Capitolo 112

[…] seguito recensione Crinemia

- Ci passerà a dritta ed è già a portata di strumentazione. E ancora tutto in funzione? Distanza minima fra le nostre posizioni? Chiedo a chi vuole rispondere.

- 04 miglia se mantiene traiettoria, stipola il Secondo...

- Sappiamo già chi è N.A.N.O. Capo centrale… Cominciamo subito, casomai li chiederò mentre i dati arrivano.

Vero che N.A.N.O. Ci sta cadendo addosso, senza sforzo.  A dire la verità, L’Intel aveva partecipato al Crowd funding, subito alla richiesta, e non siamo qui veramente per caso… Beati noi, l’arrivo di “Bionda e disperata” e considerato nel nostro ambiente come un vero evento, un allineamento planetario, una eclisse anulare, la scoperta di un diamante oltre un chilogrammo, quasi come l’uscita di un disco di Felix Lalu…. Cosi per dire. Emanuele Lapiana a sempre lasciato tracce profonde nei nostri rapporti di missione; già al tempo di “Mondo Madre” e dei “Racconti dell’amore malvagio”, con la re-edizione di album di C|o|D, o ancora il ri-master di album di Lovecoma. La sua presenza vocale, la sua tessitura alta e potente, lo mette subito avanti come un elemento inconturbabile, poi sa sempre circondarsi bene, del meglio che c’è in giro, e in fine sa dare tempo al tempo. Per fare bene, non ci sono dead lines, non si corre dietro a niente, né nessuno, si lavora, poi quando e pronto……. Si sforna.

 Il capo centrale interviene:

- C’è una traccia strana… la 12… “credits” rappresenta una cresta nella curva dati…

- Niente si presenta come al solito, allora! Dico sorpreso. Scanner e doppler sulla traccia voglio dati… Ordino mentre mi siedo sulla poltrona del centrale.

- C’è un esercito su quel disco… annuncia Jenkins, che non può rifrenarsi di leggere in diagonale tutto quello che le passa per le mani. Il capo centrale li sberla amichevolmente la nuca e li strappa la fisarmonica di carta perforata dalle mani, mentre contempla il contenuto…

- Le vuole tutti o solo gli schedati, Capitan?

- Schedati prima:

- Allora abbiamo: Giovani Formilan, AKA Gio Venale e Daniele Bonvechio (Vetrozero, Resando, HiFi Gloom) per l’inspirazione. Johnny Mox vincitore dell’album e della cover del TMA 2018 e l’onnipresente Felix LaluAdele Pardi si stacca un attimino dagli Kitchen machine per spingere con tutta la truppa. To! C’è Nicola Conci maestro di coro, da non confondere con il chitarrista dei Mezzopalo! Poi,  c’è Noirêve : Janet a l’elettronica e porta nella sua scia la sua corte vocale; Sara Picone e Alice Righi, poi Davide Dalpiaz: Synth, Piano, tasti vari, che è stato nominato su l’album di PersefoneLittle soul”, poi ritroviamo Michele Bazzanella al Basso quello che suona con Mirko Pedrotti Quintet e Granfraco Baffato, Stefano Pisetta, quello del Album “Milkshake” alla batteria, che sta in giro con Claudio Baglioni, Tommaso Lapiana: l’fiol che canta e scrive nei  Exercoma/Ina Ina, Granfranco Baffato il batterista cagnoso e bandato su dirupi. Bastard Sons of Dioniso: al completo su Cambiostagione, Raoul Terzi: che ha registrato l’ultimo Francesco Armani, lavora anche con Tom Strong dei Geisterchor, alla batteria. Ovviamente non si poteva pensare ad altro che Mauro Andreolli per il Master alla mix e master suite “Das ende der dinge” poi Fabio de Pretis: Co- produzione e cori …

- Canta l’Fabio?!?!? Wueeeee….  Bella gente pero… Non schedati?

- Riccardo Miori: chitarre acustiche, mandolino e mandola, Christian Stanchina: Tromba e Flicorno su Michele, Marco Gardini: Chitarra elettrica su Michele e banjo su Spartiacque, Pierpaolo Ranieri: Basso su QND, Red: Chitarra su COP, non abbiamo idea di chi sia, Tomas Pincigher, che e di Pergine e suona con “Got it” e “Hot mustache” si occupa delle chitarre su Bedford, COP e Quandolam, Dennis Pisetta: percussioni su Giga… che purtroppo non c’è più…

- Vede, capo centrale, abbiamo bisogno di lei in tutte situazioni…

Non c’è bisogno di spaventarsi N.A.N.O. fa del N.A.N.O. su questo album. Nel senso in quale no parte esplorare generi o suoni esperimentali. Qua, come al solito ci include la sua precisione e il suo modo di andare a fondo alle cose; basta sentirlo parlare di Marco Pantani in macchina, per capire che non si accontenta di quello che c’è in superficie.  L’album e sparso di momentini che agganciano, fanno girar la testa: Un “ora” anticipato e ripetuto su “Cop”, un suono alla Vince Clark su Moravia, la melodia di “sono lì” su “Speciale”, un sostegno di basso sul ritornello di “QND”, un eco sul chorus di “Giga”, una commozione sul testo di “Bedford” che ti arriva in vita, al momento in quale ti parla. Sono come granulati di cioccolato e noci sparsi su un gelato goloso…  I cucchiaini che porti in bocca passano fra vari gusti, canzoni, atmosfere, parole, testi celesti, pero ti ritrovi piacevolmente il croccantino sempre sotto il dente. “Questo disco è stato mixato per essere goduto al massimo in cuffia, ad un volume tellurico.”

“Spartiacque” (in chiesa) potrebbe anche descrivere l’irrazionalità mistica degli amori elevati al livello di culto. Elementi vengono progressivamente aggregarsi alla base elettronica in marcia a due passi della distorsione. La voce in falsetto di Emanuele completa a strati la costruzione. Sa infilarsi come un topolino fra le note, le armoniche del canto sono micrometricamente calibrate, sa anche vocalmente esplodere. Breve ma puntuale apparizione del banjo metallico di Marco Gardini. Il finale e puramente magico e contemplativo.

Si parla catalano su le prime misure di “Bedford” una marca di furgone di fabbricazione statunitense, che si vendeva anche in colore blu. La traccia e un lento mistico di Janet Dappiano con Granfranco alle discrete e dosate percussioni perse nell’eco digitale. Le planate della Janet sono fate per queste atmosfere. E mi colpiscono profondamente.

Il pianoforte di “COP” tempera le considerazioni del primo verso, credo che tutti ci siamo sentiti sempre liberi, ma per perdere trenisutrenisutreni c’è stato solo il N.A.N.O. svizzero. Nottiamo la presenza di Sabrina Campagna nel video, anche nottata protagonista nella produzione di Joe Barba “Intreciando Nodi” dei “Poor works” che fu ricompensata video dell’Anno al TMA 2018, e che appare di nuovo nel recente video di Darvazza. Con lei, Granfranco Baffato accentua il contrasto fra versi calmi e ritornelli orbitali.

Entriamo nel santo dei santi per vedere Emanuele sotto la doccia e spiare le sue letture quando siede sul trono. Il tutto, in atmosfera alla Vince Clark, dance beat incluso: “Moravia” quindi, è un listing di referenze letterarie, da Pier Paulo Pasolini, Gabriele d’Annunzio, Antonio Fogazzaro e tanti altri per finire con Luigi Pirandello che trova piuttosto bel uomo. La competizione si fa più seria includendo il famoso Rosario e il suo fratello… vi lascio giudice: In tant’, io preferisco la Bertè che il blu e il Domopak li stanno da dio!!

Impeccabile sessione rame su “Michele” veramente. Personaggio finto in quale molti possono riconoscere qualcuno… possiamo discaricare nostri rancori? Tanto ci possiamo andare a cuore allegro che il rock e gioioso e condito di “shala lalala” e sempre questi fiati che tirano il tutto un po’ più su.

E anche vero che Wice, Michele e Jacopo non si spostano per fare le cose a meta: “Cambiostagione” e anche qua per dimostrarlo sul serio.  E quelle tre voci assieme fanno blocco ripetitivo di “Ti seguirò” che permette a N.A.N.O. di raggiungere quota e toccare il cielo saltando da seduto.  Questa canzone e piena di immagini forti, la più bella conclude la traccia: “Ho detto a soffrire così bene non l’hai imparato all’università, mi hai detto e vero ma guarda che cielo e lo vuoi affrontare con quella faccia là?

Il basso di Pier Paolo Ranieri tira tutti i vagoni sul pezzo il meglio impacchettato dell’album: “QND” Synth e sequenze leggere, piano forte presente ma non invasivo, cori stupendi, Sara Picone imperiale. E sempre sto basso che tira tutto finché la voce di N.A.N.O. sparisse nell’eco. Pezzo storico, il mio preferito su l’album.

Raduno di talenti su “Ma”: Granfranco Baffato, Tommaso Lapiana… partecipano a l’esordio di questa samba lenta, rialzata da un suono di fisarmonica con accenti di tango.  Brasile e Argentina… Vedrei quasi una banda di percussione con tamburi della “GOPE” camminare allungo… In un “ma” c’è tutto e il suo contrario. Anche a Parigi si tolgono le panchine, o peggio; le fanno corte, a due posti, con il bracciolo in mezzo. Quale società, che genera volontariamente suoi esclusi, si può permette di creare oggetti di ripulsione? Ma…

Ritorniamo su ritmi lenti, veramente lenti, al ritmo anatomicamente dettagliato. Di quelli con il basso bene avanti per “Giga”. L’onomatopea ripetuta tre volte ancora il ritmo in quello del testo, un aggancia cuore ancora.

L’equipaggio si sta guardando negli occhi, con lo stupore della domanda; “E fuori dello scafo o è nei dati?” sul rumore che inizia “Catema” un altro lento a ritmo di piano dritto.  Accompagnamento minimale per portare un accurata attenzione sul testo. Beato N.A.N.O. che ora sorride di più nonostante il suo “buco oceanico”. Il finale di questa canzone e un dito che prema il bottone stop, dopo avere concluso la frase che non ha bisogno di risposte.

“Speciale” ... La fine dell’album si estende in una pianura di canzoni calme e lente che rappresentano la maggior parte del disco. Non so se avrò la statura di essere commosso ancora di più, in questo momento. Ci sono lignee troppo paralleli nel tracciato del senso evocato. Come un binario in stazione di trenisutrenisutreni che mi rendo conto di avere perso, anch’io… in fondo. “E fu cosi, che il burattino nero arrivo” …

“Quandolam” si presenta come una Bonus track, dopo la famosa traccia 12 dei credits, che il capo centrale a studiato all’inizio missione. Finisce per arrivare un po’ troppo “vicino a l’osso” per riprendere una formula inglese locale. Ancora questo pianoforte dritto, che si lamenta dall’altra parte della stanza. “Non ti disperare che sopravvivo in te, come tutto, cicatrizzerò”. Le note del piano forte sembrano oltre passare il limite dello scafo per vibrare più forte, nella pressione dell’acqua, di queste profondità. Rispondono quasi al rumore dei “biologici” che incontriamo certe volte sulla nostra traiettoria.

Questo disco e importante, chi non ha partecipato al crowd funding, può comprare questo CD a occhi chiusi, perché e un lavoro del N.A.N.O. ed è profondo e pensato come tutti altri lavori del N.A.N.O.

L’atmosfera nel centrale e silenziosa, introspettiva e profonda, anche Jones al sonar, ci mette le forme per annunciare piano, sul tono dell’ultima traccia:

- Arhmm… Il doppio segnale di Candiru… sta per passarci a babordo dal 345, rotta nel 180, velocita 04 nodi, distanza 5 miglia adesso, profondità 045…

C’è un lungo momento di silenzio, prima che rispondo:

- La strumentazione e ancora in funzione, vero?

Capitolo 113

Rimaniamo belli silenziosi, abbordo il Wyznoscafo che Candirù ci passera fra un po’ a babordo vicinissimo, e leggermente di sopra.

- Distanza minima? chiedo in giro.

- 0.8 miglia, risponde il secondo estraendo il risultato dal computer del bordo.

- Dai che cominciamo. Jones… Un occhio all’interferometro, voglio sapere se cambia traiettoria al secondo in quale succede…

- Aye aye sir…

- Capo centrale, del nuovo a mettere nel file di Iacopo?

- Un album e una raccolta.

- Raccolta prima.

- E una serie di single che sono stati rilasciati, dal 2016 in poi: Calliope, segue Pece nel 2017. Minerva nel 2018 insieme a Bucaneve che viene rilasciato alla fine de 2018. La ciliegia in cima alla torta e Nessuno mi ama off line  che viene composto appositamente per la raccolta. Abbiamo tutto in archivio. La copertina e nostalgica, con propulsione a due tempi, e sembra sparire dietro l’angolo in una nuvoletta di fumo blu...

Calliope” e da lontano la canzone la più semplice e la più toccante di tutta la raccolta, due chitarre, due voci e sempre la costante che ritroveremo attraverso tutte le canzoni di Iacopo: dei testi fatti di oreficeria verbale, incastrate l’une dentro le altre come pezzi di Tetris, immagini sfuse, speso ermetiche, magicamente allegoriche, sempre belle. Calliope… “Fai che si svegli da me…” per favore.

La più bella introduzione degli ultimi cinque anni si trova su “Pece”… Leggera, alta e invitante a dondolare sul tempo. Lontano di essere appiccicosa come l’estratto vegetale, la canzone si veste di un’orchestrazione elettrica e di un video inspirato da “Karate Kid”, con un comparso favoloso nel ruolo del Coach… video pieno di lettura da fare fra le righe…

Minerva” segue del suo tempo più ponderato, su un’orchestrazione più consistente e dallo spessore misurabile nel crescendo del ritornello. “Qui ci si raziona l’aria” anche al rischio di “bruciare più velocemente pur di assaggiare il vento”.

Bucaneve” rappresenta la collaborazione con due altri artisti: Uno regionale; Giovenale. l’altro veneto (credo); Dodicianni che ha passato un’estate al mare con Francesco Camin. Si è sussurrato due anni fa in un’intervista che Dodicianni voleva collaborare con Candirù. Prima di tutto vorrei stipolare qui, senza altra forma di processo, e incidere nel marmo, la mia voglia di sentire un giorno un Album intero fatto da quei tre assieme. Per vedere un trio interagire per la bellezza e la poesia dei suoni. Solo a sentire cosa e stato fatto qui, per un croco che teme di uscire dal prato un giorno di grandine, mi sento confidente che l’interazione che genera “Come Robin di Locksley” e “Bucaneve” è capace di creare oceani celesti.

Nessuno Mi ama offline” score accanto a drums e tastiere in un gioiello pop. “C’e una rete distesa fra noi” illustra la distanza creata da un utensile per ravvicinare le persone… Pozzo, finestre, tavole…  vero che con il cellulare che ho (Nokia vintage 2006, tasti plastica) trovo difficile di parlare a umani disponibili… che mi circondano.

Questa “Miscela” rimane quindi una bella collezione di canzoni radunata, per chi vuole inserire la K7 in un apparecchio ancora più vintage che il mio telefono. Qualcosa da non mancare. Solo per l’oggetto.

 

Intemperie” comincia sul rombo armonico di un basso o il rumore di fondo di un lettore di K7, magari una punta su un vinile. Il rombo rimane presente fino al ritornello. “Da terra” e una traccia corta, sotto i due minuti. Cresce in intensità pero, partendo da una scorta di strumenti che vengono aggregarsi progressivamente intorno al piano forte suonato in modo scolastico. Il solco dell’aratro incide la sua ferita nelle decisioni…

“Ambra fossile” e un bel pezzo gioioso allegro e leggero rialzato da frasi briose e breve di piano forte. Il ritmo rock ballante che entra in scena prima del ritornello, campa quasi sul twist again… “un modo come un altro di dare un valore a “L’aria che non hai…”

“Maestro del tè” e la canzone la più sorprendente di tutto l’opus; la più moderna nella cadenza del canto, la più inaspettata dalla parte di Candirù…  sembra influenzata, nella tessitura dei versi, da canzoni moderne sentite in radio. La chitarra elettrica che sostiene il ritornello e il secondo verso interviene con tempismo… la bella sorpresa prodotta da questa canzone fa di “Maestro del te” la mia traccia preferita su “intemperie”

“Dodicidiecimi” è un testo che score fluido che cammina acanto a un piano forte dritto, che cammina sulla stessa melodia del canto, su un ritmo jazz. E una canzone magica che sa aprirsi nel suo finale in un loop ipnotico, una progressione al piano invaso di cori eteri. Bellissimo. E lode. E di più.

Una nota ripetuta su un piano, ci invita fuori con un almanacco delle stelle sotto il braccio per identificare Scheddar, Cih, Caph, Segin e Ruchbah che formano un doppia vu storta nel cielo d’estate. O ancora perdersi nell’arco baleno di una cartolina, finestra immensa, nel cubicolo del posto di lavoro.  Sono vie di scampo per la mente. “Siamo io e te su un’piede solo posso appoggiarmi a te?” Un'altra canzone arrangiata più che bene.

“Charlie Gaul” e una canzone che parla a tutti Bondoneri, per la gara che, in giugno 1956, vede fioccare abbondantemente sul Bondone e creare un disastro nella classifica del giro di quell’anno, con solo 20 concorrenti a finire la tappa… Sembra essere un giornalista sportivo, a parlare in un microfono d’epoca, per creare l’atmosfera in bianco e nero, per salutare l’incredibile performance del Lussemburghese. “Solo il vento che mi grida in faccia e le dita blue” “Toccherò il traguardo ovunque sia” … Per l’aneddoto: sono Io che dall’ufficio di Lino Nicolussi, chiamo la moglie di Charlie Gaul, per annunciarli nel 2004, che la strada Trento-Vason venisse battezzata al suo Nome, dal suo vivo. Charlie muori nel 2005 in dicembre…

“Criptonita” parla di eroi di tutti giorni, quelli che devono lottare per mantener la testa dritta.  Fulmini e siccità a chi si ostina a toglierli i poteri seminando Criptonita… Economia, religione, politica, recessione, amministrazione, burocrazia, vicini, conoscenze, compaesani… Ostacoli costanti della vita odierna. Gli eroi di oggi sono poco numerosi, ma esistono veramente.

Il bello percorso di Iacopo da “Junow”, “Wooden collettive” si prolunga nel terzo album del pesciolino.

A quel punto io tornerei dritto verso la base Nibraforbe a sonar spento per ricordarmi il colore del cielo….

Capitolo 114

Siamo diretti verso la base. Velocita media, tranquilli come delle pasque, con la voglia di strappare la tenda d’acqua della cascata che ricopre l’entrata segreta della base Nibraforbe. Tornare a casa, slungarsi le gambe sui sentieri di montagna, intorno alla base. Ricaricare le batterie. Ma Jones sclama come un pazzo scatenato:

- Allarme collisione! Nel 00! CPA Nel 00, distanza 02.5 Miglia! Velocita 035. Impatto frontale!

- Scendiamo! Avanti tutta! inclinazione massima.

L’allarme impatto stridente risuona nel bordo, tre colpi secchi, la luce rossa del posto di combattimento invade le corsie e locali. Aggrappati alla superstruttura per non cadere l’equipaggio rimane pietrificato, un nodo in gola.

- Cos’e sta roba? Tutta la strumentazione in funzione, dirigere il flusso dati verso i buffer di memoria. Voglio sapere di cosa si tratta.

- Distanza 0.4 miglia!

- Siamo fuori traiettoria? Siamo nel chiaro?

- Credo di sì... balbetta Jones.

- Credi?????

Il rombo che passa sopra di noi a tutta velocita, taglia corto ogni argomento. Nei cinque o sei secondi seguenti, sentiamo solo l’urlo stridente della cavitazione della sua elica, poi il Wyznoscafo scrolla nelle turbolenze della scia di quel razzo… una volta stabilito, crepita abbordo solo la strumentazione, che ingioia una massiva quantità di dati, nel ronzo del buffer che digerisce il tutto, a pieno regime. La luce bianca torna… E con essa, la calma.

- Che cavolo era? Siamo stati razzati da vicino… reso conto dello stato del bordo, voglio una lettura dei dati appena i buffers hanno registrato tutto. Era una torpiglia? Chi ci spara addosso? Chiedo…

- Troppo grosso… Era leggermente più grosso di noi… sono già a 07 miglia da qui, nel 180… a chiodo.

- A 35 nodi??? Nettuno stridente! Dati???

- Diaolokan Capitan… leran i DIAOLOKAN… afferma Jones, che decripta la firma sonar.

- Per le trippe di Richard Dawkins!!! Capo centrale, il dossier per favore, Jenkins, stampami il contenuto dei buffers, man a man che arriva. Secondo, li lascio la manovra di ritorno, voglio chiarire questa situazione.

Diaolokan non è una band sconosciuta; tutta una serie di video sono già entrate nel archivio: Lambicar, Basta magnar e soprattutto il mitico clip di V.G.D.Q.C. che pubblichiamo regolarmente nel corso del anno, con il dichiarato obiettivo di vedere “10 000” scritto sotto il numero delle visioni. Il Capo centrale arriva con il suo blocco e la sua matita gialla:

- Eco cosa abbiamo su di loro: Allora, ovviamente Paolo Brugnara già schedato, con i Fucsia, faceva anche parte dei Stone Malament che hanno saccheggiato la val di Cembra fino a 2013 circa. Ci sono due Ex Pestilenza nella line up del gruppo: alla chitarra: Willy Sebastiani, che faceva anche parte degli M.O.R.T.H. pero al basso. Poi alla voce: Nemo Michelon, prima formazione dei Pestilenza, e in fine al basso Kristian Faes, il leggendario crocifissato. Notiamo che Mauro Andreolli firma tutta la parte missaggio e master dell’album. Jenkins porta un bel mucchio di carta perforata e lo lascia sulla tavola delle carte. “Ratnemarcas” sembra un titolo ermetico pero ci buttiamo lo stesso. Guida il secondo, calzo le cuffie, mi metto a compilare i dati… A dire la verità le analisi mi danno piuttosto la firma tellurica di un tiro di sbarramento.  Basso e batteria rappresentano un corpo solido a quale la chitarra viene incorporarsi e consolidare ancora, lo schema generato. I riffs sono classici, talvolta originali, poi si canta in dialetto… L’uso del pentagramma attraverso la grafica e le fotografie dell’album (grazie a Mattia Nardin ades gaven anca na foto da galantom!) rende indifferente l’udienza colta, ma ha il donno di far sputare veleno alle anime ben pensanti. Sicuramente nella loro mente, la band si abbandona a notte fonda, a riti satanici, sacrificano animaletti su un altare pagano dietro casa, divorano le loro viscere mentre son ancora vivi, poi sazi, il mento insanguinato, si tuffano in orgia fino alle prime luce dell’alba. Pero, per far parte del loro giro, bisogna avere la tessera, come per entrare all’Arsenale. Arpa e flauto non sono nell’elenco degli strumenti, ma incudine c’è!

“Lambicar” sembra svolgersi in val di Cembra “Per nient no i la ciamava la val dela pelagra”. Malattia comune nel dopoguerra dovuta al magrissimo apporto di nutrienti che la polenta dava a chi la mangiava tutti giorni. Lambicar diventava una risorsa di contrabbando per potere portar a casa qualcosa di più sano e consistente da mangiare. Da lì, sicuramente viene l’espressione: “Salute”! Una bella chitarra potente taglia lo spettro uditivo al seghetto alternativo. Un'altra appare in overdub e fa lunghezze negli alti. La batteria di Paolo sa dividere passaggi pesanti e ritmi raddoppiati. Stupendo ponte strumentale prima del finale.

“Basta magnar” descrive “Quei che ghe pias careghe 'n te i uffizi e 'nventa laori per parenti e amizi” Conosciamo ben questo giro; Eletti, quindi al di sopra di ogni sospetto… Il ritmo e rapido ma pesante, che ancora qui, sotto l’impulso di Paolo che sa raddoppiare di intensità, al momento giusto. Ancora qui un ponte musicale arruffato di un assolo maestrale e di raffiche di rullante. Non so ben cosa vuol dire “panteganar” ma “In tant’ che le galline i ciappola, il pantegane magna i poiati” … Magari “far gnent” sembra essere la spiegazione la più giusta.

Scendiamo di tre marce per l’introduzione dell’hit dell’album: “V.G.D.Q.C.” Pamphlet anti religioso illustrato da un video puramente mitico, forte nelle sue immagini e nel loro senso. Conosciamo ben questo giro; Ordinati, quindi al di sopra di ogni sospetto… Ancora un giro classico di parassiti societari: “I to servi e le to cese, i gha le pance massa tese I gha tant da predicar, ma i dovresti destrigar”. La ricetta dei Diaolokan sembra di condire i loro versi di ritmi a tendenza Trash, rapidi e intensi, in quale l’udienza e invitata a ballare il “pogo” o il “mosh” al secondo della generazione di appartenenza. E anche autorizzato a “sforforare” i capelli che tanto dopo, passiamo l’aspirapolvere. La mia traccia preferita nell’album.

La spiegazione razionale per il significato di “Ratnemacras” e Sacramentar al rovescio! Come detto da un demonio… Preghiamo per lo meno che l’album venisse censurato o sputtanato dal vescovo per fare che la focalizzazione portata da tale evento fece scoppiare le vendite. Perché vale la pena essere sentito: “La maria quella da pregar, ma anca quella da fumar Sacramentar, tutti i mali fa passar Sacramentar, lè anca meio che pregar”

“Orso Bruno” e una storia che mi tiene particolarmente al cuore, dalla storia di Daniza e della sua “accidentale” esecuzione. Come se lo sbaglio fra dosa tranquillizzante e dosa letale fosse un 10%.... io direi un due o tre volte, quindi non un accidente. “Ghe el me nome sora al porton, ma i me rovina la reputazion” Ci rimane solo a imparare a condividere lo spazio con l’orso. Perché tutti ecosistemi in EQUILIBRIO stabile, vedono tornare in cima alla catena alimentare, i grandi predatori. Per il NOSTRO bene. E l’uomo sul territorio dell’orso e non il contrario. Siamo 7 miliardi e non c’è più da buttar foreste giù per nessuno. Anche se ci sono soldi da fare. Già a l’epoca avevo visto il video in quale il forestiero alto atesino dava le sue spiegazioni, nel suo italiano scolastico, che ritroviamo sull’pezzo.

Qui si concludono le cinque tracce registrate a casa di ogni uno dei membri della band. Tutte le registrazioni casalinghe sono state rimesse a Mauro Andreolli che si è incaricato di mescolare il tutto nella sua pentola magica. Secondo me, il lavoro e stato fatto ben.

Passiamo a due registrazioni live, con la totalità dell’udienza del “Spedenal” a urlare per incoraggiare i lori eroi. Niente sofisticazioni, tutto D.O.C. Trentini genuini e numerosissimi (come richiesto sul manifesto) e del resto I fans si vedono sul video di LAPO.

“Diaolokan” rappresenta lo stacco che esiste attualmente fra un popolo qualsiasi in Europa e chi lo rappresenta nelle istituzioni. “E en campagna elettorale i venderia anca so mare E per na carega la gent i la frega I fa tut alla reversa En te sta cazzo de italia persa” Mettiamo Francia o Inghilterra al posto di “Italia” e funziona lo stesso, il mondo attuale va a putane perché non paga… ci va con i nostri soldi…

Paganella”  santifica la più bella montagna del mondo. Lo dice anche un Bondonero: Giacomo Gardumi che nonostante essere di Sardagna, vede la Paganella tutti di, quando apre la finestra, come per contradirmi. Io resisto fin in fondo, anche se in Paganella non ci sono mai stato, stipolo qui; “Mi resto en Bondon”.

Sento tutta una serie di recensori elitisti trovare difetti, semplicità, o anche “polentarieta” a quel album. Io ci trovo una cosa sola: “onesta” anche se forme e colori possono essere discusse fino a notte fonda. Una sola e unica cosa rimane sacro santa per i Diaolokan: il lavoro.

Quello dalle mani sporche, ma dei soldi puliti…

Capitolo 115

- Distanza base Nibraforbe 08 miglia. Annuncia il secondo.

- Risaliamo a 2 metri per minuto fino a far superficie davanti alla cascata. Rotta 270, avanti un quarto…

- Segnale!!! nel 180, distanza 21 miglia, rotta nel 035, velocita 011, profondità 050…

- Dai, non adesso Jones… stiamo per tornar a casa…

Jenkins viene definitivamente ritirarmi la pinta di birra da sotto il naso, portando un messaggio della rete flash, da sto dannato telex, che crepitava negli ultimi minuti:

- Messaggio del Intel, Capitan: dobbiamo coprire l’uscita del gruppo DMUDUF, che rilasciano l’album Dmuduf …

- Jones, firma sonar del rilevamento?

- Diciotto mucche uccise da un Fulmine, Capitan.

- To! Va là che combinazione; mezz’ ora prima di tornare alla base. Giravolta e ferma propulsione, Fondo?

- 095, piatto, fango e sabbia. Risponde Jenkins.

- Scendiamo a 080, Scanner, spettrometro, Decoder Audio, niente sonar. Jenkins tienimi d’occhio lo scop di profondità anche se e davanti casa nostra… Passeranno di sopra fra 55 minuti. Strumentazione in funzione. Capo centrale? Cosa diset?

- Gnent… ma allora, gnent de gnent… tiene tutto su un “post it”, varda Capitan: registrato e missato da DMUDUF. Master del disco Alessandro Maffei che collabora con l'etichetta Dio Drone poi membri del gruppo Fava jr. alla batteria, Mario alla chitarra, Manny al basso, Goffredo X alla voce. Soprannomi… non gho gnent de pu, va là…

Mi fa veder il “post it” indispettito… e lo riattacca nervosamente sul suo blocco, un po’ contrariato.

- Ho un amico Greco che si chiama Nonsipreocupis, vuol che li presento, Capo??

I dati che arrivano dallo scanner fanno vedere una varietà di stile musicali, molti non hanno niente da fare l’uno con l’altro, la base rimane un punk hard core, bucciato nella teatralità, con una glassatura di eloquenza e una spolveratina di visione accurata, magari sarcastica, sul mondo di oggi. Questa attraente tentazione viene presentata in evidenza nella vetrina con un altro capo lavoro di “Coraggio il topo” già autore dell’illustrazione “Mangiafumo” per I “Electric circus”, e di varie creazioni rock n’roll.

Ci sono 19 tracce ma la maggior parte sono largamente sotto i due minuti. Sono come scenette, piccoli sketch a verità cruda che ti arrivano in faccia come una sberla: stasera CABARET! Siamo quasi a profondità, il rilevamento si sta avvicinando, cominciamo.

Disfudance” sembra essere una trappola inizio album, per un techno fan passando li proprio per caso, e sentendo la prima traccia si porta a casa l’album e la magnifica cover di Coraggio il toppo, sicuro di potere scrollare fino a l’alba sotto “marzipan”. Ah ah ah mi piace!

Disfunzionale” rimette gli orologi a l’ora. Un bel riff rock rapido e muscoloso apre la traccia, ma presto varie sezioni, sotto ritmi diversi, trasformano il pezzo in un patchwork inebriante, in quale si coniuga potenza, urli a lampo, un collage, un assemblaggio che sembra arbitrario e che include anche un discorso piuttosto serio, che viene anche lui accoltellato di urli. Lontano di essere repulso da l’aspetto casinista esperimentale gore, la costruzione e la struttura di quel pezzo, pizzica la mia curiosità perché e composto BENE e registrato con precisione. Sono pronto ad ascoltare… il resto.

Samsara” e il suo rumore di bocca che tenta di mimare un didgeridoo (o DJ ridu, come volete) e un'altra traccia potente e grintosa. Notiamo un batterista virtuoso su tutte le tracce. Il tono della voce ricorda “System of a down” certe volte e accentua il contenuto del testo declamato. Come sovra lineato di giallo (o rosa, come volete) Finale urlatissimo e divertente allo stesso tempo.

Ciò che score” contiene i riffs di chitarra i più micidiali del album, notiamo un bassista virtuoso su tutte le tracce. Il pezzo tende verso il Math rock ma con una chitarra che spara raffiche corte. Questo gruppo contiene dei musicisti di alto livello. Questa traccia lo conferma.

Gioco a somma 0” si appoggia su un ritmo più rock, quasi heavy, con cori se sembrano portare una vittima sacrificale a l’altare. 16 secondo solo. Intanto cosa puoi aggiungere a zero per ottener zero………….. il discorso di un politico! “Gioco a somma zero per il mondo intero l’impressione conta, che natura morta nell’antropogene vedi certe scene sembrano distratti sono tutti matti”! Ma le vittime sacrificale siamo noi: “più caldo ancora gente che si nutre impunemente di risorse che ci han messo milioni di anni a crescere e che non torneranno di foreste che producono l’aria che finirà, si finirà”

Cactacee” e uno dei single rilasciati su Bandcamp una sberla mostruosa di un minuto, urlata in cima di voce. Notiamo un cantante virtuoso su tutte le tracce. “Nella polpa il succo c’è, ma all’esterno solo sabbia”.

La carne” e un “Te deum” al cannibalismo e alle feci. Un inno al necessario metabolismo dei cibi ingeriti per potere muovere, imparare al suonar il basso ed entrare in una band. La traccia, focalizzata sugli “by-products” dressa un quadro accuratamente scuro della nostra presenza terrestre. Al meno che cambiamo per: “Salsicce di feto, purea di placenta, cervello arrosto, natiche alla griglia, bulbi oculari con capperi e pancetta lattante al forno con la mela in bocca” …. Cameriere!

Una voce identica a quella di Sméagol apre “Cronache part1” e chiede “qual è il confine delle mie azioni, qual è il soffitto dei miei pensieri, dov’è la terra sotto i miei piedi e tu sai dove, finisce il cielo?” appariscono i primi cori amplificati di una teatralità esagerata, mentre paperine corrono in sotto fondo. Queste cronache hanno uno stile tutto particolare, cori dissonanti, e atmosfere di scenografie post moderne. Come un concept generato dal cantante, un mini trip individuale all'interno di un maxi trip cosmico.

Ci si babila leggermente nell’Introduzione della corta “Cronache part2” “eccomi cosmo o pallide stele nessuna estensione è troppo per me” Ritmo basico e rapido su cori corposi…

Cronache part3” Sméagol, che adesso riceve onde spaziale proveniente da alpha del centauro in pieno su l’occipite si incarica del introduzione della cronaca più lunga. Invece di partire in un finale muscoloso introdotto da raffiche di grancassa, la fine del pezzo deriva su della pop da circo: “geno-genocidio, genocidio, accoppiamento, geno-genocidio, genocidio, accoppiamento, ci sarà un futuro chi sarà il futuro chissà!”

Globetrotter” e un altro patchwork di ritmi insulari e di trash core rabbioso. “meritocrazia!”

Martin Venator”  soleva soggetti  con analogie scientifiche: “Se il potere è magnetico, l'anarca non è ferroso. Si approssima e si allontana da esso per puro motu proprio – o spinto dal bisogno – in ultima analisi dalla fisica. Sarei anche d’accordo. La seconda parte e più posata e avvolta di cori ansiosi.

Contenitore” e la sola unica traccia puramente aliena del album. E una filastrocca gioiosa e spensierata, da ballare saltando da braccio a braccio, in una folla che si incrocia infinitamente nei suoi passi, cantando a squarcia gola, solo per la gioia che genera.

Giacomo il piccione” l'è na storia vera, tuti i sa come che la'è scomenzada, ma n'zun sa come che l'è na da per dal bon… Il piccione di Rovereto prova di passare suoi geni a una piccionessa pronta ad offrirsi a Giacomo, ma viene ridotta a due dimensioni da l’autista dei Trentino Trasporti nel servizio extra urbano Rovereto- Calliano- Besenello-Trento, vicino alla fermata in via Paoli durante il servizio delle 09.23… Mi sto chiedendo come mai non fa parte delle “cronache” …

Morire per niente” e una domanda profonda: Ma esistono ancora persone o anche famiglie pronte a dare un figlio ad andare a combattere per interessi PRIVATI, con la scusa idealistica nazione/patria? (visto come ci trattano al giorno di oggi…) Perché dateci salute, lavoro, sicurezza e trattamenti dignitosi, magari capisco che certi vanno difendere questo modo di vita. Se tagliate tutti servizi pubblici, chiudete le fabbriche l’una dietro l’altra e schiacciateci di tasse, ma andate a brucare o mandate pittost vostri figli per difendere vostro sistema.

Orgia batteristica “Organelli” propone un orgia di basso a chiodo, su un massacro di plettro per un orgia di chitarra, su una sparatoria storica di sillabe urlate al limite dello strappo vocale. Bellissimo.

Dopo l’orgia… Un po’ più di orgia; “Mandami il Porno”. Slacciate la cintura, neanch’io sono al mio aggio nel mondo reale. Son vecio. Non sporco più lo schermo, pero devo cambiar tastiera spesso.

Oligocidio Stocastico”  Una traccia  al titolo ermetico per me povero straniero che sono, poi manca il testo nel inserto . Magari si tratta di uccidere olio o oligarchia che sarebbe meglio.

Una delle più notevoli tracce del album si trova proprio alla fine di esso “L'Uso Sistematico della Forza”, monumento di rabbia sbudellata su sparatoria batteristica folle, la chiarezza limpida della posizione attuale del nostro comportamento viene raccontata con una fredda descrizione a metta pezzo. “Tutti sciavi o tutti morti” e il nostro vero destino oggi. Non c’è più spazio, non c’è più tempo. Traccia ENORME. Album importantissimo per la categoria Hard core, una sorpresa totale.

Sinceramente un album che mi ronciglia con il punk trash core mordente. Un album sorprendente di contenuto e di profondità, siamo lontano della rabbia sbudellata di “Grandine” per esempio, qui mettiamo le forme. Gli testi sono pensati e non rivendicano niente. Sono solo la descrizione di uno stato su vari soggetti che portano alla riflessione. Non pontifica a nessuno momento, non accusa a nessun momento, non guida, ne fa veder nessuna direttiva di comportamento. Niente consigli neanche, dovremo sapere dove andare. Siamo grandi… No ???? Lo siamo veramente?

Stavo per dare l’ordine di tornare alla superfice quando Jones mi inchioda nella poltrona del centrale:

- Segnale! Nel 180, rotta nel 010, distanza 18 miglia, velocita 16 nodi, profondità 040… firma sonar dei Loyal wankers…

Le braccia mi cadono. La birra fresca e perlata di freschezza si allontana ancora di più dalle mie labbra. Questo vuol dire che siamo ancora chiusi lì dentro per un po’ di tempo. Fa niente, ordinerò un bacino di doppio malto con un trampolino sopra.

- Nettuno stridente! Non siamo mica su un’autostrada sottacquea, no? Buon… appoggiamoci sul fondo. Lasciamoli passare anche loro, dai! Pero dopo non voglio più sapere niente.

Siamo piantati davanti l’entrata della base a 95 metri di profondità, sentiamo la strumentazione ronzare e abbiamo tutti voglia di strappare la superficie…

Capitolo 116

 

Tocchiamo il fondo belli piatti e stabili, come il manuale del perfetto comandante di sub stipola. Tranne che è il secondo che si occupa della manovra. Brao Secondo.

- Sempre rotta nel 010, distanza 09 miglia, hanno rallentato velocita 12 nodi, profondità 040. Annuncia Jones, con la sua professionalità esemplare, che si contrappone con il grezzo senso di claustrofobia e di stanchezza, che mi soleva di un entusiasmo misurabile a 0.002 su scala Richter.

- Capo centrale? Cosa ci racconti?

- Ancora una volta poco o gnent, tranne che sembra che I wankers si sono sciolti.

- Questo e un disco postume?

- L’hanno annunciato allo svelamento della cover…un teaser per l’uscita dell’album: “Fate ciao, ciao, con la manina ai Thee Loyal Wankers, che si sciolgono e ci lasciano con questo ultimo EP di epitaffio, registrato da Lorenzo Piffer al frizzer studio, copertina a cura di Mattia Dossi. Solo formato digitale, se qualcuno fosse interessato a stampare qualche copia magari di una discografia in cd/cassetta ci faccia un pronto.

- Eh beh… cambi di line up?

- No, sempre il nostro storico Orlandi alla batteria, schedatissimo, Edoardo Trolio alla chitarra e canto, pilastro in cemento dei “Stiven Sigal”, e Andrea Bertagnoli AKA “Zipi” al  basso e voce. Boss di Annoying records, suona con Gufonero, con Igioia, ha appena fatto un disco solista come SPROLOQUIO, era il batterista degli ATTRITO e dei KOROBA MILK, teneva il sito Trento hardcore sulla scena punk del trentino. Andrea, basso e Dodo, chitarra continuano di suonare con un certo Romano Monero, non schedato ancora… con i Atacama Death Experience.

- Brao Capo!  Guadiamo un po’ cosa i dati ci dicono di questo album...

A dire la verità ci si va avanti con la ricetta che definisce, e che ha sempre definito, i Wankers… Solo tracce intense, arruffate, corte e piacevoli. Come toccare cavi elettrici, prendere una scossa, pero tornarci perché l’intensità della botta, ha un gusto di “tornaci” …  Peccato pero, dovere rassegnarsi che la festa finisce con l’ultima traccia.  E poi, per sodisfarsi di queste sensazioni musicali, c’è solo in archivio un EP 2014, 7 tracce, un album completo di 12 nuggets nel 2015, Swamp miracoloso EP del 2016, e “A brutal tail” 2019, 7 sberle sul naso e basta… Niente più wankers d’ora in poi… o metti la mano sulla discografia completa adesso o rimani sul binario 2, il biglietto in mano guardano la coda del treno allontanarsi verso l’oblio. Del resto, farsi la discografia completa in CD o K7 sembra essere un gesto saggio …

“No way” a un retro gusto di “She’s Lump” dei “President of the United States” al meno ne traduce l’intensità rock n’ roll. Il pezzo raggiunge quasi le due minuti, sicuramente colpa dell’assolo di chitarra che ribadisce la frase del tema.

“Ballchain” non fa nella dentella chiudendo lo sfogo entro suoi 58 secondi, il ritornello e semplice ma diretto: “Please, please set me free, set me free” su un ritmo sostenuto. Niente altre soluzioni che une inchiodata finale. Netto. Intenso.

“Crazy wheel” prende un po’ di accento Brit rock, tendenza “The Knack” con un bello basso che fa doppiette sui versi, portando una dosa d’energia supplementare alla voce, che distribuisce swings e uppercut a chi si avventura troppo vicino. Dei silenzi, gestiti alla green day, portano rilievo alla partitura. 1.08 il pacco viene richiuso di un colpo, senza altra forma di processo. Sbam!

“I’m really sick and tired” apre il corto ciclo di parole del pezzo “(Ain't nuthin' but a) stranger” che rimane da lontano la traccia la più lunga dell’album e la più agganciante, la melodia del ritornello rimane accattivante e invita a cantare allungo. Le due sole frasi della canzone son ripetute ad libitum e solo interrotte da un assolo di chitarra.  Il mio pezzo preferito del EP.

“A brutal tale” sembra essere la traccia la più evoluta dell’opus. Un po’ più costruita e su un ritmo leggermente più saggio lascia alla batteria l’opportunità di riempire i versi della sua presenza, mentre la chitarra piange nelle variazioni della sua pedaliera.

“Wail” gradisce di una lunga introduzione, e ribadisce un riff classico, una scaletta twist appena rivisitata, solo arruffata di un colpo di pettine a contropelo.  La voce un po’ più distorta che al solito conclude il pezzo in un modo disturbante “I wish I was dead

“Manifesto” ci salta quasi addosso, per concludere quest’opus, e assenna degli “Oh yeah” persi di mezzo a raffiche rabbiose di riffs alla “Sex Pistols”. E chiude la carriera dei Wankers come l’hanno vissuta; corta ma intensa.

Una riformazione fra dieci anni per un concerto unico?????

Ci vorrà un po’ di anni per rendersi veramente conto di quanto può mancare alla regione un bel gruppo Garage grintoso come i Wankers. Vabbè che possiamo ritrovare Marcello in quasi tutte le formazioni della zona, in questo genere. Pero la combinazione di questi tre personalità dava alle composizioni un trattamento speciale, una firma, un’identità fatta di energia, e pezzi corti come lampi da provar di acchiappare al volo: Operazione comando: Entrano, compiono la missione, spariscono.

- Jones, ti do l’ordine di non darmi rilevamenti. Superficie! Torniamo alla base! In tant’ siamo lì… pronti a sparire dietro la cascata della base Nibraforbe…

Capitolo 117

Rinchiuso in questo sommergibile da tempi immemorabili, penso birra, birra, birra… Devo pensare cielo aperto, terrazza e birra al sole. Tanto ci siamo quasi, mancano 3 miglia e mezzo e poi scompariremo sotto la cascata, l’entrata segreta della base Nibraforbe.…

- Spiacente Capitan, ma… Segnale nel 191, rotta nel 011, distanza 5 miglia, velocita 05 nodi, profondità 020, CPA a nostra verticale in un’ora.  Trattamento firma sonar.

- Jones, ti avevo chiesto di…

- lo so, Capitan… ma, Crossing Point Azimut a nostra verticale…. Firma sonar Mirko Pedrotti Quintet.

Non possiamo rivelare la nostra posizione, né l’entrata segreta della base… Questa volta guardo sopra la spalla del timoniere il display digitale di profondità che indica 050... poi a sottrare 11 da 191, fa 180 e questo vuol dire che incroceranno la nostra traiettoria… alla nostra verticale. E Jones ha ragione… Poi avevamo discretamente parlato della registrazione dell’album in agosto scorso, avuto notizie da l’Intel sulla post produzione in novembre. E poi siamo stati rinchiusi in questa lattina di ferro per la maggior parte dell’inverno e della primavera. Lo stavamo quasi ad aspettare, abbiamo mancato l’uscita, ma visto che ci passa sopra, e lentamente poi, diamoci un gran bel colpo di scanner e spettrometro, decoder audio e doppler, se necessario.

- Fermiamo la risalita. Stabilizzare a profondità 050. Niente propulsione. Rimaniamo immobili fra due acque, silenziosi. Tutta la strumentazione… Niente sonar… Capo centrale? Al rapporto!

- Capitan, su questo rilevamento ritroviamo la squadra usuale del album MPQ: Mirko Pedrotti: vibraphone, Lorenzo Sighel: alto sax, Luca Olzer: rhodes, synthesizers,  Michele Bazzanella: bass, Matteo Giordani: Batteria. Tanto campo libero e stato lasciato a Lorenzo Siegel e Luca Olzer per proporre le loro composizioni su questo album e c’è l’interpretazione di un pezzo scritto da Chris Montague. Poi, mentre siamo alle scritture abbiamo le solite “Suite” co-scritte fra Mirko Pedrotti e Valerio de Paola e l’ultima “part H” co scritta con Lorenzo Frizzera. L’album e stato registrato al Cat sound studio di Badia Polesine in provincia di Rovigo. Missato da Valerio de Paola e master di Mauro Andreolli al “Das ende der dinge”. Tutto lì…

- Jenkins! Passami lo stampato dei dati che cominciamo da subit….

“Frénétique” e un titolo scritto in perfetto francese. Poteva essere scritto semplicemente in Inglese come tutto il resto dell’album ma questa scelta raffinata, ci fa piacere, abbordo. Da un tocco quasi “lusso” al pezzo… “Oui, très bien, ça donne de la classe à l’ensemble… du bon goût, quoi!» Il suono del Rhodes di Luca apre il brano e progressivamente strumenti entrano, fino al vibrafono che descrive un tema sincopato e ripetitivo su di quale il sax fa lunghezze. Primo tornante a 1.30 con l’inclusione di una spiaggia calma, prima di tornare sul tema principale. L’importante e sempre ricadere bene sulle sue zampe e qua, suonano 5 gatti…. 3.20 altra diversione più contemplativa e cristallina. Bella espressione percussiva di Matteo sul finale.

Il basso di Michele Bazzanella apre “Ananda” una composizione di Luca Olzer già schedato nel nostro archivio con “Hot mustache”, “Mistic vibes” e “Got it”. Le teste dell’equipaggio nel centrale scrollano sul ritmo e rimbalzano accuratamente sulle note sincopate. Il pezzo si calma purtroppo per uno bello e lungo svago di tastiera, con passaggi quasi nel free jazz. Ritorno nel ritmo allegro dopo la meta traccia, per lasciare un po’ di campo libero al sax di Lorenzo. L’ultimo minuto, ritira la composizione della scena discretamente, sulla punta dei piedi.

“Rendered” e una composizione di Chris Montague unico musicista non membro del MPQ… è una traccia calma e vaporosa, leggera e sussurrata, ci si lascia la nota sfumarsi pienamente prima di iniziare un’altra frase, sembra essere la lunghezza del “sustain” dei strumenti a dare il ritmo al pezzo... da ascoltare esclusivamente in galante compagnia.

Tocca a Lorenzo Sighel di firmare un brano; “Igor’s dance” sostenuta dall’aspetto potente della combinazione batteria-basso e della partitura sincopata dell’introduzione. Il tema mi ricorda le prime note un hit dance delle 90’s; Gala “Free from desire”. Larghissimo spazio rilasciato al piano forte nella parte media, un po’ inaspettato per un pezzo composto da un sassofonista. Ripresa finale con il tema principale. Un piacere.

“Frontiera” e introdotta dall’apparizione fugace e parsimoniosa di strumenti che si ritirano quasi subito della scena. 1.40 il ritmo appare per un lungo ma calmo crescendo di intensità. Synth prima, sostenuto da un basso bello corposo. Poi il vibrafono si sfoga, dopo una frase discreta di sax per chiudere il finale insieme ad esso.

La ritmica di “Seagul” non può lasciare indifferente. La combinazione Basso (favoloso) vibrafono e batteria messa un pelo più avanti, danno un bel corpo al pezzo. Rhodes leggero per sottolinear una frase agganciante e poi…. Ahi! Rap! Rap! Alla moda “Got it” …. Jenkins mi porta le mie pillole e mi salva dalla crisi orticaria. Pero va bene, è corto e fatto bene… Faro deroga, bel pezzo del resto.

Si riprende il giro delle “Suite” lasciate come pietrine bianche allungo il cammino di Mirko da “Kimera” nel 2013 (A, B e C) passando da MPQ nel 2015 (D, E e F) per raggiungerci oggi, su “Durch” (G e H) secondo me, con il progetto appena nascosto di allinearne 21… fino a Z (o 26 se segue l’alfabeto Europeo) “Suite- part G” con Valerio De Paola al trombone e accompagnato da una chitarra dalla meta del brano. E un pezzo libero, su tema ispanizzante. L’atmosfera è quasi esitante e progredisce con strumenti alternati. Fino all’apparizione del “hand clapping” per un free jazz a tendenza iberica.

Suite - part H con Lorenzo Frizzera respira la calma l’atmosfera e contemplativa ogni nota dell’introduzione e lasciata nel suo spazio a respirare pienamente. Poco prima del minuto una struttura emerge; un ritmo, sostenuto dal vibrafono. Ancora una chitarra al tono ispanizzante divaga nel suo assolo, con il vibrafono che risuona nell’eco, o al meno sembra. Nella calma e stata, nella calma si sfuma, concludendo un altro opus di valore nel Jazz Trentino. Un ottimo album manufatto con perfezione da cima a fondo. Gli Inglesi dicono “A must have” … Devi averlo.

Senza dire niente, mi alzo e spengo il telex della rete flash, alla più grande sorpresa di tutti, prima che ci arriva un ordine di missione. Pretenderemo alla scarsità dei fusibili abbordo, casomai. Ritorno nella poltrona del centrale:

- Secondo, a casa e da subit… Li lascio la manovra.

Un gran sorriso schiarisce il viso di tutti presenti, qui nel centrale. Si torna a casa per un bel po’ di giorni liberi. Ci si risale come una bolla d’aria e percorriamo le 3 miglia e mezzo che ci separa dalla base Nibraforbe. Ad occhi chiusi mi sogno già in terrazza del Bar “The Pits” e Huggy Bear di portarmi un enorme bicchiere di doppio malto, mentre sentiamo tutti il rumore dell’acqua della cascata, cadere sullo scafo… Ci ripenso… Un grosso bicchiere da record dovrebbe fare 1 litro o anche 1 litro e mezzo per i più grossi… Magari due… Ho dubi…

- Jenkins, secondo te, quanti litri ci sono in un secchio?

Capitolo 118

A dire la verità abbiamo trovato il periodo di riposo un po’ corto. Sono tornato dalla terrazza del mio bar preferito “The Pits” e Huggy Bear, il padrone, mi ha servito piscine di birre, varie e gustose, poi sono tornata a casa col pullman e scaricato le mie consumazioni in modo sprinkler. Bellissimo. Sole tutto il giorno dopo, vitamina D in rigenerazione. Poi ovviamente al terzo giorno di far niente, arriva l’ordine di missione: Dmanisi.

Vero che abbiamo ovviamente sentito parlare del gruppo, visto la lista del personale nella line up, ma sono in qualche modo rimasti lontani dalla portata della nostra strumentazione. Solo qualche video a carattere artigianale sono state cosparse su l’arco dei tre ultimi anni. Sembra che due EP precedente l’uscita del dico d’oro hanno visto il giorno. E l’ordine di missione ci manda a studiarli. TUTTI. In Tanto mi leggo il rapporto del Intel:

“Le origini del progetto DMANISI risalgono al 2003 durante una vacanza a Vila Nova da Barquinha, in Portogallo, si piantavano i semi di questo progetto. Florio, Stefano e Walter Biondani, noto per essere chitarrista e cantante della band Jengiska, nonché componente del progetto POP X compongono la Canzone delle Pulci e decidono di fondare una band: come nome viene scelto DMANISI, nota località georgiana dove sono stati rinvenuti i più antichi resti umani europei.

Tornati in Trentino, viene reclutato Rino, al basso. Con questa prima formazione gli DMANISI suonano live un unico indimenticabile concerto, al palazzetto dello sport di Borgo Valsugana, e per molto tempo non se ne è saputo più niente.

Passano alcuni anni e alcuni componenti dei the sQuirties: Florio, Carmelo e Walterino (bassista dei sQuirties) decidono di fare alcune prove con il batterista Stefano per provare emozioni nuove, e subito lo spirito Dmanisiaco riemerge potente, ma gli impegni musicali dei quattro ragazzi impongono l’interruzione del sodalizio. Fino al 2014! La fine del progetto the sQuirties porta Carmelo, Walter e Florio a ritrovarsi con Stefano Neri, ex batterista di Vetrozero e di Anansi, per far rivivere gli DMANISI; e alla truppa si aggiunge Jacopo Broseghini (The Bastard Sons of Dioniso), vecchio amico e produttore artistico dei the sQuirties, ai sintetizzatori e voci.

Gli Dmanisi creano un sound stoner rock, con sonorità grezze e d’atmosfera ed una certa attenzione alla melodia. I testi sono in italiano, scritti con l’aiuto del filosofo Gabriele Anesi. Nel 2017 escono due EP: Disco Nero e Disco di Porpora, registrati, rigorosamente in presa diretta, presso il Wankers TBSOD Studio da Jacopo Broseghini, e stampati in tiratura limitata.

Nel 2019, grazie a Fiabamusic, i due dischi vengono rimasterizzati e pubblicati su tutte le piattaforme digitali, seguiti dalla pubblicazione del nuovissimo ed inedito Disco d’ Oro. Dal vivo gli DMANISI sono molto fragorosi, ma a volte suonano in acustico, attingendo anche al repertorio dei the sQuirties.

24 ore dopo l’acqua ricopre di nuovo lo scafo nero del sommergibile e Jones sta cercando rilevamenti mentre la sonda di profondità sgranocchia numeri, con clicks metronomici. Facciamo poca fatica a ritrovare i due rilevamenti rimasterizzati. Erano lì, pieno Est, a 40miglia della base, volteggiando intorno a un punto fisso.

- Ferma propulsione, solo scanner, spettrometro e decoder audio per il momento, Jones! Interferometro in funzione, stiamo anche cercando il disco d’oro.

- Aye, aye sir!

I Dmanisi hanno imboccato un sentiero a contro senso di quello che si fa in questo 21esimo secolo, mi ricordano un po i “Cake” nel periodo “Fashion Nuggets” registrazione grezza, presa live, ogni album registrato in una session, come quelle che facevo nel mio tempo con I Zobsecks. Del resto la traccia “Golem” illustra perfettamente questo fatto: e veramente il microfono che gratta sui vestiti del cameraman, il vero rumore di chiavi aprendo la porta, che ritroviamo sia nel filmato che sulla registrazione. Poi, qua e là, si sentono anche conversazioni, interventi di musicisti, rumori prima pezzo o dopo pezzo, test di suono, che mi ricordano l’atmosfera di uno de miei dischi preferiti Chameleons UKTripping dogs”  al meno l’approccio musicale è esattamente al contrario della quantificazione al 16imo di misura in quale tutto e sotto microscopio, rimesso al suo posto al microsecondo e tutto suona come una drum machine, un sequenser, con il cantante in autotune. TO! I Nickelback… Ho sempre vissuto a contro corrente:

- Cominciamo!

Golem” Marca la prima pubblicazione del gruppo. Suono e video sono all’immagine di tutta la produzione che vedremmo; grezza con un basso preponderante, distorto e onnipresente. Golem e un’immagine antropomorfica e animata della tradizione ebrea che rappresenta il vivo con materie inanimate (argilla o terra) e come Florio lo canta: “Golem, animato con le sante lettere, torna alla terra”. Cerchio chiuso.

Una voce distorta al vocoder annuncia “70 000”, Il basso di Sung (Walterino) mena il ballo e tira come una locomotiva il resto degli strumenti. La batteria, metodica, trancia nell’arruffato, la chitarra punteggia in secondo piano, mentre Florio sussurra “I ricchi… I ricchi… I ricchi… pagano 70 000” Il problema e di sapere se e in lira o in euro… tutto li.

Stupendo coro di Elephant man nell’introduzione di “Trenoia” per un blues saggio e temperato. Una passeggera abituale sembra rendere più piacevoli i tragetti regolari, fra due cita. Che noia quando la sua presenza manca al viaggio, perché oltre al biglietto, anche l’occhio vuole la sua parte. Magari per sgranare le opportunità di parlarli 5 volte alla settimana e non mai trovare l’adeguatezza giusta. (Ho preso il RER a Parigi per ANNI) Gran mistero pero, per trovare correlazione con l’acqua che scorre alla fine del pezzo.

“1000 corpi” illustra in un rock, di nuovo ruvido, qualcosa che mi ricorda gli eventi che seguirono lo smantellamento della Iugoslavia. Può essere riportato a qualsiasi punti del globo, e a qualsiasi periodo. Il mio spirito si è purtroppo fissato li.  Disgraziatamente c’è ancora chi non ascolta il buon consiglio: “Non devi dar retta a quel pagliaccio saltimbanco dal feroce ghigno tirapiedi del demonio ti condannerà”. Come lo dice il mio gruppo preferito: Folks are basically decent, conventional wisdom, ‘would say. Well, we read about the exceptions in the papers every day….

“Campanelle” rende le parole inutili davanti al trionfo reso all’Opera dalla stampa internazionale: The Gardian: “Syrupy tribute to doorbell manufacturers”. The Times: “Queasily fascinating”. The Herald tribune: “Pop culture Juggernaut still have a thrilling punch”. The Telegraph: “Impossible to surpass”. The Independent: “A technological marvel, an achievement”. Time out London: “Someone’s knocking at the door, somebody ‘s ringing the bell…”. The Lincolnshire Echo: “Continuously mesmerizing”. The North Hykeham Gazette: “Florio, finally silent”.  The Mill Ward parish leaflet: “What the fuck was that?”. Rock.it: “Si, dai!”

Ai primi ascolti le due prime tracce del secondo EP “Disco di porpora” mi sembrano registrato in un modo più pulito. Il rock e bello energetico. I cori di Jacopo sono un po’ più avanti, le sue tastiere in tanto più discrete. Cioè il tutto e un po’ più filtrato che il primo EP. “Dora” mi ricorda una dei mie primi amori dalle elementari che era un po’ vampira. Il dibattito, secondo me, rimane aperto in quanto classificare il sangue come fluido non Newtoniano. Per lo meno il rock energetico che ci porta allungo il rollercoaster delle sue variazioni comporta una chitarra più presente, una sessione ritmica basso/batteria potente, e porta questo pezzo come una figura di prua per aprire l’EP. Concordo alla sottomissione maschile dal momento che il morso e fatto bene: “So che non puoi resistere più, Dora mordimi così

Praga” ci riporta a vagabondare fra le strade della cita che ha accolto Gustav Meyrink, Kafka, e l’arcimboldo di Rodolfo II  che è l’equivalente del “Green man Inglese”, rappresentazione umana con artifici vegetali. Stranamente il video che lo illustra e stato girato a Londra. Un mid tempo aerato ci porta ad immergersi nella cultura locale. Certe volte fatto di grandezze passate e di decadenza attuale, ma sempre affascinante. Il pezzo sa passare da momenti leggeri a intensità rock portate dalla chitarra.

Formicaio” sembra ricollegarsi con lo spirito del Disco nero. Al meno l’aspetto grezzo della registrazione risorge molto di più. La presenza di voci nei primi secondi del pezzo, ricollega al modo di fare che ci era piaciuto nel disco nero. I vocali di Florio sono un po’ più presenti nella parte alta dello spettro che aggiunge alla migliore definizione del suo testo. Il formicaio è il groviglio umano di un campo di battaglia, visto da l’alto o da lontano, da chi rischia poco: “Per noia o per ambizione, il capitano lo vuole. Per boria o per vana gloria, il generale lo impone”. Al secondo minuto il pezzo cambia di aspetto per creare un finale a ripetizione.

“20 orsi”  ricorda la storia di Luigi Fantoma sopranominato “Re di Genova” e ripulitore di animali di quota. A l’epoca non si calcolava la portata di certe “prese” sul patrimonio vivo di un territorio. Contava il palmares, il tabellone…. Si faceva in Africa! Eh! Perché no in Trentino???? Ratatatata, ratatatata… il pezzo comincia come una raffica, c’era solo il suo moschetto nel fine 1800.  I colpi ribaditi nel pezzo sono risentiti come colpi di grazia. Al giorno di oggi, ci mette davanti a danni irreparabili fatti al nostro mondo. Un prezzo da pagar ci sarà…

- Segnale, annuncia Jones, Nel 096, velocita zero, profondità 100.

- Non è il punto fisso intorno a quale questi due rilevamenti girano?

- Si!

- Secondo, giriamo anche noi, stessa profondità che nostri rilevamenti, mettiamo il doppler in funzione…

Capitolo 119

[…] 

- Doppler in funzione… siamo inseriti nel cerchio e giriamo alla stessa velocita dei due rilevamenti, Capitan. Rende conto il Secondo.

- Grazie, Secondo. Jenkins, portami i dati del Doppler quando arrivano. Jones, occhio a l’interferometro non vogliamo una collisione.

- Siamo a 120 gradi l’uno da l’altro, Capitan, sarà informato se cambia.

Sotto noi, quasi sul fondo, il disco d’Oro irradia, di un giallo prezioso, le profondità. I Dati risalgono, a misura che parliamo, dall’abisso. Noi, insospettati giriamo di concerto.

A Guardare i primi dati una cosa si distacca da queste 6 tracce: i cori sono molto più avanti e la combinazione vocale è gradevole. Le tastiere si distaccano anche meglio del insieme. Il basso rimane bello ruvido, e continua a tirare il resto della band, dietro di sé, sul disco d’oro. Sempre registrazione in presa diretta; lasciamo andare la registrazione, poi ci si sceglie fra i “ciak” quali saranno selezionati. Tutte le tracce sono leggermente più brillante nella loro registrazione.  Sempre con questi testi tagliati su misura, un po’ nello spirito dei “Plebei”, sia gioco di parola o gioco di senso, il verbo e scelto, e pesato con precisione. Bonus track; un Remix di “Thenia” porta a 7, le tracce disponibili su questo album.

- I dati arrivano! Cominciamo!

Quale strumento, altro che il basso, potesse aprire meglio l’album su “Bozzo”? Sembra che Sung delimita il suo territorio come ogni belva selvatica, lasciando una traccia profonda nel segnale inciso della canzone. Le tastiere lasciano un rumore di fondo, come ragnatele in quale impicciarsi. La chitarra disegna un’atmosfera ansiogena, descrivendo l’impronta lasciata in rilievo: “Risale a quando tu mi colpisti, male d'amore o semplice cisti?” Carmelo eccella in queste atmosfere, già da “Little finger” e i “sQuirties” e il suo stile… la sua dimensione. Stupenda combinazione di voci con Jacopo più in evidenza che mai, per concludere su un finale energico.

Qualche test di suono arruffato di chitarra aprono “Crocedomini” siamo partiti per un altro rock autostradale: “Stasera guido (perché) Guido non guida”. A dire la verità la stessa ricetta di combinazione vocale e stata utilizzata su Il chorus ed è un successo. Rialza completamente il ritornello e ritiene l’attenzione. Da 2.40 in poi il finale si scompone in varie fase e riprese, su sottofondo di ventaccio tempestivo a carattere sintetizzato. Non vedo traduzione per crocedomini…. A chiodo…. magari vuole dire “a chiodo” … Sicuramente a chiodo.

Molten universe” sembra essere una cover Dei “Kyuss” e uno strumentale che inizia con un paio di false partenze su un ritmo lento e pesante, poi prende spessore, si gonfia di volume, accoglie una batteria potente per chiudere su un’inchiodata che sembra del gusto di uno dei musicisti: “Perfetto…. Ah ah …

“Thenia” e un bel rock energico scritto di nascosto mentre il filosofo di turno Gabriele Anesi era in vacanza al mare… (Dai, mentre siamo da soli, facciamo qualcosa di gastrico…) Carmelo invade il fronte del palco, si sfoga, si spettina… mentre Florio fa maglia con le parole. Una specie di variazione su un tema: “Vieni a Tienanmen, tu che tieni a me, so che tenia me, la mia tenia, che è La tua thenia.” Questo gruppo a una profondità intrinseca. Una tenacità parassita. Sa tirarla lunga. Bravi.

“Scorie di fusione” marca il ritorno di vacanze di Gabriele il filosofo, che subito dopo avere fatto vedere la marca del costume da bagno, s’incarica di canalizzare le creazioni liriche del gruppo: storia di combinare al meglio l’analogia delle “scorie di fusione” del rame, sparse qua e là, da umani presenti sull’altopiano, dall’età del bronzo (età del rame??) e le “storie di effusione” Come se noi uomini moderni avessimo perso la capacità di certe alchimie fra noi. Il rock e bello compatto basato su un riff a spalle larghe, sostenuto da una batteria imponente. Il primo break arriva prima il secondo minuto per temporeggiare il volume degli strumenti su parole ripetute: “Son solo storie di effusione, realtà che supera illusione…” dopo 2.40 un lungo strumentale lascia il campo libero a Carmelo e suoi ruggiti di chitarra, fino alla sfumatura finale. Il mio pezzo preferito su l’album…

“El Boghele” si appoggia su un ritmo lento e pesante, tirato da una combinazione basso-chitarra per descrivere una processione inesorabile, e che varia poco allungo il brano. “Storpiato” sembra essere il senso della parola boghele, ma anche in dialetto può avere anche il senso di “gufo” o anche “uccello”

Ritornerò, Ritornerò Lo stesso, e sveglierò Il boghele che è in me...”  In questa latina di ferro, penso saggio tenere il mio addormentato….

“Thenia remix” è tutto sintetico e mi ricorda certi suoni utilizzati su le canzoni dei “Little finger”. Ritroviamo i trucchi vocali al sedicesimo e a l’ottavo di misura: “Pranza-A-a-A-aAaA!” su un beat giovanile-discoteca-di-sabato-sera. A dire la verità non saprei ballare su quel ritmo infernale, senza finire in ambulanza, nelle 10 minuti seguenti. “Come mai, proprio me?” Piange Florio di mezzo alla cattiva sorte. Lasciamolo spingere il parassita da l’unica uscita disponibile… Ma in fondo, come fare se sente in permanenza “che avanza” … boh!

E tempo di uscire dal maneggio, allarghiamo il cerchio della nostra rotazione fino a puntare diritto verso la base Nibraforbe. Lasciamo nella nostra scia tre produzioni che con buon gusto si distaccano dal branco. Rimasterizzate, sono disponibili, on line. Una domanda rimane…. Di che cosa sarà fatto il prossimo disco? Platino? Carbone? Corallo? Rame?

Capitolo 120

“Perceptions” CD1

C’è un Gran bel sole. Siamo ancora a navigare in superfice. In cima alla torre, un timoniere indaga l’orizzonte con i binocoli, mentre il Secondo e me, ci facciamo domande su l’andamento di questa missione:

- Ma, l’Ammiraglio Tosi sa bene che non siamo specializzati in quel settore, no?

- Credo che lo sa, dal tempo della nostra missione su Mezzopalo, Secondo…

- E come mai ci ritroviamo su quel dossier?

- Stanno cercando un comandante o due per delle unità underground, mi pare. Stanno a corto di mano d’opera. Poi sembra che questo rilevamento non sia del tutto metallico. Ci vuole un po’ di visione larga, da quello che ho visto sull’ordine di missione. Dai, nen a tuffarsi…

Premo il bottone dell’interfono, per annunciare di una voce determinata:

- Immersione!

 Ritroviamo il nostro centrale con il suo capo, Jenkins e Jones al Sonar.

- Jones, localizzami “Chaos Factory” grosso segnale. Dovrebbe anche esser molto forte.

- Aye, aye sir!

- Capo centrale, cosa diset?

- Allora la band e composta dal front man Francesco Vadori agli vocali e addominali, Luca Moser alla Chitarra, Mattia "HeadMatt" Carli alla chitarra solista, Diana Aprile alla batteria e in fine Fabio Sartori al Basso, hanno passato 5 anni su quel progetto. Questo e il loro primo album.

- E cominciano con un doppio concept??

- Eh sì! Capitan… credo proprio di sì… allora nelle collaborazioni c’è Luca Ward come narratore che si trova essere la voce di Neo in Matrix, Samuel L Jackson in Pulp fiction e un’altra marea di film, il coro “Piccole Colonne”, il pianista Enrico Gerola, Neexnova, non so chi è, ma produce musica elettronica. Il realizzatore di video Matteo Sabbadin. Ritroviamo Stefano Alloero di “Essequadro” il fotografo designer di Rovereto, che si è incaricato del design dei albums di HeadMatt, Brownie Chocolate Explosion, The Rumpled Folk Band, Spanner Head, Black Circus, I Matleys e Servan. E la modella Sergeant Ice.

- Ah sì… mi dice qualcosa… Essequadro… hmm… e la modella???

- Sergeant Ice…

- Fischia! Hai suo cellulare?

- No…

- Capo centrale, sei scarso…
- Eeeeeh beh... sì, dai! Registrazioni e missaggio di Marco Ober al “Artifact studio”, e Giovanni Versari La Maestà Studio per il master dell’album.

- Fermo…. Versari…. Non è che ha anche fatto il master di “Farfalle” dell’Opera di Amanda? Poi Artifact…. I Humus, I Nereis, I Pugaciov e Samsa Dilemma hanno registrato li, no?

- Eeeeeh beh... credo di sì… Devo nar a vedere… riaprire il dossier….

- Capo centrale, sei scarso… Poi, altro?

- Horizon e un 22 tracce cantato in Inglese e letto in Italiano, un concept album musicale-letterario in due parte, primo CD “Perceptions” e l’altro “Myths”, rinserra vari generi musicali, ed e interamente auto prodotto. Hanno un canale sul Tubo, e spotify.

- Non abbiamo accesso a “Spotify”, qua abbordo… Grazie Capo… Jones?

- Niente ancora, dobbiamo contornare un rilievo, fra meno di un minuto…

Qualcosa diventa un po’ ovvio dallo svago sul loro sito: Non vogliono destinarsi, come primo passo, alla scena regionale, mirano al Europa, o al mondo intero, e perché no? Le interviste dei membri sono in Inglese (anche approssimativo). Ci sono state spese fate per l’immagine del gruppo, la costruzione di un intero set per una serie di click, la qualità delle foto, il personale professionale impiegato ad ogni settore. Il sito stesso e agganciante, le foto sono incredibili, tutti dettagli sono curatissimi, il video impiega una marea di gente. Mi sembra che i “Chaos” sono seduti a una tavola di poker e i casi sono due: o hanno la mano piena, o tentano un colpo di bluff. Due soluzioni solo: O fanno bingo, o si ritrovano in mutande per strada. De mez non ci sta nessuno. Un successo medio potrebbe anche essere percepito come un risultato tiepido. Hanno lavorato sodo e a coperto, a preparare la totalità dell’opera e presentarla di un colpo al grande pubblico, ma la cosa non è più nelle loro mani: “Alea iacta est”. Credo che lo sguardo e ora girato verso il contatore delle vendite, le visioni sul tubo, le visite sul sito... Cinque anni per tutto o cinque anni per niente? L’album e spiegato traccia per traccia sul tubo, ma proveremo di starne lontano, per lasciare la nostra strumentazione guidarci, il nostro solo naso a determinare il cammino.

- Segnale! Interrompe Jones…  son dietro questa formazione rocciosa nel 331, distanza 14 miglia, rotta nel 011, velocita 08, profondità 050.

- Ferma propulsione, rimaniamo al riparo del rilievo, ci passeranno davanti… distanza minima?

- 12 miglia… annuncia il secondo

- Strumentazione in funzione. Cominciamo.

“Human Orogeny” è un generico, si apre il sipario su il doppio album, l’atmosfera e cinematografica. Entrano chitarre affilate e una voce d’opera, su percussioni esemplare. La traccia a le dimensioni architettoniche di un tempio di fantascienza. Un assolo spettinato prende posto dopo una spiaggia di calma.

Sembrano cori gregoriani rovesciati ad aprire “Crystalline”. Un arpeggio leggero ci porta verso un canto sovrano e un impressionante martellamento alla doppia pedaliera e l’attenzione si focalizza automaticamente sul lavoro di Diana. Sa legnare quando ci vuole, non è entrata nel gruppo solo per i suoi bei occhi.

“We believe” e una bella traccia metal orchestrata con i fiochi, tastiere in sostegno per un bel effetto di grandezza e di profondità. Il video purtroppo soffre di un sovraccarico di stereotipi, pause e altri gimmicks… Capisco che il realizzatore può anche chiedere ai membri della band di “metterla tutta” durante le riprese. Ma il risultato finale, al mio solo e unico parere, non rialza le composizioni musicali, ma le inzuppa in una teatralità non necessaria, un’enfasi disproporzionata che genera un’esaltazione che finisce per diventare leggermente comica. Dimezziamo la grinta, metten olio…

Sparatoria micidiale di Diana e Fabio su “Juggernaut is coming” la traccia la più grintosa del primo CD. Bel basso messo in avanti per un assolo, mentre le chitarre sputano ferro. Non c’è da dire il livello musicale del insieme è alto e i vocali sono intensi di qualità. C’è talento ad ogni livello.

Notevole tappa nel concept album, entra il primo racconto del disco. Mi sto solo chiedendo come sarà accolto il contrasto inglese per il canto e italiano per le letture, da un pubblico straniero. Non sarà un ostacolo al viaggio dell’uditore? Ci sono viole e violini ad edulcorare il fascino di questa voce di eccezione. Racconta di una coppia, da ogni parte di un burrone, che si riunisce saltando nel vuoto per l’ultimo abbraccio…

Voce di crooner e ritmi lenti per “Whispers in the dark” danno un’atmosfera di commedia musicale per i primi instanti della canzone. Il pezzo e un lento appassionato che recupera un po’ di muscoli all’arrivo delle chitarre, che sono tenute al secondo piano, dal loro volume. Da 2.40 in poi il pezzo decolla in orchestrazione imponente, che si sfuma in un finale calmo e vocale.

“Universal Flow” e uno strumentale a spalle larghe, su un tappetto di tastiere che disegnano il paesaggio in quale le chitarre evolvono. Break e colpi sincopati rialzano il tutto, ma e ancora Diana che porta dal fondo della scena, tutta l’attenzione nella sua direzione, sparando come un mitra alla doppia pedaliera per mezzo minuto. Rispetto.

La pioggia ricopre il primo minuto di “Horizon” la voce di Francesco riempie lo spazio “Oh my son, look at this night full of stars…”  il testo e solleno, anche se le “forme di vita” si estendono dagli alberi…. Alle pietre… Horizon e la traccia eponima dell’album e poteva anche servire da conducente per il resto dell’album. Il pezzo rinserra vari movimenti che passano dal calmo, al lirico, dal contemplativo, al potente per descrivere “la natura umana”.

“Come lacrime nella pioggia” e una referenza a “Blade Runner” e le coincidenze vogliono che Rutger Hauer, l’attore del famosissimo monologo venisse a sparire nel mese scorso. Musica classica e introspezione su la profondità del testo, che richiama la memoria delle immagini, che tornano in mente. Non puoi fare altro, è fatto appositamente.

Un bel assolo di chitarra apre “Running Wild” che porta il ritmo della corsa, nel martellamento della sessione ritmica. E del martellamento qua c’è n’e… ancora pause e cambi di ritmo, per non creare pezzi troppo lineari. Prima apparizione edificante delle “Piccole colonne” prima di uno sfogo metal con chitarre rabbiose, come partiture al seghetto alternativo a scintillare nell’acciaio puro.

Nuova referenza cinematografica??? “Sins of the lambs” e un pezzo lirico, cantato liricamente anche dal coro delle “Piccole colonne”. Verso 2.30 la band riprende il tema principale con l’intensità rock dovuta.

Siamo giunti a l’ultimo pezzo: “Polychrome glows”, che chiude il primo libro con spiagge di tastiere che si gonfiano di grande organo cerimonioso. Il sipario si è chiuso.

- Jones? Hai sempre il rilevamento del secondo CD?

- L’Interferometro non lo lascia un secondo, Capitan…

- L’ hai agganciato? Chiedo al mio operatore sonar preferito…

- Si sì, l’Interferometro non le ha molato un secondo, Capitan. Risponde Jones, il viso illuminato dallo strano verte dei riflessi dei suoi schermi.

- Bene. Jenkins, passami i dati dello spettrometro e dello scanner quando escono dalla stampante.

- Aye, aye sir. Siamo quasi alla fine del trattamento dati, Capitan!

Una bella fisarmonica di pagine perforate atterra sulla tavola delle carte, mi tuffo dentro… Mi fermo… Qualcosa non quadra.

- Dai! Chi fa gli scherzi???

C’è un silenzio interloquito nel centrale. Alla vista dello stupore su tutti visi intorno a me, inizio ad avere dubbi anche nella mia intervenzione.

- Jenkins, sei ti che fa il furbo???

- No, Capitan giuro…

- Jones, questi sono i dati del CD 2 giusto???

- Confermo, Capitan… CD2…

Capisco adesso perché la scelta si è portata sulla nostra unita per questo incarico, e mi ricordo la risposta fatta al secondo, in cima alla torre, dopo la lettura dell’ordine di missione “… non è del tutto metallico…”

- Ah… Si… Scusate… Non ero… Arhmm… ‘n somma…

L’evidenza e poca ovvia da scrivere nel rapporto di missione: Il secondo CD di “Horizon” e completamente diverso del primo, MA… continua a svolgere la storia del Concept album. I dati dello spettrometro lo confermano: un solo e unico suono di chitarra rock è presente su quel opus, il resto e un po’ fatto, come dire? “De n’altra legna”. E piuttosto curioso per una band “metal” … In tant’ nen da veder da quale legna questa seconda parte è fatta.

A dire la verità, al primo pezzo, mi viene a pensare alla mia vicina di casa; Sarah, che abita di fronte a me, al numero 30, Via Camp Lion, località Pangea. Io sono al 29. E un po’ esagerata come tipa, perché mette il suo povero impianto stereo a due soldi, sempre a chiodo, presto la mattina e mi rompe leggermente, quando ho voglia di dormire, fra due missioni. Io che sono un melomane, attrezzato quadrifonicamente ancora meglio del figlio del padrone della Chase Manathan. Sustra, fa di cognome, mia vicina. Magari lei, in fondo, non c’entra. Comunque, la voce di Francesco dimostra che potrebbe salire sul palco delle arene di Verona, in stagione estiva, magari non come testa di manifesto, ma senza al meno demeritare.

Un grande organo e violini introducono il nostro narratore su “Sento la morte nel sogno che viene”

La necessita del “altro(a)” nella vita viene descritta, anche davanti al trapasso, l’immateriale delle pure intensioni prendono la loro importanza al punto di diventare capitale. Tutti testi sono firmati Vadori e le musiche sono di “Chaos Factory” con varie collaborazioni su questo disco. Con Luca Moser in particolare che firma musiche e arrangiamenti essenziali.

“Drying her tears” e un legame musicale di corta durata ma di intenso fasto. E il crescendo di una marcia che prende quasi l’aspetto di una truppa innumerabile che avanza inesorabilmente e al passo. Per finire su uno scoppio conclusivo, che porta verso…

…Cosa???? “In the depths of the void” e un pezzo alieno. Pur fatto bene, con percussioni che si disperdono nell’eco, sequenze invitante al ballo, sonorità ampie, martellamento dei bassi e voci codificate che ti chiamano: “Enter the void” sul tono dell’ordine… Ci sono ovviamente spiagge di calma in quale una voce vocalizza. Un respiro, impreso di panico, traduce un senso di sconforto, la voglia di non fare il salto. Bella traccia, ma agghiacciante.

Il piano forte di Luca Moser descrive, a passo di funerale, il testo il più disturbante da tutto il disco: “L’ultima madre”, proiezione apocalittica della caduta dell’umanità come la conosciamo, attraverso un caos irrazionale, riportando a gala nostri istinti più bassi. Peste, cannibalismo, lutto, saccheggio… Una donna scappa della follia, per portare le speranze che porta in sé, lontano, al sicuro. Da lì, rinasce la speranza, poi la determinazione e una convinzione di andare avanti. La scoperta casuale di un tetto, provvede protezione dagli elementi, e crea un attimo di conforto.

“The doom of destiny” e un pezzo di musica classica molto corto, poco più di un minuto, un link verso un altro racconto.

Un feed back minerale ondula e strilla in un modo cristallino: “Nel profondo dell'universo” riassume la nostra reale posizione nell’universo; viaggio nella cosmologia, confortato dalla fisica quantistica. E sottolinea “l’inconsistenza di ogni retorica umana”.

“Blue Steams” e un tema che doveva, al mio gusto, essere sviluppato di più, tanto la sequenza porta un po’ di sollievo all’atmosfera ombrosa dei racconti. Ma e solo una verità fattuale a quale non possiamo sottrarsi.

Orologi cadenzano il tempo che passa, questo tempo diventato stranamente prezioso specialmente quando sono i tuoi ultimi momenti; “Al calar della luce” e l’ultimo racconto dell’album. Fiati tonitruanti e la prima e l’ultima chitarra metal di tutto il disco, disegnano di nuovo una grandezza sonora architettonica... Exit.

La tenda si chiude lentamente sul piano Forte di Enrico Gerola per un pezzo calmo e sereno con quale ricentrarsi dopo la mesa in orbita. “Chaos Variation XVIII” e un pezzo classico puro e posato. Il suono si sfuma e la registrazione continua fino a l’ultima vibrazione dello strumento.

Alla conclusione del doppio album, tutti musicisti dimostrano di avere capienze di scritture ben oltre il genere Metal, provano di potere attaccarsi a partiture anche classiche, di collaborare con musicisti di vari orizzonti e di sapere mettere le mani in pasta a veramente tutti livelli. Capel’ basso dal Capitan. Non si sa troppo cosa dire dopo questo ascolto, cosa dire dopo questa scommessa folle della band, davanti a questa audace, questo progetto monumentale…. Augurare magari a tutti membri della band, che quello che accadrà nell’anno che segue questa uscita, assomigliasse più al sogno che hanno avuto mentre costruivano l’opera, pezzi dopo pezzi, che alla realtà della vita europea di questi giorni. Basta richiudere gli occhi e premere play un'altra volta.