, Io vorrei vedere le guglie dentate intorno alla base Nibraforbe…

 

Capitolo 81

L’interferometro segue la loro traccia da marzo e Jones al sonar conferma che sono alla nostra portata:

- Segnale nel 245, Hi Fi Gloom, rotta nel 182, profondità 010, velocita 03.

- Capo centrale, I dati dello scanner sembrano darci grafici un po’ conosciuti cosa abbiamo lì dentro?

- Vero Capitan, tutta gente schedata… e certi a volume di enciclopedia: Alessio Zeni: Chitarra e basso proviene da Vetrozero, L’ira di Giotto. Daniele Bonvecchio: batteria Resando, Vetrozero. Simone Gardumi: Nibraforbe, Lunauta, La Ranabollita, Little finger, Alpen Bit, per un progetto tenuto nascosto, avvolto nel mistero, il segreto. C’è poco sulla loro pagina facebook tranne una raffica di 7 recensioni che vantano la qualità dell’album. Questa band vuole vogare lontano e non rimanere in regione. Li abbiamo in archivio da giugno 2017 dall’uscita del video “Wish” ma non abbiamo avuto niente altri dati.

- Cosa si può raccogliere dal loro sito Internet? Chiedo.

- Belle foto, ma contenuto minimalista… Bello, ma non n’e sai di più, di quando sei entrato. E una specie di Web-art. Conclude il capo centrale.

- Cominciamo!

Le atmosfere distillate qua, non hanno niente di comune al via vai generale. Facciamo nel raffinato, nell’ elegante, nel sofisticato. C’è stato un grosso lavoro, non a depore le parole sulla musica, ma a ricamare a mano le melodie del canto per addobbarle al meglio nel risultato finale. L’essenziale di questo album, o al meno quello che rimane come sensazione dopo multipli ascolti, e che tutto e stato architettato per lasciare a galla le parole e la loro importanza. Come un dessert in un ristorante elegante: addobbato, complessamente in equilibrio, estetico, gradevole allo sguardo come al gusto…

Il lungo periodo di gestazione dà a l’insieme corpo e spessore che è raramente sentito negli album di esordio. Il cammino percorso dagli tre membri prima di coniugare le forze in Hi Fi Gloom può anche dare un inizio di spiegazione alla qualità del risultato finale. Il minimalismo distillato, sia nell’estetica del sito che nelle atmosfere musicali sfuse, sembra provenire da Simone. Se riprendiamo il suo lavoro con Alpen bit, per esempio, ritroviamo la stessa zampa.

L’elettronica tiene il davanti della scena con la voce profonda e vicina. Le percussioni sono discrete, le corde appariscono per periodi brevi. In sotto fondo, rumorini sembrano passare sotto le composizioni da vari direzioni.

“Wish” e il suo video alberghiero di personaggi in ricovero ci accoglie nell’atrio dell’album. Semplici accordi di un piano forte guidano una voce posata: “I wish I could love again, I wish I could go to the start with you” La malinconia permea l’insieme.

I hid a voice” si veste dello stesso tessuto. Nonostante l’introduzione di un ritmo “drum and bass” che sotto linea delicatamente la canzone senza precipitarne il contenuto. Il calmo contemplativo delle immagini subacquee scelte nel video per illustrarla, inspira alla levitazione.

Appare una chitarra per la prima volta per “Give me a word” un pezzo in quale percussioni e chitarre occupano uno spazio più ampio. Il ritornello e liberato e rialzato, la melodia del canto ritiene l’attenzione.

“Where will you go” taglia con l’atmosfera ambient, per proporre un momento più vivace e colorato di ritmi e di arpeggi di chitarre folk. Bella voce raddoppiata per sottolineare le fine frase. Una leggera atmosfera Dépêche Mode degli ultimi album e presente nella combinazione del suono sequenza, della tastiera principale, e dei backing vocals. 

Una chitarra ci scorta nella parte upbeat dell’album. “Help me feed my faith” stende davanti a noi suoi cambi di effetti sulla voce (0.24) e altre delicatezze nascoste nelle scelte dei suoni, aggiunzioni sottili, e sempre questa voce posata. Si tratta ovviamente della fede nell’essere umano, al meno quella per l’altro sesso. La fede usuale, di serie, quella per il supernaturale, noi abbordo, l’abbiamo lasciata morire d’inedia in un armadietto metallico della base Nibraforbe.

“I’ve got more” ci rituffa nelle atmosfere eteree, le sfumature, la delicatezza. Solo il ritornello si rialza come una cima sopra un’inversione termica.

“Sushi” e un lento portato da percussioni rapide e da suoni quasi tutti con attacco forte. A l’eccezione di un gran piano distante.

“Song for A” respira il meglio dei “Dépêche Mode” fra “Insight” e “Only when I loose Myself” l’atmosfera generata può solo parlarti occhi negli occhi “… like a farther should…”

“Back to the sixties” sembra generato con una paletta intera di suoni… dagli 80’S: “No time for regrets sir”. Strano mimetismo con il vinile che ho accumulato da anni, nell’ epoca dove andavo in discoteca ballando su dell’Ital disco non avendo la più pallida idea che cantanti, compositori, produttori, musicisti fossero tutti Italiani. Ignorance is bliss…

“Hi Fi Camomile” conclude l’opus in due fasi. La prima con un canto depositato su una chitarra classica. La seconda, introdotta progressivamente dal suono di un gran piano, spirala verso il pieno potenziale orchestrale del trio. Sola la frase conclusiva rimane in mente mentre il buio profondo dell’ultimo suono, si fonde con il buio in quale siamo sommersi da tempo.

 

Wyznoscafo.

Immobile.

Appoggiato sul fondo.

Profondità 120.

Velocita 00.

Over and out.