Capitolo 82

Sopra noi il traffico diminuisce in intensità, l’interferometro registra ancora azimut e distanza di due o tre rilevamenti. Abbiamo mandato quasi tutto l’equipaggio a riposare; propulsione, timoneria, elettricisti, armamento, sono tutti a distendersi o giocar a carte. Bisogna tenere la distanza, la lunghezza del tempo. Siamo su un fondo di sabbia e fango da un’eternità… solo in Centrale l’attività e febbrile:

- Doppio segnale nel 355, Lovecoma, rotta nel 170, profondità 83, velocita 09 nodi. Annuncia Jones.

- Vero che sono in zona da un po’ sti qua… confermo.

Lovecoma è un’entità composta di Emanuele Lapiana (C|O|D, N.A.N.O.) e Mauro Andreolli (RSU). Due album saltano fuori dal nulla in marzo: pubblicano due versione rimasterizzate “I’m gonna kill my coma” e “Once again” e quindi nessuno abbordo capisce perché due sommità del settore possono tirare fuori a l’improvviso due album senza che l’Intel avesse vento al meno dei preliminari… qualcosa non quadra… poi, rimaster… Da che cosa originalmente? Abbiamo tutta la strumentazione in funzione; spettrometro, scanner, doppler, decoder audio, risonatore basse frequenze e non n’e sappiamo più di prima. Mi viene un lampo:

- Secondo, Dove siamo di preciso?

- Beh, sull’fondo da un mese e mezzo...

- No! Di preciso… sulla carta dei fondi???

C’è un quarto di secondo in quale ci guardiamo negli occhi a pensare che nessuno ha verificato. Ostinati che eravamo ad evitare una collisione, considerando il traffico che c’era a l’epoca… Ci precipitiamo tutti due sopra la tavola delle carte e mi rendo conto che:

- Nettuno stridente! Per le trippe di Richard Dawkins! Siamo davanti alle porte di Tannhauser! Dai! facciamo balenare un po’ di Raggi B, che tanto siamo nel buio e metto il capo centrale sul colpo!

La risposta non si fa aspettare: Grazie alla strumentazione abbordo questa conchiglia di ferro arrugginito e un capo centrale con i fiochi, un nuovo blocco di dati porta a nudo il nostro rilevamento. Il capo centrale mi fa il suo rapporto:

- Questo materiale e stato registrato e mixato fra 2003 e 2004 poi pubblicato su il loro sito Internet per circa otto mesi, ma non è mai veramente uscito sotto forma fisica. Dopo quei 8 mesi, hanno ritirato tutto e recentemente Mauro Andreolli ha rimasterizzato tutte le tracce e suddiviso il lavoro in due parti che si può trovare solo su piattaforme digitale. Certe canzoni sono in due versioni da un album a l’altro: “Capitano” per esempio, cantato in Italiano sul primo album s’intitola “Everything plots” nella sua versione inglese su “Once again”. “Tokyo song” subisce lo stesso trattamento: diventa “Nicoteena” sul secondo album. In fine “Stasera” diventa “Thing” da un album a l’altro. Tessuto musicale, pressa poco identico, ma possiamo gradire della stessa canzone in due lingue diverse. Più sottile: “Sudinoi” comporta un verso in inglese e un verso in Italiano e lo ritroviamo come “Limousine” su “Mondo Madre” di N.A.N.O. del 2007… È vero che immagini forti come “E tempo di spaccare face, con delicatezze metallurgiche” non passano inosservate, anche a distanza di album interi. Notiamo due copertine da Monica Condini (Monique Foto) minimaliste e artistiche, che danno un aspetto estetico e rivelano quasi l’essenza del contenuto sonoro delle due produzioni.

- Brao! Grazie Capo. Spegnere i raggi B che consumano un sacco! Cominciamo.

Ritroviamo Emanuele e la sua tessitura vocale olimpica a fare gang con una sommità della registrazione e del mastering Trentino, una specie di santo padre scuro, il maestro delle machine: Mauro Andreolli, quello dietro i campionamenti di RSU...

“Day”, la prima canzone del primo album bianco, e posizionata qua per lasciare un’impronta profonda. Una voce calma e depositata delicatamente su un tessuto industriale rugoso e inesorabile nella sua progressione, prende progressivamente volume e amplitudine per esplodere di potenza in uno sfogo liberatore (2.26). La scenografia e piantata; e l’universo in quale evolverete per le 62 minuti avvenire. 

“Capitano” e il suo gemello “Everything plots” invitano a seguire la voce e l’incanto che provoca, ma senza resistenza, neanche necessario attaccarsi come Ulisse a l’albero della nave. Una sequenza ipnotica arpeggia allungo la partitura per spettinare la fine della canzone.

Una sveglia suona, un ritmo isterico mimetizza le cadenze umane, quasi robotiche delle grandi citta, percussioni metalliche, campanelline annoiante e persistente srotolano un tappetto rosso su di quale cammina flemmaticamente una doppia voce diffidente e determinata, ma quieta: “Più mi confondi, più preciso sarò, più mi respingi, più rimbalzerò, più mi cancelli, più ricorderò, più mi punisci, più lo rifarò ”E una riluttanza campata umanamente su due piedi, opposta al ritmo meccanico e bionico del brano. “Fatwar” e un contrasto. Un pugno alzato.

Il ritmo dettagliato quasi anatomicamente di “Tokyo song” trascina in lentezza. Il testo e declamato offrendo ogni sillaba allo scrutinio dell’osservatore. Finché un rumore bianco, interferente, parassito, disturbo armonico venisse invadere gradualmente (2.58) la frase finale ripetuta ad libitum. “Questo ti do…. Questo ti do…” Bella composizione.

“Sudinoi” e l’unica canzone ibrida su “I’m gonna kill my coma” questo altro lento contiene un verso in inglese e un altro in Italiano. Una chitarra al tono Rock avvolge la fine della canzone e prende il sopravento sulle tastiere per chiudere il brano in un leggero Larsen.

Dopo due lenti ci si balla! “Allesklar” e quasi tipico del suono giovanile moderno del sabato sera: martellamento su tempia, high hat ossessivo, beat rapido, canto al rovescio, canto in inglese, canto in tedesco, bassi che disturbano il mio pacemaker, c’è tutto! Sudatina…

Un lungo feedback di chitarra introduce “Stasera”, poi si sposa con un lamento di tastiera e prosegue tutto allungo la traccia. Il ritmo lancinante si veste di accenti industriali e contrasta con il sussurrato finale della voce per concludere l’album bianco.

 

L’album nero “Once again” rinserra una perla nera che culmina monoliticamente sopra queste 14 tracce: “Intheshell” e un miracolo di composizione: ritengo una partitura di batteria che aggancia con un suono quasi naturale, rumori di chitarre saturate, un basso che entra in mezzo al secondo verso, una sequenza leggera che decora come un festone i versi, Stephen Hawking in persona come corista, e una potenza sotterranea e suggerita, mentre il brano prende amplitudine. “Fino alla fine di noi, fino a dove non tocchi…”, Colpito.

Reverenza.

“Zero.uno” non ci lascia un secondo per soffiare, ed eco un altro MONUMENTO di composizione con contrasto fra spiagge calme, percussioni metalliche, voce raddoppiate, overdub di voci: estratti di film, voci di radio e un loop vocale ossessivo che riempie la quasi totalità del pezzo: “na-na-na-na-na-na-na…” Puramente fe-no-me-nale: “Nuotare…. Addormentarsi un po’… nuotare… Allontanarsi un po’…”  Caspita! Sti due qua, ci sano fare!!! Due tracce nel l’album e siamo già un ginocchio per terra… Sembra che sento qualcuno contare fino a 10…

“Asterio” e un lento calmissimo appena appoggiato a un suono di piano dritto che ci proviene da l’altra parte della stanza. Verso 2.03 questa calma è disturbata da percussioni disproporzionate e infastidente che creano un’atmosfera contrastante: come un fiore delicato riposizionato nel vaso a colpi di martello.

Seguono le tre versioni Inglese “Everything plots”, “Nicoteena” e “Thing” in particolare, che contiene in una sola strofa i titoli dei due album.

RSU si inchina sulla culla di “Allesklar” per ripettinare la frange del boccio, in un remix stranamente più corto che la versione originale. Non è un extended version… e un remix…  Una specialità della casa.

Sapendo che quei due personaggi non fanno cose alla leggera, o velocemente nell’urgenza, possiamo invitare e anche pregare il pubblico a darci un’orecchia più che attenta e agli incondizionati di buttarsi senza altra forma di processo su questi due download e godere senza moderazione, delle perle bianche o perle nere, che quel bivalve rinserra…

Jones mi sta cercando dallo sguardo, perché sta per interrompere la nostra beatitudine culturale, so quello che sta per dire. Lui cerca un consenso, una via libera nell’acconsentire del mio sguardo. Giuro, che qualsiasi cosa succede, questo e l’ultimo segnale di questa interminabile missione, che passeremo attraverso la nostra strumentazione… Spero al meno che una volta i ballast svuotati riusciremo a staccarsi dal fondo, o faremo la fine di una crespella, incollata sul fondo di una padella senza olio…

Capitolo 83

 

(Seguito recensione Lovecoma)

[…] Inchino leggermente la testa per dare l’OK... Jones mi consegna i dati.

- Capitan! Abbiamo il segnale dei Joy Holler nel 030…rotta nel 156, velocita 09, profondità 100…

Jones e preciso nella sua descrizione e anche se sono quasi alla nostra profondità, la loro rotta dal 030 al 156 significa che ci passeranno accanto… In tanto, mi ricordo bene del gruppo, riconoscibile dal suo elemento il più caratteristico:

- Ah! Vero! Ardan dal Ri… le dita di Carlos Devadip dei Santana, il copricapo di Steve van Zandt…

Il super bandana frontale del chitarrista sembra essere un punto distintivo inequivocabile. C’è l’ha talmente basso che copre le sopracciglia e stronca il suo universo a meta; Sembra un bel po’ di anni che non vede più il cielo. Deve concentrarsi sul manico della chitarra...

- Capo centrale? cosa abbiamo su quei “Joy Holler” nel archivio?

- Beh, e composto da Simone Bannò alla voce e tastiere, Marco Corsini al basso, Andrea Corsini: batteria, Lorenzo Odorizzi chitarra sul primo EP, sostituito da Ardan Dal Rì nell’inizio 2017: chitarra e bandana esagerato. Hanno un Ep e due tre cose sul tubo Capitan! L’EP e del 2016  “Brighter love” un 4 brani, preceduto dal classico “intro” e concluso da un notevole remix. Una bella apparizione su balcony TV nel marzo 2016, un crowd funding per QUESTO album nel 2017. Abbiamo anche Davide Corsini alla grafica della copertina dell’album…

- Buono... Sorvoliamo l’EP prima... Secondo? solo scanner e decoder audio, per favore. Jones? Niente sonar. Jenkins? Tagliati i cavei!

Ribadisco il mio desidero segreto di vedere una band Trentina rimpiazzare il sempiternalo “intro” da qualcosa di più originale, tipo “antipasto”, “preliminari”, “scaldamento”, “prima d’iniziare” e un “verso il parking”, “final flush” o anche “l’addizione per favore” storia di essere un po’ originale e creativo per nominare l’outro. Non sarà per questo natale, speriamo per quello dopo. Tanto io, lancio messaggi...

I “Joy Holler” propongono una registrazione fatta bene. Opera del loro fonico Mauro Issepi al Old country studio di Trento. Tutti strumenti sono chiaramente sparsi su tutto lo spettro audio, belli distinti e separati. c’è un bel equilibrio nella proporzione musica / vocali che permette a una voce media-alta, e senza effetti, di brillare. Tutte le sonorità sono naturale e registrate senza fronzoli. Il genere e groove/funk/soul/blues/reggae ed e trattato senza innovazioni squilibrate, ne esperimenti avanguardisti; e suonato in una maniera tradizionale, ma in un modo accurato, quadrato e pulito. C’è un po’ di “Zeroids” nel modo di abbordare le composizioni nei “Joy Holler”. Prima traccia del EP pubblicata sul tubo a l’inizio del 2017, “Brighter love” e un cool tempo portato da una voce che non teme di avventurarsi negli alti e circondata da cori leggeri. Notiamo che ci si esita ancora un po’ a sapere chi si incarica dei backing vocals nel gruppo. Su certi video live Ardan affaccia un microfono, per Balcony TV, Andrea riempie la sua funzione in un modo più che convincente. Sarebbe una buona idea di buttarsi tutti quanti in quel business, per far buona misura. “Shout for joy” gradisce nella sua versione Balcony TV di un assolo e di una raffica di misure bonus, prova che le versioni live beneficano di una presentazione staccata e diversa dalla registrazione. Sempre un buon motivo per andare a vederli dal vivo. Questo brano e ballante, vicino a un groove fra Ben Harper e Jamiroquai. “Fell fine” e ancora più ballante, sembra che Simone fa i backing vocals da solo su questa traccia. Notevole pezzo “Live inside dreams” e un quasi reggae ondulato. Ma il meglio e ancora il MONUMENTALE remix di Anansi, che riveste la partitura in un mantello reggae, accentuando i suggerimenti già presenti nella canzone, verso un puro dub con riempio di puri, genuini ingredienti roots. Dal mulino Giamaicano per la tua colazione; fai il ripieno di carborotolati. Puramente favoloso.

- Secondo, mettiamo anche lo spettrometro e Doppler sul nuovo album, non vorrei far scampar gnent! Cominciamo!

-Aye aye, sir!

Credo che la ricetta utilizzata per l’EP e stata utilizzata per l’album: Registrato e mixato da Mauro Iseppi presso lo stesso Old Country Studios di Trento. Masterizzato da Daniele Cocca al Blues Cave Studio di Bergamo. Divergiamo pero sulla lista, più che lunga, dei collaboratori su questa galletta: Stefano Bannò, Aka Anansi cantautore Trentino, fratello del cantante Simone, è autore e compositore di alcuni brani del disco. Caterina Cropelli, la cantautrice di Cles, non ancora schedata nell’archivio, appare su “Niente di che”. Davide Salata, Demetrio Bonvecchio, Federico Reich, Lorenzo Sighel possono formare una session fiati da paura, in un snap di dita. Loris Dallago dei Rebel Rootz, Mauro Iseppi fonico dell’album e Tommaso Pedrinolli dei “Hot mustache” possono percuotere bongos e timpani anche ad occhi chiusi e prima della collazione, quindi perché non utilizzarli? Ritroviamo nella registrazione lo stesso stile schietto delle registrazioni dei vocali; diretto, nudo, puro. Non sarà il gusto di tutti, perché sorprende un po’, di mezzo al make up tradizionale delle registrazioni usuale. Leggero difetto, quasi normale, al passaggio della scrittura dei testi da l’Inglese a l’Italiano: I testi si integrano meno facilmente alla musica. Abituati alla concisione delle formule inglese nel precedente EP, la difficoltà rimane a descrivere concetti nella madre lingua. Ed e da non crederci: La frase rimane integra e porta il suo messaggio chiaramente, ma l’incorporazione alla musica, in qualche punti del disco, non e evidente. Non mi spavento più di tanto, strada facendo, non si noterà più niente per le prossime composizioni.

La corta “Intro” e un bel crescendo di strumenti, già al primo pezzo si sente il solido della sessione ritmica e la voce di Simone declama il testo in modo quasi Rap; ci invita a metterci comodi. Lo siamo. La registrazione e chiara, pulita e aerata. Del resto mi serve solo un bicchiere, per essere veramente comodo… Visto che non si può fumare qua dentro…

Reggae! “Via di qua” si appoggia pienamente sul basso e la batteria. Il canto e sostenuto lì per lì dal sassofono di Davide Salata. La chitarra di Ardan distilla il classico ritmo. Ci siamo, e un bel reggae fluido e preciso. Questo inizio album mostra una bella presa in mano, la prima canzone e più che convincente.

Passiamo a un R n’B lento o una soul profonda, quasi trascinante, opera dei due fratelli Stefano e Simone: “Inspirami Musica”. La chitarra fa bollicine alla pedaliera, il basso s’incarica delle fine frasi, alternativamente con la tastiera. Il soggetto dell’incontro mi ricorda il contenuto di “Ci stavamo dentro” un single di Anansi. Salutiamo qui, un Groove lancinante e la sua perfetta esecuzione.

Lanciamo un avviso di ricerca, per un musicista su di quale ho bisogno di mettere un nome, solo per inserirlo nell’archivio: dovrebbe corrispondere a questa descrizione: e un pianista visibilmente un po’ leghista, un po’ scemo, che non parla tanto bene ma che vuole passare per un genio, vestito come un sacco, che non ha mai da impizzar e che ha un alito di fogna. “Aliti di inedia” e un groove allegro. appoggiato su una batteria precisa sostenuta dalle percussioni di Loris Dallago, notevole assolo di chitarra fatto da cima a fondo in sedicesimo di nota. Ho trovato la partitura di Ardan divertente e suonata bene.

“Invece niente” (feat. Low Ren So Sigh Hell) e un rap cantato da Lorenzo Sighel su un altro groove ben pensato dei fratelli Bannò. Il soggetto della canzone e l’indecisione della scelta prima di uscire: questa sera niente ragazze, ma studio sax, allenamento al mix e una più ciccione di Obelix (una piva, non una tipa!) e crash sul divano davanti a netflix. Tanto il Sassofono, non hai bisogno di lavorarlo più di tanto, l’assolo registrato qui, certifica un eccellente livello.

La canzone nuda di questo album e “Più incantevole” una composizione di Simone che deposita la sua voce su un suono di gran pianoforte. Un assolo di lap steel guitar viene portare il rilievo del ponte musicale. Monumentale di semplicità e commuovente.

Pero ecco adesso un mattone di peso nell’ album: “Niente di che” e una traccia più che seria; già prima per la partitura di chitarra che sgranocchia le ottave al palm mute, una sessione ritmica esemplare, la voce di Caterina Cropelli che rispecchia un verso a Simone e la sua tastiera metronomica e finalmente la dosatissima sessione rame di Federico Reich e Demetrio Bonvecchio che porta tutta questa bella gente al piano si sopra. Fischia, che pezzo! Centro! 10 e lode!

Pura atmosfera alla Toto per “Involuzione” con un esercito di percussioni sulla canzone: Andrea Corsini, Loris Dallago, Tommaso Pedrinolli, Mauro Iseppi… che gente che martella lì dentro! Incredibile assolo di chitarra con controllo micrometrico del larsen. L’Involuzione, pero e un soggetto preoccupante. Abbiamo una precisa misura del fenomeno abbordo, avendo spesso incrociato il ferro sugli social con invasori di canali scientifici (Cern, Nottingham science, PBS space time, sci show, Veritasium, etc…) da illuminati religiosi, creazionisti, cospirazionisti, negazionisti, membri della società della terra piatta, che vengono, aggressivamente poi, ad inquinare commenti dei documentari scientifici. Il peggiore e che sono entrati in certi governi e hanno tutt’ora accesso al bottone rosso. Le vedo da qui, occhi piroettati verso il cielo, la mano tremante sul pulsante, sbavando “Lord, help me to be your servant” … Da brividi.

Una chitarra funk tutta rossa rimorchia tutta la band nella sua scia su “Maledetta mente” ancora una sessione ritmica esemplare, su questo bellissimo pop. Qui, un testo e fluido ed e perfettamente integrato contraddice il mio giudizio iniziale. La voce decolla sul ritornello che è un piacere.

“In Fase REM” e la versione Italiana di “Live inside dreams”. La fase di “Rapid Eye Movement” avviene solo a chi e in sonno profondo. Quindi “spegni l’abat-jour, e non la riaccendere mai più”

- Strano che abat-jour passa, dal genere maschile in francese, al genere femminile in Italiano. Nota il Secondo: Io son passato un sacco di volte dal Tunnel del Mont-Blanc son sempre uscito maschio da l’altra parte.

- Stessa cosa passando dal tunnel di Frejus, conferma Jones: sempre maschio da l’altra banda…

- Dai! non rompermi che son concentrato sul fine album… Magari e passato dal Tunnel ferroviario di Modane! Ecco! Tutto li.

Jenkins che non ne manca una, mi chiede discretamente:

- Erhmmm… E dove di preciso sto tunnel, Capitan???

- Jenkins, non ti faccio buttare ai ferri, che diventeresti un martiro per la “causa”, pero adesso sgomma che ho da far.

La sirena ambulatoria del “Outro” che le ha portati sul davanti scena sembra tornare a recuperarli. Ci hanno preso a scacchi, abbiamo apprezzato loro flow e il loro mood, rime tagliente, e note dolente… Siamo ancora comodi.

La Bonus track e la sorprendente versione di “L’amour est un oiseau rebelle” estratto di “Carmen” opera de George Biset. Siamo stregati dalla chitarra alla Santana che apre le prime misure. La voce in falsetto si attacca al testo originale in francese in un modo buffo. Il rap in italiano e declamato su una sessione basso-batteria impeccabile (come lo e stata durante tutto questo album). La fine della canzone e proprio buffa.

Siamo ancora di fronte ad un album saggiamente composto, seriamente registrato e virtuosamente suonato. La band stessa e di un livello più che serio con delle tastiere maestrale, una chitarra magica e un paio basso- batteria in cemento armato. Promette…

- Dai!  Stacchiamoci dal Fondo! Torniamo alla base Nibraforbe, rifornimenti e manutenzione. Andiamo a prendere un po’ di aria fresca… Vacanze per tutti! Andiamo in montagna!

Capitolo 84

Torniamo verso la base Nibraforbe, c’è la febbrilità di potere finalmente respirare aria vera, fra l’equipaggio. C’è un buon morale dopo avere compiuto la più lunga immersione della storia del Wyznoscafo, e la promessa del ritorno alla base da vivacità a tutto il personale di bordo... Risaliamo pianissimo sul nostro percorso verso la superficie a ritmo di un metro per minuto. Jones si alza dalla sua consola e viene verso la mia poltrona nel Centrale Operativo, per parlarmi a bassa voce:

- Erhmm… Capitan… Si ricordi, tempo fa, di un segnale organico, velocità stazionaria, profondità 10 che avevamo incrociato dopo la nostra missione su Maude e Kanjante???...

- Organico??? Ah! Si… Avevo chiesto... “Cioè, una balena?” E lei mi ha risposto “No! Fatto de legn... giusto? E l’eran i Plebei a pescar con i piedi al fresco dal loro barcone…

- Esatto, ho ribeccato lo stesso segnale; sono sulla nostra traiettoria 9 miglia da qui. Profondità 02, velocita 00, cosa facciamo?

- Dai… Li passiamo di sotto senza troppo rallentare, mettiamo scanner, spettrometro, decoder audio in funzione e raccogliamo tutti dati e analisi possibili, poi facciamo il reso conto prima del posto di manovra davanti alla base Nibraforbe.

- Capo centrale, qualcosa di nuovo su quei 5 li??

- Hanno un sito web di quale non abbiamo parlato l’ultima volta e un nuovo percuotitore di cilindri: “Scrimezio Genesio De Tibia II” agli cilindri a percossa, che conosciamo come “Osmon Sis” da molto tempo, prima che entrasse nei Plebei, seguiva già le nostre avventure e leggeva i nostri rapporti di missione. Poi ritroviamo “Zibbonio Berretti” al vibrafono a soffietto, “Cateno Erbolini” al esacorde solitaria e da passeggio, “Coluccio Perticoni” al tretravicorde verticale, poi l’ossidatissimo “Calogero fu Focaluci” al verbafono a palla.

- Sicuro che son tutti del posto?  Non orbitano mica Gliese 581?

- Rovereto. Sicurissimo. Prosegue il capo centrale.

- Strumenti da importazione o son quelli che hanno suonato in star war 1?

- Tutta roba regolare, confermo, sicurissimo. L’EP contiene 5 brani inediti, prodotto da Massimiliano Lambertini, Michele Guberti e I Plebei. È stato Registrato e mixato da Michele Guberti presso Free recording studio di Ferrara, poi pubblicato da Alka record Label. Nadia Groff s’incarica della grafica dell’album e del libretto. Un personaggio costantemente rappresentato con gli occhi in mano si ritrova di pagina in pagina. Ho già fatto un’inchiesta tramite la rete flash ed ecco il mio rapporto con dati raccolti direttamente da l’artista: “Una tematica molto a cuore alla band è il concetto di “Visione” e di riuscire a “Vedere Oltre”, allontanando una visione egoistica, per abbracciare punti di vista nuovi, rinunciando un po’ al proprio essere e al proprio ego. Per allontanarsi da una visione soggettiva, e stato deciso di rappresentare un uomo con gli occhi in mano. Ritenendo, infatti, che uno dei modi per vedere oltre -il velo- è cambiare il proprio punto di vista. La realtà è fatta di tante verità quanti sono i punti di vista, quindi togliersi gli occhi dalle orbite è l'immagine che è stata ritenuta più adeguata a rendere tale concetto. Nei brani, raccolti nell’album, è citata spesso anche “l’Oscurità” e il “Buio”. Per questo motivo il personaggio è seduto in fondo ad uno scantinato, o comunque una stanza buia. Se poi è seduto nell’acqua o nell’oscurità, è a libera interpretazione. In ogni modo, attorno a lui, un ignoto si nasconde…”

- Buon… Brao, capo centrale! Sempre sul colpo eh? Non ci fermiamo, ridurre la velocita a 5 nodi, passiamo sotto. Profondità minima 15. Ci sono solo 5 tracce ma voglio raccogliere tutti dettagli… Non deve scampar gnent! Strumentazione in funzione. Cominciamo!

Ritroviamo l’universo dei Plebei, dei lori testi a letture multiple, dal significato a vari livelli ma interconnessi, da giochi di parole usati come chiavi per avventurarsi nel profondo del contenuto… “velo S velo” … Coprire di un velo… poi svelare… E come lo stipola l’ultimo messaggio ricevuto sulla rete Flash: “Avete voglia di vedere oltre la materia e capire finalmente di cosa è fatta l’essenza celata di tutte le cose? Ve lo rivelo? No, ve lo svelo! Perché rivelare sarebbe come velare due volte, lo svelare, invece, presuppone che quel velo venga tolto, restituendo così la verità a tutto ciò che l’apparenza va a falsare.” Non c’è dubbio, siamo con i creatori del “Ora di troppo” quelli che si infilano nelle fessure temporale o linguistiche per scovare universi paralleli e portarceli musicalmente per il nostro divertimento.

- Mettiamo anche il doppler in funzione per fare buona misura, ci saranno doppi sensi, pieghe e labirinti lì dentro.

Potrebbe anche essere una canzone d’estate, ma su un canale culturale, non come una macarena mercantile o una lambada da supermercato. Qualcosa di più profondo, di più significativo… Tanto il modo in quale “Giocofuoco” comincia e più che invitante. Zibbonio fa figura di prua e spezza le onde invitando nella sua scia, voce, contrabasso, percussioni e chitarra, spinti al loro turno da un coro che non può lasciare indifferente: “Ale ale, ale ale, ale ale, ale ale, ale ale, ale ale, ale ale, ale oh!” la canzone offre un ponte musicale calmo, per sottolineare il messaggio principale della traccia: “Non sono fuochi e fiori ad abbellire una città, ma sono le intenzioni che nelle ossa ognuno ha, condite d’ale ale ale oh!” “Gioco fuoco” e per essenza uno “hit single”.

“Realè” rimane sicuramente la canzone chiave di questo EP, il punto di riflessione in quale il titolo del EP, l’art work e il significato profondo del disco sono… Rivelato?... Svelato?... Velato due volte?... Dai! Messo in luce!  E un rock / twist gioioso e rialzato di “Eh! Eh!” a fine versi. Quasi un altro hit talmente e coinvolgente. Il senso del testo rimane un gratta testa, per l’interpretazione che ogni uno ne può fare: “Non muori mai se credi che con la fede e con l’umiltà, ciò che non tocchi e non vedi, fa parte della realtà!  Non muori mai se senti la vita che c’è nell’aldilà. Il mondo che t’inventi fa parte della realtà!” Realè spiega praticamente che la realtà delle cose cambia a seconda delle credenze di ciascuno: se qualcuno crede che l'aldilà esiste anche se non riesce a toccarlo, allora vuol dire che esiste davvero. Ma qual è la verità?  Poi la cosa si complica un po’: “La falsità che senti, la vivi come la verità. Diciamo tutti contenti: Fa parte della realtà!” Quando la gente è portata a credere in qualcosa di falso, ecco che la falsità diventa vera, quindi si trasforma nella realtà effettiva. Questa canzone fa un accenno sull'aldilà, ma non ne parla in maniera esclusiva. Con questo disco I Plebei vogliono far capire a tutti che vero e falso non esistono, esiste solo la verità pura, quella verità che può essere svelata solo entrando in contatto con sé stessi, con la propria anima. Tutto il resto è "ri-velato" (velato 2 volte); è necessario invece "s-velare" (togliere il velo) per fare chiarezza.

Ve l’avevo detto: bisogna scavar dentro quel EP con i due occhi per le mani… cambiar punto di vista. Noi in tant’, siamo alla verticale del rilevamento e proseguiamo sulla nostra traiettoria.

Un rumore di puntina su vinile conduce a “Malvivendo” un compianto spalmato su un tango lento. L’effetto e qua per dare un lustro antico alla canzone, come fatta emergere da un periodo fra il dopo guerra e gli anni 60, prima della moda twist. “La gente, spesso, crede che io stia ridendoperché digrigno i denti, ma non sa che sto mordendo”. Il triste lamento rinserra belle melodie cantate e suonate assieme alla fisarmonica e frase musicali punteggiate di percussioni metalliche per accentuare la lentezza del passo.

“Incubo” e un Jazz piuttosto gioioso condotto dalla fisarmonica e contrasta con il contenuto del testo. Si trasforma poi, in una filastrocca da cortile delle elementari, come osservata a distanza da Dylan Dog:

“Salta la corda dentro il cimitero, Apri la porta, tira il chiavistello, la bambina sorda giunge dal sentiero. La bambina morta aspetta nel castello. Giro giro tondo, le spire del serpente, Ha un vestito bianco, tutto ricamato, si fanno tutte attorno al cadavere innocente!” Groucho! La pistola!

“La canzone nel cassetto” e un dessert, un “ciak”, una presa unica, un occhiolino prima di tirare la reverenza. Chitarra, maracas e voci; la canzone e in versione “demo” appena sfornata di scrittura. Racconta questi momenti di puro genio, espressi con un’autostima generosa, che possono andare irrimediabilmente persi, se non riesci a mettere la mano sopra quel dannato pezzo di carta, su di quale li hai depositati… ieri sera. Quei tratti di luminosità essendo ovviamente particolarmente irrepetibili, la combinazione delle idee confine quasi a una magia tale, che è da non credere che ne sei stato l’autore! Sei in cima alla tua capienza creativa e non trovi più la canzone che hai scritto. Questa febbrilità disperata nella ricerca e stata sicuramente vissuta da ogni uno di noi, per un mazzo di chiavi, una carta di credito o meglio; questi dannati occhiali!  Ma non dimentichiamo che “Le canzoni son come fiori, nascono da solo son come fiori, e a noi non resta che scriverle in fretta, perché dopo svaniscono e non si ricordano più”.

- Fine raccoglimento dati, stipola Jenkins davanti al suo schermo.

- Base Nibraforbe e a 10 miglia davanti a noi, conferma il secondo.

- Facciamo superfice subito! Aprire boccaporti di torre, anteriori e posteriori, ventilazione a chiodo, Il personale di manovra sarà in tutta bianca, torniamo a casa, voglio che ci vedono da lontano.

Salgo sulla torre, l’umidita ricopre ancora tutto ma a l’orizzonte si profilano le montagne intorno alla base Nibraforbe. Torniamo per un bel po’ di riposo…

 

Capitolo 85

Siamo alla fine del posto di manovra, ormeggiati solidamente alla nostra piattaforma della base Nibraforbe. L’equipaggio ha già lasciato il bordo e stano tornando tutti a casa per un po’ di riposo. Ancora abbordo, concludo gli ultimi dettagli prima che gli operai dell’arsenale salgono per la manutenzione necessaria dopo la nostra lunga immersione. Stacco anch’io, esco sulla passarella, ed osservo due impermeabili scuri, collo alzato, occhiali neri, borsalino in testa, baffi retro, scarpe lucide che mi stanno aspettando sulla piattaforma. La loro macchina è nera e sembrano meno in modo incognito che se avessero un lampeggiante multicolore in testa: sono due agenti discretissimi del Intel. Non ho macchina in parcheggio e nessuno a prendermi, ma decido di prenderli da l’alto, con una spolveratina di disdegno. Prima che sputano una parola, salgo direttamente sul sedile di dietro, alla loro più grande sorpresa e chiedo dal finestrino:

- Via Camp Lion, 29. Località Pangea per favore…

Si guardano. Sono rimasti silenziosi… Salgono. La macchina si mette in moto mentre i finestrini risalgono automaticamente.

- È tornato… dice l’autista… penso che dovevamo tenerla informata…

Il passeggiero di davanti tende silenziosamente una busta A4 nella mia direzione. La prendo. E un po’ pesante, C’è un bel po’ di roba dentro. Apro. C’è un dossier completo, un CD, una raffica di foto, delle grafiche, l’art work, la totale.

Inizio a leggere mentre la macchina nera mi porta su in collina, fino a Via Camp Lion.

Finalmente è in uscita il lavoro solista del mediocrissimo e tiepido Granfranco Baffato dal titolo “Bendati sui dirupi” per la supercanina Apocalypse Bau, la scandalosa La Ostia e l’inaspettata Les Jeux Sont Funk.Dopo anni di ritiro volontario dalle scene a compiacersi di sé stesso, interrogandosi sui più intimi segretidell’esistenza, l’ex batterista e fondatore dei Supercanifradiciadespiaredosi ritorna maturo, portando lasintesi di un bizzarro lavoro fatto di disciplina e bagni turchi, introspezione e cucina somala.Dedicato a quelli che gli si incasinano i lacci delle scarpe, quando le tolgono, al prezzemolo tra i dentia un colloquio di lavoro, ai sacerdoti che, quando a messa dicono “Il corpo di Cristo” si sentonorispondere “Grazie!”Prestati amorevolmente da Les Jeux Sont Funk, collaborano musicalmente al progetto ilraffinatissimo e dirompente Ciro Nagasaki, che ne ha curato suoni e arrangiamenti e Mr. B, Il bassistache vorresti avere nel tuo gruppo.Ospite di eccezione il cosmologico Brodolfo Sgangandei Supercanifradiciadespiaredosi che ha dato fondoalla dignità’ pestando il basso in “Sirob”, pezzo sulla creatività’ pura, dedicato al suo fecondissimo alterego.

Immancabile la presenza di O’Lindo Desdel Boomche ha curato la copertina e la grafica in toto riuscendo a trasporre in immagini l’intraducibile. Dodici tracce tragicomiche di energia che implode malamente su sé stessa, in cui si ascolta volentieri la pausa tra un brano e l’altro. Una apologia del fallimento senza limiti. Musica priva di attenuanti, che incanta.

- Sappiamo che torna da una lunga missione, Capitan. Ma c’è un po’ di gente schedata che gira intorno a quell’uscita… poi, troppi altri non schedati… vogliamo un parere suo, fra 5 giorni… Top secret.

Siamo fermi davanti a casa mia. Scendo senza dire niente, ma con il dossier in mano, richiudo la portiera e il finestrino dell’autista si sta abbassando. Sta per dire qualcosa, ma batto tre volte sul tetto della macchina per liberare il mio “taxi”. Le parole li rimangono in gola e vedo che il passeggiero li ha appoggiato la mano sul braccio, storia di non insistere. La macchina sparisce, mi sento di tastar un fondo di bottiglia grappa alle ortiche e di spaccar un cuscino in due…

Al mattino seguente guardo attraverso le persiane, con la mia tazza di caffe in mano: la macchina nera e ancora sulla strada… Non ci faro più caso, tanto non ho voglia di uscire, metto il cd in loop nel lettore e ancora in pigiama sfoglio il dossier: Finalmente Baffato ha fatto meglio dei Bankrobber “Bendati sui dirupi” appare su TRE cataloghi diversi: Apocalypse Bau, La Ostia, Les Jeux Sont Funk 2018. Su l’album Granfranco Baffato: si incarica delle voci, batteria, synth, chitarre. Due musicisti misteriosi sono nominati negli credits: Mr. B s’assegna il basso, mentre Ciro Nagasaki si occupa delle chitarre, sax tenore, flauto, percussioni, tastiere, programmazioni. Ritroviamo il vecchio compagno di canile Brodolfo Sgangan che ha suonato il basso in “Sirob”. La grafica e artwork sono di “O’Lindo Desdel Boom” per Grafiche Paura. Il Mixing e mastering sono a cura di Carlo Nardi per SoundMusicProduction.

“Apertura (La realtà’ dei fatti)” mi ricorda la musica sedimentare di Johnny Mox nel suo album “We are trouble”. Spessori vocali dopo spessori vocali, questa introduzione originalmente chiamata “Apertura” prende corpo per affermare il teorema “Ogni azione è fallimento” fino a lasciarlo comicamente alterarsi nel canto di un’anatra.

“Sedanogamba” ci riporta negli anni della Disco. La canzone invita al ballo, con pero, un contenuto un po’ ermetico. “Arriva felino e punta il perineo, non fuggirai perché lui sa chi sei, ti chiaverà, ora sai che lui è: Gambosedano, sedanogamba!” Non vorrei capire, ma a parlare di verze in un contesto tale, avrei utilizzato ben altro. Tipo carota o cocomero. “Ti piacerà, non ha misura. Conoscerai il suo meato. Gambosedano, sedanogamba!” Non so se il sedano va di moda o se c’è un gioco di parole con gamba, ma posso quasi assicurarvi che a coperto di una canzone sull’orto, sta traccia parla di sesso! Solo un raduno popolare potrà portare a un cambio delle mentalità: Legalize Sedano! Bella partitura di sassofono originalmente integrata nel pezzo.

“Non c'è meraviglia, non c'è stupore...” Ed e vero! “Massimo”, e un rock di semplice, ma di efficiente costruzione che ci invita a create lo stupore con ricette semplici: “Tutti nudi alle poste. Fare outing in moschea. Ventriloqui in questura. Bendati sui dirupi. Gare di rutti in tribunale” fra i più significanti. Notare il suono semplice della tastiera, che ritroveremo su quasi tutto l’album. Suoni basici ma sempre integrati che dipingono un’atmosfera leggera e onesta.

“Coccidicanisudaticci” e un coro a due registri per voce sola che si ispira dal coro di montagna: ci sono cani, ci sono mici… c’è un po’ di sudore che a anormale per un cane, ma cosa può rimanere normale su questo dirupo?

Per lo meno, in quattro tracce, ci si riesce a quasi misurare il contributo di Granfranco nel risultato finale di ogni album dei supercani. Combinato con la fantasia creativa e smisurata di Findut, credo che Brodolfo stava lì, solo a calmare il delirio di questi due qua e fare rimanere con impegno, le idee sfornate a profusione in una direzione costruttiva…

Un Baffatofono apre, imponente, “Sirob”, la canzone la più canina dell’album, appoggiata del tutto sulle tastiere. E la traccia la più orchestrata dell’opus, con suoi sintetizzatori che si rispondono, una chitarra che sincopa la fine di ogni verso e un basso presente ma per lo meno discreto. Melodico e coinvolgente il ritornello “Sulle scale, giù le scale” rimane ipnoticamente in testa. Notevole pezzo.

Entriamo nella Brit pop alla Supergrass di buona fattura su “La disperazione della fame” con un testo di un’importanza rilegata al secondo piano: Una lepre, del sugo e un cameriere che prende un ordine. Ma condito di “duba budi duai budi daida” in contorno. Bel lavoro.

Bel pezzo rock progressista anni 70, con il suo un testo scandito due sillabe alla volta. C’è un’atmosfera di messa nera sacrificale in “Tetano” che impone la sua potenza sotterranea. Una stupenda chitarra elettrica riempie il ponte musicale con il baffatofono. Secondo me la registrazione poteva tradure molto più potenza e inesorabilità, anche al costo di vedere il pezzo staccarsi troppo dello stile generale dell’album. Lasciamoli sfogarsi nei live quando l’occasione li sarà data.  

Non riesco ad agganciare su “Scatole” per la difficolta che la melodia del canto ha ad integrarsi con la musica. Sono quasi spiacente di ammettere che c’è poco che mi attira su questa traccia. Tanto ho passato la giornata in pantofole e pigiama a sgranocchiare biscottini, mi sento di muovere un po’.

E notte fonda e mi sento di uscire segretamente per raggiungere “the Pits”, il bar della mia gioventù, senza farmi nottare da miei due cani da guardia, piantati davanti casa. Felicemente siamo a fianco di collina e non faccio fatica a traversate il lungo giardino, scendere allungo il muro di pietra per raggiungere la strada sottostante e prendere il pullman che si ferma proprio lì, per scendere in cita, lasciandoli annoiarsi davanti alla luce della tivù che ho lasciato appositamente accesa. Arrivato a destinazione, ordino un long drink a proprietario del bar, Huggy Bear che conosco da anni e a chi lascio un pezzettino di carta con scritto i tre nomi misteriosi. Mi siedo al tavolo nell’angolo scuro vicino al bar, mentre tutti sono in terrazza. Huggy torna, dopo un giro di telefonate, con il mio drink e un po’ di informazioni: Mr B. e il ancora non schedato Michele Bazzanella, che non è neanche parente con il famosissimo Giulio Bazzanella di Radio Palinka e recente presentatore a Balcony TV. Ciro Nagasaki si chiama Carlo Nardi e assieme sono i due fondatori di “Les jeux sont funk” dove l’album e stato registrato. Huggy conferma il mio sospetto che O’Lindo Desdel Boom non è niente altro che Felix Lalu. Del resto lo stile inconfondibile del pittore Trentino si ritrova nella sua tendenza “naif”. Da buon capitano avevo travisto la coda di un pesce nel giallo e nel blu del dirupo, come una balena destinata a finire in un destino parallelo al bendato, ma in fondo non lo era. Era solo una sinfonia cromatica alla Piet Mondriaan per creare del rilievo nel terreno. E tempo di tornare a casa. Un’ultima occhiata attraverso le persiane, prima di spegnere tutto: i due agenti del Intel sono ancora qui.

“Il sole” Mi tira fuori del letto: “Uiii ostoperio prandaro.” La macchina nera e sempre qui, con ripieno di impermeabili scuri, nonostante la giornata calda annunciata. Un pezzo gioioso porta l’energia necessaria per apprezzare il calore sprigionato dalla fornace nucleare intorno a quale giriamo. E un rock mid tempo, in quale gli stacchi lasciano spazzi liberi per la batteria. Farei meglio ad uscire anch’io…

Storia di mettersi nella pelle di un moldavo che esplora fantasticamente la grammatica Italiana come l’ho fatto nelle mie prime recensioni… “C’è il Sole gialli, e io sono contento. L’uccellini che cinguetta felici È belli!” Magari con un cono gelato guardare il nuovo Trento molti-pluri-tanti-troppi-culturale di oggi “Marocchini che spacciano ad albanesi, che molestano gli zingari, che rubano ai serbi che truffano i cinesi, che scappano dai trentini, che sbroccano su moldave, che badano a nigeriane, che battono.”

“La vera realtà̀ dei fatti” e una frase unica, mi sto chiedendo se introduce…

“Fortunato”, un rock/twist sostenuto da un sax tenore, che percorre la trama costante di una tastiera programmata. Il risultato e convincente. Ho personalmente conosciuto un compagno di scuola che, verso la fine degli 70’s, guidava la moto a cerca di record in zona abitata, spaccando anche un retrovisore contro un pallo del telefono, cercando di superare i 90km/h in una lunga curva, per divertimento. Gran bocca aperta al bar, ad avvalorare uno scroto in ipertrofia, a fare quello che faceva. Qualche anno dopo, I suoi hanno fatto risparmi di torte di compleanno. Sono intorno a noi…Esistono veramente.

“Chiusura (farfalla)” nonostante la sua introduzione vocale iperrealistica, e un lento calmo e dosato, una ninnananna, un tema corto, in un loop corto. E la sua delicatezza a scortarci fuori di questo album originale senza “intro” ne “outro” (per una volta).

Questo opus serve a definire la personalità di un batterista che presenta il suo universo, la sua fantasia, la sua capienza di composizione, e la sua capacita ad altri strumenti. E un pezzo di puzzle. Prende valore ed importanza solo quando s’incastra perfettamente con altri pezzi, o con collaboratori del passato, o del futuro.

E tramonto, esco in pantofole e vestaglia sul marcia piede davanti casa, con la busta A4 che mi è stata data due giorni fa, contenente il mio rapporto. La macchina nera si mette in moto, si ferma davanti a me con il finestrino giu. Senza dire niente, il passaggiere afferra la busta, la trattengo scherzosamente, lui tira un po’ più forte. Resisto ancora un bel po’ prima di mollare. Vedo il suo volto annoiato fucilarmi dello sguardo. Sorrido pienamente girando i tacchi per sparire dietro il cancello. Chiudo la porta dietro di me, d’ora in poi son veramente libero. Do un’occhiata alla mia scrivania per costatare che:

- Che scemo! Erick! Che scemo che sei!

Li ho dato una busta vuota…

 

Capitolo 86

[…] Seguito recensione Granfranco Baffato.

Dalla mia scrivania sento l’inchiodata distante della macchina nera, un più giù per la strada, poi il rumore distintivo della retro marcia in sovra regime, che si sta avvicinando. Tanto il rapporto e qua, lo prendo ed esco, apro il cancello e sento il motore calare di giri mentre si avvicina a me, di nuovo in vestaglia e pantofole sul marcia piede. Il finestrino e già abbassato e la macchina nera si ferma, mentre una mano nervosa mi strappa le tre foglie A4 dalle mani. Come per farmi i dispetti, il passeggiero, ormai acidamente scherzoso, mi lascia:

- Tanto “Bob and the Apple” hanno tirato fuori un EP due giorni fa. Buona sera.

Il finestrino risale, la macchina nera riparte a chiodo, mentre rimango avvolto nella nuvola di polvere che ha alzato.

- Feck! Mi penso. Bob and the Apple… Ostrega! Son senza il capo centrale, né il secondo, né Jones, né quei ultimi dell’Intel perché me le sono semplicemente messi addosso.… Hmm…

Mi ricordo un post della pagina facebook di “Bob and the Apple” in novembre o dicembre 2012 che annunciava un album per la primavera 2013… Io ho aspettato, poi poche notizie, per anni. Hanno comunque aperto per concerti di Tre Allegri Ragazzi Morti, I Ministri, Il Teatro degli Orrori. Foto sul tetto del “Ecole Normale” rue Gay Lussac a Parigi (2016) Foto in studio a Londra (2017), ed io a chiedere: Ma l’album, quando l’ven? Pochi concerti o magari il famoso “Tremplin la Sorbonne” (2017). Attività filigrana. Giro i tacchi per piantarmi davanti al computer. È vero… E qua: “Wanderlust” … Scarico… Devo scavare da solo.

Capisco meglio; la band ha seguito le opportunità di vita di ogni uno dei suoi membri, che si trovano adesso sparsi fra Trento, Parigi, Londra e Berlino. La vita continua, il gruppo pero rimane. Senza contare che può far superfigo nelle conversazioni, per impressionare le tipe: “Beh, il nostro bassista vive a Berlino ormai… Il cantante è a Parigi…” Esattamente come quando provavo di farmi quella biondina dicendo:” Beh sai, noi… uomini d’affari internazionali, è un giorno a Rio, un altro a De Janeiro… Non te ghai mai tempo de veder gnent…” Normalmente funziona… Stranamente, la tipa non era mai tornata dal bagno…

A loro conviene visibilmente, non è pratico, ma la formazione prova la sua consistenza: Nonostante i chilometri che lì separano il gruppo e compatto. Ci deve essere qualcosa di grosso in pentola. Faccio una piscina di caffe; la notte sarà lunga: Niente cambi di line up: ritroviamo Giacomo Gilmozzi alla chitarra, canto e tastiere, Leonardo Lanzinger cori, basso e tastiere, Matteo Tomaselli Chitarra e tastiere quando non suona con i “Light Whales”, Bruno Lanzinger batteria e percussioni. L’album e stato registrato e mixato da Ricky Damian, Masterizzato da Giovanni Versari per La Maestà Mastering . Le fotografie sono di June Juno, e ritroviamo uno super schedato, nella persona di Matteo Campostrini, cantante e chitarrista dei Zeroids al design del EP.

Pero, già al primo ascolto la reazione è unanime da un lato del Trentino a l’altro: “Woa! Fermi tutti, fermo immagine, che nessuno si muove! Che produzione! Che prodotto luminoso, preciso, pesato, pensato, lavorato, e lucido!” L’ultima volta che sono stato ribaltato cosi e stato per “Rei” dei EXERCOMA… Poi sono solo 4 tracce… c’è anche la promessa di vederne 4 altre per l’autunno ma in uno stile più elettronico e tastiere… pero in regione non c’è niente di comparabile, niente di questo livello. Ascolti e le braccia ti cadono: non è possibile. Hanno passato il muro del suono, si sono messi in orbita. Se vuoi un paragone di stile, o di qualità di orchestrazione, Richard Ashcroft e il più vicino a questo livello di rifiniture. Allora fem sul serio:

“Wanderlust” inizia questo EP incredibile. Giacomo ci offre una voce più posata, meno angolosa che su “Rouge Squadron”. Poi, al capitolo “vocali” ci sono tutti trucchi del mestiere: Cambio di effetti sul canto principale, raddoppiamento del canto in sotto fondo, con un vocoder al gusto di organo Hammond, backing vocals sfusi e filtrati. C’è un’atmosfera di Sergent pepper su queste 4 tracce, da non crederci. Le chitarre sono depositate con giustezza, il basso e discreto ma essenziale, le tastiere eteree. Poi, “chapeau bas” al batterista che deposita la giusta dose di solidità strutturale, dalla sola partitura nelle sue apparizioni sul pezzo. Arte. Scrittura architetturale, produzione monumentale, esecuzione fenomenale. Devo prosternarmi. Mi inchino… Offro la mia spada. Giuro vassallaggio. Ed e solo la prima traccia.

Guardiamo da molto più vicino…Riccardo Damian… E il mago che ha messo le mani in pasta per sfornare questo miracolo. Ha raccolto un Grammy per un mixaggio di Mark Ronson, lo vediamo in foto con Nile Rodgers, Simon LeBon, Nick Rhodes, John Taylor, e la totalità dei Duran Duran ed e anche lui in foto sul tetto del “Ecole Normale” a Parigi con la Band. Ci sono combinazioni vincenti. Del resto il tallente del fonico serve a ben poco se il materiale su di quale lavora e povero. Stacco il telefono e metto le cuffie; mi riascolto “Rouge Squadron” da cima a fondo, poi una decina di volte in loop, con “Wanderlust”. Confermo. Tutto questo risultato stupendo prende le sue base già nella SCRITTURA. E l’album e l’EP hanno un punto comune: sono scritti più che bene…

Suoni di chitarre rovesciate sono il tappetto rosso, spesso e morbido, che porta a “Desolina III” una canzone punteggiata intelligentemente dagli cori nei suoi versi. Il ritmo prende forma verso il 38 imo secondo e ci guida allegramente verso il magnifico ritornello cantato in coro da le tre voci: “Talk about the man I'll be, please take care of the child you see, don't you know, I barely fit the skin, the skin I'm in…” la costruzione di questo ritornello ti tira un gradino su. Poi stranamente c’è l’assolo di sassofono lo più scucito della storia della pop, roba da record. Ma che stranamente, ci sta.

“Big sky” comincia come un classico folk alla chitarra e il bello ed osservare tutte le aggiunzioni dare piano spessore al pezzo rimanendo discretamente in sottofondo senza mai prendere il sopravento. A cominciare dal coro che sembra uscire da un organo Hammond. Chitarra elettrica a lungo sustain, basso, tastiere suoni “strings” sanno rimanere dietro le quinte. “It's a bummer, 'Cause the summer, 'Can turn to rain”. Bellissimo.

“Instant Lover” ha un odore di Lennon periodo Yoko. Cosi, su per aria. Nelle chitarre, nella cadenza della voce, e come pepe… non può quantificare quanto ce n’e… ma senti se ce n’e. E una canzone calma condotta da una chitarra elettrica in presa diretta, avvolta di cori eteri. Ancora una volta Bruno si distingua alla batteria dalla sua giustezza di suoi interventi, dei suoi cambi di ritmo. Ci sono tastiere leggere che passano davanti una tenda di cori sfusi, il tutto e calibrato al mezzo grammo. La traccia e monumentale. Chiudiamo l’EP.

Non dimentichiamo che questa uscita annuncia un’altra per l’autunno… non è un teaser, ma un lavoro in due parti. Secondo me non hanno lasciato niente a caso. Il prossimo EP sarà aspettatissimo. Il sole spunta, sono rimasto sveglio. Devo tenere miei collaboratori al corrente di questi rapporti fatti da solo e senza l’equipaggio, su “Granfranco Baffato” e “Bob and the Apple” e dirigerli verso l’archivio del sottomarino per future referenze:

un email per secondo@wyznoscafo.uw

Cci capocentrale@wyznoscafo.uw , jonessonar@wyznoscafo.uw

Potrà anche andare bene così.

Send.

“Click”

 

Capitolo 87

- Immersione!

Comando dalla torre via l’interfono. Il boccaporto anteriore si chiude dietro l’ultimo membro dell’equipaggio, e già l’acqua ricopre una gran parte del ponte. Siamo di nuovo in missione. Il secondo mi chiede:

- Ho ricevuto la sua mail… Due rapporti completi… quel corto riposo non è stato tutto riposo per lei Capitan.

- Dai, c’era un po’ da fare, poi ho rivisto Huggy Bear al “pits”, mi ha offerto un bicchiere. Non è stato tutto così male.

Scendiamo due ponti dalla torre per ritrovare il centrale. Siamo spariti della superficie.

Jones non fa fatica a ritrovare la firma sonar di Francesco Camin. E qua, a poche miglia al sud della base Nibraforbe. Esce di un lungo periodo di collaborazione con “Dodicianni”, un iper capelluto arruffato verticalmente, con il quale ha firmato due tracce accompagnate dal loro video: “Un’estate al Mare” e il commuovente “Come Robin di Locksley”: canzone e video semplice, ma monumentale di intensità. Il capo centrale appoggia un altro dossier sulla tavola delle carte, il file contiene due apparizione a Balcony TV Schio e Trento con la nostra Jenny. Francesco non è neanche discreto: ci parla dei alberi sul tubo e come se non avesse fatto abbastanza baccano con il suo Crowdfunding alberistico, Francesco Camin torna nella fascia del nostro sonar con Palindromi. Felicemente l’Intel, avendo partecipato generosamente all’ operazione ecologica, ci manda in missione su l’argomento, con la raccomandazione di compiere il nostro dovere con la serietà dovuta. Come se tutte le recensioni precedenti le avessimo fatte in modo leggero... Del resto, tutto l’equipaggio si ricorda della prima missione sul favoloso EP “Aria Fresca” di Francesco perché e il primo rapporto di missione che ha superato 1000 letture nelle sfere dell’intellighenzia Trentina, raggiungendo più di 1200 all’ archivio del dossier, nell’ oblio blindato della base Nibraforbe. L’operazione ecologica sostenuta dal crowdfunding permette di possedere l’album prima della sua uscita ufficiale, e di piantare un albero in Africa o in Sud America... lontano. Troppo lontano secondo miei gusti. Perché non farlo in Trentino? Perché non farlo in Bondone o su qualche montagna del territorio? Che le vediamo crescere ste piante. Che sapiamo dove sono. Che le difendiamo perché sono vicine. Che andiamo a vederle ogni tanto. Un albero in Africa ci pensiamo tre giorni, poi mai più, o ben poco... Il Secondo interrompe il mio soliloquio:

- E davanti a noi a 4 miglia, nel 181, velocità 08 nodi, profondità 065... La strumentazione e già in funzione...

- Bene cominciamo...

Dopo una decina di ascolti, riconosciamo pienamente lo stile di Francesco. L’atmosfera generale dell’album e un po’ meno primaverile di “Aria fresca” i soggetti trattati sono generalmente più seri e approfonditi. Ritroviamo Roberto la Fauci al commando delle orchestrazioni e a vari strumenti: pianoforte, chitarre acustiche, chitarre elettriche, synth, cori. Ma questa volta si è circondato da Marco Sirio Pivetti: synth, flauto traverso, Jack Barchetta al Basso, Daniele Billy Volcan: batterie e percussioni, mentre da Francesco Camin si occupa delle chitarre acustiche o elettriche e canto.

E per contraddirmi appositamente “Tartarughe” e la traccia la più gioiosa dell’album quasi nello spirito di “Aria Fresca” il testo iperrealista si appoggia su percussioni preponderanti e che relegano il resto della strumentazione in secondo piano. Questa traccia sembra essere rimasta non finita a l’uscita del EP precedente, l’ispirazione arriva sempre a chi sa aspettare... “Tartarughe” fa giustamente il legame con questo nuovo album. Magari non avevano registrato le voci delle bambine del “Coretto di Marco” condotto dalla Maestra Marianna Setti, che concludono la traccia con determinazione e forza.

“Palindromi” e registrato con il suono di un piano dritto di una bettola polverosa di fondo valle e illustra il ripiego di due elementi di una coppia al confronto di un ambiente esasperante, aggressivo, demoralizzante. Crolla tutto e la voglia di trovare qualcosa di positivo spinge al ripiego.  Visto da qui, assomiglia al mito della testa di ostrica nella sabbia, un “bisogna accontentarsi”, cercando un optional piacevole. “E mentre esplode ogni chilometro, noi ci assaggiamo ogni centimetro”. Pian con le unghie pero...

“Abisso” accoglie di nuovo la preponderanza delle percussioni basse, magari timpani, talmente sono giù nelle frequenze, condite di hand clapping e di cori lontani. La canzone e spogliata a l’osso. Qua in sotto fondo una tromba, un violino, appaiono discretamente per sottolineare una frase del testo e sparire quasi subito.  Siamo presi nella cadenza del testo nei versi, e in evidenza sopra il tessuto ritmico, incrementato di un crescendo discreto di cori e strumenti che non si avventurano mai verso il primo piano. “Non risparmiare neanche una cartuccia, sparami in faccia, sparami in faccia” Questa frase mi porta in mente un’immagine ossessiva che mi ghiaccia il sangue, ricordando un metodo punitivo della Ndrangheta. Devo quasi scusarmi di questa associazione di idea che si è cristallizzata nella mia mente.

“Tasche” ci offre un altro arrangiamento dosatissimo di Roberto la Fauci; sottile mesa in pagina, presentazione vantaggiosa di una demo sicuramente proposta solo con canto e chitarra. Un loop di pianoforte rappresenta l’ossatura della traccia, cambia colore nel ritornello e nella conclusione della canzone. Percussioni esistono, ma vengono dalla terza porta giù nel corridoio. Una chitarra senza effetti appare discretamente nei ritornelli. Ci si potrebbe criticare la mancanza di precisione nel canto sulla conclusione di fine strofe, al cambio di ottavo, nel primo verso. Penso che sia stato lasciato qui appositamente, per evidenziare l’onesta fragilità di Francesco. E tutto nel dosaggio. Ed e fatto bene. Un bel lavoro fatto qua.

“Verde” fa entrare uno squadrone di strumenti classici che erano apparsi discretamente in “Abisso” : Tommaso Santini e Jennifer Dorf : violino, Eva Maria Zaninotto: viola, Giorgio Castelli: violoncello, Ilaria Dorigatti: fagotto, Valerio Chiumiento: contrabbasso, Stefano Dalfovo: clarinetto, Irene Metere: Oboe, Michelle Zappini: tromba. Tutta questa bella compagnia sotto la direzione da Alessandro Arnoldo. Il passaggio prezioso della canzone e la melodia del canto su il testo ripetuto quattro volte, e il timido crescendo che lo accompagna: “Tu eri sole, pieghe di miele ed io, ero un cielo stanco di attendere, fu soltanto un attimo, e poi un addio, un colore nuovo di me, di te.”  “Dovrei” ci riporta verso ritornelli pop ritmati, separati da tutta una serie di risoluzione di capo d’anno che hanno una speranza di vita effimera: “Dovrei lanciarmi giù dal tetto…” Poi anche qua parole iperrealistiche: “Dovrei respirare con la coda...” Vai... Provaci se sei buono in apnea, caro!  “Cose semplici” e un low tempo che mette da parte “Hamlet” e la cosmologia per focalizzarsi sulla bellezza basica odierna: “Il caffè che sale piano, il mio vicino da lontano” la trama della canzone e un campionario vocale declinato gioiosamente fra i versi. Un solo rimpianto su questa traccia e che Francesco trova il modo di finire le sue frasi. Poi 1.7320508075688772 e la radice quadrata di 3... Aah!...

Oltre i rumori boccali, originati nei cortili di scuole medie, che ritroviamo dopo ogni ritornello per raddoppiare la frase musicale di chitarra e che concludono questo album, c’è l’ultima traccia; “Un gioco”. Traccia senza percussione, ad esclusione del rombo di piatti che ricopre il ritornello, questo folk lento propone un atteggiamento in caso di fine relazione: “E se arriva l’inverno, tu lascialo fare” senza voltarsi nell’aggressività; “E tu non voltarti, ti prego, se cerco una mano gentile” semplicemente scandito su chitarra elettrica in flat picking. Lasciamo questi “bop” di bocca concludere l’album.

Francesco Camin chiude in questa maniera così calma il suo primo album completo, ci sono su questa galletta pezzi unici arrangiati con intelligenza e dosati più che bene. Lasciamo Francesco portare dal vivo la sua scaletta arricchita di queste 8 tracce, senza guardare troppo lontano verso il futuro opus e chiedersi con Roberto: “Continuiamo così o cambiamo radicalmente di stile?” Andiamo a piantare alberi adesso, torniamo alla base.

Capitolo 88

Camminiamo sulla piattaforma, il secondo e me, allo stesso passo. Nella distanza il Wyznoscafo ci aspetta, si sente anche il fischio leggero dell’aria compresa, li passo la busta A4 dell’ordine di missione. Già vediamo il Capo centrale organizzare l’equipaggio in righe davanti la passarella.

- Non c’era nessun altro per questo tipo di missione? Non siamo specialisti del settore… Interroga il secondo, mentre traversiamo lambi di vapore.

- Non so… Magari l’ammiraglio Tosi ci passa il dossier, magari lei non può partire prima, al posto nostro, magari e per provare il nuovo update del programma SARS*, poi abbiamo coperto Mezzopalo, Kanjante… con buoni risultati… dai, che ci siamo quasi.

Al meno c’è ne uno eccitatissimo di partire in missione ed e Jenkins, che salta come una pulce d’un cane a l’altro:

- Facciamo metal stavolta, Capitan?

- Si.

- Con chitarre a chiodo, partiture tagliate al seghetto alternativo, amplificatori graduati fino a 11?

- Si.

- Batteria a doppia pedaliera, basso a mezza coccia, gambe allargate, cantante un piede sul monitor?

- Si.

- Video con ventilatore in cappelli recentemente lavati? Gran colpi di testa su riffs rabbiosi?

- Si, pero sgomma adesso e vai al tuo posto, se no finisci ai ferri…

Vero che il metal ha suoi stereotipi ancorati nella mente popolare e mentre siamo a profondità periscopica, lasciamo Jones cercare il segnale dei Nereis. Chiamo il Capo centrale per un reso conto sul contenuto dell’archivio al loro soggetto:

- Originalmente “Black star” il gruppo si forma nel 2007 intorno a Sam Fabrello alla Chitarra, Gian Nadalini al basso, e Davide Odorizzi Batteria e gira come una cover band, fanno un album nel 2012 chiamato “Burning game” che non è più on line, nel 2014 cambio di line up per l’arrivo di Andy Barchiesi al canto, e Mattia Pessina detto Pex alla chitarra. Primo EP su Jamendo “From the ashes” raggiunge 130 000 download…

- Cosa? Interrompo sorpreso…

- 130 000… Eh! Lo so…

- No, no, no… Pensavo che Jamendo non esistesse più…. Avanti!

- Hmm… 2017 Registrano “Turning point” al “Nologo Studio” di Laives e si son messi in cerca di un label e hanno firmato con la casa discografica statunitense “Eclipse records”. Ritroviamo Mauro Andreolli al mastering dell’Album a “Das ende der dinge”. Adesso sudano per girare in festival e concerti … Sono passati a Balcony TV con il loro set… acustico e sono stati più che convincenti.

- Passiamo spettrometro e scanner su “From the ashes” storia di vedere di cosa si tratta.

Sono leggermente colpito, la mia prima reazione e senza equivoco:

- Bruce Dickinson! Ustia!

- Non esagera un po’ Capitan? Avanza Jenkins che non ne manca una.

- No! Fidati, sono stato giovane…

Dickinson… Anzi, meglio! La voce è più alta e molto più affilata che quella del famosissimo front man dei “Iron Maiden” perché più orientata sulla potenza grezza. Andrea spinge verso la saturazione nello stesso modo e fa prova di risorse vocali al di sopra, non della media, ma del già buono. Si fa sul serio. C’è una voce davanti, mica paglia! E dietro il batterista mi sembra solido, il basso bello pieno e le due chitarre sono virtuose. L’EP di 5 tracce e prodotto più che bene. Il contenuto è energetico, tagliante e compatto. “Love passion” e “Scream” rimangono in testa, in modo convincente. Jones interrompe lo studio dei dati dell’archivio:

- Segnale! nuova firma sonar. Nel 181, velocita 20 nodi, profondità 065, rotta nel 192… son quelli dei Black Star… Nereis.

- Rotta nel 190, profondità 065, velocita 20, Secondo? Manovra per entrare nella sua scia, rimaniamo distanti minimo 5 miglia. Scanner, doppler, decoder audio, spettrometro in funzione. Cominciamo.

“Turning point” 12 tracce, 45 minuti di un album in quale tutte le raffinatezze del mestiere di studio entrano per sottolineare passaggi brevi, ma che fanno girare la testa a l’ascolto: voci telefonate, raddoppiate, sequenze di eco sparse alternativamente da destra a sinistra sulla Balance, sequenze discrete ma incluse con precisione, phasing su frase di chitarra… Non si spara solo stretto e forte… la pistola e anche decorata. Lo dimostra “Unity” che inizia l’album come una sgommata di Ducati a pochi metri dell’uscita dei fedeli domenica di mattina: fa girar un po’ di teste. Bisogna ripettinarsi dopo, fa brontolare.

Nonostante il suo titolo un po’ aggressivo (Si tratta ovviamente di una guerra figurativa) “Ready for war” rimane la mia traccia preferita dell’album. Sembra essere profumata di Alternativo, di Rock, quasi di Indus intorno a 1.52…  La struttura intorno a quale la canzone si articola, non è simile a quelle del resto dell’album. Si distacca del resto senza sforzo: è originale, aliena, e ti prende sotto a cintura. Scommetto che una volta che l’album sarà sulla cresta dell’onda ci si produrrà un video con budget appetitoso per assicurare la promozione dell’album, perché merita, perché c’è sostanza e originalità dietro per farlo. Ci metto un deca (falso) che mi e arrivato “accidentalmente” in tasca da quella Stube, al quinto giro di medie, con quelli di “Diaolokan”, vendro scorso de sera.

“Breaking bad” entra progressivamente in scena su un cuscino di voci sussurrate. Un video e stato pubblicato in marzo per anticipare l’uscita dell’album. La traccia si distingua dal ritmo mantenuto e costante delle chitarre e del basso, leggermente sottolineato da una lignea di tastiere nell’introduzione. Distintivo lo sforzo vocale sulla fine canzone e bella esecuzione dal vivo per chi potrebbe ancora avere dubbi.

Overdrive” e il suo video pugilistico ci invita: “Overload the mechanism, Like there is no tomorrow” allungo gli stacchi che punteggiano i muri di suono delle chitarre. Bel passaggio intenso di basso e batteria (2.43) Passiamo anche la sovramoltiplicata per raggiungere vocalmente note alte e inchiodare il finale.

Two Wolves” calpesta il tappeto pulito della vostra entrata senza uso dello zerbino, con uno squadrone intero di scarpe militare, per raccontare la legenda cherokee del lupo buono e del lupo cattivo. Le due chitarre hanno campo largo per esprimersi a turno nel ponte musicale.

Un coro alla moda “Rapsody” apre “Now” pezzo su l’ebbrezza dei momenti decisivi, paura e determinazione nonostante rischi: “Another shout, Don't look back, Just go straight on, Courage is being, Scared to death”, è anche una traccia sulla motivazione…

Puro stacco di stile per “One time only” che serve di introduzione a “The wave”: Solo il piano forte di Isabella Turso e la voce di Andrea, nell’esercizio difficile della traccia calma; la famosa “power ballad”. Sempre l’oggetto di una piacevole sorpresa o di un pezzo che crolla nel “cheezy”, se trattato in modo grossolano. “Nereis” s’incarica molto bene dell’impegno sia nella scrittura, che nell’esecuzione del Pezzo. Ci si planata fino a 1.40 dove liberano la orda. Poi a 4.30 avvolgono il finale nel limbo delle sfumature. Isabella stipola: “Sono una pianista classica, ma non la classica pianista”. Eh!

L’introduzione ripetitiva di “What is wrong and what is right” lascia un bel campo libero al basso e alla batteria che raffica come un mitra. Il raddoppiamento della voce sottolinea i passaggi chiave. Il senso della canzone e semplice: siamo a volte buoni o anche cattivi, sappiamo che facciamo del male. Se non sai la differenza fra l’uno e l’altro, non hai bisogno di una religione ma di un cervello. Ci voleva questa traccia MOLTO energetica per spiegarlo.

Un’introduzione sinfonica conduce a “Induced extintion” un pezzo su il disastro ambientale che viviamo e che guardiamo svolgere sotto nostri occhi da un’industria strafottente: “They are like leeches, sucking all life dry, they infect our land and poison our water, without mercy, they destroy everything” come un mostro (magari sotto il TUO letto) che non si fermerà finché avrà divorato al passaggio, uno dei suoi propri organi vitali. Noi, rimaniamo confortevolmente davanti alla tivù davanti l’illusione di democrazia che ci rimane. Una domanda sosta: non sono cosi Ricchi e stupidi da spararsi per avidità nel proprio piede… Sono sullo stesso pianeta di noi… Cosa sanno che non sappiamo?

“Born to fly” ci offre una bella sessione di vocali in una traccia più Rock che metal. “There is a great distance I know between me and what I can't see, but the message will go on and fly” Il basso sembra sporgere un po’ più in evidenza e riesce ad affiorare in spazi liberi.

“We stand as one” si veste di marina a vela e di atmosfere alla “Pirati dei Caraibi” e riprende il moto della prima traccia “Unity”. Sembrano saldati l’uno a l’altro come su una nave, e sappiamo, qua abbordo, di cosa parlano. Ed eccoli al “Turning point” della loro carriera, come lo siamo tutti noi, socialmente, politicamente, ambientalmente, culturalmente… 

“Eclipse records” sta sicuramente guardando da vicino e vendite dell’album per aprire progressivamente porte e magari viaggi su un altro continente…  Nereis mi sembra avere la capacita e forza, di fare passi un po’ più in alto. Insomma, intere folle si sono scatenate per molto di meno nella storia del metal! Adesso bisogna vedere fin dove il vento le porterà, se i piccoli maialini non le mangiano prima… Questa entrata su “Eclipse record” non potrà bastare da sola… ma le vedo radunare pazientemente un’udienza, incontrare fans a fine concerti e conquistarli uno per uno.

- Secondo, facciamo un giretto in zona per sapere cosa il sonar riesce a pescare, poi dirigiamoci verso la base Nibraforbe.

- Aye Aye, sir!

*SARS = Seismic Activity Rock n' roll Sensitive

 

Capitolo 89

[…] Eh sì, facciamo sempre un giretto dopo una missione per sapere cosa c’è in zona... Certe volte ci fa rimanere 6 mesi sott’acqua, ma rimaniamo metodici... e nel manuale.

- Segnale!  Nel 356, rotta nel 015, profondità 015, velocita 09, Trio Jazz, tutti schedati! Lancia Jones

- Davvero? E chi sono?

- Got it, Ep 6 tracce, rap.

- Son Allergico! Rispondo.

- Ma… e jazz… tipo fusion…

- Ah… Buon… E sti schedati chi sono? Capo centrale... mi può far un rapporto? Tutta la strumentazione e ancora in funzione? Secondo, manovra per infilarci nella loro scia, senza rumore.

- Aye aye, sir! Risponde il secondo… Rotta nello 00, profondità 060, velocità 010.

Il capo centrale arriva con il suo blocco.  L’osservo con attenzione e noto che fa il suo resoconto ogni volta nello stesso modo: Tiene una tavoletta rigida con un clip in cima, che ritiene pezzi di telex, carte perforate, annotazioni personali… poi ha una matita gialla, tipo HB, con un gommino in cima che oscilla fra il suo indice e il suo maggiore, e con quale batte la tavoletta due o tre volte ogni volta che ha chiuso un capitolo di informazione, prima di passare a quello seguente. E non morde MAI nel gommino…

- Lorenzo Sighel sassofono e rap, ha recentemente concluso una traccia con I Joy Holler, Luca Olzer tastiere e Rhodes proviene da “Hot mustache” e “Mistic vibes”, Matteo Giordani alla batteria… L’album e stato registrato al Dingo Studio da Christian Postal ed Elisa Pisetta, la chitarrista virtuosa dei “Cherry lips”. Hanno tutti girato intorno a Mirko Pedretti e il suo quintetto: Lorenzo e Matteo hanno registrato su “Kimera” e mentre ghe son… Si sussurra…. Voci di corridoio, neanche l’Intel è al corrente ma… Sembra che le fasi di scritture son finite per il prossimo MPQ e che sarebbe possibile che, per caso, magari, pettegolezzi, voci di corridoio, che saranno in studio... da qualche banda… QUESTA estate… Poi il rapporto del Intel e appena arrivato dalla retta flash lo vuole sentire?

- Spari…

- “L'Hip Hop/rap e il jazz sono fenomeni strettamente imparentati e - dalla fine degli anni Ottanta, ma in particolare nel corso degli anni Novanta fino ad oggi - questa commistione di linguaggi è stata fortemente valorizzata ed esplorata giacché fin da subito i due universi hanno attinto l'uno dall'altro, data anche un'indiscussa matrice comune. In Italia però, per qualche motivo, questo è successo molto meno e i due generi, jazz e hip hop, sono rimasti sempre su binari abbastanza autonomi e separati. Consapevoli di questo, e spinti da una genuina voglia di tributare uno stile che ha indiscutibilmente influenzato la loro generazione, i tre musicisti del progetto "Got it" vogliono portare il loro piccolo contributo su questo percorso espressivo ancora poco battuto, almeno da queste parti. Groove, poesia, improvvisazione (e un po' d’ironia autocelebrativa) sono gli ingredienti giusti per lo show atipico e divertente di una nascente e motivata band dell'underground trentino.”

- Altro?

- Una serie di due video in sala prove “The Klone room” uno pubblicato e in luglio 2017 e l’altro in settembre. Uscita dell’album il 10 maggio e un video “Complottisti” per sopportare l’album. In quale canta Simone Ballo dei “Joy Holler” sopranominato “C Money” per l’occasione. Appare anche brevemente Anansi nel video…

- Siamo nella loro scia Capitan!

- Brao, Secondo! Jenkins portami i dati dello spettrometro. Cominciamo!

Una sola e unica cosa mi accarezza a contro pelo. Buon… Rap e rap. Si può depositare su loop di vinile, di programma, su sample, su musica originale (Sick & Simpliciter per Dutch Nazari, per esempio) si può salire la scala della qualità musicale fino ad arrivar all’orchestra sinfonico. Pero mi sto chiedendo perché chiamare musicisti di alta, no… altissima qualità, come Matteo Giordani che ha un “touch” fenomenale alla batteria, un Luca Olzer che ha delle dita d’oro, e Lorenzo stesso che è un bestione di sassofonista, comporre dei groove micidiali, della fusion da sogno, per includere parolacce di mezzo.

Ok, son vecchio, pero non calzo scarponi da cantiere con il vestito serale, ne vado bussare alla porta della mia vicina in tanga… (anche se ho fatto la seconda) Vi sento già brontolare… Non è un impedimento alla libertà di espressione, che difendo arduamente. Perché essere per la libertà di espressione e lasciare campo all’espressione di cose che non piacciono. Goebbels era per la libertà di espressione delle cose che li piacevano. Tutto come Staline. Niente da vedere li. Secondo me, super jazz e porca-putana non vanno assieme, o allora non serve fare lo sforzo musicale qualitativo per dire fottetevi, si può fare su un loop di programma, che non mi disturba affatto. Se alzi il livello qualitativo musicale, alzi il livello del testo. E come trovare il più grosso diamante del mondo e accorgersi che c’è una caccola di pterodattilo proprio di mezzo. Potrebbe anche essere un contrasto voluto, ma screma una parte dell’udienza via. Ma vabbè son vecchio, dai!

La cadenza vocale di Lorenzo apre sola “Faravahr” un pezzo sincopato su di quale si aggancia una batteria nervosa e delle basse al MS20 per ricoprire la spiegazione in inglese di uno specialista della questione: Il Faravahar e il simbolo il più popolare fra Iraniani quando la loro nazione sì e girata verso il secolarismo piuttosto che la religione. Simbolizza buoni pensieri, buone parole e buone azioni…  Cose cambiano.

Due Bongos (Tommaso Pedrinolli) e un'altra base di bassi al MS20 scortano le sillabe sparate la Lorenzo su “Sai come”. Il tema del pezzo si intercala fra i passaggi rap ed e il momento in quale il trio brilla: Fra i breaks micro-metricamente precisi della batteria e le melodie ritmiche del Rhodes, il sassofono sa ribadire la frase musicale del tema. Luca prende il commando del ponte musicale, mentre voci scorrono nel sotto fondo: “I’ve got a bad feeling about this”.

Groove lento, condotto unicamente alla batteria e all’ organo, “Complottisti” e il suo video curatissimo a cura di Michele Cadei, rimane la perla del EP. La frase “Al meno che sia tutto un imbroglio” sformata abbassandone la frequenza, punteggia in un modo quasi buffo ogni soggetto trattato. Ci ritroviamo Simone Banno dei “Joy Holler” nel break al gusto reggae per alzare del suo canto la fine della traccia. Si può ridere a fumare le scie chimiche. Io pensavo fosse un'altra buffala enorme, generata da uno dei migliaia di complottisti avendo canali sul tubo, finché la storia fu l’oggetto di un’inchiesta del senato U.S., ammesso pubblicamente dal direttore della C.I.A., dopo che giunte regionali hanno aperte inchieste , per fare diventare la storia ufficialmente pubblica. La tossicità dell’operazione segreta si rivela letale, nel modo di trovare una soluzione al problema ambientale, che risulta solo essere “incollare un cerotto su una gamba di legno”.

“Fat honey” e l’unica traccia dell’album declinata in inglese ed è anche niente male. Con una bella partitura di sax, una partitura ancora migliore di batteria. Luca resta esemplare come pietra angolare della traccia, come sulla totalità del EP. Stupendo pezzo.

 Un orologio piuttosto irregolare marca il conto al rovescio del tempo di conforto che ci rimane. “Undici” e un elenco di luoghi comuni, di disinformazione ancorati nella mente popolare. Per inciso: L’Ozone e una molecola instabile e quindi non trasportabile, perché a un’esistenza molto corta, è prodotta indirettamente e conseguentemente da l’uso di energie fossile, ed è un inquinante. Dal suolo non raggiunge mai l’altitudine dove e necessaria. E anche un disinfettante con quale si tratta l’acqua del tuo rubinetto…. Per lo meno, la parte strumentale concludendo la traccia a 2.50, raggiunge alti strati dell’atmosfera, portando lunghe frasi di sassofono fumarsi con l’altitudine. Ancora una batteria impressionante sul finale.

“Il rap fa scifo” Dai! Non portare acqua (santa?) al mio mulino (a preghiera?) che siamo ateisti qua abbordo. L’ultima canzone del EP sembra un auto-flagellazione auto-celebrativa, la descrizione della voglia irrefrenabile di coprire pezzi di carta da versi, a lunghezza di giornata. Mentre parli a quella tipa, mentre parli agli tuoi, mentre sei in colloquio di lavoro, ti viene sempre quella rima impeccabile che cadrebbe millimetricamente sul groove che hai in testa, se potresti al meno mettere la mano su quel dannato pezzo di carta. “A pen! … A pen! My kingdom for a pen!” Caro Lorenzo, non fai pena… vai dove vuoi, al modo tuo. Racconta quello che vuoi, a modo tuo. E il primo EP della band. Ci saranno varie direzione da studiare e da scegliere da qui. Pensare, aggiungere, lustrare, deviare, o continuare dritto come un razzo. Evitando di dividere, sottrare il potenziale pubblico che potrete coinvolgere sul vostro cammino.

- Secondo? mi calcola la rotta per tornare alla Base Nibraforbe. Li lascio il Centrale, sarò nella mia cabina…  Jones? Mentre torniamo a casa occhio al sonar… Jenkins! per le trippe di Richard Dawkins…. Tagliati i cavei….

 

Capitolo 90

[…] Cammino allungo la stretta corsia che mi porta alla mia cabina. Noto un dettaglio che non mi aveva colpito prima: La maniglia della mia porta è dorata, mentre tutte le altre, nel corridoio degli ufficiali, sono cromate. Storia di non fare confusione se si torna abbordo un po’ sbronzo… Dalla corsia, sento la voce di Jones al sonar fermarmi mentre impugno la maniglia:

- Secondo!?! Quattro segnali! Giacomo Turra nel 025, rotta nel 182, profondità 020, distanza 09 miglia, velocita 08 nodi, Tins nel 245 rotta nel 090 profondità 035, distanza 40 miglia, velocita 12 nodi, Waira nel 182, rotta nel 02, profondità 10, distanza 40 miglia, velocita 05 nodi, Persefone nel 91, rotta nel 275 profondità 40, distanza 51 miglia, velocita 12 nodi.

- Ci vengono tutti addosso! Sclamo mentre ho ripreso silenziosamente il mio posto nel centrale. Ferma propulsione, ci hanno sentiti? Profondità attuale?

- Non sembra che ci hanno sentiti, rende conto Jones.

- Profondità 060, informa il Secondo.

- Jenkins? Fondo?

- 095 fango e sabbia…

- Svuotare i ballast a ritmo “ruttino mosca”, appoggiamoci ancora sul fondo e speriamo non rimanerci per altri 6 mesi. Capo centrale quanti gruppi e artisti abbiamo in archivio?

- 170 artisti, 2383 tracce, 144 ore di musica Trentina, Capitan! …

- Ne conosciamo troppo! Non pensa? Ecco perché non troviamo riposo! Poi uno è sempre collegato con un altro e così via… JMT è il più vicino? 9 Miglia, giusto? Doppler, spettrometro, decoder audio e scanner su quel rilevamento, cominciamo!

Giacomo è già schedato nell’archivio del Capo centrale. Colpa della sua presenza in 2 progetti: “The Beavers from Mars” e “Hirsh Cave” ha fatto multiple apparizione a BalconyTV, perché adesso conosce a memoria la strada dei Bindesi… ora, prova di scrivere per se stesso e crea il suo studio: Retrovibes e la sua etichetta indipendente eponima. Sul label c’è ovviamente The beavers, JMT, e accoglie “Jayslot” come primo artista e n’e aspetta altri. Torna recentemente di un tour focalizzato su date a Berlino. L’album è stato auto mixato e masterizzato, poi pubblicato da Retrovibes recordings. Tutta farina del sacco Turra. Il suono dell’album è bello chiaro, manca per lo meno di profondità di campo, di rilievo, di spessore naturale. Magari dovuto all’uso di uscite “line” per la maggior parte della strumentazione. Lo stile dell’album è una pop serena con tendenze “lounge” raffinate. E piuttosto “chill”, “relax”. Lascia un posto preponderante a chitarre suonate con precisione… circondate da una Beat box e programmini lucidi. Bella copertina fatte di collage di montagne nevose, declinate sotto diversi colori, che ricoprono gli occhi di Giacomo in modo “anonimato” quasi per nascondere che è un fusto olimpico, visto che l’album troverà principalmente udienza in un pubblico femminile. Più prosaicamente si è trasferito a Milano e magari li mancano le guglie….

“L’intro” definisce il beat generale dell’album. “I cannot live like someone else” afferma la determinazione delle scelte fate seguendo le sue proprie idee. Colpo di fortuna, un album solista da proprio quell’opportunità…

“11-55pm” è un lento portato da un basso rotondo per lasciare il suono di una telecaster ritmica staccarsi sopra la voce e un bel assolo originale di chitarra.

“Beautiful life” procede su un beat ancora più lento, lasciando il lavoro principale alle tastiere rilegando le chitarre nell’armadio. Una voce raddoppiata sottolinea versi alternativamente scelti. “Am I the reason why you fell i love?

“Sleep underwater” continua di srotolare il tappetto morbido su di quale camminiamo da l’inizio dell’album. Interessante il break che arriva verso 3.23 e che conduce a un breve assolo di chitarra.

“Breathe” arriva come una benedizione con il suo beat Jazzy, ci scrolla un po’ e porta la nostra attenzione sul il sassofono di Mario Pizzini che appare per la prima volta sull’opus.  La canzone mi è rimasta un po’ in testa: “I wanna own every drum beat” torna in mente facilmente.

“The blue hour” ci riporta verso la quiete generale dell’album. A guardarci bene il tonno della voce è adatta all’atmosfera dell’album, ma non è mai liberata pienamente, è come trattenuta per non disturbare i vicini… Potrebbe rimanere calma e incollare al tonno rilassato delle composizioni, senza essere al guinzaglio. Giacomo ha, del resto, un tonno molto diverso nelle sue sessioni live.

La mia traccia preferita rimane “Damage” e il suo loop di chitarra su di quale si appoggia la totalità del pezzo. “How long we go at the speed of sound, I need control before we hit the ground” ancora qua buone idee e buona scrittura, ma ci si aspetta in vanno che il pezzo decollasse verso spazi aperti. Peccato, ne aveva la capacita.

Buon, “Hologram” è solo qua per dimostrare il livello d’amicizia che Giacomo è capace di dimostrare in qualsiasi situazione. Penso che è stato un po’ perplesso al momento di scegliere di pubblicare questa traccia su l’album o non, perché cuffie, sono un accessorio che ha dovuto utilizzare durante la registrazione dei vocali. Filippo “Pheel” Luchi, paga da bever a quel uomo, ogni volta che lo vedi, perché quel tizio ti vuole un bordello di bene….

“If you continue to talk nonsense” è un Rap scandito da Joseph Osabuohien, più conosciuto come Jayslot in un dibattito molto attuale conseguente a l’immigrazione di massa che scrolla l’Italia. Il problema in questo dialogo fra sordi, è che è sempre un povero che vede il nonsenso in un altro piu povero e vice versa. In tanto Enti e dite occidentali hanno spremuto, per mezzo secolo, le risorse del continente nero, con la benedizione dei nostri occhi chiusi, e NON hanno fatto profittare la popolazione del paese proprietario della risorsa, preferendo corrompere facilmente governanti locali, mandando anche mercenari in caso di “problemi fra etnie” per proteggere loro investimenti. Gli stessi hanno saccheggiato pazientemente il modello sociale Europeo inventando una crisi inesistente, facendo sparire pensioni, dare 60km da fare a una donna per partorire, 20km per un ufficio postale, inventare nuove tasse e ci chiedono di fare un po’ di posto per la gente che ha volontariamente affamato. Tanto, non devono far posto loro… Dividendoci su questo problema, sono sicuri di proseguire indisturbati. Un certo partito politico non propone MAI soluzioni, ma aiuta a dividerci ancora di più. Non puntare il dito… Non lo punti mai nella direzione giusta… Nonsense?

“Get Noticed” conclude bene l’album con un rap scorrendo su una chitarra al lungo e potente suono.

Secondo me manca solo a questo album un produttore, e influenze esperimentate ed esterne. Gente che sente il potenziale presente e che sappia liberarne il contenuto, aprire spazi celestiali, creare rilievo nel suono. Perché le composizioni sono buone e Giacomo a voluto fare qui, il suo album solo... Da solo. Magari unicamente per potere finalmente distaccarsi da influenze esterne, appunto. Il potenziale di scrittura è bello presente. Tocca ad ogni uno di farsi un’idea sul modo in quale gli ingredienti sono stati messi in piatto.

Dal fondo, nel silenzio del fango che ci circonda, puntiamo la strumentazione verso Ovest…

 

Capitolo 91

[…] (seguito recensione JMT)

- Jones, dove siamo con i Tins?

- Sempre nel 245 rotta nel 091 adesso… profondità 035, distanza 30 miglia, velocita 12 nodi.

- Buono, Capo Centrale? Da dove sbarcano quelli? E gente della mia età… non si sono formati da ieri, no?

- Mando una richiesta a l’Intel sulla rete flash, Capitan. Ma so che hanno già fatto un album prima: “Turists in Sunderland” che è l’acronimo di TINS e che sono nella colonna sonora di “Milk and honey” un film inglese di Matt Gambell, con “Wonderland”, estratto dall’album: ci sono articoli in tutta la stampa su quel evento…

- Buono, fammi crepitare sto telex, che abbiamo solo questo sul loro conto, Jones posizione dei altri?

- Waira sempre nel 182, leggero cambio rotta nel 359, profondità 10, distanza 35 miglia, velocita 05 nodi, per un EP e un single remix del 2016. Persefone nel 91, rotta nel 275, profondità 40, distanza 43 miglia, velocita sempre 12 nodi.

Il telex scricchiola timidamente e il Capo centrale torna con il suo blocco e la sua matita gialla:

- Non abbiamo poco o gnent su Stefano Laudadio, il chitarrista del gruppo e ancora meno sul cantante Franco Depedri (Frankie). Roberto Segato, invece e di formazione classica e Jazz viene dal Conservatorio di Musica "F.A. Bonporti" di Trento e Riva del Garda e lavora al Centro didattico Musica teatro danza di Rovereto.

- Mi dice qualcosa… Non è il posto al primo piano di un centro commerciale di Rovereto dove le “Kitchen Machine” hanno suonato due inverni fa?

- Esatto! Comunque tre tracce: “Whisper”, “Peter”, e “For you” sono presenti sull’album precedente, uscito nel 2007 e gradiscono di una spolveratina su “A second chance”. Sul capitolo collaborazioni abbiamo Nadia Salomoni ai cori, Cristiano Dalla Pellegrina alla batteria e Stefano Pisetta batteria e percussioni, Fabrizio Casali al basso, Marco Gardini; chitarre, Fabio De Pretis, super schedatissimo, dal Blue noise di Mattarello alle programmazioni elettroniche, e per finire L’ Ensemble ArtStudium…

Nel centrale una stampante si mette in moto. I primi dati escono dallo scanner e ci diamo un occhio:

“Whisper” gradisce di una interpretazione nuova. Nonostante una partitura presa poco uguale, la versione 2018 sembra godere di un mixaggio più vantaggioso, di una voce più posata, di chitarre messe in avanti, che riempiono ampiamente lo spazio. La totalità della canzone e vista sotto un altro angolo... Per inciso, riconosciamo certi schedati partecipanti al primo album del 2007: Sara Picone la vocalista che accompagna Janet Dappiano “Noirêve” in certi concerti, Fabrizio Casali al Basso, Mariano De Tassis alle percussioni, Loris Dallago che ha raggiunto ora i Rebel Rootz. A guardare bene anche “For you” e “Peter”, le versioni recenti gradiscono di una profondità di campo più importante, l’amplitudine e anche notevole. Non che le versioni 2007 sono state registrate male, ma si nota una franca apertura e una separazione chiara di tutti elementi presenti sulla nuova registrazione.

Con “Wonderland” I Tins hanno vinto la lotteria senza neanche comprare un biglietto, la selezione del pezzo per la colona sonora di “Milk and Honey” sembra cadere dal cielo ed e anche bello che sia così. E il pezzo faro dell’album, quello scelto per annunciare “A second chance” con un video disponibile sul tubo, già dal l’ottobre 2017.

“Count the sight” è un lento alla chitarra Folk accompagnato di scricchioli ritmici che rinforzano l’aspetto di potenza lenta, ma inesorabile che procede allungo il pezzo. La canzone è romantica, la voce di Franco sembra scortata discretamente a fine versi, o raddoppiata sottilmente prima e durante il ritornello e il secondo verso. La voce di Nadia appare per una e unica volta sul pezzo. Ottimi suoni di violini e violoncelli per dare a l’insieme quel tocco di solennità. “I want to spend my life with you.” Un pezzo impacchettato più che bene.

“A second chance” è il più 80’s della galletta il più bagnato di Brit pop dell’epoca. Tastiere e ritmo sintetico preponderanti, su un pezzo dove la chitarra arpeggia discretamente con un suono quasi fuso con quello delle tastiere. Ancora qui a 3.20 gli archi portano il pezzo al piano di sopra per il finale. La voce Di Nadia Salamoni meritava di stare un pelo più avanti al mixaggio.

Poco importa perché è bella presente tutto allungo “The song remains”, mentre quella di Franco e leggermente scornata al harmonizer per creare accenti. La traccia è un bel pop rock introdotto da chitarre aeree.

Pochi cambiamenti su “Peter” da l’album precedente, tranne la voce di Nadia a sostituire quella di Franco per i cori su questo mid-tempo, a basso prevalente su di quale tutto la traccia si appoggia, a l’eccezione di un break nel secondo verso per lasciar posto alla voce telefonata di Franco. Tastiere eteree e chitarre ritmiche ricoprono gli strati superiori di questo pezzo rilassante.

Un altro lento, molto lento, si profila a l‘orrizonte: “A sweet new refrain”. Un piano forte emerge progressivamente da un tessuto di rumori strani, rovesciati, industriali, ripetitivi, produttivi… quasi odierni, per prendere quota… “under the moon”. Le voci raddoppiate danno spessore ai ritornelli e rinforzano i passaggi importanti.

“Peter Remix” propone una versione ritmica più sostenuta.  Secondo me più gradevole, un pezzot più funky, al meno permette alla traccia di distaccarsi dal corpo generale dell’album.

“Dirty sex” mette un colpo di piede nella porta, chitarre rabbiose, amplificatori a chiodo, voce spinta, su colpi nervosi di archi potentemente ritmici. Lo sporco è buono… ti dà una mano: la canzone parla di “Fantasie amorose giovanili (mai realizzate), in un contesto sociale dove il senso di colpa prevaleva quasi da farti sentire "sporco", provare vergogna per un qualcosa che in realtà, fa solo parte della nostra natura”. Ed ecco perché “Elio e le storie tese” sono una benedizione in questo paese, cito a caso: “Mille maniere di amare con gli amici puoi sperimentare” (Cartoni animati giapponesi, Italyan, rum casusu çikti). “Vi mostro un bel necessaire per le esigenze di coppia” (El pube, Eat the phikis) la lista e lunga, liberiamoci…  Le stanze da bagno Italiane hanno una reputazione, al livello mondiale, di grande estetismo. Finale magico, che fa sparire la canzone dal nostro spazio uditivo, come il senso di colpa giù nel sifone del lavandino. Zwup!

Ovviamente, bisognava darvi una calmatina prima di liberarvi, in questo stato, di mezzo alla gente. “For you”, il suo arpeggio di chitarra classica e la voce raddoppiata di Nadia, creano un rilievo palpabile e benvenuto nel coro. Ecco un potenziale vocale, intelligentemente messo in valore. La canzone indolente scorre fra l‘arpeggio e le due note di una chitarra elettrica distante, poi si sfuma dopo il ponte musicale, schiarito da un assolo di chitarra.

L’album si conclude lì e respira le composizioni accurate e arrangiamenti meticolosi, la produzione e scrupolosa, lucida e pulita. Questo album è più destinato a un pubblico già stabilito nella vita che ricerca qualità e rettitudine. Sì, perché manca quasi una spolveratina di svitato in questo monolito di precisione…

Mi giro verso l’operatore sonar:

- Jones? Quante donne ci vengono addosso al momento?

- Due Capitan…

- E qual è la più vicina???