Capitolo 121

 

- Segnale!  Nel 93, rotta nel 231, distanza 09 miglia, velocita 10 nodi, profondità 045.

Jones mi tira fuori del mio torpore, mezzo assopito che ero nella poltrona del Centrale. Ero ancora a surfare il silenzio che seguiva “Horizon” dei Chaos Factory.  Buon… Jones e il migliore operatore sonar della flotta e sono contento di averlo abbordo. Preciso, ordinato, capace, volontario, costante ed esemplare. Non manca di qualità. Pero lì…. Disturba leggermente. Sto ancora a sottrare i due azimut di memoria, ancora confuso che sono, dal ricollegamento rapido alle mie funzioni di comandante.

- Eeeeh… siamo ancora fermi giusto?

- Si, Capitan! risponde il Secondo nella mia schiena.

- Dove puntiamo adesso?

- 153. La corrente ci porta progressivamente nel 180… mezzo grado per minuto. Afferma un timoniere.

- Perfetto! rimaniamo li, distanza minima?

- 5 miglia e mezzo, Capitan.

- Firma sonar?

- Indigo Devils, Capitan…

The Indigo Devils… Non c’era bisogno di tergiversare più allungo. I recordman di letture dei nostri rapporti di missioni, (1786) erano di nuovo nel fascio del nostro sonar. Il primo album, una raccolta di cover smantellate e ricostruite in un modo sorprendente, mi avevo già fatto reagire in quel modo, già a l’epoca, a l’annuncio delle loro prime composizioni: “La cosa potrebbe essere interessante. Va be che si può essere campione di tuning su maggiolino, la cosa si complica un po’ quando devi partire dal disegno del telaio, per potere mettere qualcosa sulla strada...” Erano giunti a quel punto, e per pura coincidenza… lo eravamo anche noi. Il Wyznoscaffo era silenzioso ed immobile fra due acque. E loro ci passavano sotto il naso, a 10 nodi, con un baccano dei mille diavoli abbordo la loro unita. Una festicciola permanente di quale, solo a l’orecchio, potevamo percepire i bassi.

- Capo centrale, vieni a raccontarci due o tre cose, prima che mettiamo tutto in moto.

- Niente cambi di line up per la band di Levico, sono sempre gli stessi. Edwin Degasperi; voce e basso, Riccardo Tosin; voce e chitarra, Andrea Arighi; voce e tastiere, Luca Boninsegna; voice e sassofono, Simone Rigon; sta zito e percuota pelli e piatti. E ritroviamo Trutz "Viking" Groth, Capitan! L’Ex chitarrista dei “Kim and the Cadillacs” che avevamo schedato già a l’epoca. Aveva scritto la canzone “Rock n’Roll Lullaby” la versione della quale e stata arrangiata sull’album “Devils in disguise” e ritroviamo la sua voce potente su “Little green girl” l’album e stato registrato per “Global label records Italy” con il supporto dello staff del festival Sanremo Rock. L’album e prodotto da Luca Valentini che firma qualche arrangiamento. "Stipiti" è il brano con cui la band ha vinto la 30esima edizione di Sanremo Rock e che li ha dato la possibilità di produrre alcuni singoli che fanno parte dell'EP; “Stipiti” e “Come i Supereroi”. Little green girl è stata scritta assieme a Trutz Groth, che si incarica dei vocali sulla registrazione. La voce femminile in “Little green girl” è il risultato della miscela tra la voce del chitarrista String (Riccardo Tosin), effetti digitali e la voce di Carolina Roat.

- Raccogliamo dati! Strumentazione in moto… Cominciamo!

Le prime sonorità che arrivano dal EP non sembrano riflettere un’atmosfera Rockabilly, né incollare perfettamente con i “teddies” che la band porta sul palco scenico… Vediamo che cos’è… “Intro” …  1.09 solo… Ecco! Questa nappa di tastiere spaziali annuncia “Little green girl” quella traccia evento, soggetto della maglietta ufficiale rappresentando un disco volante, con il ritornello della canzone come moto. Aggiungiamo la voce ruspa del Viking e abbiamo un hit potenziale. Qualcosa da proporre come single dell’anno al Trentin Music Award 2019. Il pezzo si appoggia su un tempo che invita a fare girare la vostra partner sulla pista da ballo. Un sassofono onnipresente soleva l’atmosfera, con un tocco di gioia, che incolla alla festa sonora che esce dal Decoder Audio del bordo.  Centrale conquistato di un colpo.

C’è un’atmosfera adolescente, tipo “American pie”, “The outsiders”, “Il tempo delle mele” per “Come i supereroi” primo single del EP già uscito nel febbraio 2018.  Ovviamente c’è quella ragazza a scuola che esce con un figlio di papa e abbiamo da aspettare tutte le 3.08 per sapere come andrà a finire. Hmmm… Versione moderna con accessori sconosciuti dalla mia generazione come whatsap, instagram e I phone.  Bel ritmo e riprese consistente, spinte dalla batteria e basso. Le tastiere punteggiano i versi alla moda Jerry Lee Lewis. Il video e divertente e comporta tantissime scene spontanee risultante della confrontazione diretta con passanti. Mi ricorda un po’ “Trento” dei Nibraforbe…

Ci si balla ancora più forte, a far girare le gonne su “Stipiti”, il testo cantato alternativamente a due o tre voci, porta le teste dei timonieri e operatori strumentazione, a dondolare da destra a sinistra sul tempo. C’è ancora questa atmosfera festiva abbordo. Il personale spensierato e preso dal ritmo… Cosa faccio?? Rimango rigido-comandante o mi lascio andare a canticchiare; “Idee senza limiti, guardo questi stipiti di porta e mi chiedo che accadrà, a metà tra mondo e sogno, sono perso e mi vergogno, ma ti penso e dormo su un baobab” a dire la verità senza allenamento e un po’ difficile di cantarla giusta. La voglia di riprovare finché viene bene, è forte. Mettiamo lode senza discutere, la gioia non ha prezzo.

C’è un po’ più potenza e determinazione, o al meno un attacco più forte su la partitura di “The girl next door” la traccia e un po’ più “mordente” e cantata in Inglese. Tutti colpi classici del Rockabilly sono utilizzati qua: dall’assolo di chitarra, assolo si piano forte, e poi di sassofono, stacchi. Poi quel doppio colpo di rullante sul ritmo, colora più che bene l’insieme.  Ancora un bel colpo. Se questo EP e uscito per tastar la temperatura, prima di buttarsi a scrivere per il primo album 8/9 tracce, posso confermare che possono attaccarsi alla composizione anche da adesso. Occhio all’Inglese pero… meglio sottomettere il testo a veri Inglesi presenti in zona o insegnanti nella lingua, che rendersi conto dei sbaglietti (senza conseguenze, rassicuratevi) una volta incisi… Spero che Boris Johnson sarà disponibile fra poco e in chiesta di asilo politico in Trentino, dopo il macello che prepara per il Brexit. Posso raccogliere proposte qua, prima di trasmettere all’interessato.

- Secondo? Li lascio il Centrale, torniamo alla base Nibraforbe.

Prima di uscire verso lo stretto corridoio, mi giro per puntare l’indice verso Jones, al sonar:

- Jones, dai… Non fare troppo zelo…. OK?

Capitolo 122

[…] seguito recensione Indigo Devils

- Erhmmm…. Mi dispiace capitan… Esita Jones, seduto dietro la sua consola.

Questa parola mi statuisce nella mia posizione, nello stretto corridoio, fra il Centrale e la mia cabina.

- Sembra che Perina non sia stato l’unico album che abbiamo mancato nel 2018, Capitan…

- Non dirmi… Jones…. Non dirmi…

- Abbiamo un segnale nel 320, rotta nel 81, velocita 11 nodi, profondità 020. La firma sonar e quella dei Killbilly’sun album, 10 tracce, sfornato nel maggio 2018… “Nasty n’ loud”

Mi sembrava strano che questa band, che abbiamo nell’archivio da un pezzot’, non avesse fatto un album ancora… fanno tante cover, ne ho viste tante sul tubo. Credo sia quello che ci ha ingannato.

- Maggio 2018… Proseguo pensieroso… Eravamo incollati sul fondo nel periodo Rebel Ruts, The Rumpled, Hi\fi Gloom… c’eran segnali dappertutto… Capo centrale, mi chieda un file a l’Intel sulla rete flash!

Nei 10 minuti seguenti, il Capo centrale batte metodicamente il gommino della sua matita gialla, sulle foglie del suo blocco:

- Allora, abbiamo nella line up attuale; Raffaella Cordelli alla Voce, Mattia Scarabottolo al contrabasso, Stefano Mosna, che era nei “Five Seasons” e che suona con Mattia in Point Nemo (ex-Howling Pussy Experience) alla chitarra, poi in fine Anthony Dantone dettoVender alla batteria che sostituisce Mattia Benuzzi dal 2017... Notare che ci sono altri Killbillys ma che non c’entrano niente con loro. Il cantante e un maschio e hanno fatto solo un EP chiamato “Tornado trailor park”. “Nasty n’ loud” e stato registrato allo Studio Sottoilmare di Povegliano Veronese e al Dingo Studio di Martignano. Missato and masterizzato da Christian Postal al Dingo Studio. Vuole un estratto dal file del Intel?

- Spari…

- Ahrhmm… “The Killbilly’s è un progetto che nasce nel 2016 con lo scopo di non essere la "solita" rockabilly band. Sono evidenti i richiami al neo rockabilly degli Stray Cats, ma altrettanto lo sono le contaminazioni ed influenze Hard Blues, Surf, Psyco e Garage/Punk. Il punto di forza della band è da subito un Live ad alto contenuto adrenalinico e dall’attitudine sfacciatamente Rock. Con il cambio di line up, sound della band subisce un'ulteriore evoluzione, allontanandosi ancora di più dai canoni del genere. Il risultato è il primo lavoro in studio della band, vede la luce nel Maggio del 2018 ed è una vera e propria dichiarazione di intenti. Dieci pezzi originali che sondano tutte le influenze musicali dei quattro musicisti e una cover dei Queens of The Stone Age. Dal disco sono stati estratti tre singoli, per cui sono stati realizzati tre videoclip; in ordine di uscita: Beautiful Boy, Booty Mama e Baby I Miss You.

- I tre “B” insomma. Interrompo…

- (…) Beautiful, Booty, Baby ah! Si è vero!  Proseguo: “Sono spesso in giro a suonare; dai concerti in alta quota del Rock the Dolomites e Panorama Music, ai palchi del “Hot Wheels Festival”, Viva Las Vegas Night, Pullman City Bayern, Volks and Roll, Muso Festival e moltissimi altri. Con molta probabilità il 2020 vedrà l'uscita di un secondo lavoro in studio.

- Ah sì! poi c’è anche Mattia “lo snodato” che fa figure acrobatiche con il suo strumento. Il Live e anche da vedere come da sentire no?

- Direi, risponde il Capo centrale…

- Doppler, scanner, spettrometro, decoder audio sul rilevamento, cominciamo!

L’album e un po’ lontano dal tradizionale Rockabilly, nonostante le cover di una montagna di classici suonati durante certi dei loro live. La base c’è, pero! Come un’atmosfera alla “Pulp fiction” ma sotto amfetamina. Il contra basso prende una parte determinante nella fondazione dei brani, la grinta e aggiunta con una batteria muscolosa, suoni di chitarre con le spalle quadrate e una pantera nera, col collare di brillantini, scappata dall’attenzione del padrone, che viene tutti denti e artigli fuori, invadere il fronte del palco: ROAR! (Aaaaaah siiii! Graffiami tutto!)

“Mexican stand off” descrive durante suoi corti 1.51 questa atmosfera, come une strumentale introduttivo lo deve fare. Il tono è dato, il volume è alto, tutto nel movimento dell’anca:

“Close the way” ti prende subito. Sbam! Raffaella determina la sua presenza con una voce eccezionale e tagliata su misura per questo tipo di suono. E il tutto e molto più potente e lacerante che qualsiasi “Stray cats” … E groovy, come del buon Brian Setzer, ma con una sovra dose di vitamine. E questo e anche reso moooooolto bene dalla registrazione che mette in evidenza la potenza dei tre strumenti. Bassi tutti avanti per creare profondità e il contrabasso che “tatum-tatum-tatum-tatum” tutto allungo. Bestia!

Beautiful boy” continua nella stessa vena.  Questo monumento vocale e messo in evidenza da un brillante video di Matteo Scotton, sia divertente, che tagliato e montato più che bene. Condivido clamorosamente il messaggio dell’esercizio di tiro su figure del Xtractor, questa alienazione culturale delle masse è un sottile guinzaglio, che non ti porta mai dove vuoi tu! Poi, a dire la verità, meglio assoli e riffs di chitarra alla Killbilly’s, che trucchi plastificati di studio… I veri rock n’ rollers suonano una Gretch; Cassa… mezza cassa… a scelta.

“Free ride” gradisce di due partiture di chitarre e anche di due modi di trattare i vocali. La prima voce canta i versi e sembra decisa ma relativamente posata, l’altra nei “backing vocals” punteggia grassamente, con vanito e potenza rauca, ogni verso: “Whaaat?” “Whyyy?” “Wheeere?”  Questa la traccia che strappa di più dell’album, un invito al movimento, tutto sotto la cintura, benedizione inclusa. Un punto alto dell’album.

Atmosfera Cotton club, Charleston, porta sigarette per fumivorare delle king size. “Booty mama” e uno hit clamoroso, un single scelto per portare questo album rovente, su un altro video di Matteo Scotton che illustra perfettamente l’atmosfera, il ritmo, l’alcool, il fumo delle sigarette, la sparatoria e un finale esilarante che vi lascio scoprire da soli. Un candidato per il video dell’anno al TMA 2019. Un altro rock da ballare, fino a cadere per terra, senza fiato.

L’ombra dei “Shadows” plana su “Pulp Fiction” uno strumentale che include la quasi totalità dei riffs galoppati batteria-chitarra, vibrato che fa piangere gli accordi, tutti trucchi del mestiere son lì dentro, facendo quasi diventare questo pezzo originale, un classico… La batteria di Antony “il metallaro” e francamente messa avanti per aprire la strada al contrabasso e la chitarra.

Un suono di chitarra più angoloso introduce “Baby I miss you” terzo single estratto dall’album, e video di Leonardo Kurtz filmato nel loro ambiente naturale e pubblicato proprio adesso.  Cosa dire? Scintille dappertutto, voce accattivante, potenza a tutti piani, swing che se ne vuoi, ce n’è… Più rock n’Roll di questo, non può più respirare. Lode e dieci.

Velocita quintuplicata per “Overdrive” che porta bene il suo nome. Pezzo esagerato di velocita e di precisa esecuzione. Un pezzo un po’ pericoloso dal vivo, al mio parere, ma registrato con i fiochi. Un pezzo tutto sulla rullante, in quale, preghi che non ti arriva il crampo al polpaccio, né al braccio, se no mandi tutto a monte.

Dopo di che, “Night lover” potrebbe scendere VERAMENTE giù di giri, per darci un momentino di calma, perché qua giù, abbiamo il fiatone. Dai, per favore… C’è “Lover” nel titolo… dovrebbe essere mid-tempo, no? Qualcosa di calmo… baci, baci, romantico, fiori… Invece no.  I Killbilly’s hanno montato una punta diamante sul trapano, sono in modo “martello” e intendono smettere una volta che son passati attraverso del tutto. C’è un po’ di AC/DC in questa sberla sonora. E sempre Raffaella che trona, imperiale in cima al branco.

E cosa ci riservano per il pezzo originale e finale? Un lento? Naaa… La traccia eponima “Nasty n’ Loud” corrisponde a l’intensità sfornato fino li. Non c’è tregua. Tranne che siamo già in ginocchio da queste parte, ci mettiamo nella pelle dell’udienza a loro apparizioni sceniche, sudati e con il fiatone, pero con un sorriso da un’orecchia a l’altra. Bella apparizione finale di un coro maschile per sostenere il finale dopo un assolo di chitarra con i fiocchi.

Non so come sono riusciti ad aggiungere una dosa superiore di grinta all’hit dei Queens of the stone age “No one knows”. Magari colpa della presenza vocale molto più arruffata e la sparatoria batteristica esagerata, registrata perfettamente e bilanciata al mezzo pelo. Uguale a Dave Grohl, niente male. Una cover come Nettuno in persona comanda!

Mancano parole giuste per descrivere la combinazione estravagante di questi 4 musicisti con talento da rivendere. Questa band assomiglia a una congiunzione planetaria, una miscela d’eccezione, una chimica unica. L’intensità sprigionata e diabolica, con un retro gusto di “tornaci”, il ritmo ti prende e non ti lascia più. Che gruppo! Che album!

In fine sembra che 2018 sia stato un anno ricco di pubblicazioni e mi sto chiedendo accanto a quanti altri album importanti siamo passati? Avrei voglia di rivedere un po’ il sole e tornare alla base Nibraforbe. Non ho ancora dato l’ordine al Secondo di tornare verso casa, che Jones, che secondo me ha la capacita di leggermi nei pensieri, annuncia leggermente imbarazzato:

- Eeeeeeeh, Capitan… Credo di avere un nuovo segnale e una nuova firma sonar…

Capitolo 123

 

[…] seguito recensione The Killbilly’s

Miei occhi si chiudono, talmente mi mancano le parole… Solo Jones lo può vedere, perché son girato verso lui, ispiro profondamente, dimostrando di avere raggiunto la calma, essendo passato su l’orlo dello scoppio. Dietro di me, il telex della rete flash sta facendo una raffica incredibile di andate e ritorno sulla carta perforata. Sono incastrato, lo so… Non ho bisogno di guardare… Il Capo centrale sta strappando pezzi, leggendo i fogli, organizzando il suo reso conto, fischiettando con leggerezza e disinvoltura in cima a questo. Riapro gli occhi per vedere Jones più verde che i riflessi dei suoi schermi sulla sua faccia. Sempre dietro di me, Jenkins mette strumentazione in moto, sento i rumori degli interruttori e sicuramente ha già calzato sue cuffie. Il secondo sta aspettando un ordine, lo vedo con la coda dell’occhio, impaziente e pronto a scattare… Sono circondato da un equipaggio più volontario di me, perché ho semplicemente voglia di rivedere il sole, alla terrazza del mio bar preferito. Sorrido come se non fosse successo niente:

- Dimmi tutto Jones…

- Nuova firma sonar “Cannibali Commestibili” stanno risalendo dalla profondità 183, 10 metri al minuto. Sono nel 90, rotta nel 220, velocita 12 nodi, distanza 30 miglia.

- Siamo ancora fermi, no? Dove puntiamo adesso? c’è ancora corrente? Chiedo per sicurezza.

- Propulsione 0, puntiamo al 200, fissi da 10 minuti, corrente nulla. Risponde il timoniere di direzione.

- Distanza minima? Chiedo in giro.

- 21 miglia... risponde il Secondo.

- Jenkins se metti su un'altra volta la strumentazione prima del mio ordine, ti butto agli ferri. Capo centrale cos’hai? Rapporto?

- Quindi abbiamo; Daniel Nardon: Chitarra, proveniente dagli “Poor Works”, Paolo Tiago Murari: Basso suonava la chitarra in “Curly frog and the blues bringers”, poi Maurizio Togni che appare per la prima volta nell’archivio…

- Fammi una richiesta di scheda a l’Intel, sulla rete Flash.

- Sicuramente, Capitan. Non mi sembra novello, né al canto, né alla batteria.

- Passami la coperti… whaaaaaaa…Uhuuu… ustia!! Per le trippe di Richard Dawkins! Cos’è sta roba???

- E la copertina dell’album realizzata da Luca Solo Macello. Tira l’occhio vero?

- Beh, al Daniel li hanno strappato il cuore, tiene la gamba di Maurizio, che è stata anche strappata, lui tiene un pugnale da far paura, Turo filma il tutto e li manca un braccio, con quale a magari strappato il cuore di Daniel… è un bagno di sangue! Poi esce un Venerdì 13, per l’augurio non c’è meglio!

- Beh! a me, piace… Poi, l’album e stato registrato e Mixato Da Fabio Sforza al No Logo Studio Di Laives in provincia di Bolzano, Masterizzato da Justin Perkins al Mysteryroom di Milwaukee negli stati uniti. Licenziato da Overdub Recordings e distribuito da Code7/Plastic Head. La release è stata anticipata nelle scorse settimane dalla pubblicazione di due singoli: “Gordon Pym” e “Pioggi Acida”. In Tant’ che arriva la risposta del Intel vuole che li lego il rapporto?

- Spari…

- Arhemmm… I Cannibali Commestibilisono un trio alternative rock Trentino concepito una notte di molti anni fa, in un bosco, attorno ad una lamiera arrugginita sopra la quale stava cuocendo del maiale. Quella notte attorno al fuoco Turo (basso), Daniel (chitarra) e Maurizio (batteria e voce), circondati dagli alberi e dall’odore di grasso che cola, si scambiano la promessa che un giorno avrebbero suonato assieme. L’occasione si presenta dieci anni più tardi quando, in preda ai fumi delle grappe, i tre vedono per la prima volta il documentario “Cannibals in the jungle”. Quella visione turba profondamente il loro equilibrio psicologico, e anche se in un secondo momento il trio scopre che il documentario era in realtà un falso ormai era già troppo tardi, la loro natura cannibale era stata risvegliata e urlava a gran voce la sua fame. Generati da quelle urla in una notte d’Autunno, i Cannibali Commestibili vedono così finalmente la luce e lanciano il loro primo roboante vagito! È qui che rivelano la loro vera natura cannibale, stoner, ruvida, che dà vita ad un muro di suono ed una marea ritmica pronta ad investirvi al primo ascolto.

- Abbiamo una spiegazione per la copertina… concludo.

- Ho la risposta per Maurizio: ha già suonato con Daniel, tanti anni fa, erano in una vecchia formazione chiamata “Radio Aut” insieme a Donny dei “Congegno” e Seba dei “Kepsah” e “Kuru”. E poi il suo Fratello Luca e anche il Batterista cantante degli “Crinemia”…

- Ah ecco! Dovremo già avere dati dello scanner, spettrometro e del doppler, Eh Jenkins???

I primi dati che ci arrivano confermano un album rock, ruvido, alle spalle larghe. Si distingue un basso grezzo al suono bellicoso, riffs di chitarra angolosi ed aggancianti, una batteria che sa creare spazi inaspettati e soprattutto una voce accattivante, un timbro tagliato su misura per il suono generato dagli tre talenti. Spettina…

Questo power trio non poteva fare altro che iniziare l’album con “Gordon Pym” ovvero Arthur Gordon Pym di Nantucket, isoletta di pescatori del Massachusetts che, salito su un baleniere come passeggero clandestino, viene a confronto di un ammutinamento, una tempesta, una nave severamente danneggiata e conseguentemente al cannibalismo. Ci siamo. E colpa di Edgar Poe. Il rock sprigionato dagli tre e potente e preciso.  Il suono della chitarra e grasso di compressore e distorsione. Bella performance attraverso tutto l’opus di Maurizio al canto, che trova qui, una cadenza accattivante per salmodiare il testo. Che voce, che tonno! La registrazione mette in evidenza l’aspetto ruvido di questo rock grezzo di forma. Finale ossessivo per un’inchiodata conclusiva.

Ritrovo un po’ degli “Crinemia” dentro “Goditi il silenzio” in tanto, credo che hanno suonato la stessa serata all’Arsenale durante l’anno. Due concerti, 1 batteria… Omogeneità in questi casi c’è! Prima nella chitarra che apre da sola il pezzo, poi nella cadenza del canto, poi nel break dopo “Goditi il silenzio” Ah ah ah! goduto! Grazie! È stato bellissimo, lo rifaremo al più presto possibile! Ponte musicale ripetutamente ossessivo e martellato per svelare un finale sollevato da un basso esperto.

“Qualche corpo” si veste di un ritmo più pesante e ci immerge nell’hard blues, come in una vasca calda, schiuma leggera inclusa. Ci sta bene, è la traccia la più lunga dell’album insieme a “Pioggia acida” con 5.29, e ci piace trottolare nel caldo un bel po’. Ancora una bella voce piena, che prende immediatamente il fronte del palco. Potente ritornello, cantato al massimo della capacita vocale di Maurizio, senza mai entrare nel rosso. 2.54 un ponte musicale leggero allieva la canzone per un istante. Bello finale segnalato a tutti strumenti da una bella raffica di rullante.

“L.A.” arriva da molto lontano e riempie lo spazio lentamente e progressivamente. Il pezzo si arruffa subito dopo il primo verso. Un basso, metodico, taglia un passaggio nella massa sonora. La chitarra distorta si mimetizza con lo sfondo. E una jungla densa. E sempre questa voce ipnotizzante. L.A. riflesso alcolico….

Pioggia acida” gradisce di un brogliaccio introduttivo all’odore di Mississippi. Bottleneck e slittate allungo il manico della chitarra. Il tempo è lento e in cima a tutto anatomicamente dettagliato, quasi da dare il tempo al Capo Centrale di notare la progressione degli accordi e gli silenzi del sincopato. La lingua tirata sul lato della bocca in segno di concentrazione applicata. Visto dalla poltrona del centrale e uno spettacolo…

“Nylon” e un pezzo un po’ più muscoloso, più ansiogeno, quasi contaminante. “Irradia le vene, veleno ossigeno” l’atmosfera descritta, dettaglia quasi la presenza cosciente di un coma o il declino della presenza mentale, sotto il dominio di un allucinogeno potente: “Sento solo il mio respiro, spento sotto sedativo” …

Sembrano rumori sintetici ad introdurre “Ingranaggio fragile” ma sono solo effetti di chitarra. Il pezzo e altamente melodico e ancora una volta tirato tutto dal basso. Il canto si campa in una metrica regolare che consolida i versi di una solidità immutabile. Questi tre si sono veramente lasciati su questo pezzo. La mia traccia preferita su l’album. Pezzone, punto e basta.

Quasi per farmi ripensare alla mia scelta, “Dr.Darrow” spunta fuori dagli dati dello scanner. Ancora un introduzione uppercut con un basso in figura di prua. Poi ci sono ancora tutti questi riffs di chitarra e basso che distinguono ogni traccia di questo album. 2.05 un ponte musicale sfreccia a velocita raddoppiata per lasciare il basso sfogarsi allungo tutto il suo manico. Ritroviamo, quasi come una firma, un finale ripetuto con ostinazione, pero questo si distacca degli altri con un bello sforzo vocale. Monumentale.

“Luna in cenere” e l’ultimo mattone di questo album per maschi. Un mid tempo punteggiato di doppiette di chitarre rabbiose sul ritornello. Strano suono nell’assolo di chitarra generato da un vibe. Sicuramente in omaggio a Lips degli “Anvil”. Ancora una traccia che suda rock da tutti pori.

I Cannibali possono vantarsi di essere, alta la mano, la sensazione rock dell’anno, con questo album che esce di loro, come un alieno dopo il periodo di incubazione. Quasi per dare lo stesso risultato che la copertina. Notevole voce e un canto che va cercare la sua sostanza, nel suono sprigionato dalle corde. I testi sono lontano di essere stupidi, senza diventare ermetici di messaggi nascosti. Sono semplicemente tagliati bene. Una vera sensazione rock come Nettuno comanda. Un album indispensabile; “A must have”. Siete autorizzati a passare accanto oggi, ma vostri amici vi rideranno scherzosamente in faccia fra qualche anno. Succede adesso, ci stai o no. Non piangere quando il treno sarà passato. Mi sembra che “Cannibali Commestibili” ha la statura di un disco dell’anno, ne devo parlare a l’ammiraglio Tosi…

Prima che do l’ordine al Secondo di riportarci verso la base Nibraforbe, Jones non manca di tagliarmi il fiato:

- Non è che vorrei insistere… Ma Eeeeeeh…. Diciamo… In somma… Non lo faccio apposta ma… Mi dispiace tantissimo, Capitan ma… Credo che siamo passati acanto un altro album, in marzo di quest’anno questa volta…

Capitolo 124

[…] seguito recensione Cannibali commestibili

- E come mai lo scopriamo solo adesso??? Chiedo, avendo in vista un’altra settimana in più abbordo.

- C’è Daniel Nardon nelle due formazioni… argomenta Jones, leggermente confuso. Eravamo sugli Crinemia a l’epoca dell’uscita di “All in”: Cannibali… Crinemia… Poor works… Ci sono connessioni fra tutti tre i gruppi… ha fatto schermo…

Non è che, stavolta, sono arrabbiato con Jones, perché poveraccio, fa il suo lavoro, e lo fa bene. Ma sono un po’ imbarazzato del risultato della pressione che li ho messo, di essere in pressione insieme a lui, dentro questa conchiglia di ferro e la mia voglia di uscirne. Lo guardo con compassione, perché e diventato tutto rosso, e che con i riflessi verdi dei monitori sul suo viso, lo vedo un po’ MARRONE!

- Respiri Jones, torniamo alla base dopo questo… non preoccuparti! Capo Centrale! mi manda una richiesta di dossier su questa uscita, via la rete flash.

- Aye, aye sir!

I “Poor works” non sono sconosciuti qua, abbordo. Avevamo raccolto una copia fisica di “Colours of us” nel 2015 a l’epoca dove negozi di dischi indipendenti esistevano ancora a Trento citta. Oggi, ne rimane solo uno a Rovereto. Oggi, il deserto culturale si è ridotto ancora di più, dal filtro spietato delle grandi superficie e dalle multe e intervenzioni di polizia durante concerti di musica live… I “Poor works”, rimanendo abbastanza discreti, sono gli autori di “3minutes”. Hanno creato “Poor TV”. Al capitolo video hanno proposto il notevole “Il volo” nel 2015. E si sono aggiudicati il premio del miglior video 2018 con “Intrecciando nodi” un altro capolavoro di Joe Barba. Video apparso a l’ultimo momento, a qualche giorno della chiusura dei voti aveva scombussolato la giuria. Notati i due attori Tiziano Lonardi e Sabrina Campagna che portano con intensità la rappresentazione del testo. Poi, punto comune da Cannibali a Poor works: Daniel Nardon, il chitarrista.

La sua presenza nelle due formazioni e piuttosto sorprendente; nei Cannibali, Daniel si tuffa corpo e anima nel lato oscuro del Rock, per il più grande piacere di tutti: salta a piedi giunti sulla pedaliera, gran manovella su accordi maggiori, amplificatore con volume a chiodo, occhi bianchi, smorfia pre-orgasmica, lingua malignamente tirata, scrollata di testa sul ritmo, assoli in ginocchio sul palco, ma anche in sala prove. Nei “Poor works” e veramente saggio, consensuale, educato, gentile, pulito, docciato di recente, alito freschissimo, leggermente profumato, ascella purificata, mutande stirate, biro quattro colori, pettinato bene, prima fila, attento.

Un esempio.

I “Poor works” sono sicuramente il gruppo il più consensuale del Trentino. Gli unici con i “Glockensthurm” ad avere una DIVISA (Colours of us) per le apparizioni pubbliche. Piacciono alle ragazze, le loro madre, loro nonne, e visto che le bisnonne son trendy al giorno d’oggi, piacciono anche a loro. Vedo la scena da qui:

- Mammina cara, potrei avere Il CD dei “Poor works” per Natale?

- Ma certamente, stellina mia… visto che hai avuto un 10 e lode in geografia.

- E quello dei Cannibali Commestibili???

- ???……………………………………………………. Chiedi a tuo PADRE!

C’è qualcosa di più profondo pero. Qualcosa che tocca la sensibilità di certi di noi. Qualcosa espresso, stranamente, con questa collaborazione costante con Joe barba, per illustrare le loro più belle canzoni.

Un modo di esprimere sentimenti ed esaltare una combinazione testi/immagini per fare che una traccia, che al primo ascolto potrebbe rimanere banale, ti lascia a bocca aperta davanti al tuo schermo preferito. Io, lo so… Corde sensibili, n’e possiedo un bordello! Poi i “Poor works” sono piuttosto pop classico e non parlano di soggetti troppo sensibili. Sono freschi, festivi, gioiosi, e poco complicati, poi cantano tutti. Ma veramente tutti, e questo e raro. Il Capo centrale arriva con il suo blocchetto e sua matita gialla:

- Allora la band si compone di Nicola Toniolli: voce e management, Daniel Nardon: chitarra e voci, Daniel Calovi: chitarra e voci, Mauro Tomedi: basso e voci, Patrick Calovi: tastiere e voci, Christian Nicolini: batteria e voci. Sì formano nel 2008 come “british cover band”, girando il territorio con un repertorio di cover degli Beatles, Coldplay, Rolling Stones, Queen, Who e anche Oasis. Dopo i primi anni saturi di concerti, in 2013 pubblicano “Colours of us”, il loro primo album di inediti, tutto in inglese, con una cover riarrangiata di “500 miles” dei “Proclaimers”. Due altri singoli sono estratti da l’album, “3 Minutes” e “Morning Light”, che trovano successo sulle principali radio locali. Hanno una costante attività live e iniziano a lavorare con Valerio De Paola …

- Fermo! Non è stato schedato a l’epoca dell’album di Mirko Pedrotti Quintet??

- Si! Ha mixato l’album “Durch” e fatto qualche parte di trombone e co-scritto una “suite” … E un musicista e arrangiatore professionista, con lui hanno prodotto il single “In volo”, pubblicato in 2015, con video di Joe Barba e che vale agli “Poor works” la vittoria alle selezioni regionali di Arezzo Wave. Nel 2016 esce “Strade” come single, che ritroviamo come ultima traccia di questo nuovo album. “All In”, un album cantato tutto in Italiano, rimangono comunque inserti di inglese sparsi nel testo.

L’album e stato prodotto da Fidel castro… No! Scusate… Filadelfo Castro … (avevo letto in diagonale). Gli arrangiamenti per “Sunday forever”, “All in”, “Purché tu sia” e “Intrecciando nodi” son stati firmati Poor works e Filadelfo Castro. Tutto il resto: arrangiamenti di Poor works e Valerio de Paola. Tutte le canzoni sono scritte da i “Poor works” tranne “Purché tu ci sia” il testo della quale e di Maurizio Carpi. L’album e registrato fra due studi: Beat factory e Stripe studio. Le batterie di “Sunday forever, “Purché tu ci sia”, “Sogni di vittoria” e “Strade” sono state registrate da Diego Corradin. Credo sia tutto.

- Buono! Jenkins … Doppler, decoder audio, scanner e spettrometro per favore. Cominciamo!

Qualcosa è sicuro pero, la percezione dei dati nei primi ascolti e molto diversa dal coinvolgimento operato sull’ascoltatore dopo 20 o 30 ascolti, l’album si bonifica ad ogni giro, fino a percepire le diverse faccette delle composizioni. Da buon Capitano, consiglio l’immersione completa nell’opera.

 “Sunday forever” con il suo video di cosce leggere in liberta, apre gentilmente l’opus. E un pezzo fresco, frizzante, leggero, estivo. Il ritornello e armonicamente equilibrato: “Lasciami cantare il mondo ancora un po’… giovani senza fermare il tempo…” mentre la tastiera punteggia piccole frasi con un suono flauto di pan. 

Spengono le luci” è una traccia più corposa, con sua introduzione più decisa e volontaria. Il brano si appoggia ad una sequenza di tastiera e dei cori di tutta la band. Una batteria al tono più Rock mena il ballo. Questo pezzo si presenta con un po’ più di rilievo e di spessore che la traccia precedente. Poi un altro video da sballo firmato Joe Barba finisce di dare a “Spengono le luci” un posto giusto nelle nostre memorie. Grande ritorno di Sabrina Campagna e Tiziano Lonardi nei ruoli nodi del clip.

“Cambiamenti” e un lento vaporoso e costruito bene intorno a una base fatta di tastiere rialzate di “Oh!” che si perdono nell’eco. Il ritornello decolla con tutti strumenti a disposizione: “Scappi nella mente, scapi verso niente” … la voce di Nicola trova risorse alte per sollevare l’ultima meta del secondo verso. Poi tutti a spingere per il finale, tutti a cantare. Che gradevole sorpresa! Che pezzo!

“All in” si gonfia di voglia di far ballare un’udienza intera e riportare un po’ di beat allegro per definire la nostra posizione e attitudine sugli social networks. “All in”, tutti dentro questo mondo digitale “a giudicare ogni passo che si fa […] dietro immagini cerchiamo milioni di “like” … Quindi prigione mentale o permette anche a uno squilibrato Francese di interessarsi alla musica regionale? In tant’ si balla!

Le chitarre riprendono il commando su “10 000” … Basso incluso. Anzi, soprattutto basso che si distingue, più che del solito, tutto allungo questo brano.  Di essenza rock, questo pezzo rimane il più tosto di tutto l’album. Pensavo si parlava del buon vecchio “deca” di un tempo. Invece si tratta di numero di scelte che hai davanti per rimanere in fine… sul posto. 10 000 strade… devi prenderne una.

Intrecciando Nodi” una canzone rilasciata in dicembre 2018. Con il video che sappiamo. Oggi, solo con l’audio, rimane la forza del ritornello, con una voce potente e posata che si appoggia su una orchestrazione compatta che spinge insieme al canto. Belle chitarre che passeggiano sulla cadenza data dall’eco. L’intensità intrinseca di questa traccia rimane nel suo contenuto. C’è chi rimarrà indifferente (è legale), che a chi parlerà, c’è a chi parlerà tanto, c’è a chi parlerà troppo. Pezzone.

“In capo al mondo” sprigiona un retro gusto di “Psychedelic furs” nei primi instanti della sua introduzione. I versi procedono con un testo scandito e affiancato da doppiette di chitarre, storia di dare potenza al breve intervento musicale, lasciato libero tra le strofe del testo.

“Nuove pareti” e appoggiato del tutto sulla batteria e il verso chiave; “In fondo la storia non si dice, la storia si fa!” Il pezzo ed energetico portato da un mandolino o una chitarra suonata in basso al manico.

La cosa più difficile non è tanto perdonarsi, ma accettare quello che hai fatto e comunque amarsi” …

Purché tu ci sia” può sembrare una canzone d’amore, come ci si sono cantate vagoni e treni interi. Invece e piuttosto una canzone sulla memoria e magari su quella che svanisce, la traccia lasciata e l’impronta che si diluisce inesorabilmente. Il testo e di Maurizio Carpi  un vicino di casa, che vede una delle sue poesie utilizzata per costruire il brano.

Un coro completo di “woh-oh-oh” apre “Sogni di vittoria” su un rock decisamente angoloso reame della batteria e del Basso. I versi sono quasi sgombri di strumenti per lasciare il testo intelligibile. Silenzi corti sono inclusi a momenti strategici. I ritornelli sono potenti, con una voce che segue l’intensità e il volume generato dalla band. Il rapper Mancho (Grillo Francesco) include un testo declamato con convinzione: “Ma tu che ne sai?

Dututu du du ruru ru ru-iamo gioiosamente e in coro su “Strade”, single del 2016, che trova il suo posto alla conclusione dell’album. Nota allegra, composta di versi, ancora una volta spogliati, per lasciare il testo in evidenza, di ritornelli pieni di intensità e di “Dututu du du ruru ru ru…”. La domanda rimane “Dov’e andiamo non lo so, c’è sempre una strada a scegliere…”

“All in” e una perlina pop composta e arrangiata nelle regole dell’arte. Un prodotto pulito e lavorato, concepito per piacere al più grande numero. Pero qua, non ci sono 10 000 scelte da fare: o lo compri o lo lasci sul posto.

- Mi sembra che ci hanno lasciato ad un bivio, Capitan… Suggerisce il Secondo…

- Via di corsa verso la base Nibraforbe allora! Secondo, li lascio il centrale!

Capitolo 125

Stranamente, l’Intel e suoi agenti ci hanno lasciato in riposo per un lungo periodo, molto apprezzato dal l’equipaggio e dagli ufficiali del Wyznoscaffo. A tale punto da chiederci: “Ma non succede più niente negli nostri mari?” Dopo un anno intenso, in numero di missioni, eravamo tutti a casa a goderci la famiglia, consacrarsi ad hobby, spendere soldi con lavori di casa, o raccogliere fogli in questo autunno già avanzato. L’ordine di missione ci arriva senza sorpresa e per certi di noi, con un pizzico di impazienza.

La mattina è fredda e un sole brillantissimo, ritaglia le lunghe ombre dell’equipaggio sul cemento umido della piattaforma esterna, dove il Wyznoscafo e ancorato. Sono tutti in riga, in uniforme, davanti alla sagoma scura del sommergibile. Il Secondo saluta e rende conto:

- Tutti presenti e pronti ad apparecchiare…

Nell’ora seguente siamo fuori dalla base Nibraforbe, e a distanza di sicurezza, per sparire sotto la superficie. Una volta nel silenzio delle profondità, apro la busta dell’ordine di missione: The Neon syndicate…

- Capo centrale? Mi sembra novello quello lì? No?

- Esatto capitan!  Fa parte dei tre album e single strumentali nella categoria electro/Synth pop di questo anno…

- Tre?

- Si… Me son tutti arrivati in archivio poche ore prima di apparecchiare, vuol saver???

- Siamo in missione, Capo centrale! Al suo parere, mi interessa sta roba o no?

- Arhmmm… si, certo. Allora abbiamo il più nuovo di tutti: Pumpkiller che sembra essere Mirko, il cantante degli ormai sciolti “Prologue of a new generation”, che si avventura in questo genere, con un solo single uscito da poco, poi c’è Daniele Tommasini con un album di 5 tracce “The art of waiting” uscito questa estate a luglio, poi il nostro ordine di missione “The Neon Syndicate” con l’album “Ignorance raw Power” preceduto in settembre scorso dal Single “Skyride”…

- Ahaa…  schedami tutta questa bella gente, Jones? Cercami…

- E già qua, Capitan… nel 093, rotta nel 095, profondità 065, velocita 05 nodi, distanza 05miglia.

- Di già??? A 7 o 8 miglia della base????

- E li… risponde Jones.

- In tant’ li stiamo già de drio, non può sentirci, siamo nella sua scia. Su! Rotta nel 094, velocita 05 nodi, profondità 065. Strumentazione in moto, cominciamo!

I primi dati che escono dallo spettrometro mi ricordano qualcosa di personale, quasi intimo. Tutti profili e forme di onde sbarcano direttamente qua, dagli anni 80… quasi pronti per essere la colona sonora di “Kung Fury”, l’assoluto migliore film di tutti tempi. Le sequenze dei bassi mi ricordano “M86”, gruppo di Antibes, che hanno sfondato le classifiche Club, con questi suoni retro, quasi 10 anni fa. Tutte le sonorità degli Oberheim Matrix, Roland Jupiter 8, Juno 106, Ms20 Korg tornano immediatamente in superfice, come un gusto dimenticato dall’infanzia torna in mente alla prima boccata. C’è un sapore di suoni analogici che non mente, cori maschili rivestiti di un “envelope” sintetica, spiagge predominati e un gergo composto di termini ermetici come “LFO”, “VCF”, “VCA”, “DCO” … Ovviamente al giorno di oggi tutti questi synth costano un occhio e una gamba, ma i loro suoni son disponibili allo scarico e trattabili fra programmi e sintetizzatori virtuali. La mia band dell’epoca ha avuto il piacere di tastare questi momenti di contemplazione, davanti a la potenza di un accordo, l’illusione di avere sotto la mano un filarmonico di violini, di cori o maschili, o femminili, e con un tasto solo potere combinare tutti due… e noi, come boscaioli medioevali, a rimanere a bocca aperta davanti agli primi synth, che non costavano come una Mercedes alta gamma.

“Ignite” e la sua sequenza di bassi solo sottolineato da un bass drum, riempie progressivamente lo spazio come strati, fino all’arrivo del primo colpo di rullante, dopo il primo minuto. La partitura rimane quasi uguale tutto allungo, solo percussioni composti di “clave” e “hi hat” si aggregano al pezzo. Ultima raffinatezza; una raffica di “hand clapping” viene completare l’incremento di percussioni.  Bel inizio album.

Introduzione leggermente diversa fra il single e la versione album di “Skyride”. Tutto questo opus, o quasi, sarà sotto il dominio di queste sequenze di bassi analogici. Il legame con “Ignite” diventa più logico cosi, poi la similarità dei due temi potrebbe farne un pezzo unico. I primi cori maschili entrano verso 1.24 per dare un aspetto cerimonioso a l’insieme, mentre la rullante si perde nella reverb, con il gran ritorno del “hand clap” a raffica. Ci sono stacchi e riprese quasi prevedibili, ma che vanno di moda con questo tipo di composizioni. Bello.

“Roger this, Sally” si posta su un ritmo di clave più lento, ma rinforzato da due note ampollose di basso: “To Doooooooom!” Conversazioni distorte di radio creano un’atmosfera “pre-decollo” quasi classica. Ritroviamo delle slittate alla “Jean Michel Jarre” come festoni postati qua e là, fra i movimenti separati da interferenze e disturbi, che ti faranno battere del pugno sul tuo lettore mp3. Secondo me, picchia più forte cha andrà meglio, prendi anche qualcosa di metallico, dai!

“Midnight dive” rimane la mia traccia preferita su l’album, dall’aspetto muscoloso delle sequenze e dagli suoni inebri di Voltage Control Oscilator (VCO) che costituiscono la sua struttura. Apparizione di suoni digitali lisci e puliti in secondo piano, del più bello effetto.  Un break e la sua ripresa aspettata a 2.29, come il manuale comanda, destina la traccia allo sfogo del ballo. Quest’album inizia seriamente a piacermi.

Cambio radicale di suoni e di struttura; “Contemplation” si drappa della purezza angolare e cristallina dei suoni digitali. Cambiamo registro, con questa disposizione strategicamente voluta nell’ordine delle tracce, per non arrivare a una sazietà analogica a meta album. Il secondo minuto accoglie un ponte musicale leggermente caotico ed attraversato da voci. Il terzo minuto risale progressivamente verso il tema principale. Un suono di slap di basso ricorda leggermente Peter Hook negli ultimi secondi del brano.

“Convergence” e la sua atmosfera cerimoniosa della sua introduzione, evidenziati da suoni allungatissimi, si trasforma, al minuto preciso, in un mid tempo dance, invitante e stimolante, che si conclude verso 2.58 con un ponte musicale evaporato di una quarantina di secondi. Il tempo di contemplare il soffitto per vederci nebule e supernove, prima di tuffarsi di nuovo nel corto tema principale, prima l’esplosiva conclusione.

Il fruscio retro di un vinile antico sfuoca la distante introduzione al piano forte di “Triumph”, un mid-tempo a spalle larghe, veramente costruito bene, con sonorità e sequenze scelte, con un bel senso di proporzione, nonostante spiagge di suoni a lungo “sustain”, gonfiati di chorus, particolarmente difficili da maneggiare e incorporare. Una voce appare nella seconda parte del brano, sembra un commentatore sportivo che segue un momento importante, in sotto fondo, ci si sente la folla che si esalta. 

“Friday” impone un ritmo frenetico su una melodia posata su la meta del suo tempo. Leggermente ripetitivo durante la sua lunga introduzione, il brano si stabilizza in uno spazio aperto e più adatto ad accogliere l’espansione della sua melodia. Il finale si sfuma su arpeggi vaporosi.

“Divergence”, seconda traccia al gusto digitale dell’album, si appoggia su una sequenza che ripete la sua “Pattern” durante i due lunghi versi del pezzo, separati da un ponte musicale, in quale una beat box lascia suoni di batteria elettronica invadere il fronte del palco. Questo era l’ultimo pezzo.

Questo album mi tocca particolarmente e le sensazioni che mi ricorda sono un po’ “vicino a l’osso” come si dice oltre manica, non soltanto attraverso suoi suoni, ma anche le sue melodie. Poi la copertina, miracolosamente deliziosa e vintage di fattezza, non mente sul contenuto… Band camp propone una storia che illustra passo a passo le varie tracce, come un concept album. Ho deciso di non essere influenzato dal significato della storia, per concentrare la strumentazione del Wyznoscafo sul contenuto musicale. Pero siete liberi di lasciarvi prendere per mano ed esplorare lo spazio…

Siamo a due passi della base Nibraforbe, ma andiamo da dare un colpo di sonar nelle vicinanze immediate, casomai una sorpresa ci aspetta, prima del Trentin music award 2019.

Capitolo 126

 

La nostra esplorazione nelle vicinanze immediate della base e stata di corta durata. Un messaggio sulla rete flash ci richiamo velocemente per la preparazione del Trentino Music Award dell’anno e quello del decennio. E come per incanto, dalla giuria, sono apparsi altri suggerimenti, arrivando immancabilmente un po’ tardi, per partire in missione in questo periodo dell’anno. Due potenziali missioni erano già in progetto, mentre gli uomini dell’arsenale salgono abbordo, per manutenzione e upgrades sulla preziosa strumentazione del bordo... “Luciano Forlese” e il suo album “SINE” nuota nell’underground dei nostri mari, seguito da “Davide Prezzo” con l’album “Da che parte stai” che è rimasto insospettato dal nostro sonar durante più di un anno, visto che l’uscita di “Da che parte stai” data da dicembre 2018...

Il tempo di lasciare l’equipaggio alle loro famiglie e di festeggiare Il Trentino Music Award a casa, che l’ordine di mission ci arriva già: Luciano forlese, “le Mosche di Miyaghi”, Davide Prezzo, “Lost in a cinema”, e mentre saliamo abbordo, Felix Lalù inizia il teasing del suo ultimo album. Poi ci si sussurra il nome di “Nogaar”, un duo elettrico, e ci immergiamo con l’insolente facilita che avremo di potere accidentalmente incrociare il loro segnale, prima dell’Ammiraglio Giusy Elle, e di colpo soffiarli una bella presa sotto il naso, prima che la sua enorme unita di vascello ammiraglio, uscisse della sua Base.

Comunque, siamo di ritorno con l’anno nuovo, nel nostro centrale, con Jones davanti sua consola, a cercare un segnale, e Jenkins a raccontare, a chi vuole sentirlo, la lista completa di quello che ha avuto per natale. Arrivano anche nell’archivio del capo centrale una quindicina di album o freschi, o vecchi da classificare. Mi sa che saremo immersi per un bel po’… E sempre Jones a tirarci fuori della monotonia del ronzo interno del Wyznoscaffo:

- Segnale... no, segnali!!! Nel 025, rotta nel 160, velocita 12 nodi, profondità 045, ci passera a dritta distanza minima 4 miglia. Secondo segnale: nel 221, rotta nel 339, velocita 07 nodi, profondità 025, ci passera a Babordo distanza minima 6 miglia.

Mi solevo nella mia poltrona del centrale per leggere sopra la spalla del timoniere di profondità il suo display digitale: 063…

- Ferma propulsione, scendere a profondità 080, trattiamo quel segnale di dritta prima che è più rapido, chi è?

- Firma sonar in trattamento… Luciano Forlese, conferma Jones. Lo registro in banca dati.

- L’altro? chi è??? Ci hanno sentiti?

- Non penso… Risponde il secondo, il fondo è a quota 100, roccia, e scende verso Est…

- Davide Prezzo” per il secondo segnale. Conferma Jones.

- Cominciamo forte! Strumentazione in funzione, Capo Centrale al rapporto!

Il Blocco e la matita gialla, nuovi per l’occasione, tornano sopra la tavola delle carte:

- Allora tutti testi e musiche son di Luciano Forlese ad eccezione di “Intermezzo” scritto da uno già schedato: Ardan Dal Rì e della traccia fantasma “Quindicianni” che è un tradizionale. Prodotto da: Ardan Dal Rì, scampato da Joy Holler e da Radio Palinka. L’album e registrato e missato presso "Old Country Studio" di Mauro Iseppi, a Ravina. Masterizzato presso "Blue Cave Studio" di Daniele Cocca. Le Fotografie e grafiche sono state affidate a Valentina Maistri. Suonano: Luciano Forlese: Voce, cori, chitarra classica, bouzouki. Ardan Dal Rì: Chitarra elettrica, sintetizzatori, cori, ocarina, melodica, aria spray (?) rubato nel bagno dello studio. Poi c’è Luciano Sorcinelli: al basso. Sebastiano Cecchini: alla batteria. Carolina Talamo: Violoncello. Tommaso Pedrinolli: Percussioni e vibrafono. Livia Giaffreda: Voce, tamburo a cornice. Mauro Iseppi: Schiocchi di dita. Vladimiro Forlese: Voce, e in fine, Lucille: Cori… Label discografico: I dischi dell’oliva.

- La differenza tra il tamburo normale e quello a cornice la conosci? Chiedo.

- Lè un indovinello?

- No. Seriamente.

- Boh… non so ben miga….

Luciano e abbastanza giovane, ma suoi testi e la sua voce profonda li danno piuttosto l’impressione di un cantautore agguerrito e con chilometri alle spalle. Cioè, senti una canzone e pensi: “Quel tizio deve avere fra 40 e 50 anni” solo dal timbro profondo e posato della voce. Magari colpa delle “Gitanes” che si fuma… Sembrano canzoni scritte da uno che ha vissuto allungo, impone una saggezza poco comune, l’esperienza di un uomo che ha fatto tre volte il giro del mondo, la statura di un “De André” cosi, al primo ascolto.

La chitarra di Ardan invade la maggior parte dello spazio di “Mani Dipinte” su una ritmica soffice, costante, ma leggera di solidità. Il violoncello di Carolina Talamo appare per sostenere la voce di Luciano nei passaggi non definiti come ritornelli, ma che ne hanno la sostanza: “E pensavo a come vincere il tempo, soltanto con la fantasia, ma non era che lo spettro di un momento, la mia estasi di nostalgia.” Al primo pezzo l’atmosfera e definita. Non è musica volatile. È ancorata nella profondità della riflessione. Non nasce come fiori. È fatta per essere ricordata.

“Ti continuo a pensare” si presenta con un ritmo allegro, sgranato dalla chitarra di Ardan. Il basso si fa profondo e vibrante, la batteria entra progressivamente, fino a farci scrollare del capo su questa cadenza quasi ballante. Al secondo giro di “Na, na, na” la canzone si destruttura per dare più peso al testo:” In questa giornata di pioggia,ti vorrei parlare,se solo tu mi potessi ascoltare. E col pensiero ti spoglio dal tempo, ti nego uno spazio,ti porto vicina, e ti dono il mio impaccio.

Ricordiamo che le “Gitanes” erano le sigarette favorite di Serge Gainsbourg, che li fecce scrivere “Dieu est un fumeur de Havane, Dieu est un fumeur de Gitanes” Ne ha fumato tre cartoni durante la settimana di registrazione del suo album Reggae. Sembra che questi strappa polmoni hanno successo oltre alpi. Basta aggiungerci un po’ di Kazoo e di chitarra leggera. Io, ho smesso di fumare.

L’atmosfera si fa tradizionale e campestre, colpa del Bouzouki, su “Il Lampo”. Il violoncello aggiunge questa profondità di campo su percussioni ancestrali. L’aspetto celtico della traccia viene a galla portato da questi colori.

Uguale a “Campanile” dei Dmanisi “Intermezzo” lascia la stampa internazionale a bocca aperta: The Gardian: “Syrupy tribute to guitar pedals manufacturers”. The Times: “Queasily fascinating”. The Herald tribune: “The pop culture bandana, still have a thrilling punch”. The Telegraph: “Impossible to surpass”. The Independent: “A technological marvel, an achievement”. Time out London: “Who fell asleep on the pedal board?”. The Lincolnshire Echo: “Continuously mesmerizing”. The North Hykeham Gazette: “Can we get rid of the producer?”. The Mill Ward parish leaflet: “What the fuck was that?”. Rock.it: “Eeeeeeeh… Si, dai!”

Kobane Calling alla frontiera Siriana e Turca. Quotidianità locale, mentre l’occidente, sazio di petrolio, guarda altrove. Ritroviamo uno schedato, un certo Yarin Sassudeli, chitarrista degli “Side C”, nel coro condotto dal maestro Francesco Dal Rì. Ah! mentre ci sono, Negli UK, la Turchia diffusa con forza frequenza uno spot commerciale per vantare, con tante immagini leccatissime, il turismo nel loro paese. Non ho più posto per vomitare.

Canzone faro dell’album “Generazione Sconsolata” è sostenuta da un video ed e stata proposta alla finale di Upload a metà dicembre. Il violoncello tempera il tempo della canzone. E un lento ricamato di note breve di chitarra. E descrive la precarietà programmata della nuova generazione. Sognavamo un Europa emancipata, n’e abbiamo una che ci spinge, passo a passo, verso “The Matrix” con il nostro consenso. 1984 di Orwell si srotola oggi davanti a noi, ma la Tivù e più colorata della nostra potenziale ribellione… Pecore… numerosissime, ma pecore.

Il vibrafono di Tommaso Pedrinolli si distingue su “Preghiera ad un gatto”. Sostituisce con suoni più concisi il violoncello di Carolina Talamo, per questo cambio di atmosfera. La leggerezza era voluta per dare, attraverso l’animale, un omaggio a sua madre: “Perché spero che un giorno il tuo spirito in riposo possa essere gatto, libero e dolce senza dolore.

Quest’oggi, ho deciso riparto da qui” cosi comincia la storia di una donna portata “all’altare con il ventre un poco gonfio” dopo avere incontrato un uomo, fino qui, galantuomo. “L’albero delle ciliegie” sembra arrivare dal 19imo o 20imo secolo in quale, la condizione femminile non si discuteva sui giornali e immancabilmente gira male: “E il giorno dopo che era nato lui mi riempì di botte è durata quindici anni, quattro figli, due ossa rotte. L’ho sepolto sotto a un albero che portava ciliegie mature e lì ho dato fondo a una bottiglia di vino dolce come il miele.” Trovo giustificazioni nel gesto descritto, potrei chiamarlo giustizia.

Solamente rumori elettronici, come canti di vetro accarezzato, si postano come un fondale cristallino per la chitarra nuda della “La signora dei cattivi pensieri”, la traccia la più corta dell’album. E solo la descrizione di un personaggio: una donna visibilmente sola, nera e triste, ma di grande statura: “E la vedresti al suo posto dentro ogni castello. Bella, tragica, smunta e fatale, elegante, in eterno finale.

 

Questo album possiede un contenuto profondo e prende posizione, difende idee, testimonia di cura, riflessioni… Poi e prodotto più che bene, le scelte di orchestrazioni, gli arrangiamenti, i dosaggi sono curati.  Merita al meno, la sua nominazione nei migliori album del 2019, del Trentin’ music award. Non c’è da sbagliarsi; prenderà valore con il tempo…

- Jones dove siamo con la posizione del rilevamento successivo?

- Credo che ne abbiamo non solo uno, ma tre in tutto! Capitan.

- Nettuno stridente!!! Cosa ci arriva addosso ancora?

Capitolo 127

- Il rilevamento di Davide prezzo si è ravvicinato: nel 221, rotta nel 340 adesso, distanza 19 miglia velocita 07 nodi, profondità 025, ci passera a Babordo distanza minima 5.5 miglia… sono apparsi “Le Mosche di Miyaghi” Nel 270, rotta nel 045, distanza 43 miglia, velocita 08 nodi, profondità 031. Poi abbiamo “Lost in a cinema”  nel 240, rotta nel 060, distanza 45 miglia, velocita 06 nodi profondità 040… poi qualcosa non va… ci sono movimenti di magma nella zona ci devo guardare da più vicino, Capitan!

- Interferometro in funzione, quei due nuovi rilevamenti hanno traiettorie parallele, sono diretti a nord est… Strano. Non perdermeli di vista, ripassami i dati dei movimenti di magma al SARS*. Capo centrale cosa diset?

- Davide Prezzo viene dalla Sicilia e si è trasferito a Rovereto. Ha studiato chitarra Jazz al conservatorio di Trento e concluso il percorso nel 2017, e si attacca alla scrittura del suo primo album, che è il nostro rilevamento. Si circonda da musicisti locali; Massimiliano Peri provenendo dagli gruppi V.edo e Rosso Maltese alla batteria e percussioni, Luciano Sorcinelli al basso e infine Silvia lo Sapio, la voce principale dei “Fan Chaabi”, in quale suona anche Luciano Forlese, gruppo di musica mediterranea di Trento, alle voci, tastiere e strumenti a percussione. Nessuno schedato nel nostro archivio per il momento. Davide collabora anche con altri progetti originali come chitarrista elettrico, con il gruppo di cantautorato moderno “V.edo” con cui stanno lavorando al secondo album, e il progetto “Nic gong” il cui primo album e uscito a Maggio 2019 con l’etichetta ferrarese Alka records.

-  Ustia! Ne studi uno, ne arrivano 3 nuovi… dove andrà a finire sta cosa? Fammi partire una richiesta di file, via la rete flash, su tutta questa bella gente e creami schede su questi gruppi. Altro?

- Nel Gennaio 2019 partecipa al contest musicale “Promuovi la tua musica” al Nuovo Teatro San Paolo di Roma aggiudicandosi il primo premio, e gli viene assegnato anche il premio speciale “Phonogram music” per la registrazione di un singolo presso gli studi di Cologno Monzese. Ancora a Gennaio Davide partecipa al concorso “Rock time” di Pergine Valsugana accompagnato dalla band vincendo il primo premio, che consiste nella produzione di un videoclip con Max Bendinelli. A marzo 2019 si aggiudica con la band il primo posto al contest “Arsenale calling vol.4” a Trento il che gli permetterà di suonare alla festa della liberazione del 25 Aprile al parco delle Albere. Tutti testi e musiche di Davide Prezzo; voce, chitarre, mandolino, tastiere, armonica, marranzano. Suonano sul disco: Luciano Sorcinelli al basso e contrabbasso, Serena Marchi; Flauto traverso e voci Massimiliano Peri; batteria e percussioni, Gianlorenzo Imbriaco; batteria e percussioni. Registrato al Metrò Rec  di Riva da Marco Sirio Pivetti.

- Mi sembra essere un cliente serio, quel tizio! A quale punto siamo nell’archivio?

- Abbiamo al meno una traccia su 218 gruppi o solisti, 3274 tracce in tutto, per 197 ore di musica. Ma non ho trattato le tutte le nuove entrate ancora, e un cantiere in corso…

- Grazie capo… Jenkins? Spettrometro, scanner, doppler e decoder audio! Jones? Non perdermi l’interferometro di vista, e occhio a nuovi segnali. Secondo? Rimaniamo a profondità 080, ferma propulsione, occhio al fondo e alle correnti!

- Aye aye, sir! rispondono in coro.

- Cominciamo!

Tanto Luciano Forlese e un cantautore profondo, serio, civilmente impegnato, tanto Davide Prezzo e leggero, frivole, fresco e fantasioso. La leggerezza e spesso materializzata nelle tracce dal un flauto volubile e da ritmi sottili e cori allegri. Non teme esprimere la sua, né trattare soggetti profondi, ma il colore generale della sua opera e un po’ più estiva… più solare.

Atmosfera blues lento per “Un Pirata” che propone la domanda di una difficile scelta: “Ma tu da che parte stai?”  O con il grande numero nel comune dei mortali, o con il fuori posto abbordo la nave del pirata dove “si balla in faccia al piombo” e con unica cura avere “le [mie] ferite cucite dal mare”?? Il Flauto disegna un ricordo degli “Jethro Tull” in “Bourée” la traccia la più ancorata nell’inconscio collettivo, perché e una cover de J.S. Bach…

“Mangiafuoco” si appoggia su un flauto allegro e un coro femminile che sostiene la quasi totalità del testo. La conclusione del pezzo e introdotta da una serie di “sikitikitum papaya” e lascia la parte bella al Flauto traverso.

Blue Love” e introdotto da una chitarra folk suonata con un “bottle neck” annegata nella reverb per creare un’atmosfera “country”.  Ritornello in inglese per raccontare un amore d’estate separato da un oceano, ma che continua a vivere. Incluso nel finale; un duello fisarmonica/flauto e un contrabasso, che suda di fibre di legno, messo in evidenza per sottolineare l’ultimo verso.

Atmosfera irlandese di fondo pub per “Luci, nuvole e vento” e uno sguardo ancora girato verso l’oceano, che riappare tematicamente nell’album di un… pirata. Stupendo finale declamato nel famosissimo dialetto Irlandese: “L'àutru jornu sintiu na vuci da luntanu mi dicia ccà c'è un suli chi spacca i petri non ti nni po iri non ti nni po iri senza chianciri, li pasturi si nni eru, si nni eru luntanu, unni c'era lu mari”. Ci voleva.

I versi sono spogliati per “Jasmine”; chitarra e voce, e un po’ di percussioni che figurano, dal loro suono militare, un’autorità severa che inquadra le vite artistiche di Martin e Jasmin, costretti a rubare pane per vivere. I ritornelli si alzano di mandolino e tamburini. Ancora il mare per via di uscita; emigrare o sparire. “I ragazzi del porto la cercano ma sul molo resta solo una scritta incise sul legno le ultime rime per i passanti…

Il ritmo ferroviario di “Follia” ci regala un cambio di ambiente dopo un’introduzione al flauto. Il pezzo si svolge senza un colpo di rullante. I ritornelli sono conditi di flauto dissonante e di marranzano western. Un bel contrabasso è presente su tutta la traccia, in secondo piano, e conferma l’aspetto “organico” del pezzo.

Altra traccia con strumentazione discreta, in sotto fondo, sui due lunghi versi. “La carrozza” e cadenzata dalla chitarra classica in arpeggio o “picking”. Solo il flauto si avventura al primo piano per brevi interventi. I due ritornelli sono più completi senza gonfiare oltre misura. Una batteria leggera rialza i due ritornelli. Il pezzo e leggero come … un aquilone.

“Africa” e stata presentata a Balcony TV già da Luglio 2018. Ricordo di una visita al sud della spagna. In vista oltre lo stretto; il continente che porta in mente più polemiche che “parabom sibon sibon” al giorno di oggi. L’atmosfera del finale sembra sud americana, o al meno, ricorda le chitarre di “Manu Ciao” Misteriosa apparizione di un canto “native american” per concludere la traccia. Il mondo e tutta una migrazione. Siamo ancora lontano del “unico popolo” ma non fa male sognare.

“Io sto con l’Indiano” si pone come una riflessione sulla nostra visione del America. La mia si è ribaltata del Tutto. Da quella quasi imposta a me, da Bambino, davanti uno schermo bianco e nero a guardare John Wayne e l’adulto svegliato, che boicotta le bevande e l’Hollywood mangime. Davanti l’idiozia della nazione che ha messo 12 di loro sulla luna, dove adulti di oggi credono alle fatine (verissimo) ma con armi dentro casa. Gli 5% della popolazione mondiale che rappresenta ¼ delle emissioni di gas a effetto serra sulla terra. Cercando di fare le altre nazioni i loro servi (guardate la Francia e l’Europa di oggi) e che sono talmente militarmente forti che nessuno protesta quando fanno fuori gente che non li piace, in altri paesi sovrani. Sovrani… ancora per un po’. Nazione creata calpestando indigeni e culture “millenarie spazzate via da un po' di polvere da sparo.” Felicemente “Empires rise and fall”, spero vederlo dal mio vivo. “Ci sono anch’io.”

… Facendo cadere il re, per esempio. “Il Re va giù” parla della riconfigurazione dell’umano all’uscire della società di consumo: “Ma che bel telefonino si è comprato oggi Gino e che bella salopette che indossa Charlotte.” Un’utopia del pensiero scende oggi per strada in vari punti del globo: “Noi scavalcheremo il potere di cartone, Noi scavalcheremo le frontiere della strada”. Liberati degli schermi, la testa rialzata, guardiamo i risultati: “Ora Gino è felice ha buttato via tutto, Charlotte ride sempre gira nuda per le strade” Seconde te, ce la facciamo?

La più bella orchestrazione, gli arrangiamenti più belli, la traccia la più croccante e leggera dell’album si trova alla fine. Magari ANCORA colpa del flauto che scala tre volte verso l’alto, gruppetti di tre note, o del mandolino che melodica su spiagge di cori semplici, ma di tutti membri del gruppo. Un bel basso elettrico, e dosato bene, accompagna percussioni discrete, ma presente. Attenti di non capire il verso “Sai quante volte ho sognato i tuoi?” isolatamente, ma unicamente con il verso precedente.

L’album si è concluso. Secondo me sentiremo riparlare di Davide presto. “V.edo” lavora al secondo album e “Nic Gong” ha pubblicato un album a marzo scorso. E voci di corridoio sussurrano che Davide prepara, anche lui, il suo secondo album.

- Jones? cos’era sta storia di “movimenti di magma” percepiti prima??? L’analisi del SARS* e finita?

 

*SARS = Seismic Activity Rock n' roll Sensitive

Capitolo 128

[Seguito recensione Davide Prezzo]

- Interferenza! Sclama Jones.

- Binario Morto? Chiedo ingenuo.

- No, segnale! … No… Segnali! Corregge Jones…

- Ma… Segnali o interferenza?

- Eeeeeh… tutti due, Capitan… Non erano movimenti di magma, Capitan e un segnale ENORME!

- Come?

- E un super Lalù che sale dal fondo nel 091, distanza 12 miglia, velocita 0, profondità 919, tasso di salita 10 metri al minuto. Poi l’interferometro prende ancora cura di “Le Mosche di Miyaghi” Nel 270, rotta nel 045, distanza 33 miglia, velocita 08 nodi, profondità 031, e di “Lost in a cinema”  nel 240, rotta nel 060, distanza 35 miglia, velocita 06 nodi profondità 040… Poi abbiamo: Nuovo segnale e nuova firma sonar in trattamento, nel 010, rotta nel 101, distanza 43 miglia, velocita 08 nodi, profondità 010. Aspettiamo un po’… Identificato come “Nic Gong”, firma sonar registrata, poi “Geisterchor” Nel 170, rotta nel 045, distanza 48 miglia, velocita 05 nodi, profondità 075. “Bob and the Apple” Nel 350, rotta nel 145, distanza 53 miglia, velocita 10 nodi, profondità 050. Poi ancora un nuovo segnale, sempre nuova firma sonar in trattamento, Nel 070, rotta nel 245, distanza 53 miglia, velocita 08 nodi, profondità 039. Finisce il trattamento e… Identificato come “Nogaar” firma sonar registrata.

- Ma… c’è un nido da qualche banda? Il tubo di scappamento delle uscite si trova qui??? Secondo… Fondo?

- La corrente ci ha portato verso EST sul bordo della piattaforma continentale, 120 sabbia e fango.

- Scendiamo pian pianin. Appoggiamoci sul fondo, Secondo, li lascio la manovra … Jones! affidare tutti i rilevamenti all’interferometro.

- Segnale! Nel 190, rotta nel 060, distanza 50 miglia, velocita 04 nodi, profondità 015, nuova firma sonar, trattamento in corso… Ancora un po’… “Grizzly” firma sonar registrata.

- Aaaaaaaaaaaah! Stop! Fermo lì! Basta… non n’e prendiamo più… Siamo sul fondo???

- Si Capitan, Manovra conclusa. Risponde il Secondo, anche lui sbalordito dal numero di presenze nella zona.

- Occupiamoci del pezzone prima, Lalù è un cliente serio. Capo centrale cosa diset?

- Sembra essere il primo disco in noneso della storia… Capitan.

- Ma… e Carlo Piz, allora?

- Carlo Piz ha registrato solo tracce single nel 1984, 85 e 87 con Claudio Pilloni al WM studio di Coredo se la mia memoria e buona, pero un album non è stato pubblicato. Per il momento, ho solo qualche partecipanti alle registrazioni su “Non hablo ladino”: Dodicianni Francesca Endrizzi Irene Bonadiman El Perø e Mario Agostini, ma ho già mandato una richiesta a l’Intel sulla rete Flash… Credo che il telex sta sgranocchiando qualcoz’...

Il capo centrale legge in diagonale la carta perforata. La matita gialla, incoronata dal suo gommino, circonda febbrilmente paragrafi di testo, lascia annotazioni nel margine, i fogli si separano allungo le pre-perforazioni e son riordinati sul blocco. Il forte clip in cima alla tavoletta rigida, mantiene tutto in ordine…

- Allora, cosi come l’ven: Musica e testi: Felix Lalù eccetto “Pulp alpestre”: Testo Marco Fiemozzi, musica Felix Lalù. È il primo disco della storia in “Nones” la lingua della val di non. Viene con un libro di 140 pagine con racconti, foto e illustrazioni a tema val di non. Registrato, missato e masterizzato da JACOPO BROSEGHINI al Bastard studio di Vigolo Vattaro. Suonano sul disco: FELIX LALÙ Voce e chitarra acustica 3 corde, Kaossilator e kazoo su “Pulp Alpestre”, Kaossilator su “Nones Sclet”. JACOPO BROSEGHINI Moog e voce su “I Me Dis Che Bevi” Basso su “Nones Sclet”, “Zigheret”, “La Neu” e “Pache! Fighe! Freni A Man!” Moog su “Arent a ti” e “Pulp Alpestre” Stapp* su “Bocia Cola Locia” FRANCESCA ENDRIZZI Voce su “‘Ndo Vas?” Batteria su “I Me Dis Che Bevi”, “Nones Sclet” e “Zigheret”. IRENE BONADIMAN Tastiera su “Nones Sclet” Tastiera e voce su “La Neu”. DODICIANNI Voce e pianoforte a coda su “Arent A Ti”. EL PERO aka MICHAEL PANCHER Batteria su “Arent a ti”, “Pache!Fighe!Freni a man!”, “La Neu” e “Pulp Alpestre” Qraqeb su “‘Ndo Vas” EL ZETA aka MARIO AGOSTINI Voce su “Pache!Fighe!Freni A Man!” e “La Neu” Chitarra elettrica su “La Neu” e “Pulp Alpestre”.

- Tutta la strumentazione e in funzione ancora? Puntarla su questo rilevamento.

- Aye, aye sir!

Questo album è, al mio parere, una sfida: Mettiamo che un album in inglese può essere venduto su tutto il mondo, uno in francese ha potenzialità di vendite in vari punti francofoni del Mondo. Uno in Italiano deve limitarsi al paese intero e alla diaspora sparsa qua e là, ma uno in Noneso??? Questo album e una bandiera che sventola, per attirare la curiosità in tutto il Trentino, ma anche in Triveneto. Un’opera che urla: “Siamo qui ed eco quel che facciamo”. O anche “Dateci la vostra orecchia che vi insegniamo due tre parole”. Questo album e da esplorare senza volere troppo utilizzare l’etimologia, che potrebbe portarvi via dal vero senso. Come eccezione nottiamo che “Filo di ferro” in Italiano si scrive “fil de fer” in Noneso, come in Francese… E che a me, sta piuttosto bene, anche a vedere “S’il vous plaît” scritto alla moda locale: “si vu plé”. Sorprendente di costatare che ci sono anche suddivisioni nella lingua di questa vale: “Che sia chel col “ueu”, chel col “uou” o col “ou” (Che sia la versione con “ueu”, con “uou” o con “ou”) per dire uovo,che permettono all’indigeno, di determinare da quale diramazione della vale viene il suo interlocutore. Sorprendente anche, di non più sentire l’effetto della “h” che fa per esempio diventare “qui” in “chi” in Trentino, poi “ci” in noneso… Stessa cosa per “c’è” che passa a “Ghè” in Trentino e in fine “g’è” in noneso… Il disorientamento incuriosisce… “Nen a prenderse na bala de verbi”.

“I me dis che (bevi)” e un rock organico e legnoso, al retrogusto punk, tirato con energia da una chitarra folk. Non facciamo confusione fra vari “Andreas Hofer” proposti da na googlada troppo rapida: si tratta del l’eroe delle rivolte contadine che ci furono in val di Non a inizio 800 e non il guru sportivo che potrebbe essere nominato nella seconda traccia. Le prime confrontazioni con il testo e la loro traduzione, solvono qualche mistero sul personaggio descritto nella canzone: una persona grezza che ci racconta come e percepito dalle sue vicinanze. Si alza anche prima del sole per andare a lavorare, la gente li sembra più bella quando è al bar, e non teme difendersi con qualsiasi mezzo.  Notevoli gli interventi di Felix negli cori, con la sua voce in falsetto, che punteggia in modo opportuno le parte dal testo da sottolineare: “I me dis che bevi”: Hey!hey! “‘Nfin che no l'è bous”: Aaaaaargh! “E ve mandi tuti ‘n mona”: Aou!! “Spantezi e sugi fuèr le ostie”: Os-tie! accentuando l’effetto comico/commedia del pezzo e dando energia all’insieme. Cominciamo bene.

Poi, didatticamente estraiamo Biota= cruda, torobét= povero uomo, s-ciaodar= scaldare, e in fine Feuna= Donna.

La struttura di “Montura” non comporta ritornelli, ma la bellezza di 20 versi d’aspetto ripetitivo. Assomiglia a un monologo che si stende su 5 minuti e mezzo. In ordine di spezzare la monotonia generata da un testo troppo organizzato (piedi, strofe, rime, versi) la scrittura sembra avere ricevuto tagli e squilibri. Musicalmente la traccia ricorda il Felix nel periodo loop-station-val-de-Rabi, dall’aspetto spogliato della strumentazione: la chitarra sembra rimanere sulle corde di MI e LA, usata come un basso, un Hand clap punteggia nella distanza, solo un coro a strati (moda Johnny Mox) porta percussioni vocale, raddoppiamento di canto e cori classici, tutti fatti da Felix.

Poi, per la nostra cultura personale estraiamo: “Senta zó” = seduto, “Smiziar” = bagnare, inzuppare, “brigiaudi” = Funghi, “Lugiangie” = Lucanica, “Ciauzoti” = calzini.

La tastiera di Irene Bonadiman al suono di clavicembalo ci invita nel walzer di “Nones sclet” accompagnato dal Kaossilator (famiglia del Kaos pad della Korg) di Felix. Canzone a ballare e a bever “Tira su chel bizer, e pozel pu lizièr” cantata come un inno, ricorda i raduni del october fest, quando tavoloni lunghissimi fanno braccio sotto-sopra per ondeggiare, da destra a sinistra, sul ritmo della fisarmonica, dopo un profluvio di crauti e birra. Dalla canzone e estratta il nome dell’album: “No hablo ladino, nidé, si vu plé” con l’invito di avvicinarsi, rialzata da una locuzione francese, in fonetico nel testo. Mi emoziono. Del resto, poco esperto alla mora, a quale ho giocato magari cinque volte, devo dire che nella confusione, anch’io ho chiamato un nove con due dita…

Poi, pedagogicamente estraiamo: “sclet” = puro, “La cianva” = La cantina, “barbizuèl” = mento, “la g’è sol cacì” = c’è solo qui.

Commuovente dichiarazione d’amore nei versi di “Arent a ti” sul pianoforte e i vocali rari e concisi di Dodicianni. Una frase di piano, dall’aspetto sbilenco, costruisce, in fine nella sua ripetizione, una partitura stabile per il Canto di Felix, nell’elenco di quello che è vicino a, logicamente, cos’altro… “Arent al fil, la uza, Arent al cul, la spuza” … Per l’ultimo ritornello il piano forte scorre come una fontana fresca e chiara, per descrivere cos’e una VERA coppia: “‘Ndo che crodes ti, crodi ancia mi, ‘Ndo che godes ti, godi ancia mi, ‘Ndo che planzes ti, planzi ancia mi, ‘Ndo che vanzes ti, vanzi ancia mi, 'Ndo che pozes ti, gi son ancia mi”. (Dove cadi tu, cado anch’io, Dove godi tu, godo anch’io, Dove piangi tu, piango anch’io, Dove avanzi tu, avanzo anch’io, Dove appoggi tu, ci sono anch’io…)Un HIT single da estrare per tirar su l’album!

Poi, educativamente estraiamo “pu d’ausin” = più vicino, “me stremisi” = Mi spavento, “la uza” = L’ago,

l’Ueu” o anche “l’uou” o ancora “l’ou” = l’uovo.

Popopo wha! Popopo wha! Popopopopo wha! Arriva “Zigheret” annunciato da un coro di montagna composto dalla totalità dei musicisti presenti nella band, più due personalità di passaggio: Seba, sassofonista dei Kepsah e Kuru e Caio conosciuto come il quarto “Bastard”. Siamo sicuramente davanti alla descrizione di un’ altro personaggio, visibilmente più giovane, con la sua “Ghenga”, che “Lagi le gome en tut el paés, Da Nan a Cles Finché son tes”  (Lascio gli pneumatici in tutto il paese, Da Nanno a Cles Finché sono sazio) ma che quando si sposta sul trattore di suo padre “Te tocia starme didrè, E te saludi col dé” (Ti tocca starmi dietro, E ti saluto col dito) Nottiamo la batteria metodica e precisa di Francesca Endrizzi, tutto come e stata energetica e potente. su “I me dis che bevi”.

Poi, scolasticamente estraiamo: “Pousadìu” = Riposato, “Malvalìu” = Malformato, storto, “Tronar su” = vomitare.

Cambio immediato di atmosfera per questa storia di cronaca degli 80’s una versione di “Hey joe” alla moda nonesa su “’N’Do vas”: “Le pache che gi davi a ela, ades me le don a mi, E me don del besevì” “’N’do vas” si veste di uno tono grave; solo una chitarra e un tamburino lasciano la stupenda voce di Francesca Endrizzi portare a questa traccia, triste e funesta, la bellezza della dona attraverso la sua voce. Tragedie o vite spezzate succedono perché in certi casi, già da giovani uomini, crescono di mezzo a proverbi del tipo “La sposa, che la piasa, che la taza, che la sta a casa” o altre delicatezze dello stesso tipo. E quando si ritrovano in due sotto un tetto, pensano che finalmente e venuto il loro turno di comandare… essendo stato loro stessi, sotto un comando generazionale.

Poi, per non beccare zero al prossimo esame estraiamo: “Date paze” = Stai Tranquillo, Stai sereno, “Rugiant” = Maiale, “Pauta” = fango.

Rock a spalle larghe con El Pero e Jacopo che salgono a l’arrembaggio su “Pacche! Fighe! Freni a man!” Un inno agli film di azione della categoria Swarzi, Stallone, Seagal, Vin Diesel e al livello degli “futuri premi Nobel” per apprezzarne il contenuto: “No sas ci che son mi, ma la to tipa sì”. La traccia sembra portata principalmente dal basso e dalla batteria, con la chitarra folk distorta e quasi nascosta, incorporata al suono del basso, ma questo non toglie niente allo spessore del pezzo. Il sopporto vocale di Mario Agostini si fa anche notare. Concediamo, per lo meno, che i giocatori di calcio son tamburi… Su questo non ci piove.

Poi, per sembrare un esperto in mela, estraiamo: “Croder” = Cadere, crollare, “engot” = niente, “os” = La voce.

La chitarra di Mario Agostini apre “La neu”, una canzone invernale che ci riporta nell’infanzia alla scoperta delle prime nevicate di bassa quota, a felicemente trascurare nostri doveri produttivi: “No sta nar a far la rota, Zapa su la slita e petete, Zo par el prim orbet sota ciasa, Tira bale a chei che encontres, Trate zo 'n la fres-cia come en mort, Scrivi zo 'l ti nom con na pisada”. (Non andare a spalare, acchiappa la slitta e buttati giù per il primo pendio sotto casa, tira palle a chi incontri, buttati nella neve fresca come un morto, scrivi il tuo nome con una pisciata) Irene Bonadiman torna per arpeggiare sui versi e cantare sui ritornelli. El pero martella nella calma: E un lento veramente lento, ma che gonfia di intensità con l’andare. Il pezzo sottolinea il ritorno alla leggerezza per questo raro evento, il richiamo vitale di prendere tempo per sé e far monade per sentirsi vivo. Traccia MOLTO importante.

Poi, affine di integrazione notiamo nel nostro blocchetto: “Falive” = Fiocchi, “Desdromenzarse” = svegliarsi, “I silami” = Le grondaie, “Petar” = Buttare (“petete” = buttati)

“Bocia cola locia” e un loop di campionari vocali di Felix, ma anche del pregiatissimo “Stapp” di Jacopo in persona (“Stapp” è il suono che fa una bottiglia quando la stappi, si fa con un dito dentro la guancia, Felix non era capace, Jacopo sì…) raccolti e impilati alla moda “Mox”.  La Ninna nanna nonesa promette di essere cantata su tutto il territorio per far endromenzar la nuova generazione. Secondo me; caccole, rutti e scoreggie devono essere spiegate in un modo o l’altro al bocia. E il suo corpo…li appartiene.

Poi, per consolidare la nostra tesi universitaria, notiamo nel nostro blocchetto: “En ziret” = Un giretto, “Tonezar” = Tuonare. “Locia, Pauta” = Fango. “Son tondo” = Sono ubriaco.

Nuova versione “pu sicodelica” di “Pulp alpestre” leggendario racconto già proposto nell’altro monumentale album di Felix “Coltellate d’affetto”. L’atmosfera ansiogena, sa di “The end” dei Doors, pesante e scura come un cielo di temporale, annunciando un ineludibile tensione. Il racconto si svolge fra funesti colpi di basso e una chitarra subdola e furba, che non ci prepara niente di buono. Fino a l’esplosione finale, preceduta dal dovuto silenzio, un pezzo di vuoto in quale l’uditore cade, aspirato da un attimo di sollievo. Stupenda versione.

Prima di postulare per una posizione di ambasciatore Noneso in Lincolnshire estraiamo: “zapà fuec” = prendere fuoco, “amò de pu” = ancora di più, “en peadon n'tei sìèseri” = Un calcio nelle biglie. Ed impariamo la totalità della vicenda a memoria, che non si sa mai, succedesse una gara di storie in dialetto, al bar, storia di essere pronto.

Come potere permettersi di passare accanto a una tale uscita? Questo album e una pubblicazione culturale di importanza, certo che abbordo non abbiamo idea di cosa sono fate le 140 pagine del libretto che accompagna il disco, ma non può essere negletto, visto come e stato curato il disco.

Per un quarto di secondo, sogno: Ambasciatore… “Sperante che i pagiia ben!” ma devo riprendermi:

- Jones???... Rilevamenti, a quale punto siamo??

Capitolo 129

[Seguito recensione Felix Lalù]

- Jones???... Rilevamenti, a quale punto siamo??

- Circondati, Capitan! Ammette Jones, davanti al suo schermo.

- Facciamo le cose con ordine qua dentro, se no non ne usciamo più! Da tutti rilevamenti qual è il più vicino?

- Le Mosche di Miyagi Nel 270, rotta nel 045, distanza 13 miglia, velocita 08 nodi, profondità 031, Passerano a babordo distanza minima 8.5 miglia, poi passera “Lost in a cinema”  dal 240, rotta nel 060, distanza 18 miglia, velocita 05 nodi, hanno rallentato un po’, profondità 040… Passerano di dritta distanza minima 7 miglia.

- Jones, tienimi il resto di questo groviglio di rilevamenti d’occhio con l’interferometro. Secondo? mi organizza un giro di riposo del personale di propulsione e timoneria, saremo incollati sul fondo per un bel po’. Capo centrale? Credo aver un demo delle mosche dal 2015 in archivio, mi tira fuori il dossier. Jenkins?

- Aye aye sir?

- Tagliati i cavei!

- Ottima memoria Capitan! Risponde il Capo centrale; un tre tracce del 26 Agosto 2015 esattamente, entrato nel nostro archivio il 7 luglio 2016 per la precisione.

- E come mai e passato un anno prima di entrare in archivio?

- Perché li abbiamo scoperti sull’Enciclopedia della musica trentina dell’Ammiraglio Tosi in 2016.

- Aaaah ecco… comunque serve di rispondere ai raduni dell’Ammiraglio Tosi, eh! Dati sul demo?

- Realizzato Paolo "Giazera" Bertolini, Niccolò Conti, Andrea Perini, Kesuke Miyagi. Registrato e mixato presso “Karatekid production” dalle “Mosche di Miyagi”, master di Niccolò Conti. Credo che hanno nomi di scena, I membri sono Basso e Voce: Dario Kappetah (lo sfregiato) Batteria: Lorenzo Sbardelli (il battente) Chitarra: Alberto Albighno (il neonato) e sono di Vallarsa che è una vale a Sud-sud-Est di Rovereto. Tre tracce sul Demo: “Marino”, “La speranza di dormire”, e “Valzer con mag” che ritroviamo sull’album “D.D.T.” rilavorate a vari livelli. La cover e di Alberto Capuzzo, il vero nome del chitarrista… Niente nome di gruppo sulla copertina, solo “D.D.T.” scritto sul flacone.

- Si… Strano… Fa un po’ “Loulou, oui c’est moi”, una pubblicità per un profumo ma ambientato nella vita reale. Buono, e l’album, cosa mi racconta?

- Allora, è un otto tracce precedute da un “intro” comparabile a l’introduzione di “Marino” sul demo ma che diventa staccabile sull’album registrato al “Bleach Studio” nella val di Non, da Andrea Perini che ha fatto registrazioni, mix e master e qualche traccia di chitarra. Alessandro Fedrizzi ha prestato un sacco di strumenti e robe utili, Simon Coppolino dei “Plebei” ha suonato la fisarmonica su “Valzer per mag”. Tutto lì…

- Puntare la strumentazione a babordo, cominciamo.

Le mosche di Miyagi fanno del Math punk e quindi sono fuori dagli sentieri battuti. Il contenuto musicale delle loro composizioni è piuttosto energico, con ritmi sincopati, tracce non lineare, una chitarra potente, un basso limpido e una voce teatrale che declama il testo con enfasi, su un tono tonitruante. Sono atipici, non entrano nelle caselle, non possono essere catalogati. Non cercare a metterli un’etichetta, non attaccherà. Non hanno testi leggeri e spensierati, anzi! Affrontano soggetti difficili da trattare, disturbanti, scurissimi, malsani, ansiogeni. Bisogna quasi prepararsi per ascoltare le loro composizioni, nel senso in quale puoi leggere Eva 2000 aspettando dal dentista, che può anche andar bene, ma per della litteratura aspetti il calmo di casa, una poltrona confortevole, un bicchiere a portata di mano e una luce decente. Per D.D.T. e lo stesso; l’ascolto e un atto volontario. Dalla nostra posizione privilegiata possiamo osservare l’evoluzione di tre tracce, fra la demo e l’album.

Un’introduzione composta di commenti di presentatori di radio o di tivù, su fondo di combattimenti conduce a “Marino”, un personaggio che sembra spezzato dalla vita che ha avuto, delle sue esperienze difficile quando era alpino. Il pezzo originale della demo era in due parte separate da uno sfogo batteristico e un assolo cacofonico di chitarra. La versione dell’album gradisce di un suono più pulito, chitarre mordente e un bel ponte musicale suonato da due chitarre, che porta a l’ultimo verso: “Se un duce, un re, un papà o un dio vi dicono “andate nel nome mio” voi impugnate il vostro coltello, squarciategli il collo come fosse un vitello, dovete ammazzare quel cane rabbioso, prima che possa morder qualcuno, meglio la testa di quel bastardo, che quella innocente di qualcun altro” … Finalmente hanno una morale… È tutta gente frequentabile.

Mi sto chiedendo perché, attraverso la quantità di paragone Demo/Album che ho avuto durante questi anni di immersioni, mi ritrovo non a preferire, ma essere più colpito dal primo lancio dei gruppi… Certe volte registrata in modo più artigianale che dalla versione lucida e lavorata, le “budella” delle band appariscono più spesso nelle demo. “La speranza di dormire” ha subito trasformazioni profonde. Cambio di testo completo e spolveratina sulla musica. Sara sempre questo basso nervoso a introdurre la traccia, con un suono molto più limpido, sulla versione dell’album. La batteria e veramente messa avanti su questo pezzo o al meno prende una parte preponderante nei passaggi strumentali. Ritroviamo l’ultimo verso ripetuto ossessivamente “Perché tu sei la parte più bella di me

La seconda parte del brano comporta un ponte musicale, che porta verso spasmi cacofonici intercalati da stacchi brevissimi, prima di una conclusione al basso, identico alla frase introduttiva.

“Sogno infranto” e un mid tempo quasi vicino al lento nel primo verso, ma molto più marcato e arruffato, quasi istericamente durante il pezzo, al secondo della sostanza del testo. Sembra che le mosche di Miyagi cercano di incollare al meglio a un testo scritto per primo e poi messo in musica. La morte sul posto di lavoro e il soggetto principale della traccia. Agghiacciante, ma ben reale, il terzo verso che riguarda un bambino: “Ha un cancro al petto: l'amianto sulla tuta di papà” conseguenza diretta della mancanza di informazione, di regole di sicurezze. Non preoccupatevi la nostra Europa, affine di fare di noi operai “competitivi” capace di affrontare la “concorrenza” dopo avere vergognosamente aperto le frontiere per il loro profitto, sta smantellando 100 anni di conquiste sociali, codice di lavoro, regole di sicurezza, per abbassarvi al livello dell’operai cinese, o farvi entrare in competizione diretta con quelli appena sbarcati, che saranno la mano d’opera dei trattati CETA e TAFTA: “Che tacciano le sirene che gli operai escano dal cantiere”… C’è come un odore di progresso in giro.

Sono particolarmente colpito da “Perdonami” perché descrive una lotta che il popolo Francese sta affacciando da più di un anno con manifestazione settimanale, inseguito da uno sciopero illimitato che entra nel suo secondo mese di durata. “è lontano il tempo in cui il popolo lottava sulle barricate per libertà” le barricate, ne siamo vicino. Ci si cerca ancora fra di noi una specie di Neo “perché sei l'ultima speranza della nostra umanità” Ne abbiamo uno; si chiama Jerome Rodriguez e un tiro di LBD li ha fatto perdere un occhio e cercano di farli perdere il secondoaccidentalmente” Ancora una volta, la band srotola i versi su un tempo lento ma intenso, per rinforzare l’aspetto del ponte musicale e del ultimo verso, attraverso un ritmo sostenuto. Una frase sbilenca fata con due chitarre, zoppica verso la fine come un ferito di manifestazione.

Capo lavoro, “Ruanda” crea il trauma con la sua vivida descrizione, giorno dopo giorno, del macello del Ruanda nel 1994 attraverso gli occhi di una vittima ragazza. Nottiamo che eventi dello stesso tenore sono già successi nel 1963 ma l’occidente si interessava più nelle risorse in oro, tungsteno, e altri metalli (per 67 milioni di dollari a l’anno) che alla gente del paese, le divergenze tribale, anzi… certe volte servono: Liberano terreni per le prospezioni. Il pezzo descrive, con il ritmo e l’intensità del canto, il crescendo del puro orrore “qui ci sono troppi cani non posso stare qui a guardare mentre si nutrono di mio padre”, e il decrescendo verso la morte della giovane donna “Giorno trentuno entra un uomo che mi vede e scoppia in lacrime, mentre una telecamera mi riprende, qui distesa nel mio sangue” Nonostante l’aspetto agghiacciante del testo, il brano è musicalmente accurato e riflettuto. Le voci che piangono il testo in secondo piano aggiungono al sudore freddo e facce pallide che questo pezzo genera. Pezzone.

“Lei non sa” gradisce di un intro che porta un po’ di sollievo dopo “Ruanda”. Siamo leggermente sollevati da un ritmo meccanico, da un basso suonato in basso al manico e da una chitarra leggera e aerata. C’è un po’ di calma e di pace in questo pezzo… Durerà due minuti: “Come la tua gioventù sdraiata sotto il sole a sorseggiare droghe che lentamente muore mentre il turista lunga la Venida fa finta di niente si nasconde indifferente” questo testo porta la rabia del basso e i colpi della batteria. Poi dopo qualche rima in portoghese ci si passa anche la sovramoltiplicata, in cima a una voce urlata, su un ritmo frenetico. Mi sto chiedendo quale demonio abita la mente del trio.

Questo e un Valzer, sai nel titolo che nel ritmo a tre tempi, che guida la fisarmonica di Simon nel ballo. “Valzer con mag” non può ovviamente rimanere lineare e bilancia alternativamente fra rock, valzer e tango quasi per simbolizzare “La mia rabbia, il mio odio ed il grande perdono

“Il brigadista” era per definizione un soggetto difficile da trattare. Un uomo spiega dal fondo della sua cella il gesto che l’ha portato li. Ci si può quasi rispettare la convinzione che porta, non deviando mai della sua scelta: “In realtà sono qui proprio perché non ho mai parlato, seduto e muto, mentre la guardia mi spezzava il naso”. Fuori posto ovunque ha scelto la lotta armata, è fuori posto in prigione, fuori posto in isolamento, e sarà fuori posto dopo la morte: “Signore […] dimentichi, forse là, c’è un posto per me”. Basso e batteria martellano metodicamente su un tempo medio. Voci di posseduti sussurrate, appariscono in secondo piano o per dire un’unica parola nel testo, accentuano l’atmosfera di malessere, fra la preghiera urlata, e chitarre al gusto metallico arrugginito. Quasi otto minuti per trattare questo soggetto, e con la sua larga proporzione strumentale, il brano conclude l’album.

In fine Io consiglierei puramente di possedere le due registrazioni, tanto la Demo ha suoi aspetti grezzi e suoi suoni ruvidi che portano l’intensità voluta allo spessore dei pezzi. Le mosche sono qua per tirarvi(mi) fuori della vostra zona di conforto. I soggetti trattati sono contemporanei e le Mosche vedono il nostro mondo con un occhio nero, la speranza di un condannato e con una spietata freddezza. I cuori teneri non usciranno interi dallo studio dei loro testi, e la musica intensa potrà anche farli cercare la strada più corta per Cristina Aguilera (per esempio) che sarà più rassicurante. Il vero mondo, certe volte, non si può guardare direttamente negli occhi. Le mosche di Miyagi non sono piacevoli… Sono necessari.

Sopra la nostra posizione, immobili sul fondo, nello scuro della profondità, rilevamenti numerosi percorrono spensierati l’immenso volume del mare. Abbordo del Wyznoscafo sono punti che strisciano sullo schermo di Jones, l’operatore sonar… So già chi arriva a portata di strumentazione…

 

Capitolo 130

[Seguito recensione Lost in a cinema]

Siamo ancora immobili sul fondo a profondità 120 visto che tutte le uscite di questo inizio anno hanno il buon gusto di passarci sopra.

- Buon…. Jones…. Ricordami chi abbiamo a portata di strumentazione…

- Allora, abbiamoooooo…

Il viso di Jones si ravvicina dal suo schermo e prende una colorazione ancora più verde…

- Nic Gong, Capitan! Nel 010, rotta nel 101, distanza 23 miglia, sempre velocita 08 nodi, profondità 010, ci passera a dritta distanza minima 10 miglia. Vuole la posizione degli altri?

- Naaaa…. basta che me li tieni d’occhio. Capo centrale! Hai qualcosa da raccontarmi?

Il rumore del forte clip sulla sua tavoletta rigida risuona nel centrale mentre si gira nella mia direzione. La matita gialla riposa per un attimo sulla sua orecchia, mentre solleva le foglie perforate del telex per controllarne un’ultima volta l’ordine. Poi inizia il suo rapporto:

- Allora il nostro rilevamento esce in cd ed in digitale il 10 maggio 2019: Il Segreto Delle Favole, primo album del cantautore trentino Nic Gongè pubblicato e distribuito da (R)esisto. L’album è anticipato dal singolo “Giostra Instabile”, che apre l’album. Nic Gong è il nome d’arte di Nicola Bertolini, musicista attivo da diversi anni nella scena trentina, ma non schedato finora... Ha fatto parte del gruppo “Too much Bunnies” come cantante, bassista e autore. Lo ritroviamo come bassista e collaboratore del progetto di cantautorato “V.edo” in quale c’è anche Massimiliano Peri alle percussioni. Poi si concentra sul suo progetto solista; “Nic Gong” un progetto di musica pop/post-rock con note cantautorali. “Il Segreto Delle Favole”, è prodotto e registrato sotto la direzione artistica dell’etichetta indipendente (R)esisto e Massaga Produzioni. Produttore artistico: Michele Guberti e il master curato dal noto produttore Manuele Fusaroli (Tre Allegri Ragazzi Morti, Luca Carboni, Motta, Le luci della centrale elettrica).

- Eeeeeh beh!!! Bella gente non li pare, capo?

- Certamente, Capitan! Tuttitesti sono di Nicola Bertolini. Musica di Edoardo Vergara e Nicola Bertolini, Registrazioni e mixaggio a cura di Federico Viola e Michele Guberti, presso l’Animal House Studio di Ferrara. Grafiche e video a cura di Alice Corrain. Suonano sul disco: Nicola Bertolini alle voci, Edoardo Vergara: chitarre, basso, tastiere varie, cori, Massimiliano Peri: batteria e percussioni e cori, Michele Guberti: basso e seconda voce in "il castello dei sogni perduti", Ilaria "Argento" Passiatore: voce in "Il segreto delle favole". L'intero disco è dedicato a Massimiliano Veneri, un grande amico di Nic Gong scomparso nel gennaio del 2002. Una lanterna per Marì e stata scritta per lui.

- Ah! Bene… Cominciamo!

Stranamente la copertina del disco è simile nella sua composizione al primo EP degli Matleys: “Yell”. La prima cosa gradevolmente sorprendente in questo album è il suo suono, la qualità delle composizioni, le scelte di produzione e la qualità degli arrangiamenti. Alla prima traccia, togli le cuffie e sclami: “Ustia! Fermo li, qui succede qualcosa.” E stranamente continuo a pensare che la musica locale non ha niente da invidiare al surgelato in vendita tramite classifiche, anzi è molto meglio. Tesori esistono, sparsi sul Trentino, sicuramente in tutta Italia e per estensione in tutta l’Europa o anche il Mondo. Basta andare a CERCARLI invece di tenersi un imbuto in bocca (orecchia) per diventare un’oca da ingrassare.

Un album deve cominciare con un pezzo che ritiene la tua attenzione. “Giostra instabile” lo fa con voto massimo e lode… veramente. Questo pezzo è costruito e arrangiato più che bene. Dalle percussioni poco classiche messe avanti, il coro di Nic in falsetto che sottolinea tutta la canzone, la voce sussurrata, il basso che rimbomba nelle basse frequenze. Perla, oro, diamante…

Il segreto delle favole” è un lento che ricollega al mondo reale, attraverso una situazione di impotenza davanti alla sofferenza altrui, anche se il rifugio nel mondo immaginario è più attraente: “Gli eroi non sono così tanti, non arrivano in tempo per salvarti”. La traccia sembra descrivere una persona giovane, in ospedale, intubato, e in una brutta condizione. E la compassione generata dall’impotenza di potere fare qualcosa. Certe volte la verità non aiuta… è crudele conoscere il segreto delle favole.

Un glockenspiel corre brevemente sopra i versi di “Radio Aut”, un cool tempo a retrogusto tropicale rialzato di interventi radiofonici, con accento Giamaicano, di Edoardo Vergara: “Can you see Jah light?” Sembra imitare Anansi…  Un coro corposo fa di fondo tenda, testi declamati con convinzione e voce distorta completano il quadro di questo brano, alla struttura musicale minima, compensata di abbondanti strati vocali.

Un eco “Moriconiano” avvolge la partitura fischiata di “Alberi di Marmo” che ci reinstalla su un ritmo ferroviario identico alla traccia precedente. Il brano è grave nonostante l’aspetto buonuomo del ritmo e la leggerezza della melodia. “Sono quelle grigie lapidi che non finiscono più, per ore sulla strada, insieme agli alberi di marmo […] una lacrima e una rosa per non dimenticare”. I libri di storia non si ricordano dei numeri che siamo.Notiamo il dosaggio pertinente delle percussioni su queste due tracce come sulla totalità dell’album, perfettamente integrate e non invasive.

C’è una bella chitarra su “Il castello dei sogni perduti” la traccia la più lavorata e arrangiata dell’album.

Ci è voluto l’intervento dello spettrometro per identificare il rumore quasi vocale, che piange dietro la chitarra durante l’introduzione e dopo il ritornello; è un Kazoo avvolto nel eco e la riverberazione. Su un ritmo leggermente più rapido, la voce vicina di Nicola ci parla in questa metrica depositata sapientemente sulla musica. Presenza discreta di un coro sussurrato nel ritornello “Ti respirerò” e identificabile con cuffie o dopo molteplici ascolti. Produzione esemplare su questo pezzo.

C’è principalmente solo la grossa casa nel primo verso de “L’Eremita” e una voce che crea armoniche nella risonanza della riverberazione. Fino alla frase che piace TANTO alle ragazze, soprattutto in questo periodo di febbraio: “Ma quando non provo più niente per te, io penso che sia tutto molto più facile” poi, immancabilmente, viene il momento di togliersi il mazzo di rose rosse di dietro la schiena e porgerlo nella sua direzione. Tanto le percussioni, basso e chitarra esageratamente distorta, sono qua per coprire la reazione femminile. Ermetico l’ultimo messaggio, melodicamente ipnotico, lasciato in conclusione: “Dimmi che fare, per non amare il mare” la mia risposta è: “Mi resto en Bondon”

Gente che scappa” è una confidenza spogliata fra voce e chitarra folk. Tastiere e percussioni discrete rimangono distanti, quasi niente deve disturbare il flusso del testo: “…e quindi pensi di essere nel giusto, legato un filo sospeso su l’abisso…

Una lanterna per mari” conclude l’album nel fruscio di un vinile e si svolge nella complessità di vari interventi degli strumenti: un sintetizzatore dà il ritmo e rimbalza nel eco, un piano forte retro preceda il corteo, una chitarra sbilenca distorce il suo suono appoggiata su un basso riservato. Mari sembra essere la prima e l’ultima sillaba di Massimiliano Veneri per chi una lanterna e accesa giorno e note “per non dimenticarti più”.

Questo è un album serio, con composizioni di qualità, arrangiate e prodotte originalmente. C’è lì dentro tutta una serie di buone idee, trattate bene ed elevate al livello più alto possibile. Cappello basso a Massimiliano Peri che sa distaccarsi di tutti batteristi, rimanendo discreto ma indispensabile, nel suo modo di servire il brano, con interventi e percussioni scelte e perfettamente integrate al pezzo come lo fa, del resto, anche con Davide Prezzo nei Live o ancora con V.edo. Rimane ancora di trovare il segnale di questa formazione in quale tre membri son stati recentemente schedati, nell’archivio del nostro Capo centrale... Per il momento siamo circondati da rilevamenti che dobbiamo trattare uno per uno, visto che hanno il buon gusto di passarci sopra…

- Jones? Chi arriva nella nostra direzione adesso?

 

Capitolo 131

[seguito recensione Nic Gong]

- Attualmente, arrivano tutti nella nostra direzione Capitan! “Geisterchor” Nel 170, rotta nel 045, distanza 24 miglia, velocita 05 nodi, profondità 075…

- Nettuno stridente! Le avevo dimenticati questi!  E poi?

- “Bob and the Apple” Nel 350, rotta nel 145, distanza 30 miglia, hanno rallentato parecchio; velocita 5 nodi, profondità sempre 050. Poi “Nogaar”, Nel 070, rotta nel 245, distanza 35 miglia, velocita 08 nodi, profondità 039. “Grizzly” Nel 190, rotta nel 060, distanza 46 miglia, velocita 04 nodi, profondità 015.

- Capo centrale?

- Niente è cambiato, Capitan, il trio malefico di sempre: Tom Strong agli synths e vocali, Stefano Nicolini alla chitarra, Francesco Armani al basso, registrato a casa, missato e masterizzato da Raul Terzi tutti schedati… ho qualcosa di nuovo, magari se li interessa…

- Al suo parere, Capo? Siamo in missione; mi interessa o no???

- Arhmm… Eeeeeh  sì… “Silent Carrion” ha rilasciato un EP 4 tracce per natale: “Ambient “ si chiama… c’entra, ma non c’entra… non sapevo.

- Si, si, capo! C’entra… Tom strong è “Silent Carrion” ... C’entra! Jenkins! mi metti in funzione il risonatore basse frequenza che vediamo cosa ha nelle trippe questo rilevamento.

- Aye aye, sir!

Per ricapitolare un po’ tutto Tom Strong (di vero nome Sigismondo Barbottina o qualcosa del genere) è “Silent Carrion” un’entità tenebrosissima che fa colone sonore per sacrifici, feste tribale e celebrazione di setta dell’apocalisse. E dallo split del “Eco del Baratro”, un’altra entità MOLTO festiva delle Giudicarie, crea il trio Geisterchor includendo Nicolini e Armani nella formazione. Per qualcosa di francamente più radiofonico…. No…dai! Scherzavo. Questo album e la versione “noise” del famoso lavoro non finito di Wolfgang. Geisterchor riprende solo la struttura del requiem come sorgente di ispirazione e ogni tanto qualche estratti della composizione originale sono inclusi in sottofondo della nuova versione. Ci si sclama, ci si vocifera, ci si salmodia, ci si urla, non ci si canta in questo album… Il testo proviene generalmente da estratti di romanzi o estratti del requiem vero e proprio, il tutto scelto secondo delle suggestioni che la band vuole trasmettere. Una sola voce; quella di Tom Strong si avventura nella lettura dei testi e nella pronuncia del Latino, italiano, francese, inglese e tedesco, su un soggetto pieno di gioia: la messa per i morti alla moda Giudicarie. Senza scherzare, questo e l’album il più ascoltabile del trio. Adesso bisogna sapere posizionarsi davanti a un’opera del genere. Mi sono spesso chiesto, conoscendomi, cosa mi fa rimanere a prestare attenzione quel genere di suono. Cosa fa che tengo le cuffie in testa invece di rigettare in blocco questi suoni distorti, queste atmosfere scurissime??

Penso sia la stessa cosa che mi ha spinto ad ascoltare il primo “Eco del baratro” particolarmente difficile a assimilare con Armani e Nicolini che cantavano su due metriche diverse. Per la sola voglia di “crescere” musicalmente non rigettare gli ascolti difficili e trovare nell’ascolto ripetuto, elementi che confortano l’ascolto successivo.  Le Giudicarie, nell’allargamento del mio spazio musicale, tengono un posto preponderante. Un privilegio che il RAP non avrà mai la possibilità di fare. Non star lì a sbavarmi sulle scarpe, avete le vostre bestie nere, ho le mie…

Una campana  triste  e lugubre precede “Introitus: Requiem aeternam” e la sua chitarra che cammina a passo di funerale, e che ricopre un testo in latino poi in tedesco. Non saremo qui a far festa, questa introduzione ribassa tutti sguardi verso terra. Un paesaggio in bianco e nero si disegna, c’è foschia fra i boschi, predicatori in vestito monastico sporco seguono i nostri passi, loro mani son sporche di viscere. Non puoi uscire a voglia, una volta li, devi provar di restare in piedi, fino alla fine…

Kirie” arriva come un evento inaspettato: una chitarra e un basso a tono francamente rock si sfogano su un ritmo programmato sostenuto. Il finale si confonde fra l’ultima frase in tedesco “Die Lüge wird zur Weltordnung gemacht” ripetuta su fondo di gran coro e di organo di chiesa.

Sequentia: Dies irae” e più elettronico ed è accompagnato da una chitarra dissonante e distorta e di  un basso metodico, che sforna due note meccanicamente. Il testo e poco percettibile, solo la lettura dell’inserto può determinare con molta concentrazione, la presenza di parole in inglese, tedesco, francese, latino, e italiano: “Giorno d’ira, quel giorno distruggerà il mondo”. Gioia saltami addosso.

Sequentia: Tuba mirum” e completamente disordinato, caotico e lugubre, quasi estratto da un album Di “Silent Carrion” la voce tenebrosa scandisce parole in latino. Fa un po’ paura. Onestamente uno che mi parla cosi, non li darei neanche la chiave di un deposito rifiuti… Passa a l’inglese sulla fine del brano; niente da fare, mi tengo la chiave… 

Sequentia: Rex tremendae” e leggermente più strutturato e spinto da una chitarra elettrica ruvida intorno a questa frase declinata  in varie lingue:  “Rex tremendae majestatis , salva me, fons pietatis , qui salvandos salvas gratis”… Non avevo l’intenzione di pagare per essere salvato. Il finale sembra provenire da un vinile di musica classica girato a senso contrario. Aggiunge una dissonanza e un disordine, ad un pezzo rimasto fino ad ora strutturato.

Sequentia: Recordare”  “Un caricare e un rovesciar di sacchi, e noi risponderemo con bestemmie. Un abbandono più forte del sonno. Stasera verremo anche noi al passar della falce, che pareggia tutta l’erba del prato” Vari testi sono sclamati in varie lingue, tranne che in latino. Questo pezzo sembra descrivere la morte, ma dalla prospettiva umana, senza considerare quello della chiesa: “Je bois éternellement. Je bois pour la soif à venir”… Cheers!

Sequentia: Confutatis” e stranamente strutturato come una canzone normale, nel senso in quale c’è un ritornello e versi. Ma non c’è luce a l’orizzonte e non penso che non c’è ne sarà una finché il disco sia finito. Un basso basico ma metodico cadenza macchinalmente il sentiero per una chitarra stridente che piange dietro una voce determinata che vocifera in inglese: “just torture without end, still urges, and a fiery deluge, fed with ever… burning sulphur unconsumed” rimane l’immagine di un torre costruito con enorme pietre scure e di quale ci si esce un membro alla volta.

Sequentia: Lacrimosa” Una chitarra zoppicante trascina dietro di sé tutto il peso del pezzo, aiutata nel suo cammino, da un basso che tira il carico con pena, passo a passo. Una voce è seguita dalla sua ombra scura e poco distante, e accentua l’aspetto cavernoso del discorso sclamato in inglese poi in francese. “C'est la gloire des Dieux, c'est le grenier mystique, C'est la bourse du pauvre et sa patrie antique, C'est le portique ouvert sur les Cieux inconnus". Dalla descrizione solo la morte sembra portare sollievo a noi, poveri mortali. 

Offertorium: Domine Jesu” a un odore di mattatoio descritto con un orrenda precisione da una voce più distorta che al solito. Non c’è metrica nel discorso. Il testo e declamato a ritmo di prosa. Le corde sono incastrate in un loop a ritmo ferroviario.

Offertorium: Hostias” e un pezzo destrutturato. Sia la chitarra che il basso sembrano suonare per conto loro, tastiere discrete descrivono bassi. Il testo e arretrato nella massa sonora e viene dalla seconda porta giù nel corridoio, poi si spappola progressivamente per diventare inaudibile.  

Sanctus” riprende questo aspetto meccanico-distruttore di “Silent Carrion”. Arriva nella cronologia dove anche due minuti di chitarra rabbiosa su ritmo di spacca pietre inizia a creare cicatrice mentali. Per lo meno la mancanza di testo su you tube rilega il discorso di Tom dietro una tenda sonora aggressiva. Il finale sembra essere un vinile suonato a rovescio…

Benedictus” sembra posto li in negativo della traccia precedente. Una tastiera programma estende suoi suoni bassi come struttura per la chitarra leggera di Stefano. Poi ci si riparte per vocali sul sempiternalo tonno dell’incantazione, della predica. L’atmosfera del brano non può fare altro de degenerare con la sua progressione. Totalmente sconosciuto la lingua del testo urlato: “Erongis led emon len eneiv ehc iuloc ottedeneb. Sislecxe ni annaso…”

Agnus dei” e un traffico strano di cori di corale sintetizzati e mixati su una base di rumori distorti e sfuocati come base ritmica.

"Communio: Lux aeterna” e la conclusione del opera. Un lavoro pensato, che si conclude su una voce demoniaca che salmodia un testo in tedesco, su una colona sonora delle tenebre.  Per la luce eterna… siamo lì…

A pensarci bene se guardiamo tutti elementi presenti: Lingue sconosciute o parlate al rovescio, dischi suonati al senso contrario, passare da una lingua a l’altra senza motivi particolari, vuole dire una sola e unica cosa: Sono posseduti tutti tre… Magari anche il tecnico suono… Suonano la musica del maligno sulla terra… Ghhhhh… Abitano in Mordor … A l’APT di Pieve di Bono vendono collane di aglio e pallottole di argento, casomai le incroci per strada… Naaaa, dai!  Il fatto di avere la capacità di ascoltare tale tipo di suono accerta solo e unicamente la volontà e la possibilità che hai, di potere o volere uscire della MATRICE.

Punto. Tutto li.

- Jones! Se mi ricordo bene, sono i “Bob” che sono i più vicini vero???