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Capitolo 92

[…] seguito recensione “Tins”

- Erhm… cioè…. Si… ci viene addosso Waira, ma…

- Ma che cosa? Jones??? Chiedo impaziente.

- Credo sia alta atesina… e fuori giurisdizione…

- E sempre diretta qua?

- Si, sempre nel 182, leggero cambio rotta nel 357, profondità 010, distanza 15 miglia, velocita 07 nodi… ha accelerato leggermente: due segnali un EP e un Single tre tracce… 2016…

- Abbiamo tempo di trattare l’argomento prima di Persefone? Chiedo con la voglia di avventurarmi oltre la nostra giurisdizione… L’ammiraglio Martina Tosi ci sgriderà sicuramente, ma poco importa.

- Persefone nel 91, leggero cambio rotta nel 270, profondità 040, distanza 28 miglia, velocita sempre 12 nodi. Sarà a nostra verticale fra 2 ore e mezzo.

Il capo centrale generalmente fortissimo a distillare informazioni su nostri rilevamenti rimane evasivo sul contenuto della sua ricerca:

- Beh stranamente, Waira ha un punto comune con I Tins: a l’epoca dove era con “Viva Record” una sua canzone “Nothing to lose” è finta nella colonna sonora di un altro film dal titolo “Moda mia”. E arrivata due volte in finale del concorso Upload . Ha fatto un bel Balcony TV con Jenny. Ha un canale sul tubo in quale mette canzone sue e cover. “Under a black hat” è il suo primo EP e data del 2016. Il capello nero diventa il suo segno distintivo e appare con lei sul palco e nei video. L’intel rimane muto sui dettagli dell’Anagrafe. Non sappiamo ancora come si chiama veramente e neanche da dove viene precisamente…

- Torna a sollecitare l’Intel! Voglio più detagli! Spettrometro, scanner e decoder Audio sul rilevamento. Cominciamo!

Per essere chiaro Waira non ha una voce solida e determinata. Gioca piuttosto sul lato fragile della sua capacita a cantare.  Fra Jane Birkin in Francia e Dona Lewis nel Galles esempi di carriere costruite con capacita vocale simile esistono, poi non li chiediamo neanche di spaccare un bicchiere di cristallo a tre metri. Le sue composizioni sono melodicamente equilibrate, Waira compone naturalmente le sue canzoni.

“Nothing to lose” rifletta questo fatto. L’EP è tutto in inglese. L’orchestrazione dietro la sua linea di chitarra non è invasiva, e rimane un sostegno discreto. Solo una chitarra elettrica fa maglia negli spazi liberi lasciati dal canto.

C’è un po’ più di spessore nell’orchestrazione di “Wrong way” un piano forte e archi rilegano la chitarra folk in secondo piano: appare leggermente al primo ritornello e prosegue quasi dietro le quinte per il resto della canzone. Anche la batteria appare solo a 2.40 per un corto momento. “Wrong way” è un leggero crescendo di leggera altitudine ma di lunga amplitudine.

“Don’t Cry” e il suo flat picking si distacca del resto del EP rimanendo una traccia spogliata per la maggiore parte della sua durata.  L’atmosfera è diversa: il secondo verso decolla appena con l’aggiunzione di un coro quasi impercettibile. Ancora qui a 2.00 un’orchestrazione leggera e dosata solleva lievemente il ponte musicale per depositarlo delicatamente verso la conclusione. Facciamo nella dentelle.  C’è qualcuno di serio dietro gli arrangiamenti e nel loro dosaggio.

House of cards” si presenta con cori più consistenti, e leggermente staccati dalla tenda trasparente dell’orchestrazione: La totalità del EP è calibrato per sostenere con parsimonia la voce e la chitarra di Waira senza invadere il primo piano. “Can I jusk take off your mask?” chiede timidamente, “I don’t beleive you’re so empty like you seem to be, now” …

Rain” e il suo video live in mezzo a una rovina industriale abbandonata, conclude l’EP. Una seconda chitarra e percussioni leggere si nascondono dietro l’interpretazione principale. Il capo centrale torna dal telex che ci connette via rette flash a L’intel:

 

- E di Bolzano! E di Bolzano… ho anche info sulla registrazione: è stata affidata a soltanto due produttori arrangiatori: Mattia Mariotti e Marco Facchin, ed è un certo Martin Guadagnini che si è incaricato del remix di “Don’t cry” …

- Grazie, capo centrale. Puntiamo la strumentazione sul single adesso.

La prima traccia è la registrazione classica della canzone. Il “Radio remix” è piuttosto piacevole nel suo modo di mettere alla moda la canzone. E rappresenta quasi il processo utilizzato per “Enjoy the silence” di “Dépêche Mode” includendo un miracoloso upbeat della canzone per ottenere il famoso successo. Un ritmo invitante aggancia l’attenzione. Magico il snap di ditta amplificato dall’eco per dare il via a l’interpretazione. La voce sembra più presente della versione EP, una riverberazione puntuale e precisa finisce di metterla in evidenza, l’effetto telefonato finale su “The day was just not right” rappresenta la ciliegia sulla torta. Stupendo lavoro.

L’ “Extended remix”, con un accento più portato sul bass drum, sembra più destinato a l’uso dei DJ con quattro Bar iniziale e finale necessarie al mixaggio del pezzo che si estende senza fatica e senza noia fino a 4.30 minuti. Ancora qui la canzone sembra visualizzata sotto un altro angolo, più nella tendenza attuale, verso un pubblico giovane.

Waira dimostra più una capacita di compositore e di melodista, che di vocalista. La sua determinazione a proseguire allungo la sua strada e di farsi conoscere, attraverso concorsi e tutte le opportunità possibili, evidenza la sua convinzione artistica. Al meno il risultato di affidare le sue composizioni a due visione diverse, mette a portata del grande pubblico, due versioni del suo lavoro.

Il Wyznoscaffo riposa ancora sul fondo, lasciamo l’ultimo rilevamento avvicinarsi a portata di strumentazione e speriamo trovare la Base Nibraforbe dopo avere trattato con cura il prossimo rilevamento.

Capitolo 93

[…] seguito recensione Waira

Jones rende automaticamente conto di qualsiasi movimento, e questo con una precisione micidiale, nei 40 miglia intorno a noi … Meno male … Le orecchie del bordo sono LUI!  A dire la verità mi aspettavo la prima parte del suo intervento, ma non la seconda.

- Persefone nel 91, leggero cambio rotta nel 268, profondità 040, distanza 08 miglia, velocita 12 nodi. Sarà alla nostra verticale fra 40 minuti, e ALTRO segnale, una schedata: “Noirêve” nel 185, rotta nel 005, distanza 42 miglia, profondità 55, velocita 07 nodi, sarà alla nostra verticale fra 6 ore.

- Hmmmm… La Janet arriva sulla nostra posizione anche lei… Jenkins! Corri subito in cucina e dimmi se il cuoco sta facendo Fritti Friol, casomai ci dara una spiegazione per sapere perché tutte ste donne ci vengono addosso. Del resto, come se chiama sto cuoco?

- Seven Seagul, Capitan…

- ???... Sicuro???  Nettuno stridente! Capo Centrale? Cosa abbiamo l’archivio su questa Persefone?

- Aaaaaah Capitan, questa è una signorina molto carina… Maria Minotto per l’anagrafe, ho due o tre apparizioni sue nell’archivio, a l’epoca dove la sua pagina s’intitolava “L’attesa di Persefone” e suonava il pianoforte da sola con le sue composizioni. Dal 2013 studia un Master in Popular Music Performance a Londra, Discipline delle Arti Musica e Spettacolo (DAMS) di Bologna, Centro Europe di Toscolano (CET) di Mogol e in fine Berklee Summer School

- Ustia! Ha il pedigree…

- Eeeeeh si… Aprile 2015 esce il suo primo videoclip; Endless Time, poi tutto il giro: Febbraio 2016  Apparizione a Balcony TV  come “l’Attesa di Persefone”, del resto ha fatto la prima parte di Maddalena alla Bookique, febbraio 2018 altro video “Steal the ocean” , Upload… Ha un canale sul tubo fornito bene. Firma tutte le sue composizioni e poi sparisce al Gulliver studio per registrare “Little soul” con Alessandro Battisti, che si incarica del recording, mix e master, si focalizza su suoi vocali e lascia Davide Dalpiaz al pianoforte e tastiere, poi Matteo Dallapè alla batteria, Vallerio de Paola al basso con chi firma gli arrangiamenti. Produzione: Maria Minotto e Uploadsounds … Ha un piccolino sito web. Tutto li.

- Bueno… Scanner, spettrometro, decoder audio e doppler sul rilevamento, cominciamo!

- Aye, Aye sir!

Un basso fa bollicine su “Innocence (Your game)”, il piano forte può sincopare la sua partitura a piacere, appoggiato ad una batteria metronomica, fino al grosso buco dell’osso buco a 1.18. Ah ah! Che break, che ripresa… Bella dimostrazione di jazz classico per aprire questo album; intonazioni vocali perfette, backing vocals calibrati. Brava, signorina… con questo avete la tutta la nostra attenzione.

“The only one dead” è un lento che si veste di tastiere scure, di percussioni intermittenti e di piano forte scucito… L’atmosfera cambia… ma una voce vicina ci avvita sul posto. Si deve resistere a l’insistenza di un giovane uomo dopo la sua esclusione: “I have found you at my door, always knocking and asking more, now it’s time for you to stay away

Le spazzole su rullante ci riportano verso un lento più jazzy. “Little soul” propone una strumentazione aerata, semplice e senza fronzoli, quasi una ninnananna. La voce, ovviamente, si distacca e sorvola in evidenza lo spazio lasciato libero. “Always behind that door you dream the peace to come, Always behind that smile you hide the grief alone, You say it’s better You say no matter

Atmosfera “Supertramp” per le prime misure di “Over my smoking break” accompagnato da un video dalle immagini sovrapposte. Siamo su un groove frantumato come fette di pizza, fra stacchi in quali cori maschili brillano di consistenza: “hmm, hmmm…” Primo pezzo in quale i coristi riempiono notevolmente il ritornello e i versi.  “If I was the one, forgive my mistake ‘Cause you are the one I’ve seen in my life Before every star was born” Curioso modo di riportarci 180 milioni di anni dopo il “Big bang”, alla fine dell’era oscura, nella zuppa dei primi atomi formati.

“Love Delay” è la canzone la più spogliata dell’album; solo voce e piano forte per sottolineare la nostalgia delle parole. Il testo senza ritornello e ribadito due volte e sfumato dal pianoforte verso il finale.

“Every step of the road” comincia con la stessa calma. Progressivamente percussioni, poi basso portano il loro appoggio alla struttura di questo pop classico. La voce di Maria è un po’ più messa a contribuzione su questa canzone, includendo una bella, ma unica, spinta vocale su questo album.  Sicuramente un ingrediente da includere nel prossimo opus, se l’atmosfera delle composizioni lo richiede.

“Magic cures (poison)” rimane la mia traccia preferita dell’album. Sicuramente colpa della sequenza di tre note di tastiere ripetute e su di quale il basso viene agganciarsi. Il piano forte viene camminare tranquillamente accanto, con i suoi quattro accordi a misura. Ancora una volta belli cori giustamente dosati accompagnano il tutto. Piacevole, l’integrazione del coro telefonato della voce di Maria sul ritornello. Bella canzone, veramente.

“Away” chiude la porta con calma, storia di non disturbare la quiete generata durante tutto l’album. Ci si rimane su l’incertezza che tritura la mente di Persefone da l’inizio dell’album: “I wonder if you should stay, I wonder if you should go away”. Lasciamola prendere la decisione da sola, in cima alla sua voce. O magari sulle due note basse del pianoforte che punteggiano potentemente la fine dei versi…

 

L’album Little soul è un’entità classica, raffinata ed elegante. Ho notato dei cori maschili semplici e classici, ma integrati al tessuto dell’album. Un pianoforte maestrale, una sessione ritmica dosata con giustezza. Janet ha saputo circondarsi dagli artisti giusti, per distillare al meglio e risorse delle sue composizioni. L’opus è disponibile al più grande numero. Il fioco in cima non è un optional e compreso nel prezzo…

Jones interrompe la mia calma contemplativa… ma per una volta, ci mette le forme:

- Capitan? […] Capitan?...

- Dimmi Jones…

- Janet Dappiano è ancora lontana… 31miglia, sempre a profondità 55, velocita 07 nodi, sarà alla nostra verticale fra 4 ore circa.

- Rimaniamo lì, sul fondo, belli tranquilli senza far rumore, fra poco sarà a portata di strumentazione…

 

Capitolo 94

[…] seguito recensione Persefone

E la prima volta che vedo il capo centrale già pronto, con il suo rapporto, prima che io lo chiedesse. Tanto, conosciamo il rilevamento di Noirêve da quasi 6 ore e si è ovviamente già preparato. Può anche essere celere, visto che l’archivio è riempito di Noirêve… Seguiamo la Janet da un bel po’. Esattamente da quando “Ceci n’est plus du folk” ci è apparso su band camp, interpellato dalla madre lingua, avevamo dato un orecchia attenta al EP del epoca, probabilmente come dovremo farlo per “Jimborising” visto che è un Francese a Trento e che li siamo “royalement” passato accanto durante tutte le nostre missioni. C’è da vergognarsi certe volte… Pero il blocco è sotto gli occhi del capo centrale e il gommino del HB giallo batte nervosamente sugli appunti:

- Spari Capo! Li chiedo, per liberarlo.

- Beh… “Ceci n’est plus du Folk” non è più su band camp da quando Janet è su INRI, Capitan! Comunque, Janet lascia bei ricordi con il suo remix di Candiru “28 ottobre 1985” durante “Interpretano Trentini”. Ha anche fatto Balcony TV con “Sfiorire”. In giugno 2016 esce un Ep “Viaggio immobile” e rilascia “Hesminè” a metà giugno 2017 di quale abbiamo parlato in missione. Ed eccola con il suo primo album, vuole un riassunto del press kit?

- Spari Capo!

- Allora l’album è concepito per l’ascolto su vinile: sul lato A sono brani ritmici tra world music ed elettronica, mentre il lato B è composto da un’unica traccia ambient improvvisata. Cito: “Come nei lavori precedenti, il sound di Noirêve si definisce a partire da suoni organici processati e ricontestualizzati, ma l’utilizzo di scale e strumenti lontani dalla tradizione occidentale, unito al distacco dalla forma canzone, collocano Pitonatio in una dimensione più sperimentale e ricca di contaminazioni.”

- Ricca di contaminazioni? Per le trippe di Richard Dawkins!! Speriamo che non si è beccata la castapiana galoppante! Altro?

- Hmm…Tutte le tracce scritte e prodotte da Noirêve ovviamente, eccetto “Bradipedia” scritta da Noirêve e Jacopo Bordigoni. Negli musicisti abbiamo Jacopo Bordigoni al sitar e chitarra, Angelo Sorato al “bansuri”, un flauto in bambo dell’India-Pakistan-Nepal, queste zone qui… La super schedata di Lazise, Alice Righi, fa le voci in “Jalìa”, Niomí O’Rourke voci in “Bradipedia” e “Musica per Grattini”. Ritroviamo anche la donna subwoofer: Juno che fa voci in “Pitonatio”. L’inconturbabile Giulio Bazzanella al basso, Osvaldo Latanza voci in “Lu Rusciu de Nonno Osvaldo”, Hermanos Thioune percussioni africane. Mixato da due Trentini: il super schedato del Blue noise, Fabio de Pretis, e Alessandro Battisti solo per il mix di Pitonatio, appena scampato dall’album di Persefone. Il tutto masterizzato da Jo Ferliga presso il Tapewave Mastering. Foto interne di Elisa Simoncelli e Francesco Franzoi. Cover artwork e graphic design di Elisa Simoncelli. Tutto li.

Jones mette un termine al rapporto del Capo centrale:

- Viene dal 185, rotta nel 005, distanza 19 miglia, profondità 55, velocita 05 nodi, ha rallentato un po’...

- Eh eh eh! Magari vuole facilitare il suo scan… Chi sa??? Cominciamo!

“Embers” comincia in un modo strano: Rumori ferroviari leggeri, strisciamenti metallici appaiono progressivamente. Disordinati in apparenza, iniziano ad agglomerarsi per strutturassi con pazienza e dare forma ad un ritmo ballante, il bansuri tira su la leggerezza festiva del insieme, sostenuto da un suono di basso organico, fino al crollo del ritmo verso 3.28.

La spiaggia di calma generata conduce naturalmente verso “Bradipedia” che lascia subito un enorme campo libero per sitar. Siamo trasportati immediatamente in India, con planata vocale inclusa. C’è un odore di curry in centrale da non crederci. Il secondo sta facendo il suo yoga dietro la tavola delle carte, alla timoneria hanno gli occhi chiusi.  Solo Jenkins, Jones e me, analizziamo i dati. Ed eco il trucco: o ti immergi totalmente nell’album o passi puramente accanto. Decido di lasciarli planare e di osservare un centrale quasi completo, in meditazione.

“Jalìa” rimane una traccia abbastanza corta, con poco più di due minuti, che si apre su un colpo cristallino di campana tibetana. Senza rileggere il rapporto del capo centrale, riconosciamo la voce di Alice Righi, che sorvola un tappetto spesso e morbido di tastiere sfuse e vaporose. Poco importa cosa racconta, sembra che Janet e Alice utilizzano la melodia vocale come “materia puramente musicale e non linguistica”. Come l’avevano già fatto su “Hesminè” dove i vocali danno “vita a un linguaggio inesistente, basato puramente sul suo effetto sonoro: in tal modo si può trascendere il significato verbale e ricercare un impatto esclusivamente emozionale con l’ascoltatore”. Secondo me, non ce n’è abbastanza…  il pezzo è un po’ corto. Magari il formato Vinile non permette di estendersi un po’ di più. Mi sto chiedendo cosa succede abbordo del Wyznoscafo: Il capo centrale sta levitando…

“Holy Guacamole” scrolla appena la coscienza dell’equipaggio, con un rumore di metropolitana e il ritmo meccanico di macchinetta a timbrare biglietti di trasporto. Una voce alta definisce un’atmosfera giapponese e invece di badare alle loro funzioni, i membri dell’equipaggio si trasportano mentalmente nella metro di Tokyo… E perché no? Tanto, siamo fermi sul fondo. Sono sicuramente immobili su una piattaforma, a contemplare l’agitazione dei passeggeri, simbolizzati da campionamenti di voci ripetitivi e di un sassofono, che sfoglia uno dopo l’altro dei schermi pubblicitari coloratissimi.

Campionari vocali e srotolate di “Vibraslap” conducono su una base di bassi, verso “Lu Rusciu de Nonno Osvaldo” “Rusciu” significa il fruscio del mare, il testo è un brano tradizionale del Salento, Puglia. La voce del nonno canta il testo in dialetto su un loop di chitarra e percussioni metalliche … la sua voce si perde nell’eco, per sigillare nella memoria, l’ultimo verso: “La figlia dellu re se dà la morte”.

Juno riappare per una sessione vocale su “Pitonatio”. L’India profonda torna di nuovo su nappe sfuse di campionari di sitar, frase di bansuri, percussioni metalliche e planate vocali, su un ritmo lento e contemplativo. La conclusione del “lato A” del disco lascia pochi membri del centrale concentrati sulla loro funzione. Il “lato B” invade progressivamente tutti schermi della strumentazione, come un rombo basso, sordo e costante, partito da lontano, e che finisce per perspirare attraverso la struttura molecolare dello scafo. Siamo quasi nel surreale; Jones e Jenkins sono ormai immersi in una trance contemplativa e lascio la poltrona del centrale, per accorgermi che sono l’unica persona cosciente abbordo: le squadre propulsione e armamento sono sdraiate nei loro letti a castello, alla timoneria sono tutti in coma, il secondo e bloccato nel suo yoga da mezz’ora, il capo centrale rimbalza come un palloncino a l’elio sulle tubature del soffitto, Jones e ipnotizzato dal suo schermo, Jenkins fa la crespella contro la tavola delle carte. Apro meccanicamente la porta della cucina per trovarne uno sveglio: E Seven Seagul, il cuoco, che si è mangiato tutto il gelato del bordo: Tre contenitori da 5 litri, non li chiedo niente, ma lui si scusa lo stesso:

- Non ho potuto resistere…

Richiudo la porta senza dire nulla. Ritorno nel centrale, la voce di Niomí O’Rourke continua a incantare le coscienze del bordo, collegate l’una a l’altra da una ragnatela sonora. Le lunghe note del bansuri stregano l’equipaggio; sono immersi nella dimensione sonora che le circonda. Mi sto chiedendo perché sono da solo, ancora bello sveglio. Verso 12.40 il sitar crea il rilievo di un orizzonte lontano. Il bansuri score, come un corso d’acqua, nei suoi fianchi. Si rispondono. Si accompagnano l’uno l’altro per finalmente sparire nella distanza, allo stesso passo con quale sono apparsi.

L’album si è concluso da una decina di minuti, ma lascio tutto l’equipaggio planare ancora un bel po’, prima di battere le mani rumorosamente: SLAP!

- Buon! stacchiamoci dal fondo e torniamo alla base, dai!

Il secondo crolla dal suo equilibrio di yogi, mentre il capo centrale torna sul pianeta, vittima della gravita e che movimenti coordinati riappaiono progressivamente nella gestuale del personale di bordo.

- Cacciare agli ballast, fino a profondità 020, velocita 10, torniamo alla base. Secondo… Li lascio il centrale torno alla mia cabina…

Li lascio tutti uscire piano del viaggio interno che hanno fatto durante le 40 ultimi minuti… Peccato che adesso ho una strana voglia di gelato….

 

Capitolo95

Mi stanno aspettando, sono tutti in riga sulla piattaforma, alle loro spalle, il Wyznoscafo distacca la sua forma scura dagli riflessi del sole sull’acqua della base Nibraforbe. Il secondo e il capo centrale sono di fronte a l’equipaggio. Sono l’ultimo ad arrivare, mi posso permettere, sono il comandante di questa unita. Rendo il saluto al secondo, prima di prendere la parola. Le guardo… Sono riposati e hanno bel aspetto, c’è stato un lungo periodo di riposo dopo la missione su Noirêve, certi sono anche abbronzati, hanno avuto il tempo di prendere il sole, viaggiare, un po’ di sport, stare in famiglia… al meno, fanno piacere a vedere.

- Riposo! L’Intel ci manda in missione perché le uscite di questo fine anno hanno ripreso. Conosciamo il nostro primo obbiettivo e dobbiamo metterci in agguato per due o tre altre uscite prima la fine del mese. Conto su di voi e sul vostro senso del dovere. Imbarcare! Al posto di manovra!

- Tutto bene comandante? Chiede il secondo, mentre l’equipaggio sale in ordine sulla passerella.

- Si tutto bene. Ho avuto informazioni da sotto il mantello direttamente dall’Ammiraglio Giusy Elle… mi ha anche dato la posizione esatta del nostro primo rilevamento: Electric Circus…

- Ma dovrebbe essere un’uscita di fine mese, interroga il secondo.

- Si pero abbiamo la possibilità di rendere il nostro rapporto prima dell’uscita che sarà per novembre. Poi ovviamente, come tutti fine anno, le uscite piovano senza preavviso, speriamo tornare prima di natale.

Il Mare aperto ci offre le sue profondità.  L’azimut e distanza segretamente date da l’Ammiraglio ci portano a 295 metri sotto la superficie, finché Jones notasse un segnale debole, quello degli album ancora non usciti, la nostra preda preferita:

- Capo centrale, cosa diset?

- Che non si cambia una squadra vincente Capitan! Scritto e prodotto da Electric circus, Registrato e missato da Marco Sirio Pivetti alla Metro Rec di Riva, tranne due tracce “Guajiba” e “Troll track” che sono state registrate al ZYP’s space di Torino, dove la band si è trasferita. Stranamente masterizzata da Brad Smalling al Evergroove studio di Evergreen nel Colorado. Cover e artwork sudatissimi di Gabriele Perrero. Musicisti invitati; Giuliano Buratti, come al solito e costantemente al sax, flauto, tastiere e percussioni, Federico Bevilacqua percussioni e in fine Gabriele Perrero che macchia di colori un basso, una chitarra, una tastiera e delle percussioni… anche un bouzouki e lo suona meglio del vostro amico Sifiguris…

- Incredibile… Jones? Hai beccato qualcosa?

- Segnale nel 195, distanza 09 miglia, velocita 00, profondità 305. Mi sembra che risale piano alla verticale… un metro al minuto, circa.

- Giriamoli attorno, risaliamo in ritmo, massima distanza 1.5 miglia, velocita 0.5, propulsione silenziosa, niente sonar, in funzione scanner, doppler, spettrometro, decoder audio, cominciamo…

 L’album intero sembra avere cambiato sostanza, e la direzione generale delle composizioni si distacca leggermente di “Evoluzione” e “24/7”. Le atmosfere sono diverse, includendo una varietà di colori che danno una tinta “world” a l’opus. L’uso di piccole percussioni manuali come Clave, Vibrasalp, woodblock, cow bell, sono molto più presenti che nei due album precedenti. L’ uso ancora discreto di tastiere e da notare. Spezie proveniente da vari continenti sembrano condire sottilmente la cucina “Jazz Psych” che rimane l’essenza principale dei Electric circus allungo queste 11 tracce. Un sentimento d’ascolto generale, dà la sensazione che la durata dei brani e più calibrata; intorno a 4 minuti, quasi formattati per passare in radio. La cover e il disegno di una faccia che si scioglie nell’inferno di una temperatura eccessiva. Ci si può quasi leggere le prime lettere del titolo dell’album a l’altezza degli occhi. Cercare di trovare le ultime lettere è più difficile, è come recuperare il suo pezzo di pane caduto in una fonduta svizzera.

“Bombay” si campa su un mid tempo confortevole, tipo piedi nudi su tappetto spesso. Una chitarra ritmica nella prima parte, srotola un bel campo per una bella miscela sonora, fatta di flauto e sassofono. Poi prende i comandi della parte media, per lasciar un sassofono allegro finire i lavori…

“Kinna funk” si appoggia su due chitarre e una tastiera, che segue una partitura parallela, come due binari in stazione. Le melodie sono accattivante e il brano rotola giù regolarmente come un formaggio su un prato inglese.  Mi sembra che il sax è raddoppiato sul finale per dare un po’ di rilievo al suo canto.

Bel trucco alla moda, quello del piatto sulla rullante, illustrato da un altro monumento Trentino musicale Bob and the apple, nel loro video “Desolina III”.  Il suono metallico sembra stroncar il lento “J’ n’ I’” in segmenti uguali.  Il basso si immette dopo la prima frase del tema, oltre il trentesimo secondo. Il sassofono e la tastiera entrano da lontano poi, prendono a turno il davanti scena. Il finale si gonfia di determinazione verso 4.37 per finire a scatti, la traccia la più lunga dell’album.  

Non notiamo una grossa differenza nel suono di “Guajiba”, registrato a Torino, dal resto dell’album, al meno la diversità non appare ovvia come quella di “Mike” nel album “24/7” per esempio.  Accenti orientali ornano la partitura della chitarra classica, che si orienta verso profumi iberici, dopo il minuto e trenta, con la sfumatura totale del ritmo. Senza l’appoggio di cadenza, le corde svagano accompagnate del volo del flauto e il rombo distante dei piatti…

“Out of Africa” è un soggetto trattato in tre parti. La prima introdotte da clave, che ritroviamo spesso allungo l’album è piuttosto calma e condita da un doppio sassofono fino a 2.09, dove una chitarra elettrica, ispirata dalle esplorazioni foniche di Sid Barrett, rialza il brano da aromi rock psichedelici. Verso 2.54, il ritmo della batteria raduna intorno a sé, tutti gli elementi per un finale ordinato.

Reame del Flauto, “Malibu” si distingua dal suo basso agli accenti quasi reggae, e della sua presenza accentuata e gonfiata nella parte profonda dello spettro auditivo. Poco prima il minuto e mezzo, il pezzo diventa il dominio delle percussioni, di corde dissonante, prima della ripresa del tema principale per concludere il brano. Notevole traccia che rimane la mia preferita nell’album.

“Abba” e suoi ritmi sincopati e ripetitivi è il più “Weather Report” nello stile. Sembra descrivere il suspens della scena di un film degli anni 70. Niente suggerimenti a bionde svedese. La traccia sembra sfumarsi verso il suo finale per ripartire più forte dopo 2.40, lasciando campo libero al delirio del sassofono.

“Troll Track” è un crocantino esperimentale di percussioni manuale su chitarra New Orleans.

“Mr P.U.” offre una struttura lavorata nei dettagli di due chitarre, per un altro jazz al ritmo di cow bell sincopato, su di quale un sax determinato ribadisce una frase musicale. “Mr P.u.” è il reame delle chitarre. 

Il nostro interesse è portato verso la pittura moderna e l’inizio del “abstract art” su “Kandinskij”. Il ritmo è lento, quasi tropicale, quasi reggae… Sentiamo i sassofoni da l’interno, con tutte le vibrazioni e il tintinnio delle chiavi. Sospetto che l’applauso finale proviene dal “live @ Smart lab” di due anni fa…

“Wendy’s tune” è introdotto delicatamente da una tastiera e un sassofono soffici. Prende leggermente corpo con l’arrivo del ritmo oltre il secondo minuto, decolla francamente per un attimino, prima di prepararci alla fine dell’album intero, concluso da shakers e cow bell.

Electric circus propone qui un album più omogeno, nonostante vari ingredienti esotici utilizzati per condire diversi brani. Ritroviamo con piacere il sassofono di Giuliano come ingrediente principale attraverso l’album. L’aggiunzione di due musicisti nuovi alle percussioni e chitarra/tastiere ha intelligentemente portato la ricetta verso il successo. Canicola diventa di fatto, una delle produzioni importanti nell’arco dell’anno.

- Capo centrale! Manda il reso conto a l’Intel sulla rete flash, che siamo anche in ritardo. Jones! fammi un giro dei gavitelli e occhio al sonar. Secondo! riportaci a profondità 100. Jenkins! Fammi un giro in cucina per saver cosa Seven Seagul ci ha preparato a diznar…

 

Capitolo 96

Non c’è da dire… Seven Seagul è un buon cuoco vegetariano e il risotto alla boscaiola che fa è puramente divino. Stavo quasi a leccare il piatto, che l’interfono della caffetteria dei officiali scricchiola penosamente, è Jones ed ha notizie per me:

- Gavitello attivo, Capitan… Johnny Mox nel 195, 21 miglia, profondità 50.

E dietro di noi, dobbiamo virare. Premo il pulsante per rispondere:

- Affida la manovra di giravolta al secondo, chiedi al Capo centrale di preparare il rapporto, e a Jenkins di mettere la strumentazione in funzione, arrivo subito…

Il capo centrale prende la parola al mio arrivo nel centrale:

- C’è stata una leggera sorpresa sul caso “Mox”, Capitan…. Due settimane fa intorno alla fine settembre è stato pubblicato su band camp un EP che è stato registrato in Marzo 2013 a l’epoca di “We= trouble”.  La riedizione del EP ha interferito con il nostro rilevamento e ha provocato l’attivazione del gavitello lasciato in posizione a l’epoca.

- L’abbiamo a portata di strumentazione?

- Si. E appena finita la trasferta dati dello spettrometro e dello scanner ci vuole dare un’occhiata?

- Son il Capitan…

“Lord Only Knows how many times I cursed these Walls” è un EP strumentale di 4 tracce, suonate alla chitarra e masterizzato dall’eclittico Klaus Brunnen. Corrisponde chiaramente alla “musica sedimentare” di Johnny. Quel tizio scrive a strati, cumula spessori, impila livelli per ottenere un prodotto finale a forma di “mille feuilles”. “King zoltar” la traccia principale estende la sua atmosfera country western sopra 5 minuti. Le prime corde percosse appaiono nell’introduzione del EP. Seguono due croccantini di 2 minuti circa; il calmo e contemplativo “Moon boots” e uno stupendo “Black bowels” con di nuovo, corde colpite e del hand clapping ispanizzante. Ancora corde percosse sull’ultima traccia “Inner jewellery”. Le corde battute generano armoniche metalliche che accentuano come guglie su l’orizzonte, il rilievo generale del suono. Rimane pero una tecnica vergognosamente rubata a Granfranco Baffato: (qui un link da seguire per svelare la verità). Questo EP sembra essere in riedizione per annunciare la tinta del nostro rilevamento:

The future is not coming but you will” L’album è diverso dagli due precedenti ma ritroviamo i soliti sassolini bianchi che Johnny lascia sul suo cammino: la beat box fatta alla bocca, l’onnipresenza dei loops, il passaggio dietro tutti strumenti del album, tranne il basso suonato da un certo Irgen Onafets [sicuramente un nome di origine Bellunese] e l’uso del cerotto che passa dal ginocchio adolescente della cover di “We=trouble” al muro di “The future...”, come per simbolizzare le azioni umane di salvataggio del mondo, di fronte al danno strutturale fatto attraverso i secoli e su di quale possiamo solo applicare un po’ di trucco. Una cover minimalista, ma piena di sensi e di profondità, qualcosa di notevole, che aggancia l’occhio; Arte. La gran maggior parte dell’album ee su un tempo lento certe volte veramente lento.

Ascoltiamo l’accento esagerato della voce di Johnny tirata volontariamente verso i bassi. “Battle fields” è un lento tenebroso, un tantino scuro. Un loop di chitarra ritmica ci porta verso poche aggiunzioni; vari loops di percussioni vocali e una telecaster che sorvola la scena, in quota. Perché casomai succedono guai “They won’t search your body, they won’t search your body here

Video di laurea e prima canzone estratta da l’album già da luglio scorso; “Destroy everything” è un lento veramente al passo. Batteria e tastiera si aggiungono alla processione. Potrebbe essere la canzone per un essere caro, compagna o figli, che passa fra giochi, protezione e consigli per il futuro: “Grow your doubt and feed your fears and try anything twice, keep on running and dreaming free and wrestle with the skeptics

“Still Praising” appare subito come un’esperienza upbeat benvenuta. C’è qualcosa di famigliare pero nel contenuto, si tratta di una nuova versione di “Praise the stubborn” canzone estratta da “Obstinate sermons” del 2014.  Il basso di Irgen riempie generosamente le parte ritmiche della traccia, composte di “human beat box” mentre un accordo unico di sintetizzatore avvolge della sua ragnatela, la quasi totalità del pezzo.  Tempi pieni di dubbi a l’orizzonte: “The harvest is past, the summer has ended and we’re not saved” Valeva la pena tuffarsi di nuovo su questa nuova versione, perché il risultato è più che convincente. Rimane solo da definire chi sono i “testardi” …

“A Dangerous summer” accoglie Laura Campana al coro, il suo nome è nell’archivio dalla sua presenza negli “22 gennaio” e successivamente nei “Metheopatics” sembra oggi al basso in “Hallelujah” . Il suono di rullante sembra venire di una drum machine, sintetizzato fra mezza luna, e hand clap metallico. Si sceglie la resistenza contro un sistema oppressante come Sarah Connor lo fece in Terminator. Questo album inizia a prendere una tinta piuttosto scura e più andiamo avanti, più oscuro diventa.

Rimaniamo quasi sul tema su “Robots” che sembra famigliare, pure essendo una canzone nuova. Sempre su il tempo lento, parliamo di un’altra invasione (va di moda) quella delle macchine: “Five billions jobs at risk, Automation apocalypse, Middle class are starting to quake, As the robots are about to wake” in fondo, l’Uomo non ha bisogno di nessuno per spingerlo verso la sua perdizione. Proseguiamo come se niente fosse…

“The cleanest” arriva progressivamente, trascinando i piedi, sotto un cielo di piombo… più si va avanti nell’album più la progressione svella un ambiente in bianco e nero, siamo oltre la meta dell’album e ci sembra entrare in una galleria, e non si vede luce dall’altra parte.... Ogni colore è sgocciolato fuori dal quadro. “We thought we had a future but instead we have a debt, I chose to bet on refugees rather than you dead”.

Seconda esperienza leggermente upbeat della galletta “Bitterlake” sembra una danza della pioggia -come se non c’è ne fosse abbastanza in questo momento- cantato in “native american”. Il ritmo ossessivo è rialzato dal rumore distante di una tastiera che scricchiola un accordo unico, allungo tutto il pezzo.

“99.9%” conferma l’oscurità che ci cade addosso da tutte le parte: “There is a huge crack in everything, the darkness soaks in from every slit” è la stressante constatazione dello stato generale di una vita imprigionata da sé stessa. Il ventaglio di possibilità che avevi sin dall’inizio, si riduce mentre vai avanti… E un imbuto… la vita ha la forma di un imbuto, e la tua condizione sociale te lo fa prendere in questo senso. Non preoccuparti, ci sono quelli che creano queste condizioni per te, solo per potere viaggiare nell’imbuto a contro corrente. Credo siano un po’ più di 0.1%, pero.

“You are not special” viene confermare questa tesi; mettere un altro chiodo nella barra. “Class consciousness is forever lost”. La lotta di classe che seguiva nostri passi è persa anche lei, fra il ritmo dell’human beat box, la brillanza della chitarra e del basso distante, che camminano al passo del funerale di una vita qualsiasi.

“Send from the future” è l’ultimo brano e sembra cominciare intorno a un fuoco di quel che rimane di una civilizzazione perduta. Chiudendo gli occhi ci si può anche indovinare le rovine, macerie, l’aspro odore del fumo. C’è un’atmosfera Terminator… di nuovo. “What is born now will grow in captivity”. Chitarre e basso distanti formano un fondale su di quale un testo è declamato; riconosciamo il primo blocco di testo estratto di “O Brother” con tastiere che si lamentano nella distanza scortate da tamburi. Il blocco seguente proviene da “Endless scrolling” che sono rispettivamente la quinta e sesta traccia di “Obstinate sermons” le due canzoni son state fuse per farne una sola. La seconda parte è marcata da una batteria campata su un ritmo pesante, che accentua la sveglia penosa di chi vive brillantemente oggi, la faccia su uno schermo: “It's gonna be true, and It's gonna be offline, It's gonna be real, and It's gonna be offline, It's gonna be dangerous, and It's gonna be offline”.

Ecco un album scuro, al ritmo generale pesantemente lento, dominato dalle chitarre e di una voce teatralmente bassa, al tonno cupo.  Johnny Mox prende il suo tempo per registrare, possibilmente da solo, nel suo home studio le sue canzoni, al suo modo e al suo ritmo. Sa circondarsi dei migliori musicisti Trentini per portare sul palco una formula che ci manca di sentire, visto la distanza che ci separa. Siamo ancora avidi di mettere la mano sul vinile del Live a Santa Massenza che avevamo provato di acquistare qualche anni fa, storia di rendersi conto. Vorrei consigliare di scaricare da band camp l’EP insieme a l’acquisto di questo album. Solo per sentire delle chitarre suonate in un altro modo.

Concludiamo questa missione e mi sento di lanciare a chi vuole sentirlo nel centrale operativo:

- Non so ben miga... quasi, quasi mi farei un’altra fettina di chitarre in questo momento. Che c’è in giro?

 

Capitolo 97

[…] seguito recensione Johnny Mox.

-Abbiamo un nuovo segnale nel 014, rotta nel 280, profondità 020, distanza 18 miglia, velocita 11 nodi, trattamento firma sonar in corso…

- Ottimo! Secondo! Rotta nel 310, avanti un quarto per 10 miglia, poi ferma propulsione, profondità 050, passera a Nord-ovest della nostra posizione. Abbiamo la firma sonar?

- Nico Oho, è il chitarrista dei “Prologue of a new generation”, che sforna un lavoro suo: “Capsula mundi” che è recentemente uscito su Bandcamp, Capitan…

- Capo centrale cosa diset? Abbiamo un file su quel tizio?

- L’intel ci ha provveduto poco sul conto Di Nicola “Oho” tranne che si chiama Nicola Tommasi. Nel suo file, lo ritroviamo sia con il cantante dei “Curly frog” sia con  i “Prologue of a new generation” che “Nagual project”… o ancora in qualche progetti monastici acustici poetici di “Zadra e Nico”.  In questo album solista, lascia le chitarre dominare le composizioni; le ritroviamo su due o tre piste per pezzo. Sembra che l’album sia stato composto, suonato, registrato, mixato e masterizzato nella soffitta di casa sua, chiamato Los Pollos Studio. La cover è particolarmente notevole e disegnata da Diego Santostasi per Santos Artworks, che rappresenta questa misteriosa  Capsula mundi che è un nuovo modo di pensare al seppellimento degli esseri umani; il corpo del defunto è avvolto in un a specie di uovo di matteria bio-degradabile. Su di quale un albero viene piantato… Un nuovo concetto creato in Italia, ancora allo stato del crowd funding.

- Mi piace l’idea pitost che il classico cimitero… fa più utile, più naturale… Dai!! Scanner, doppler, spettrometro e decoder audio in funzione, cominciamo…

L’album è composto di 7 brani strumentali che illustrano varie fasi della vita: della nascita alla… partenza. Tutto l’album è strumentale e le chitarre si prendono la parte del leone, c’è un basso, una batteria e una tastiera per descrivere varie atmosfere. Non si può definire se la batteria e programmata o suonata dal vivo, la qualità del suono al giorno d’oggi, non permette più di distinguere l’organico dal sintetico.

“Inception- Birth” è un medio tempo rock che entra con un crescendo e prende spessore fino alla definizione completa della sessione percussioni. Notare che la maggior parte delle tracce utilizzano il crescendo in intensità come schema di progressione.

“Chapter II - Childhood” è giustamente un po’ titubante nella sua parte iniziale per finalmente camparsi nel rock corposo con chitarre “Djent” sostenute da una tastiera ripetitiva. Sembra descrivere un’infanzia piuttosto forzuta.

Avrei invertito le due tracce (capitolo 2 e 3) per una questione di atmosfera ed incollare meglio alle immagini che l’ascolto provvede; “Chapter III - Youth” è un brano puramente brillante e che vola alto. Forza al viaggio immaginativo. Tre note di chitarre in loop sono la trama principale di un lento potente su di quale tastiera e chitarra solista si agganciano per portarci in volo. La fine del brano prende tinte decisivamente rock per sfumarsi contro voglia, talmente vorresti che la traccia andasse molto più allungo. Il mio brano preferito nell’album.

“Chapter IV- Growth” simbolizza la crescita e l’apprendimento prima di essere lasciato a camminare da solo sul tuo sentiero personale. E ancora un medio tempo che inizia nella calma, ma che prende grinta e spessore sullo stesso ritmo a misura che il pezzo va avanti. La traccia si conclude nell’eco di una frase che sembra stroncata, al meno, che lascia l’impressione di cose lasciate in sospeso.

“Chapter V- Sons and daugthers” rappresenta la chiusura del primo cerchio, quello di passare la vita e di mettersi nei pani dei propri genitori...  l’inizio del brano è fatto del pianto lungo di una chitarra che plana sopra percussioni sincopate, questo brano sembra potere decollare a vari punti della sua evoluzione per rimanere pero, campato in melodie per lo meno invitanti. L’arrivo di una chitarra “Djent” verso 2.33 porta il pezzo verso la sua conclusione in un modo robusto.

Raggiungiamo lo “Chapter VI -Autumn years” con la calma dovuta, diviso fra le crisi di artrite, i mal di denti e il verde che hai ancora fra le orecchie… è una presa di coscienza: passare il tempo che rimane al meglio. Tanto, tua capienza muscolare ti dice che non puoi più fare le cose di una volta… A meta pezzo il brano è rialzato di tre chitarre che gonfiano il volume sonoro fino a l’apice del pezzo per crollare in sfumature nel finale. Notevole traccia.

“Epilogue – Departure” al contrario di tutto quello che si può aspettare è un brano piuttosto energico, un rock vigoroso che prende intensità a tape, fino a culminare fra 2.20 e 3.40. L’ultimo movimento decresce per riprende simbolicamente il tema dell’apertura e chiudere sia il ciclo, che l’album; Ovvia rinascita e riciclaggio degli elementi che ci compongono, al prezzo di perdere la coscienza nel processo.

Riteniamo una cover in bianco e nero ricca di significato e di profondità, un disegno fatto a mano, veramente notevole. L’album stesso è di buona fattura e prende confortevolmente posto nella categoria accanto agli “Side C”.

- Io direi di staccare e di fare strada verso la base Nibraforbe prima che il telex della rete flash venisse a mandarci da qualche banda. Secondo cosa abbiamo in sospeso???

- Niente si è veramente mosso ultimamente… Poi, Mirko Pedretti quintet deve essere in fase di missaggio mentre stiamo parlando e si sussurra anche che “Bob and the Apple” dovrebbe sfornare l’altro EP “Wanderlust 2” verso gennaio secondo L’Intel, o anche fine Novembre, secondo il giornale l’Adige, niente di preciso sono voci di corridoio. Secondo me possiamo avviarsi, prima che una band salta fuori con un album o un EP di quale dovremo occuparsi…

- D’accordo, poi dobbiamo farsi belli e pettinarsi bene per il “Trentin Music Award 2018” …

 

Capitolo 98

Eravamo puntati dritto verso la cascata di Sardagna, l’entrata segreta della base Nibraforbe, con una buona velocita, leggermente suggerita dalla voglia di tornare a casa al più presto. Onestamente, ci vedevamo pronti ad ormeggiare, con fiocco e doppio nodo, il Wyznoscafo alla sua piattaforma, prepararsi al Trentin Music Award 2018 e rendere l’equipaggio alle sue famiglie, dopo un anno riempito di numerose avventure. Avevamo prodotto 28 rapporti di missione durante 2018, in un anno eccezionalmente intenso, e questo contrastava con gli 8 o 10 missione che facevamo negli anni precedenti. Comunque c’era anche soddisfazione abbordo e l’archivio straboccava di dati su 185 gruppi, 2560 canzoni in tutto, per un totale di 155 ore di musica Trentina. Nell’arco dell’anno avevamo imprudentemente sbandato verso hard rock, Metal, Punk e Hard core, che non era nelle nostre abitudini… Eravamo specialisti in NIENTE, ma la nostra tesi si scriveva a buon passo. Purtroppo la nostra vita non era un fiume tranquillo:

- Capitan! abbiamo un segnale proprio davanti a noi nello 00, distanza 19 miglia, rotta nello… 00, profondità 09… velocita… Che strano… sembra girare davanti a l’entrata della base, annuncia Jones al sonar.

- Eh beh! Ci mancava solo questo… Non possiamo entrare alla base senza rivelare il passaggio segreto. Chi sono? Da dove vengono? Dove vano? Possono pagare un fiorino? Trattamento firma sonar! Voglio dati!

- Eeeeeeeh, n’attimin… Orcomondo, Capitan… firma sona registrata. Risponde Jones.

- Ah? Beh… e perché sono lì? C’è un album? Capo Centrale, cosa diset?

- L’Intel ha appena sfornato un rapporto sulla rete flash, Capitan.  Il Gruppo e composto da Maurizio Facenda: Chitarra elettrica, voce, basso, synth e programmazione. Claudio Ruatti: Chitarra elettrica, cori. Romeo Arnoldo: Basso, cori. Thomas Virgilio: Batteria. Sono tutti stati membri di gruppi trentini come MamalBao, Fonda Sisters, Smog Ecologico, Trimocnik, R.E.S., Corrado Nascimbeni Kino Band, Toronto Drum Machine… L’album “Brevi Isolati Rovesci A Carattere Temporalesco” e prodotto da OrcoMondo. Tutti testi e musiche scritte da Maurizio Facenda, tranne “Radio Marilina” e “Only lies”; testo scritto da Claudio Ruatti e la musica di Maurizio Facenda. Registrato, Mixato e Masterizzato da Maurizio Facenda, durante due anni tra ottobre 2016 e luglio 2018 nel CantinOne Studio di Trento. Non abbiamo un riferimento di quel studio e penso si tratta di una metafora di “Airforce One” per raffigurare uno studio fai da te. Sono stati invitati un po’ di amici a suonare su l’album: Massimiliano Arnoldo, batteria Su “Bianco fiore”, Synth e Moog Theremin su “bianco fiore” e “Cani”, in fine Federico Schmucler, suona la Pedal Steel Guitar e chitarra acustica in “Radio Marilina”. Tutto lì, tranne un messaggino finale che fa presa poco cosi: “La presenza di imperfezioni, colori, increspature, sono volutamente e normalmente presenti, costituendo caratteristica del prodotto e la speciale manifattura artigianale. Cogliere a pieno il momento e la storia ci rende veri e vivi.

- Beh, passiamole alla padella su ambo i lati finché sgombrano il passaggio, cosa diset Secondo?

- Non abbiamo altre opzioni. Tanto andranno sicuramente a suonare qua qualche parte e lasceranno il passaggio libero…

- Strumentazione in funzione cominciamo!

A dire la verità, le prime analisi di dati del decoder audio non rivelano increspature e neanche tanto allo scanner. Siamo davanti a 11 tracce cantate in inglese e in italiano, con inserti in spagnolo quando serve. Le canzoni sono in un buon rock classico, senza stranezze innovative, ne esplorazioni avanguardista. Loro stessi affermano: Orcomondo è un messia dei giorni nostri, o forse un supereroe indie. Scrive pezzi istantanei, un riff, un giro, un bridge e forse un solo ed una coda; cosa serve di più ad una short pop song per entrarti in testa? In fine, il prodotto finale e quadrato e rivela un lavoro accurato e una costruzione paziente. Il suono e buono per una registrazione artigianale, ci si può discutere di dettagli, di gusti o di scelte per l’aspetto finale, ma la maggior parte dell’udienza ci troverà ampiamente il suo conto.

“Orcomondo” apre l’opus in un’atmosfera punk. Io, faccio subito una correlazione che non mi esce di testa: “Alcola” dei Supercanifradiciadespiaredosi” nel loro album “Mondo Cane”. Magari il lato provocante della voce mi ricorda i vocali di Re(u)mo in questa traccia. La canzone e corta ed e posizionata li per scoppiarvi in faccia a l’apertura del pacchetto.

Si parte direttamente verso le cose serie con lo stupendo “Stop fucking cars” e il suo agganciante ritornello che consiglia di fermarsi quando uno passa sui passaggi pedonali, anche se ha le cuffiette in testa. “Stop fucking cars I’m walking through the white lines”. Il pedone è esasperato, prende la mira con il suo bazooka per schiarire il flusso delle “Fuckin’ cars”. Per lo meno, il ritornello rimane in testa allungo: una perla!

“KarmaGatta” e un bel rock classico in quale Claudio Ruatti prende il fronte del palco. Per una scena domestica: “Sei stufa del mio gatto, sei stufa anche di me, non te ne rendi conto, son stufo anch’io di te” Ok… separatevi, ma risparmiate il gatto….

“La mia Stanza” un rock campato sul mid tempo, con voce calma che scorre sul rilievo dei versi. E da lontano la traccia la migliore dell’album, annusa di “Audioslave” nella partitura di chitarra ritmica che punteggia certe frasi con un sincopato micidiale. A cercare la piccola bestia l’avrei messa un pelo più avanti, con un suono più mordente, perché meritava. Monumentale. Uno hit.

La doppia voce di “Bianco fiore” appesantisce un po’ i versi del pezzo, per lasciare una voce solista decollare meglio nei passaggi alti. L’atmosfera generale del brano e piuttosto dark, quasi oppressante soprattutto dopo 1.40, con l’arrivo di una voce sussurrata e sformata da effetti strani, che galleggia appena sul lungo pianto delle chitarre…

Atmosfera tex-mex per “Radio Marilina” con fischi alla Moricone et chitarre chiare limpide per raccontare la storia di chi lascia sua famiglia da l’America latina per spiaccicarsi sul muro di Trump. Da veramente il sentimento del senso unico. Bella raffica di bongos per rialzare la voce radiofonica, le sirene della polizia e una vita migliore fatta di corse e nascondino… finché puoi.

“Johnny” a un gusto di “The knack” e un testo fatto di una miscela; inizio verso Italiano, fine verso Inglese, per raccontare le disavventure di Johnny, il re del ballo, in discoteca.

“Christmas song” sembra costruito con una ricetta rubata ai ZZtop, semplice ma efficiente. Atmosfera pre-tragedia con lo svitato di servizio che pattuglia armato, durante la notte della vigilia “…and everybody plugs THEIR lights, and everybody writes desires…” mentre lo svitato prova di fare un cartone...

Notevole “Only lies” cantato da Claudio Ruatti in un’atmosfera west coast anni 70. Belli riffs di chitarra, alla moda Ben Harper, confermano la paternità dell’ispirazione e l’aspetto revival della traccia. Bello finale sospeso per rafforzare il sentimento generale di rock californiano. Bel pezzo.

“Cani” gradisce di un video che gira intorno a un paio esagerato di occhiali da sole. Mette avanti il paragone sfuocato del cane e del suo padrone, poi con l’umano… e il suo padrone. Che molto speso, lo sfuocato non c’è.

“Sogni e caffe” sembra concludere l’album con un po’ di muscoli. Normale, la dosa di caffeina richiesta in lungo e largo durante la canzone, da spessore al basso e alle chitarre. Rock qua, c’è n’e…

Sorpresa di Natale, prima di Natale; c’è anche una traccia fantasma, che porta a 12 il numero di tracce (che generosità! Non dovevate, ragazzi!) per un “Tutto in una notte” che racconta le rogne di babbo Natale nel suo giro, su tema di “Tu scendi dalle stelle” sparato alla chitarra elettrica. Povero! Ma un sindacato per lui non c’è??? E le rivendicazioni portate avanti in questo brano, a chi darle? Ai bambini buoni??? Condizioni di lavoro? Paura di volare? Vomito mentale? Freddo cane? E chi li porta un regalo a lui? Eh!

- Capitan, il rilevamento sta muovendo! Rotta nel 086, velocita 5 nodi, profondità sempre 09… annuncia Jones. Son diretti verso un Live a San Michele a L’Adige.

- Lasciamoli percorrere un po’ di strada prima di puntare alla base, non voglio svelare il passaggio segreto. Secondo, aveva visto giusto. Li lascio il centrale per la manovra di ingresso nella base Nibraforbe.

- Aye, aye sir!

Torno verso la mia stretta cabina. L’equipaggio che incrocio sul mio cammino e febbrile d’impazienza, presto saranno tutti in famiglia. Mi rimane ancora un compito da fare, per concludere questo anno intenso. Magari, subito dopo il “Trentin’ Music award” mi metterò in cerca di un sindacalista serio per Babbo Natale… Anche al costo di andare in Francia….

Capitolo 99

 

Abbiamo tutti messo su un po’ di peso. Non come Winnie l’orsacchiotto, da non più passare dagli boccaporti, ma il mese intero di distacco dell’intero equipaggio, contrasta con l’intensità del numero di missioni del 2018 e durante lo stacco, ci siamo lasciati andare…. Io compreso. Na! Io più che tutti altri! Cominciamo l’anno con un giretto di rimessa in forma, di test ed esercizi di sicurezza per riprendere la nostra latina di ferro in mano. La base Nibraforbe si sfuoca nella distanza, in tonalità grigio-blu, dietro la scia del Wyznosacafo, e dalla cima della torre, il mento appoggiato sulle mie braccia incrociate, contemplo passivamente l’acqua che scorre sui fianchi del sottomarino.

- Hanno ricalibrato il sonar, spettrometro e scanner… Annuncia il Secondo, che sfoglia il reso conto dell’Arsenale, perso fra i fogli dell’agenda di manutenzione e mantenimento.

- […] Hmm?? Ah sì! Ho visto… Il cattore del decoder audio e stato anche cambiato… Rispondo, dopo un conseguente silenzio.

Non ho voglia di sparire sott’acqua, ma il dovere ci chiama, e di una voce potente e decisa, annuncio nell’interfono che ci collega al centrale, due ponti sotto:

- Immersione! Profondità 020, velocita 05, Giriamo in cerchio, barra 5 gradi a babordo.

Siamo ancora a scendere la ripida scala verso il centrale, che Jones taglia corto la serie di esercizi programmati:

- Fenomenale! Becchiamo un segnale chiarissimo a più di 45 miglia da qui! Nel 095, rotta nel 173, velocita 03 nodi, profondità 010. Schedato! Riccardo Rea. Trattamento firma sonar… firma sonar in archivio.

- E il percussionista dei “Luna d’oriente” e “Yellow Atmospheres”, progetti ancora attivi ed in continuo sviluppo. Annuncia il Capo centrale che non mi lascia neanche sedere nella poltrona del centrale. 

Avrei voglia di rispondere “Wow… Calmi tutti” perché mi vedo ripartito per un altro giro, ma “Kairos” dei Yellow Atmospheres mi ha lasciato un buon ricordo:

- Mi faccia un rapporto completo, Capo centrale.

- Allora, Riccardo Rea nasce a Torino. Ma la sua famiglia si trasferisce in Trentino, dove vive ancora oggi. Da giovane studia le discipline del Circo in varie discipline: giocoleria, acrobatica aerea, equilibrismo. Scopre l’hang pan grazie a un video sul tubo. Da lì, si interessa a vari strumenti etnici. Acquista strumenti Balcani, Caucasi, Indiani e Vietnamiti. E autodidatta ma collabora rapidamente con Fabio Vidali per creare “Luna D’oriente” e con Andreaceleste Broggio per “Yellow Atmospheres” per il momento e insegnante di educazione fisica, tiene corsi di ginnastica per anziani, di Yoga e prosegue nell’attività di giocoliere. “Origine” e il suo Primo album solista puramente dedicato a L’hangpan ed e uscito a metà dicembre con Miraloop, una casa discografica di Bologna. C’è anche un piccolo reso conto dell’Ammiraglio Giusy Elle, vuole che leggo???

- Spari.

- “I brani racchiusi nel disco definiscono paesaggi e atmosfere tracciandone soltanto linee e contorni, per lasciare spazio all’ascoltatore di interpretarli e “colorarli” con la propria immaginazione. Anche per questo la scelta di lasciare una veste minimale alle composizioni, evitando di arricchirli con arrangiamenti, o sonorità di altri strumenti.”

- Beh, e lirica l’Ammiraglio! Jenkins? Scanner e spettrometro in funzione, che vediamo se sono ricalibrati bene… Secondo? Decoder audio in funzione. Dai! Fem gli esercizi dopo, cominciamo…

Non potevamo sperare meglio che una ricalibrazione degli strumenti del bordo per ascoltare queste 6 tracce, registrate nella reverb naturale della stanza e con pochissimi sovra incisioni, al meno, quelle presente sono quasi trasparente come un velo, distante e poco percepibile. La prima cosa che colpisce e la sensazione di potere anche percepire il tocco delle dita, del pugno o anche della mano aperta su l’hangpan. Calzando le cuffie ci si avverte anche le armoniche nelle vibrazioni del metallo. Questa registrazione e puramente dedicata al suono dello strumento, come il musicista lo sente lui stesso. Non siamo in prima fila, siamo sul palco seduti a pochi centimetri del protagonista. Occhi chiusi, il gioco potrebbe consistere a individuare quale note sono fatte con un colpo laterale di pollice, quale altre con la punta di tre dita, quale ancora fatte con le falangi della mano chiusa, talmente la registrazione ne dà quasi la possibilità. Tutte le tracce sono attorno 2.30 - 3 minuti questo evita un’auto-contemplazione alla Klaus Shulze o una deriva ripetitiva e centrata su sé stesso. Abbiamo le idee chiare limpide in casa Rea; tutti temi son trattati con razionalità e nella voglia di non annoiare.

“Scolpito nella roccia” inizia intorno a una nota armonica metallica, sovra incisa, un effetto che viene fuori strofinando la mano sulla cupola centrale dello strumento, sembra mancare un colpetino al decimo secondo. Il brano gradisce di cambi di ritmo e di bassi sentiti per concludere il pezzo.

“Pangea” offre un’introduzione calma, di note dettagliate, separate e aerate. Qua e là, un colpo più sentito punteggia di un rilievo metallico la partitura. A 1.02 lo spazio si gonfia brevemente per un’aggiunzione di un synth, che da spessore al ponte musicale. Bel pezzo.

“Occhio fi falco” si sviluppa quasi sulla stessa struttura; introduzione lenta e dettagliata e crescendo per raggiungere il corpo del brano.

“Sogno” ha un tempo meno contemplativo di quello che potrebbe suggerirne il titolo. Ancora qui, a 0.50, sulla meta del brano, un discreto rumore di synth da quasi impercettibilmente un rinforzo in secondo piano, per svanire a 2.06. Tutti interventi dell’etichetta Miraloop sono stati in questo spirito.

Stupendo “Ultime stelle” ricco di melodie accattivante, sedicesimi di note, profondità di bassi, stacchi e cambi di ritmo. Forte accento messo sulla composizione, bellissime frasi musicali, notevole pezzo, il mio preferito su l’album.

L’apparizione progressiva di “Sole a l’orizzonte” invoca l’alba e lo risveglio di tutto, accompagnato, anche qui, di bellissime melodie di una partitura studiata, intorno ad armoniche mantenute allungo il pezzo. Cosi si conclude un album rilassante e destinato a un pubblico largo in cerca di calma e di riposo.

Riccardo Rea deve adesso arricchirsi delle esperienze di suoi due altri progetti, per cercare altri ritmi, altre sfumature, nuove melodie e tecniche per diversificare le sue creazioni e non affondare, come Klaus Shulze nel suo registro.

Tanto io, per svegliare l’equipaggio, affondo il bottone del allarmo, mentre un aereo immerge nell’acqua come previsto dal esercizio, una moltitudine di bersagli metallici per verificare la calibrazione dell’interferometro e tenere Jones occupato.

Prendo il microfono di diffusione generale:

- Esercizio allarme incendio locale generatore, al posto di combattimento, Ivan il pazzo, esercizio sonar multi target!

Dai… 5 situazioni da gestire allo stesso tempo, sarà un buon motivo per una sudatina…

Capitolo 100🤪

… Stiamo concludendo l’esercizio allarme incendio nel locale generatore, tutto l’equipaggio riposiziona il materiale utilizzato per il posto di combattimento, l’esercizio sonar multi target fatto durante la manovra “Ivan il pazzo” conferma la calibrazione micrometrica dell’interferometro. L’equipaggio riprende il suo posto, pero c’è ancora nel centrale un’atmosfera di confusione. Non è dovuto a Jones e al suo sonar con i fiochi, ma dallo sfasamento del posto di commando, cioè IO:

- Segnale… Schedato… Riccardo Rea. Nel 240, rotta nel 008, profondità 010, velocita 05….

- Dai, buono Jones, abbiamo appena mandato il reso conto a l’Intel.

- Arhmm… insiste Jones, nonostante la similitudine, c’è una firma sonar diversa…

- Si, dai! Buono qui e buono lì… e un soggetto chiuso… si deve trattare da un glitch da qualche banda…. Passa il test del segnale sul circuito interno, ti dirà cosa non quadra.

- Con tutto il rispetto dovuto, Capitan… e una NUOVA firma Sonar…. Luna d’oriente…

- Ma si, confermo. N’e abbiamo parlato nell’ultimo rapporto di missione… Non dirmi che…

- Eeeeeeh, ho ben paura di…………….sì!

- Nettuno stridente! Per le trippe di Richard Dawkins! Scanner! Doppler! Decoder Audio! Spettrometro! Capo centrale! Cos’e sta roba?????

- Credo sia un nuovo album Capitan… il secondo di Riccardo Rea in tre o quattro settimane… ancora Hand pan… ancora Miraloop Records nella collezione “Diamonds”, di nuovo registrato a Verona con Iacopo Gobber, ancora tutto in presa diretta, pochi overdubs…  Del mai visto qua, in archivio…

- Fammi partire una domanda di dossier su Fabio Vidali via la rete flash, vorrei saperne di più.

- Già fatto due minuti fa… il telex sta scricchiolando, deve essere il reso conto… Ecco… allora, vediamo… A prima vista ha un chilometraggio da paura e sembra un professionista serio nel suo settore: Studia il sassofono a Milano al “Centro Didattico Musicale”, il triennio di armonia complementare. Tre anni di perfezionamento in tecnica improvvisativa. Passa al Conservatorio di Vicenza, nel corso di secondo livello jazz. Si diploma prima a Roma e poi a Lecco in musicoterapia, conseguendo una specializzazione quadriennale in “Musica e Autismo” poi ha suonato con: Pittura Freska, Ramones (???), Fausto Leali, Little Tony, Marcello e Pietro Tomolo, David Boato, in Francia con: Dub Trio, Africa Unite, Leo Ferre’. Ha lavorato per il Teatro di Roma, al Piccolo di Milano, al Teatro di Venezia, attualmente svolge la professione di musicista presso lo Stabile di Catania. Fa parte di altri progetti: Unavez per esempio: jazz-Etno-Folk music e poi, World-jazz music con musicisti africani alle arpe senegalesi. Poi c’è una lista di nomi e di collaborazioni che non finisce più… Nessun schedato, tranne Riccardo…

- Beh… Ostia di pedigree… Impressionante!! Archiviamo la sua scheda da subit’. Cominciamo allora! Annuncio un po’ confuso, mentre incredulo, riprendo posto nella poltrona del centrale, disorientato come un neofita.

Riccardo Rea ha puramente invaso questo inizio 2019 questa volta, con Fabio Vidali al Flauto. Possiamo metterci a pensare che ovviamente tutte le registrazioni sono state preparate, provate, mese a punto, per una volta arrivato al Flaming studio di Verona, registrare in uno o due “ciak” la totalità dei due album. Mettere l’etichetta “Ambient” su questo tipo di suono sembra un po’ peggiorativo. Avventurarsi a dire “sotto fondo” o “musica d’ascensore” o “di supermercato” potrebbe anche farmi diventare tutto rosso con bruffoli blu e vene viola sulla fronte. L’atmosfera e piuttosto contemplativa, ma invita all’ascolto accurato. “Origine”, che esce sulla stessa etichetta “Miraloop”, era più centrato sul suono dello strumento stesso. “Mesogeios” invece, fa la parte bella al flauto e presenta i tre componenti dell’album; Flauto/fiati, handpan e gli “sound design” di Iacopo Gobber al sintetizzatore, come tre elementi perfettamente dosati per dare a queste composizioni la profondità di campo necessaria a l’equilibrio delle tracce. Ancora qui, un lavoro accurato che va leggermente oltre il semplice fatto di posizionare bene un paio di microfoni. La partecipazione di Iacopo e accuratamente mirata e dà il rilievo necessario a l’insieme.  Come nell’album di “Yellow Atmospheres” “Kairos” la mitologia Greca e il filo conduttore. Questa volta “Mesogeios” (il Mediterraneo, inteso come culla della civiltà greca) non è un concept album, i vari soggetti sono trattati separatamente, ma dà la possibilità di viaggiare ad occhi chiusi nelle tematiche proposte.

Agorà” e il punto di partenza del viaggio, da quello che e ancora la piazza di incontro, di scambio e confronto ad Atene già dal periodo antico. Il buon vento soffia già nelle vele per partire su tutto il Mediterraneo. Il flauto guida principalmente il pezzo. L’hand pan sostiene sia ritmi che melodie.

Cnosso” ci porta nel famoso palazzo situato sull'isola di Creta, dove risiedeva il re Minosse e in cui i miti narrano di un labirinto abitato dal Minotauro. Ritmo lento e piatti cinese al rumore cerimoniale ci portano a visitare il palazzo con l’umiltà dovuta, fino a 1.40 dove il tempo si affretta, lasciando i due strumenti prendere a turno la guida della conversazione. A 4.24 si esce dal palazzo di Cnosso allo stesso passo in quale ci siamo entrati.

Egeo” ci riporta sia ad un personaggio mitologico e sovrano di Atene, che al mare che accoglieva l'arcipelago Greco. Scopriamo un nuovo strumento: la Melodica strumento a fiato con tastiera e che ricorda il suono della fisarmonica, il brano accoglie anche un po’ di sax midi e un abbigliamento sonoro dosato.

Eolo” il re dei venti sembra fischiare, mani in tasca, su questa filastrocca musicale. Il pezzo corto e disinvolte, leggero nella sua essenza come nello spirito che lo conduce.

Epone”, anche nominato Epeo, e un personaggio mitologico, e uno dei costruttori del cavallo di Troia. Un’introduzione a l’hand pan porta a un flauto impulsivo, con le sue note “sputate”, arrangiamenti e synths, belli presenti nella seconda parte. Bella traccia.

Olimpia” e il brano il più corto dell’album, introdotto da un breve lancio di synths, propone due parti durante la sua corta esistenza. La seconda parte inizia al primo minuto e si conclude in un modo ripido dando un effetto stroncato al brano. Olimpia, cita Greca, era la sede dei primi giochi olimpici, e un luogo di culto molto importante.

Olimpo” la montagna più alta della Grecia e considerata la residenza delle divinità. La traccia vivace e ritmata vede hand pan e flauto sostenere insieme la partitura del tema…  Il terzo minuto lo suono strano del sassofono midi suonato da Fabio porta il pezzo verso la sua conclusione.

Synth e campane al suono girante aprono “Oracolo” un brano atipico portato da una voce sformata che incanta “shalom” in un’atmosfera planante. Grande intervento di Iacopo Gobber su questo pezzo mistico sottolineato di Crotales e percussioni varie. 

Il “Vello d'oro” era il manto di un ariete capace di volare che, avendo la capacita di guarire le ferite, spinse Giasone e gli argonauti a viaggiare fino al regno della Colchide, a l’estremità Est del mare nero, nell’ attuale Georgia, per rubarlo. L’opus, il più lungo dell’album, si avventura oltre 11 minuti e lascia spazio libero per synths, percussioni, flauto, hand pan di svagare nell’etere di questo pezzo contemplativo, in quale, voci mistiche tornano a fare un’incursione breve. Mi sembra che rumorini esterni agli strumenti sono stati lasciati appositamente nella registrazione.

Riccardo e Fabio fanno rotta pieno Est alla ricerca della loro luna d’Oriente.  Molti pezzi presente qua su l’album vengono di un’improvvisazione, o lasciano campo a l’improvvisazione durante la registrazione. Nel caso di “Agora” il brano e registrato dopo un live il giorno prima e inciso il giorno dopo con buoni risultati.  L’instante e quindi rappresentato in questo album, in modo genuino e fresco. Sono tutti momenti da prendere.

Spingo a poltrona del centrale di 180 gradi:

- Ivan il pazzo! Jones al sonar e Jenkins allo spettrometro, verificatemi ACCURATAMENTE durante la manovra che non c’è più hand pan intorno a noi per i 50 miglia intorno… Casomai l’ven n’altra sorpresa… Non so… Dopo questo inizio anno, mi farei un bel panin’ batteria, basso, chitarra con compressore e flanger…  torniamo alla Base Nibraforbe!

Capitolo 101

 

Questo suono ripetitivo e forte è stressante… Il secondo, tre membri dell’equipaggio, ed io stiamo correndo verso il Wyznoscafo. Credo di riconoscere un timoniere, un elettricista e uno dei meccanici di propulsione. Non ho più il fiato per coprire i 300 metri che ci separano dal sommergibile, allo stesso passo degli altri. Poi questo allarme fortissimo mi annoia seriamente. Stiamo arrivando da tutte le direzioni, e di corsa, verso la nostra fiera lattina di ferro:

- Ma che cavolo hanno da scrollarci in quel modo? Chiedo al secondo, che rallenta al mio passo.

- Non lo so, mi risponde, vedo Il capo centrale arrivare nella nostra direzione, magari lui sa.

Siamo ormai sulla piattaforma, ancora 150 metri, ho il fiatone.

- Capitan! sgrida mentre si avvicina al nostro gruppetto. Sembra che ci sono un fottio di rilevamenti a poche miglia dalla base. Ci vogliono far uscire della base, dal passaggio segreto, per tutte le uscite di febbraio e marzo... Non gho gnent de pu’…

L’equipaggio corre sulla passerella e sparisce di corsa nel ventre del Wyznoscafo. Siamo al completo, il posto di manovra ci porta fuori dalla base, lontano da quel allarme ormai spento, poi rapidamente, spariamo sotto lo specchio d’acqua. Il Telex dalla rete flash crepita e ringurgita carta a non più finire. Leggendo in diagonale, vedo Bob and The Apple, Peirera, Due single di Ina Ina, L’opera di Amanda, una raccolta di Candiru con un single nuovo, e movimenti dei Reversibile, Mirko Pedretti Quintet, Cannibali commestibili, Psychoanalisi… RSU e Kitchen Machine hanno pubblicato l’immagine di una cover, miga per gnent…

- Nettuno stridente! Saremo ancora immersi per un bel po’. Mi penso, mentre ripiego tutto in modo grossolano. Jones! occhio al primo segnale, trattiamoli uno per uno, come arrivano.

- Aye aye sir! […] Segnale! Nel 180, rotta nel 093, distanza 21 miglia, velocita 08 nodi, profondità 050… Trattamento firma sonar… Pereira, trio… uno schedato.

- Capo centrale?

- La domanda di file è in corso…

- Jenkins? Spettrometro, scanner, decoder audio, doppler.

- Aye aye sir!

Studio i primi dati a cominciare dalla cover. Lo sfuocato sembra tornare di moda, non riesco a farmi alla moda della giacca da sport anni 80, magari un omaggio a Radjesh Koothrappali del “Big bang theory”. Riconosco la barba. E Joe Rasera che suonava a Balcony TV con “Hirsh cave” e anche con “Light whales”. L’atmosfera dell’opus e piuttosto sulla “Pop chill”, il “Tropical indie”. Una specie di “Easy listening” con retrogusto di spiagge lontane. Una voce posata, mai forzata, passeggia leggera sopra la musica, camminare su delle uova… si può. Siamo sicuri di non trovare, qua dentro, il prossimo inno per una curva sud, né fare girare un ciuffo sopra una “FlyingV” con compressore a chiodo. A guardarci bene tutto l’album sembra arrivare dritto dalla fine degli anni 70. Li, avrebbe trovato un’udienza consistente, perché incolla allo stile varietà dell’epoca. Torna il capo centrale con il suo blocco e la sua matita gialla con gommino….

- Allora. Joe Rasera suonava nei Little John  come prima esperienza poi ha scritto tutto il materiale durante 3 anni, prima di registrare. Suona tutti strumenti tranne la batteria. Due produttori Romani partecipano a l’album: Fabio Grande e Pietro Paroletti che sono tecnici presso Sala 3- Gli artigiani Studio, Formello (Roma) dove e stato registrato e mixato l’album. Master di Carl Saff Mastering, Chicago, Illinois (USA). Ho un po’ di estratto press kit, vuol tastar?

- Spari…

- “Pereira ti prende per mano e ti porta al largo di un’isola, dove godersi il sole sdraiati in vasche di riverbero assaporando un Margarita. Tra un sorso e l’altro, ti racconta qualche storia passata, forse un po’ nostalgica a tratti, ma immersa nella tranquillità delle sonorità tropicali, ricche di sognanti melodie e rinfrescate da atmosfere jazz. “Mascotte” rappresenta un’immersione nelle calde acque del tropical indie, ogni tanto un piccolo tuffo nel cantautorato italiano rinfrescato dalla brezza della scena americana. Vasche di chorus e riverberi, voci sognanti e variopinte melodie trasportano su un nostalgico pianeta popolato da palme e tucani.”

- Ueilaaa…. Mari caldi eh? Tutta la strumentazione ronza??? Cominciamo!

“Ciabatte galleggianti” offre le prime frase distante di chitarre, distillando 4 note affogate nella reverb, a punteggiare i versi su un lento quasi classico. “È un’ora che io sto aspettando, Che senza te, io torni in porto, Le navi che mi stanno attorno, Son fabbriche del mio conforto” Da qua, sento la camicia a fiori, il capello di paglia, la macchinetta fotografica, le ciabatte… ma senza calzini.

“Klimt” sale di 0.02 sulla scala Richter per un beat leggero, ma pettinato bene. “Ma già, lo sai, combatterei, Per averti lì con i miei (???) A studiare il cielo in una notte, Esplorare le tue calze rotte” Va bene di portare un’attenzione tutta umana per certe esplorazioni, ma personalmente lascerei genitori a distanza orbitale per avere la pace in mente.

“Amore a bottoni” mette le chitarre un po’ più avanti e cori classici per portare un po’ di rilievo al ritornello a forma di addio: “Cosi vado via da te, per sempre” La canzone e piena della persuasione di una felicita a venire, non c’è dubbio. Non serve speranza quando c’è convinzione.

“Studio in rosa” e la traccia la più alzata dell’album, il basso si mette avanti, la batteria si esprime più spesso attraverso la rullante e porta quel tocchettin’ di energia che porta un po’ di rilievo a l’opus. Le delusioni della vita sono qui trattate con un eccesso di vino. Che rende la testa pesante o che ti fai svegliare nella metro, l’ebrezza cura quello che deve curare sul momento. Non importa se l’artiglieria ti riempie il cervello il giorno dopo.

“Untitled” offre una melodia di canto che ritiene l’attenzione. È piacevole ma non abbastanza per staccarsi dello sdraio o girar la testa per saper da dove la voce viene. Siamo alla quinta canzone e siamo incollati sul posto. Leggermente sedati, ma ancora confortevoli.

Scriviamo con un po’ d’inchiostro blu in polizia “Comic sans” per un brano con un po’ di sale e pepe.  Benvenuti i cori che rialzano i vocali di un pezzo che rimane la mia traccia preferita su l’album.

“Abbraccio d’asporto” continua nella tematica generale di “Mascotte”. Mi da l’impressione di essere il fratellino di uno di brani di sopra e conforta l’aspetto monoblocco del disco.

Jones interrompe tutto:

- Due segnali in ravvicinamento su nostra posizione: L’Opera di Amanda, nel 105, rotta nel 350, distanza 20 miglia velocita 09 profondità 013, Bob and the Apple nel 215, rotta nel 035, distanza 26 miglia, velocita 10, profondità 020.

- Ci deve essere un nido da qualche banda, devono essere tutti diretti verso la Bookique per il lancio comune dei tre album… Ferma propulsione, prima che ci notano. Scendiamo a profondità 080. Quante tracce rimangono?

- Due, capitan…

Strati di tastiere aprono “Pasta sale” formano un giro che si intercalano fra versi. Guardando l’acqua che bolle ci si svaga nella nostalgia: “Non ci sei più, E io cado laggiù, Nel male che, Mi fa affondare” e tempo di buttare giù la pasta.

“Sipario”, un altro lento, offre due chitarre; una ritmica messa avanti, l’altra si estende nella distanza su un beat box sollevato di una “ride” in sovra incisione. L’album si chiude li, questo disco e molto personale e rifletta lo stato d’animo del signor Rasera durante il tempo della scrittura. In questo album e quasi tutto lento, romantico, nostalgico, pettinato bene. Spero trovare Joe in un umore “Champagne e cotillon” per l’opus successivo. Manca un po’ di rilievo nei vocali. Vabbè che non abbiamo bisogno di un Caruso ad ogni angolo di strada, ma l’aggiunzione di una o due coriste, per far maglia e nodi nei versi, o sostenere i ritornelli, su partiture leggermente diverse avrebbe portato i vocali di Joe al piano di sopra.

Joe ha provato al rifugio Bindesi di secondare perfettamente Giacomo Turra nei cori di Hirsh cave. Secondo me, qua da solo, non ha trovato la sua misura. Joe ha bisogno di essere circondato, perché isolato e messo avanti, si trattiene un po’ troppo. Il missaggio sembra lo stesso da traccia 1 a 9, crea lo stesso materasso confortevole su di quale la voce a tendenza a direttamente sdraiarsi. Una chitarra più brillante qua o là, un suono di basso più tagliante su una traccia o due, potevano portare un profilo di guglie all’insieme, come un ombrellino nel cocktail. C’è sicuramente un pubblico per questa “chill pop” alla consistenza e il gusto del miele, rimane solo a Pereira music di trovarlo.

Prima del raduno della Bookique metto un po’ d’ordine sulla tavola delle carte.

- Chi e il più vicino dei due? Chiedo a Jones.

- l’Opera….