Capitolo 133

[seguito recensione Geisterchor]

- Esatto, Capitan sono ancora Nel 350, rotta nel 146 adesso, distanza 15 miglia, hanno rallentato parecchio; velocita 3 nodi, profondità sempre 050. Poi “Nogaar”, Nel 070, rotta nel 245, distanza 20 miglia, velocita 08 nodi, profondità 039.

- Jenkins? Spegni il risonatore basse frequenze. Capo centrale? Cosa diset?

- Solita band de sempre, niente cambi di line up: Giacomo Gilmozzi: canto, chitarra, tastiere. Matteo Tomaselli: chitarra, tastiere. Leonardo Lanzinger: basso, cori, tastiere. Bruno Lanzinger: batteria appare anche Paolo Guolo: clarinetto, sassofono e tastiere, ed è lo stesso musicista che suona il sassofono su Desolina III in Wanderlust. Tutte le tracce sono state registrate nel 2014/2015 in parte nella loro sala prove, la maggior parte a Metro Rec da Marco Sirio Pivetti, un altro super schedato del nostro archivio. Poi le tracce sono state mandate a Ricky Damian, che ha mixato tutto in ANALOGICO al suo “Zelig studio” di Londra. Il master è a cura di Andrea Ghion per il “Fishbowl Studio”, Preganziol provincia di Treviso. Carlos Morales anche ha partecipato alle registrazioni come tecnico, sia in sala prove che alla Metro Rec di Riva. Lo stesso Carlos Morales che realizza la serie di video “The Zell sessions” già nel 2012… un solido nucleo sì è formato intorno al gruppo, solo gente di fiducia.

- Ok, tutta la strumentazione e ancora in funzione?

- Aye aye, Sir! Risponde Jenkins pieno di entusiasmo…

- Cominciamo!

Vorrei stabilire una cosa: ci sono molti gruppi che vorrebbero avere scritto, quello che descriveremo qui sotto. Quello che I Bob’s considerano, non come rigetti intendiamoci bene, ma pezzi che non corrispondono specialmente con l’identità di un album, o anche non opportuno per pubblicare come single. Sicuramente mancando di originalità, la pagliacciata di San Remo vorrebbe appropriarsi questa VERA capacita di compore. Su questo sono sicuramente esagerato, ma a qualche nanometro dietro la verità, pero. Comunque quei quattro membri, e magari adesso cinque con l’inclusione di Ricky Damian nel gruppo, sono ormai sparsi fra Parigi (Giacomo), Berlino (Bruno, Leonardo), Londra (Ricky) e Trento (Matteo) e non si vedono spesso… la corrispondenza e intensa, invece. A fine di tenere la fiamma accesa dopo i due monumentale EP Wanderlust I et II la pubblicazione di questo altro EP di 4 tracce arriva in punto per tenerci col fiato sospeso e l’attenzione affilata. E solo disponibile allo scarico su Band camp e diffuso ancora troppo discretamente sul tubo al mio gusto. C’è come un’atmosfera post-Beatles nelle loro composizioni. Cioè; un po’ di Harrison da solo, un po’ di John and Yoko, un po’ di Paul nei Wings, ma per far prendere la salsa bisogna una visione contemporanea alla scrittura, e su questo capitolo, ci sano proprio fare:

Riprendiamo con un ormai famigliare SITAR in “Macchine in movimento” già utilizzato in Wanderlust II, lo strumento ci rituffa leggermente nel “flower power” di un tempo, dalla sua sola presenza. La voce scalfita di Giacomo ci porta esplorare queste quattro tracce in Italiano. Questo giro di giostra e tirato da una base ritmica preponderante, fatto di un basso di cottone e di una batteria senza armoniche e risolutamente registrata nei bassi, i piatti di essa sono discreti e sfusi. Le chitarre, tenute in secondo piano, sembrano solo fare superficie nei ritornelli di questo pezzo, missato genialmente. Capo lavoro ancora. Bob non può lasciare indifferente… a questo livello, sono tutti extraterrestri, possiamo seguirli ovunque: “Sbronzo in autoscontro, viaggio a fari spenti nei deserti dei miei monti…”

Forse e il caso” inizia nella calma assoluta; chitarra folk e voce, poi tastiere discrete si integrano fino al primo ritornello. Un clarinetto limpido e il filo rosso da seguire durante il brano; segue il canto e adorna il testo come un fioco su un regalo di natale. Giacomo presenta la sua voce ruvida sul ritornello e spinge con forza: “Oh coincidenza, regola dell’eccezione che prima o poi, presto o tardi arriverà…”

14/09/14”E un lento cadenzato di violoncelli, articolato intorno a un testo in quasi-simile ripetuto due volte: “Sognatore tu non dormi mai, viaggiatore non partire, Sognatore tu non parti mai, viaggiatore non dormire…” La riga che mi ferma del tutto sul posto proviene dal tubo: “Music by Bob and the Apple and Paul McCartney (Revolution 9)” la mia prima reazione e di pensare: adesso che hanno registrato ad Abbey road, hanno anche incontrato “Macca” e hanno scritto con lui un pezzo su un angolo di tovaglia di carta al ristorante. Revolution 9 e solo un mix di suoni e varie registrazioni compilate e sparse da destra a sinistra sui canali stereo. Un pezzo esperimentale dei Beatles del 68, di quale sono estratti qualche campionati: “Take this brother, may it serve you well…”

Filcord 30” è un bel lento concepito per prendere potenza nell’andamento. Una chitarra si distacca di un groviglio di suoni rovesciati nell’introduzione. Presto l’orchestrazione completa, con il suo retro gusto pop-avant-garde-70’s, invade lo spazio. Siamo nelle promesse fra persone che si incontrano: “e ti dirò che resterei qui per sempre fino a domani giurerei si, giurerei…”  la seconda parte del pezzo e puramente strumentale introdotta da un assolo di steel guitar di Lorenzo (Lollo) Margoni. Ancora un pezzo magico. Esemplare nella produzione e il missaggio.

A guardare il numero di visioni sul tubo di questa serie di quattro perle rare, mi sto chiedendo cosa si può fare per portare la band verso lo zenit che merita pienamente. Ma siamo ancora lì :26, 33, 86 visioni, a credere che la gente guarda puramente altrove. Spero che un giorno questa band raggiungerà cime oltre le nuvole, semplicemente perché lo meritano.

Noi intanto, siamo ancora incollati sul fondo a qualche distanza della piattaforma continentale. Ci sono ancora qualche “bips” sullo schermo di Jones, poi magari se non saremo troppo disturbati sulla via di ritorno, potremo raggiungere la base Nibraforbe. Non che utilizziamo tanto carburante, ma Seven Seagul, il cuoco, inizia a mancare di fresco per sostenere l’equipaggio e inizia le scorte di conserve.

- Jones? Cosa ci racconta l’interferometro??

- Abbiamo ancora “Nogaar”, Nel 070, rotta nel 250 adesso, distanza 15 miglia, velocita 07 nodi, hanno rallentato un po’ profondità 040…

Capitolo 134

 

[seguito recensione Bob and the Apple]

- Capo Centrale? Questi Nogaar sono un duo chitarra-batteria giusto?

- Esatto, Capitan…

- Secondo, mi passa tutta la zona allo scanner non vorrei che l’ammiraglio Giusy Elle ci cadesse addosso al momento il più bello, li soffiamo questa presa sotto il naso e torniamo alla base….

- Aye, aye sir!

- Ma… mentre il secondo si assicura della nostra tranquillità localmente, Il Capo centrale non ha qualcosa da raccontarci, per caso?

- Sicuramente, Capitan. Vegno da subit…

Il blocco del Capo centrale e piuttosto leggero, ma questa volta ci sono carte vecchie e un post-it… Strano…

- Tutti schedati, o quasi, Capitan… Allora la band si compone di Mario Agostini e di El Perø

- El Perø… sì, che è schedato da tempo, ma Mario… interrompo curioso.

- Hanno suonato tutti due sul “No hablo ladino” di Felix Lalù… Risponde, imparabile il responsabile dell’archivio, con una memoria più fresca della mia.

- Aaaaaah ecco…. Prosegua, Capo, prosegua…

- OT e stato registrato da Yarin Sassudelli, e Nogaar presso "la casa di Pina" nella primavera 2018. Notiamo che Yarin proviene da “Side C”, un trio elettrico strumentale, sfortunatamente sciolto… Missato da Yarin Sassudelli e Nogaar durante i mesi successivi. Masterizzato da Filippo Tasca nell'autunno 2019. Nei ringraziamenti del EP ci sono anche Alessandro Baldo e Federico Dionisi per il supporto e consigli. El Perø e il batterista degli Kepsah  aveva torturato le mente del bordo a l’epoca di “Stack” poi, con Seba, il sassofonista cantante della sopranominata formazione, forma il duo KURU che ha sfornato 5 album e un single dal 2013. Gira con Johnny Mox e suoi Moxters of the Universe, e appare in montagna mia, video monumentale, in quale la gengha intorno a Felix Lalu appare sotto il suo giorno migliore, si vedono i gioielli di famiglia di Felix a 1.29, El Perø finisce il video con un tocco di “panache” e di “classe” (in francese nel testo). Visibilmente Mario e El Perø suonano assieme da 15 anni.

- Ah! pero…. Ma non hanno registrato niente… Hmmm… Altro?

- Un inserto sul ‘EP…: “Contiene 5 Canzoni. Cantate, suonate. Canzoni di cuori inquieti, travolti da amore, sfiducia, distruzione e intimità. Per una lotta misantropica di accettazione, Per una voglia di rispetto della vita, della morte. Cantate per evocare, più che per poesia e verità. Suonate per liberare, nella sfida con noi stessi. Un “Off Topic” illegittimo.”

- Eco il significato di “OT”: fuori soggetto… Hmmm… ok. Secondo? Tutto chiaro intorno a noi?

- Niente nei 80 miglia intorno, solo il nostro rilevamento, in tanto neanche il vascello ammiraglio di Giusy Elle può trovarci mentre siamo sul fondo.

- Bene… Quindi rimaniamo li. Jones, ha cambiato traiettoria?

- Sempre nel 070, rotta nel 245, distanza 9 miglia, velocita 08 nodi, profondità 039, distanza minima 0.3 miglia, passeranno quasi a nostra verticale.

- Cominciamo!

Nonostante la presenza di solo due strumenti e di una voce, il suono del EP è sorprendentemente completo e pieno. La voce di Mario, presente nei bassi la maggior parte del tempo, può pretendere di prendere il posto dello strumento mancante. C’è una straordinaria capacita melodica in tutte le tracce, che mi ricorda quello che bolliva nella pentola degli “Death by pleasure”, questo assemblaggio di suoni  fra le magre risorse del gruppo, che si combinano magicamente per piacevolmente agganciare l’orecchio. Tre canzoni veramente lente e due un po’ più upbeat compongono questo EP agli titoli stranissimi come Simurg, Pinah, e Kranich...

“Right away” e la perla che doveva aprire questo EP, la stupenda traccia faro è un lento sgranato dall’arpeggio posato dalla chitarra. La seconda meta del brano e sollevato dalla batteria che invade lo spazio con un battito insistente sul piatto “ride”, che dà una consistente amplitudine al pezzo. La voce leggermente bagnata di un eco discreto, evoca la mancanza dell’essere caro. “I must stay between your arms…

“Simurgh” prende il nome da un racconto di Luis Borges; per farla corta: Siamo quel che cerchiamo. Un concept di appartenenza, di essere la parte di un tutto: They perceive that they are the Simurgh and that the Simurgh is each one of them and all of them. In the Simurgh are the thirty birds and in each bird is the Simurgh. C’è un rialzo del ritmo; un vero beat rock un po’ più sostenuto, la cadenza del canto pero, potrebbe anche calzare un beat dimezzato. Come se la traccia originale fosse un lento, avendo subito un trattamento di anfetamine per staccarsi dalle altre tracce del EP. La voce di Mario se n’e va ad esplorare frequenze ancora più basse. La chitarra si campa confortevolmente nei bassi ma porta energia a l’insieme. Un altro pezzone.

Attacchiamoci delle scarpe di piombo agli piedi per “Pinah”, un lento suonato da una tartaruga con il freno di parcheggio. Senza scherzare pero, l’effetto di pesantezza descritto, fra il ritmo indolente e la gravita della voce di Mario, raggiunge un apice. Ti sembra di volere andare avanti, ma trascinando tre volte il tuo peso. Il pezzo stesso ti incolla al suolo e ti spinge ancora più giù, verso il centro della terra. Bel finale, sfumato nel rumore di fondo di un apparecchio spento da una mano decisa...

Cumbersome” coniuga alternativamente lentezza e potenza, passa da lento a mid tempo, da passaggi calmi a momenti intensi, seguendo i cambi di ritmo. La voce di Mario cade letteralmente in fossi di frequenze e piomba in bassi difficile da giungere, con un volume rendendo le parole intelligibili. Una gran bel capacita vocale.

C’è stato un intervento tempestivo da l’Intel per darci il significato di “Kranich” … In dialetto noneso significa argano, carrucola. E un altro lento che si stende originalmente in una lunga introduzione, prima di accogliere la prima frase di canto oltre 1.40: “Teach me now to be sincere” questa struttura decentrata dà al pezzo un aspetto stroncato ma il pezzo stesso dura quasi 3.20, e conclude l’album.

Nogaar è un duo originale e scommetto che appena il nostro rapporto sarà pubblicato che l’Ammiraglio Giusy si metterà in caccia. Il metodo di depositare un testo lento su ritmi due volte più rapidi mi ricorda i Deftones. Questo Ep è triste e nostalgico ma è di bella fattura, è registrato bene con un’identità sonora che incolla al contenuto. Ci sono tracce notevoli e titoli che pizzicano la curiosità. Tutto come lo stipola il Simurgh quantistico: “Information, energy and matter are both the observer and the observed.”

- Secondo riempiamo i Ballasts, stacchiamoci dal fondo, e mettiamo il naso di questa unita in direzione della base Nibraforbe! Quanto siamo distanti da l’entrata della base?

- 62 miglia Capitan!

- Mi ritiro per un po’…Li lascio il centrale, Secondo.

Sto brontolando nella mia barba... A questa distanza ci mancherà solo un piccolo segnale per farci rimanere sottacqua per un'altra settimana…

 

Capitolo 135

[Seguito recensione Nogaar]

Nello stretto corridoio degli ufficiali, a pochi metri dal centrale, appoggio il mio sguardo su l’unica maniglia dorata della corsia. La mia. Questo è il mio traguardo per godermi un momentino da solo, magari assaporire un po’ di grappa alle ortiche che ho nascosto in fondo al cassetto della mia scrivania. Quello che chiude a chiave. Mentre tendo la mano per aggrapparla, sto salivando solo dal pensiero, so bene che abbordo non si può assolutamente bere, ma è il mio piccolo piacere segreto. Tanto c’è ne solo una fiaschetta in argento di un quarto di litro. Il mio occhio, già brillante, deve rinunciare a questa prospettiva.

- Segnale…

E Jones… uno degli uomini i più seri e qualificati del bordo. Non posso mandarlo al diavolo, per la voglia che ho di pensare ad altre cose. Calzo la mia maschera sorridente dopo avere respirato profondamente ed espulso rapidamente tutta l’aria, con un notevole ribasso delle spalle.

- Cosa abbiamo? Chiedo, dopo una giravolta che mi riconduce verso la mia poltrona nel centrale.

- Eeeeh… è strano, viene da sotto di noi… Spettrometro solo… Aspetto che la sabbia e il fango sollevato dalla nostra risalita si deposita un po’. Schiarisce il segnale…

- Avanti un quarto per mezzo minuto, poi giriamo intorno a nostra posizione iniziale, velocita minima. Comando, mentre il capo centrale rilega l’ordine al meccanico di propulsione e alla timoneria, che rende conto, secondo la procedura.

- Risale alla verticale… 5 metri al minuto e prende velocita. Credo che eravamo appoggiati sopra e l’abbiamo distaccato dal fondo… annuncia Jones.

- Per le trippe di Richard Dawkins! Magari sarà un alieno o magari peggio. Nettuno Stridente! Scanner, spettrometro, doppler, decoder audio. Vorrei sapere cosa abbiamo riportato all’oscurità del fondo mare (e non alla luce!)

- E peggio Capitan… e una reliquia del 2002 e ci sono solo schedati dentro…

C’è un momento di silenzio… Io mi sto chiedendo cosa facevo nel 2002, cercando un ricordo, una memoria, un punto di aggancio, qualcosa. Pero niente. Piu di un decennio prima di prendere commando del Wyznoscafo… Svago del tutto. Tanto Il capo centrale e già sul telex della rete flash, Jenkins raduna dati dello scanner, il Secondo è alla manovra, io son perso nei miei pensieri:

- E chi sono sti schedati? Chiedo mezzo perso, lo sguardo nel nulla…

- Simone Bernardi  chitarrista nei “Fango”, Irene Bonadiman, che ha suonato con Felix Lalù su La Spuma Per El Bocia e “No Hablo Ladino” e… Felix Lalù!

- Cosa? Sclamo, mentre tutto ritorna a fuoco nel mio campo visivo.

- “Piccolo male puro”! Interviene il Capo centrale che legge al volo il contenuto della carta perforata ancora sul telex… Un gruppo attivo fra 2000 e 2005, una sola registrazione studio che è stata la prima sessione di studio per tutti membri: Felix Lalù al Basso e canto, Irene Bonadiman alla batteria e Simone Bernardi alla chitarra e canto. Notiamo che Irene e Felix hanno qualche bands sul loro percorso: S.Klero (1995-2000) poi Bue e Lova Lova Lovarie, sembra essere la sua compagna musicale nei 200 ultimi anni… E un gruppo universitario; Felix, Irene e Simone studiavano psicologia a Padova. È stato registrato presso Studio Zem Bolzano da Carmelo Giacchino. Tre lingue utilizzate sul disco: Inglese, Italiano e un po’ di francese. La band aveva anche scritto in spagnolo e portoghese. L’album e disponibile per tutti in Scarico gratuito. E si può ascoltare Anche sul tubo.  

- Stiamo girando intorno al rilevamento, manovra conclusa Capitan! conferma il Secondo.

- Ecco i dati dello scanner, rende conto Jenkins.

- Risale esponenzialmente più veloce; 8 metri al minuto ora… Informa Jones.

- Rimaniamo a profondità, tanto sarà a portata di strumentazione fino alla superficie, Cominciamo.

Pazzesco! Scoviamo un Ep di 18 anni fa. Ci attardiamo su questo caso per completare l’archivio. Sopra tutto per sapere cosa faceva Felix a l’epoca: Rock! Ecco perché nostro giullare del neomelodico alpino, può confortevolmente integrarsi a band come Ananda mida e sentirsi come un pesce nell’acqua. Poi a vedere i primi dati dello scanner sembra un disco a spalle larghe, piuttosto quadrato con ripieno di energia. C’è una sorprendente presenza di Irene alla batteria  e il ricordo della voce di Simone come nei più bei momenti di “Johnny Christ” del EP “Nel buio” di “Fango”, e vi incoraggio a scavare per scovarlo gratuitamente. Il genere e grunge rock con accenti di “Sonic youth”, delle esplosioni vocale alla “Smashing pumkins” delle chitarre alla Nirvana, il tutto con un retro gusto di Melvins . Tre dei 4 brani si stendono oltre 5 minuti: viene della scelta di privilegiare l’espressione invece di provare di entrare nel calibro radiofonico.

L’introduzione di “Emo” comincia l’EP come un rock grasso e appiccicoso al limite dell’heavy. La traccia si sviluppa allungo varie diramazione che il gruppo esplora pienamente. Quasi al minuto la prima spiaggia di calma segue la voce sussurrata de Felix. Il pezzo si gonfia durante un ritornello quasi strumentale e ripropone un altro giro accentuando il tono psicopatico della voce. L’ultima parte del pezzo riprende la struttura del intro, condita di parole fra l’urlato e il mormorato bipolare. Il finale e un vortice di parole al rovescio su una chitarra limpida. Divertente.

Altra introduzione lenta, quella di “Morbinson garden” un lento nevrotico che decolla seriamente al minuto e mezzo. Cantato a due voci, Felix per i versi e Simone sui ritornelli, questo rock ruvido è martellato in un modo pesante ma preciso da Irene; mi lascia a bocca aperta. A guardare le foto Irene e piuttosto di statura alta e fine, il morfo tipo delle atlete di salto in alto: slanciata. Sembra avere un martello in ogni mano per distruggere suoi timpani. Simone, lui, spinge la sua voce rauca e precisa per lasciare un’impronta profonda nell’identità del Pezzo.

Pezzo alieno del EP “Candy mandible” e una perla pop pura che mi ricorda i “Smashing pumkins” nella carezza melodica delle chitarre nella sua introduzione, le frasi di basso alla Peter Hook nella parte intermedia (1.54) e l’esplosione vocale (2.56) della parte finale. Da lontano il mio pezzo preferito dell’album. Peccato sia cosi corto.

“Post lemuri” inizia con un’avvertenza chiara: “Aaaah, Aaaah, Monster, Monster”. Cantato alternativamente da Simone e Felix il brano e un bel rock potente che ci propone un grunge ruvido per oltre 7 minuti. C’è una bella spiaggia strumentale di un minuto, un bel campo libero per lasciarsi andare del tutto nell’ebbrezza di un basso suonato ancora una volta, nella parte bassa del manico, prima che la band si sfogasse vocalmente per concludere la faccenda. NON ermetico, l'ultimo messaggio satanico e desatanizzato appositamente per il più grande bene di tutti...sembra che si parla della val di Non.

Questo EP non è solo il ricordo di un periodo per i nostri tre schedati, ma si inserisce senza vergogna nello spirito del periodo, con la qualità di composizione dovuta, la voce tagliante di Simone, il basso di Felix e un Irene imperiale dietro suoi fusti. Da lì, “Nel Buio” e “Icarus” si profilano più logicamente. Passato la sorpresa della scoperta, ci rimane solo da lasciare questo EP strappare la superfice ed essere condiviso di nuovo. Che li sia dato un'altra vita! Mi sto chiedendo se possiamo rimettere la mano su “Bue”, “Lova lova lovarie” solo per includerli in archivio dopo analisi.

- Buono! Secondo li lascio il centrale, facciamo strada verso la base Nibraforbe, mi ritiro in cabina. Chiamatemi a tre miglia del passaggio segreto, che prendo in mano la manovra…

Capitolo 136

Questo ritorno alla base e stato piuttosto corto. Sto camminando sulla piattaforma interna della base Nibraforbe accanto al Secondo. Nella distanza Seven Seagul, il cuoco, controlla la lista di tutto il fresco consegnato al Wyznoscafo, mentre i marinai di servizio quel giorno, caricano casse di frutta e verdura verso la cella frigorifera del bordo. Abbiamo usato poco carburante nell’ultimo mese e la cisterna ha già piegato tubi e connessioni e sarà l’ultima volta che l’incroceremo sulla piattaforma. Al prossimo ritorno passeremo al generatore a cella idrogena e propulsione magnetoidrodinamica che ci renderà totalmente silenziosi. La maggior parte del materiale e già pronto vicino al bacino secco dove opereremo la trasformazione, guadagnando un bel po’ di spazio a l’interno del Wyznoscafo.

- Dove andiamo? Chiede il secondo, che non ha ancora letto l’ordine di missione.

- Poco distante… 40 miglia a sud, un nuovo gruppo, pero il rapporto del Intel prevede movimenti seri nella zona; The fabulous beard, Adele Pardi, The Rumpled, Point Nemo, I Plebei, Jambow Jane… c’è movimento un po’ dappertutto e niente di veramente preciso, voci di corridoio, quindi ci mandano in prima linea, visto l’esperienza che abbiamo, e ci lasciano arrangiarci da grandi ragazzi.

- Un po’ di autonomia no fa male. Conclude il Secondo.

Tre ore dopo siamo in alto mare e l’ultima onda ha ricoperto la torre. Siamo in caccia.

- Capo Centrale cosa abbiamo su questa band? Ens-O

- E un Electronic duo, Capitan… nessun schedato ancora, ma… nelle collaborazioni… Tutti schedati!

- Nettuno Stridente! E l’Ammiraglio Giusy Elle che ci manda in missione su quel dossier, lo sento!

- Esatto! E l’ammiraglio Elle che ci ha affidato il compito.

- Capo… Rapporto…. Subito…

- L’EP di 4 Tracce e uscito il 1imo Marzo. La band si compone di Stefano Pegoretti alla chitarra e tastiere, e di Nicola Pandini alle percussioni acustiche e elettroniche, Ah! Nicola trova il modo di generare tramite il suo sistema, dei visuals progettati durante le apparizioni pubbliche. Poi come schedati abbiamo Carlo Nardi; Basso e Sintetizzatori on Lvl-up, poi Michele Bazzanella; Basso on “The Curse of the electric Zenjo-In” e “Damai”

- Nardi… Mi dice qualcosa… “Bendati su dirupi” … qualcosa… “les jeux sont faits” … o tipo…

- “Les jeux sont FUNK” Capitan!

- Ciro Nagasaki! era il suo pseudonimo su l’album!

- Esatto! Missaggio e master sono realizzati da Carlo Nardi per Sound Music Production, comunque Michele Bazzanella ha anche suonato su “Bendati su dirupi” di Granfranco Baffato , secondo me si conoscono tutti, ci deve essere un nido da qualche banda… La copertina minimalista e di Alma Leonardi. Tutte le tracce sono composte da Pegoretti/Pandini, la band si definisce come electronic landscapes duo…

- Si…. Tipo, giardinieri ma musicali, in somma… Altro?

- Ensō (円相) è una parola giapponese che significa cerchio. Nella pittura Buddhista Zen, simboleggia il momento in cui la mente è libera di lasciare che l’insieme corpo-spirito sia creativo..." Poi nelle loro apparizioni dal vivo, suonano su base pre-registrate, create da loro e il batterista controlla anche proiezione di animazioni in tempo reale.

- Ah! Quindi ci sono anche percussioni a quale poi far fare… altre cose. Eh beh… non si ferma il progresso. Buon, Jenkins mettimi tutta la strumentazione in moto…. Cominciamo!

“Beyond Old Infrared Neon Emotions, Part One” e un a traccia lenta, calma con inserti di scambi radiofonici per missioni spaziali e due battute di John Glenn: “Zero G and things are floating around” So che questo trucco e stato utilizzato finché troppo, ma qui sono utilizzate con parsimonia e giudizio: sono postati a cambi di tessiture o di intensità del pezzo: “On my mark…. 3, 2, 1, mark!” e il brano prende un po’ più di spessore. O ancora; “Welcome to space” e la chitarra si libera. Queste scelte possono sembrare un po’ telefonate… Stereotipate. Ma a guardare come la traccia e stata impacchettata dico che ci sta. “Close and lock you visors…activate channel 145” ci si viaggia!

“The Curse of the Electric Zenjo-in” accoglie Michele Bassanella AKA “il bassista che vorresti avere nel tuo gruppo” secondo Granfranco Baffato. La traccia inizia quasi in modo country folk. Chitarra e basso compongono una base su di quale una lead Guitar sgrana il tema principale del brano. Presto tastiere, sequenze e spiagge di sintetizzatori invadono lo spazio, mentre il pezzo guadagna in amplitudine.  Questo brano e piacevole, c’è un conforto a lasciarsi trasportare nel tempo descritto dalla conga che appare oltre lo stacco del secondo minuto. Belle rifiniture su tutto il brano.

“Damai” arriva piano, timidamente e da lontano. Torna la quota di Edgar Allan Poe “All that we see or seem Is but a dream within a dream.” Una delle referenze le più usate nella pop moderna (Propaganda) dopo più di un minuto e mezzo lo strumentale prende ritmo, prende forma, esce della sua crisalide, stende le ali. Il basso di Michelle torna a dare sostegno e spessore al dialogo alternativo con la chitarra della base… e con la chitarra suonata dal vivo. “Damai” prende definitivamente un tono più muscoloso nel suo finale. Il tema principale appare sollevato e più determinato di splendere. Un'altra perla.

“Lvl up” mi fa pensare a un mucchio di bacchette di Mikado lasciate in equilibrio sopra la sequenza di tastiere della sua introduzione. Tutti strumenti suonano in un modo strutturato, la chitarra ovviamente, che vola da una parte del pezzo a l’altro, la batteria che porta via bacchette con regolarità metronomica e in fine il basso di Carlo Nardi che aspetta strategicamente il suo turno per giocare. L’equilibrio diventa fragile in diverse fasi dal gioco: 2.49 c’è un cambio giocatore , un’altro segue verso 3.59… Ma sembra che sia la chitarra di Stefano a ripulire il tappetto in un brillante finale.

Queste quattro tracce sono volate via troppo rapidamente. Le tecnologie utilizzate danno una registrazione pulita e limpida, le performance manuale dei musicisti della formazione, sono a l’altezza delle basi su di quale si esprimono.  È stato promesso dell’improvvisazione nelle apparizioni dal vivo, ecco una buona ragione per andare a vederli, e potere guardare forme geometriche evolvere sopra la band. Mi sembra poco gratificante qualificare questa musica nel genere “ambient” perché Stefano e Nicola sembrano proporre qualcosa in più. Un genere tipo… “rêverie” sembra un po’ più adatto.

Capitolo 137

[Seguito recensione Ens-O]

A dire la verità, non sapevo a cosa aspettarmi durante questa immersione. Sapevo che eravamo ancora immersi per un bel po’ di settimane, ma non mi aspettavo a questo: Jones mi chiama a voce bassa dal sonar per un rilevamento che non sa presentare. Lascio la poltrona del centrale per inchinarmi sullo schermo dell’impiegato modello per eccellenza.

- Non so come spiegarmi questo rilevamento non dovrebbe apparire cosi… viene dal 090, rotta nel 180, distanza 12 miglia, velocita 05 nodi, profondità 023… sembra essere un OPERA, aspetto il trattamento della firma sonar.

Discretamente chiamo il secondo, ci raggiunge sopra lo schermo circolare, che tinge nostri profili di verde.

- Mi sto chiedendo se dobbiamo passare questo compito a l’Ammiraglio Helmut Graf…

- Chi e? interroga il secondo.

- Enorme base sul Garda, livello nazionale, musica classica, teatro, lirica, la totale… Navi di superficie, grosse unita, roba seria… Mi sto chiedendo se dobbiamo passarli l’info o soffiarli la missione sotto il naso?

- Adele Pardi! E la firma sonar di Adele…. Conferma Jones. C’è anche Noirêve…

- Dai su! Ho deciso! Li stiamo de drio! Sicuramente l’Ammiraglio Graf non sa che l’album è uscito…. Prendo il rischio. Secondo, cerchiamo di entrar nella loro scia, Rotta nel 170, avanti un quarto, profondità 050. Li lascio finire la manovra, Capo centrale?

- Aye, aye sir.

- Rimani discreto questo è uno dei pezzi più grossi su qui quale portiamo la strumentazione. Vogli tutti dettagli possibili, hai mezz’ora.

- I dati son già qui, Capitan. l’Intel ha partecipato al crowdfunding

- Beh adesso che tutti sono al corrente… spari, vai!

- Questo album e il frutto di una tesi universitaria 2014-2015 per il conservatorio Francesco Antonio Bonporti di Trento e abbiamo messo la mano su la tesi di Adele…

- Brao, Capo!

- È necessitato un lungo periodo di preparazione per completare l’opera. La tesi era intorno a 5/6 pezzi di trasposizione in chiave jazz, arrangiamenti… Il rilevamento e il lavoro completo: Allora tutta la tecnica prima: Casa discografica Barnum for art, Registrato presso il Teatro San Marco di Trento e allo Screen studio di Trento. Missato da Giacomo Plotegher per iMhO sound lab, Master di Tommy Bianchi per White sound mastering. Grafiche e copertina del CD di Karen Stenico. Allora, mi lascia spiegar perché le un tocchetin tosto… Buon, per farla corta il babbo de Adele li raccontava sempre le storie prima di dormire e raccontava spesso l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide questa robe li n’somma: Principi, Dei, soldati, maghi, streghe, regine a tutti piani. Poi de mez c’era la storia de DIDO… riassumo: Lei e regina di Cartagine, Il re suo marito muore, normalmente deve star in vedovato, ma si innamora di Aeneas, e secondo la versione originale della storia, si uccide quando lui l’abbandona per seguire i comandi del Dio Giove. Okay?

- Va la, son de quelle storie come Romeo e Giulietta, finisce sempre in una strage per diventare un’opera... Prosegua, Capo… Prosegua.

- Una delle versioni e stata firmata dal compositore inglese Henry Purcell su il libretto di un certo Nahum Tate. Tate, porta un sacco di modifiche, per seguire le mode e soprattutto i gusti del pubblico dell’epoca. Volgarizza il tutto se vuole, lo rende più popolare n’somma. Cito: Dido nel libretto di Tate e pienamente consapevole del suo concedersi a Aeneas non è manovrata dagli Dei come nell’originale di Virgilio. La tempesta che in Virgilio unisce gli amanti, nel libretto di Tate li costringe a separarsi. Se ne l’Eneide Dido si uccide, nell’opera di Purcell muore di dolore. Ecco! E questo opera che Adele riprende per farne una versione Jazz come argomento di tesi per la sua laurea in Canto Jazz.

- Un’opera Jazz? Si può fare? Domani Sick & Simpliciter possono ricomporre la stessa opera su un libretto di Dutch Nazari, per esempio?

- Beh, Non esageriamo pero, legami ci sono fra musica barocca e jazz. C’è una raffica di musicologhi che lo sostengono. Poi sembra che c’è anche elettronica ed altri generi sparsi nelle composizioni.

-  Buono… Adesso che siamo lì… Jenkins! metti tutto in moto, cominciamo!

Per chi non conosce ancora Adele Pardi e una violoncellista di formazione classica che ritroviamo a un sacco di incroci con la musica underground Trentina: Prima con il suo EP “Regalami un ora”, poi con Jacopo Candela, Emmanuele Lapiana, Gio.venale, fonda Kitchen Machine con la romana Chiarastella Calconi. La lista degli artisti con quale collabora e lunga. Su quel rilevamento c’è Janet Dappiano; Noirêve… e 16 musicisti di vari orizzonti, e mi sto chiedendo cosa hanno combinato…

“Ouverture” inizia su una voce narratrice e qualche battute strumentale al violoncello. Molte opere si aprono su introduzioni strumentali, spesso temi e frasi musicali son ripresi più lontano nell’opera. Poi a l’improvviso ci si parte nel jazz be-bop e un accompagnamento in canto di tipo Scat che mi ricorda i “Vai vuvai” di Michel Legrand quando passava ancora alla Tivu in bianco e nero. Il jazz prende il sopravento, ci sono dei cori femminili che distillano del “Bada dadudu didai” … e un Jazz quintet “Seven Steps” tirato dal pianoforte di Lorenzo Vitolo, in figura di prua.

Fermo immagine su Il monumentale “Shake the cloud” la traccia che potrebbe essere estratta da l’album e proposta come single. L’atmosfera etere, deve al tocco speciale di Noirêve che trasporta il pezzo verso un reggae lento, che prende spessore con l’andamento. I vocali sono puramente angelici, plananti e vaporosi; dello zucchero filato al gusto nuvole. Notevole transizione verso violoncelli e voci più leggere che l’aria. La posizione di questo pezzo si avvera una scelta strategicamente vincente: Sbam! Due tracce, e siamo fuori di ogni aspettativa, non è un’opera come le altre, la nostra attenzione e trattenuta, perché nel nostro mondo, ci sono poche opere sviluppate in quel modo.

“Ah Belinda” e una traccia spogliata a l’osso: Dido si confessa a sua sorella Belinda del suo colpevole tormento. “I languish till my grief is known” La voce di Adele si appoggia unicamente sul pizzicato del suo cello. Il finale è avvolto di viole e violoncelli.

“Cupid only throws the dart” è un brano strumentale condotto dalla tromba di Pietro Corbascio su un cuscino sonoro morbido, imbottito dal quintet Seven steps, di quale fa parte.

Ancora una sorpresa totale “To the hills and the vales” a piuttosto un gusto Irlandese a credere che Adele ha visto “The Rumpled” dal vivo… Instaura un dialogo fra la voce e il violino che li risponde, nota per nota. Il tema e campestre, forestiere, e respira la natura profonda, magari si va a caccia.

In una caverna delle streghe complottano per rovinare la felicita di Dido. “Prelude for the witches” mi ricorda, dal cambio di tonalità della voce, “Stay” dei Shaekespear sisters talmente il lato malefico ed espresso con forza nel tono dei vocali. Le prime battute di archi del brano lasciano posto a un piano forte, campato su un tempo lento ma inesorabile, che si spappola per lasciare posto a un coro femminile. “The queen of Cartage whom we hate, as we do all in prosperous state, ere sunset shall most wretched prove, Deprived of fame of life and love” e preparano una tempesta per separarli durante la giornata di caccia e mandare un elfo, travestito da Mercurio, il messaggero di Giove, e fare partire la sera stessa Aeneas con la sua flotta verso le coste italiche. Contente dal loro piano la scena si conclude in “hand clapping”

“In our deep vaulted cell” e un’altra scena spogliata a l’osso, nonostante la presenza di un piano forte nelle prime battute, la voce di Adele e lasciata sola a costatare che la relazione sentita dagli due innamorati è troppo incongrua per essere vissuta, alla vista di tutti.

“Ritornelle, thanks to these lonesome vales” descrive l’ultimo momento di pace e di bellezza fra Dido e Aeneas. Violini e violoncelli esprimono questa atmosfera campestre e contemplativa. Come a guardare un paesaggio romantico, una bella vista, con l’essere amato. La voce di Dido (Adele) e posata, calma e felice. Sento che non durerà….

“Aeneas soul” e la traccia la più corta di tutta l’Opera; la tromba di Pietro Corbascio simbolizza la tristezza che Aeneas ha di lasciare Dido.

Il contrasto il più forte di tutto l’opera si trova in “Haste to town” e suoi vocali truccati da un Vocoder o altri effetti concentrati sulla voce. Di Nuovo, Noirêve lascia una traccia profonda nella descrizione del ritorno di Dido alla corte. La tempesta scatenata dalle streghe finisce per raggiungere la regina de Cartagine: “This open field is no shelter from the storm” sono riuscite a separare i due amanti; La tempesta scatenata dalle streghe bagnerà più profondamente Dido, che semplice acqua caduta dal cielo. La traccia studiata da Janet e ritmata. La voce depositata sembra decomporsi con l’andare. Augurando niente di buono.

“Aeneas” non lascia apparire nessuna voce maschile su questo opera. Solo la tromba di Pietro Corbascio e il pianoforte di Lorenzo Vitolo descrive la partenza dell’amante verso le coste Italiche per obbedire a Giove. Calzate le cuffie! su questo pezzo la registrazione e cosi acuta che si sente Pietro respirare durante l’esecuzione. Aeneas ingannato da un elfo prenderà il mare… Dido rimane amareggiata dal fatto che Aeneas sceglie di obbedire agli Dei, piuttosto che rimanere con lei… questa tristezza la uccidera.

When I am laid in earth” rimane il pezzo che rivela al meglio il crossover fra jazz e classica di tutto l’album. E lo fa in poche battute ed è arrangiato in un modo esemplare. Già dalla tromba con sordina che si immisi di mezzo ad archi (dal primo minuto). Di un “but” (2.20) isolato in una frattura di silenzio. Dall’inclusione di un canto Scat al terzo minuto, poi dall’uso giudizioso e parsimonioso di un eco digitale (3.15) “Remember me… but please forget my fate” e una frase che rimane ormai incisa nella memoria.  La narratrice torna per ricordarci il “tuning generale” che ci aspetta fra un po’ di anni. (grazie) I cori vegliano sulla tomba della regina che ha “trovato la pace”. Cupido appare sopra la tomba “with dropping wings” per spargere petali di rosa sopra la tomba di Dido.

- Dopo sto casin mi, me sarei nascosto, se fosse lui.

Dichiara il Capo centrale, mezzo arrabbiato, mezzo triste a costatare tanti danni. Secondo me, è un tipo che preferisce i “happy endings”

C’è un bonus track “Fear no danger” che potrebbe sostituire l’ammarezza del finale. Con un bello sfogo boogie tirato come una locomotiva dal basso di Tancredi Emmi e dal resto del quintet Seven steps.

Questo concept album e puramente sorprendente; un’opera sviluppata in un modo originale. Un lavoro di preparazione monumentale, per mettere in luce, non soltanto Adele, ma tutti questi musicisti e vocalisti molto talentati.

- Usciamo dalla sua scia e pattugliamo in spirale in zona per vedere cosa gira in questi mari… Secondo li lascio il centrale, vado a tastare quello che Seven Seagul ci preparato per cena…

- Aye aye sir!

Capitolo 138

[Seguito recensione Adele Pardi]

Seven Seagul mi sta guardando dal passa-piatti fare degli “hmm” e degli “mium-mium” mentre mi strafogo del suo curry di patate, verdure e funghi. So che mi osserva dalla micro cucina in quale sostiene i 40 uomini dell’equipaggio, per accertarsi della qualità del suo lavoro: Ci sa fare. Devo scivolare sulla panca che scorre allungo la parete della caffetteria ufficiali, per premere il pulsante dell’interfono, che interrompe il mio pranzo, dal suo rumore penoso. E Il secondo:

- Jones ha beccato un segnale, Io ho già manovrato per infilarci dietro, il capo e già sulla rete flash.

- Posso finire o è urgente?

- Tranquillo.

Appoggio il piatto vuoto sulla tavoletta dello passa-piatti e becco al volo l’espresso che Seven mi ha già servito. Direzione: Centrale operativo, quel formicaio frenetico in quale sono già tutti pronti a rendere conto. Mi siedo sul mio trono:

- The Rumpled, inizia Jones, dal 310, rotta nel 060, distanza 11 miglia, velocita 07 nodi, profondità 030.

- Siamo in rotta verso 045 per ancora due minuti avanti 2 quarti, son rimasto a profondità 050, poi passeremo nel 060, rende conto il Secondo.

Il capo centrale e la sua matita gialla si dirigono verso di me. La matita sta zita, il capo centrale comincia:

- Niente cambi di line up: Marco Andrea Micheli al canto, Davide Butturini alla chitarra, Luca Tasin al basso, Tommaso Zamboni alla fisarmonica, Patrizia Vaccari violino, Michele Mazzurana al martellamento. L’album di sette tracce e prodotto da Gianluca Amendolara per Black Dingo Productions. Missato da Gianluca Amendolara & Maurizio Cardullo. Registrato e Masterizzato al Crono Sound Studio, Vimodrone, Milano, Parole scritte da Stephen Graham Trollip e Tommaso Zamboni supervisione dei testi da Francis D. McLaughlin degli Rumjacks, copertina e Illustrazioni di Norberto Filotto che è il giovane illustratore veneto con cui hanno già collaborato per le grafiche degli altri lavori usciti. Design del logo di Marcello Gatti e in fine un ringraziamento tellurico per Francis D. Mc Laughlin degli Rumjacks per la sua energia e il suo sopporto per la band. Un altro ringraziamento sentito va agli schedatissimi di Iiriti Rovereto per l’assistenza tecnica e Frammenti SERIGRAFIA che portano alto i loro colori. L’uscita si farà solo in digitale per il momento, ma l’Intel non ci ha passato tutti dati, sembra che ci sarà un disco fisico con delle sorprese… son rimasti silenziosi su quel argomento. Non ho niente di più.

- Siamo in rotta nel 060 capitan, rende conto il secondo, siamo a profondità 040 adesso li siamo in scia.

- Brao, secondo! Cominciamo.

Colpevoli di essere passati accanto a un EP di 4 tracce di aprile 2019 intitolato “Grace O’Malley” ci mettiamo in caccia al rilevamento che fila dritto verso Nord-Est. Ci sono momenti in quali il numero di gruppi nel nostro archivio supera le nostre capacita di missioni. Detto questo, più un gruppo o un artista fa chiasso più si farà notare, il sonar becca l’ovvio per primo. Dobbiamo agganciare le cinture di sicurezza che entriamo nel reame del 120bpm+ e che se scrollare in quel modo è ancora a portata di Jenkins non è più alla mia. L’EP contiene ovviamente del Irish Folk, ci tocca solo determinare a quale salsa l’hanno accomodato.

E credo che “Stand Up” inizia con una sgommata e un regime motore classificato nel registro “a chiodo” riconosciamo un partner già presente su “Ashes and wishes; Francis McLaughlin del gruppo The Rumjacks che assista Marco Andrea nel ritornello e nel secondo verso. Francis veglia di buon occhio sulla buona salute degli Rumpled. La canzone finisce in un odore di gomma bruciata nonostante un leggero ribasso dell’intensità del beat sul finale. 

“Take a Drop” e un invito ad apprezzare la vita, sempre troppo corta, di accorgersi che ci sono tanti porti nel mondo e gente con quale fare amicizia. “so grab a pint of gat, and come along with me”. Credo che ci sia un messaggio subliminale, un leggerissimo invito ad alzare il bicchiere e il gomito. Credo sia un concetto veramente nuovissimo nelle parole del gruppo. Notevoli cori alla “Toy dolls” per sottolineare le fine versi…

“The Gipsy Dancer”, uscito al 3 marzo, è illustrato dal suo video mostrando una vittima della  fermentazione della distillazione e della sovra idratazione, tre principi poco compatibili con la vita di coppia, al meno che sai camminare veramente dritto e avere l’alito fresco in ogni circostanza. La pazienza della donna e elastica ma ha sempre un punto di rottura. “Bye bye Lover, never cry”.

Non stanno mai tranquilli un secondo “The Road” riparte su un beat consistente ma felicemente senza essere isterico. Il percorso della vita si svolge sulla strada fata di gioie e dolori “I’m just a tortured soul

In tanto si va avanti “I know I’ll meet my maker boys, but not today” perché c’è ancora strada da fare. Del resto, se continuo a saltare cosi sul tempo, non finirò la giornata.

“One Love” accoglie Andrea Verga del gruppo genovese Folkamiseria per qualcosa che tira leggermente sulla polka.  “One Love” e una ricerca allegoricamente paragonata alla cerca di diamante in una miniera sola fatta di carbone.  La maggior parte del tempo, basta aprire gli occhi. Sfortuna! son miope!

“Broken Romances” e una traccia leggermente meno intensa nei suoi versi, guidata dal pizzicato del violino di Patrizia, che lascia un po’ di posto alla fisarmonica di Tommaso per punteggiare il testo discretamente. Tutti a l’arrembaggio per i ritornelli e descrivere la fugacità degli amori d’estate: “Quello che viene al tramonto sparisce [spesso] con l’alba” rimane questo sentimento misto di quale un insegnamento deve venire fuori.

“Patty's Jig” ospita due turisti di passaggio; Andrea Verga e Jacopo Ventura degli Folkamiseria rispettivamente al Banjo e mandolino per Andrea, e Jacopo alla Chitarra per uno strumentale a retrogusto di Tarantella settentrionale. Tanto la musica celtica era stabilita in tutta Europa prima che qualsiasi persona decidesse di tracciare frontiere. Questo ballo popolare “The jig” conclude l’album su una nota festiva.

Cosa dire di questi talenti radunati in questa band? Ogni uno e virtuoso al suo strumento. Si distaccano dal branco, i due strumenti che sono la figura di prua di questa nave: Violino e fisarmonica hanno veramente l’enorme responsabilità di essere messi avanti. Marco e più che al suo posto in Front man e incarna e suda la sostanza dei testi da tutti pori. La sessione ritmica e solida; sia chitarra, basso o batteria sono al loro posto. Non generano il sostegno e le collaborazioni che hanno radunato intorno a loro, solo per le loro belle facce. C’è la sostanza in quel che fanno e meritano il rispetto che il pubblico e la professione li porta oggi. Possono ancora fare tanti passi; non avanti, perché le fanno comunque ma in alto. Dai, che ricchi e famosi oggi non serve più, essere felici invece non è a portata di tutti. Felicita? Lì auguro di beccarne una fetta larga e proporzionale alla loro golosità.

Mi sto chiedendo quale sarà il prossimo Bip sul nostro sonar….

Capitolo 139

[seguito recensione The rumpled]

- Segnale! Nel 000, rotta nel 080, distanza 8 miglia, velocita 08 nodi, profondità 017. Trattamento firma sonar in corso. Annuncia Jones…

Mi stavo aspettando a un po’ tutto, ma non a questo:

- Mondo Frowno… sono i Mondo Frowno!

- Ok… cosa ci fanno qua? Non sono nella lista dell’ordine di missione… Ferma propulsione, rimaniamo a profondità, Jones? distanza minima?

- Passerano a dritta nel 040 distanza minima 3.5 miglia.

- Jenkins Scanner, doppler, spettrometro, decoder Audio. Jones, niente sonar. Capo? Rete flash, per favore…

-Aye aye sir!

Il Wyznoscafo smaltisce la sua velocita residua prima di galleggiare fra due acque, immobile, offerto ai correnti. Dati iniziano ad accumularsi. Il capo centrale torna:

- Si, si… Nuovo Album dei Mondo Frowno “This! again?” Uscito il 3 aprile 2020, solita Line up Alessandro Coppola voce e chitarra, Mauro Cont alla batteria e Irgen Onafets al Basso.

- Che nome strano, soliloquio pensieroso.

- Magari e un nome di origine Bellunese, commenta Jenkins che non perde un’occasione di sta zito.

- Eheeee, come no? Prosegua, Capo.

- Tutti Strumentali sono stati registrati da Gigi Zeni al centro musica di Trento in presa diretta. Le voci registrate da Piff al Frizzer studio.

- Ah! Piff ancora… Dadar! Varda chi ci si rivede… altro?

- Mix e master di Daniel Grego Mal de testa Recording Studio. Copertina Irgen Onafets, collezione personale.

- Dai! guardiamo i dati.

C’è una cosa sorprendente in questo album, qualcosa di atipico; è che non c’è una canzone in particolare che si distacca dal insieme e che domina dalla testa e dalle spalle il resto, come a pretendere al posto di Hit single. O magari possono farlo quasi tutte, talmente ogni canzone respira solidità ed esperienza, qualità e coinvolgimento immediato dell’uditore. Tutte le tracce sono di un alto livello, o magari anche di più, come ti devi aspettare da un gruppo di questa statura. Alla prima visualizzazione dei dati la cosa è flagrante: questo è un album importante, il trio ci ha lavorato sodo, e questo album non si dimenticherà così presto. Non è un album “medio” o “corretto” Tutte le tracce sono monolitiche di perfezione… Come mai tutto questo rimane al livello regionale?

Mauro Cont brilla su “Tarantula escape” si è campato su questo ritmo medio, in quale dettaglia il suo gioco. La locomotiva è lui. Va a vapore, e tira. Bella melodia del canto e basso dosato… L’avrei spinto un pelino di più avanti, ma questo son gusti personali. Il suono della chitarra rimane grezzo per incollare a l’atmosfera. Ci sono leggeri overdubs di chitarra e rumorini per disturbare il flusso delle parole: “She’s searching for herself in my head”. Primo pezzo più che convincente.

Ci si può quasi dondolare sul ritmo di “Beck”, abbozzare qualche passi, dopo Il “whu!” registrato in sotto fondo con il ritmo coinvolgente della batteria. C’è ritmo anche nel testo sia dopo “Suddenly” o dopo “Wake me up” le parole si incastrano molto bene, in questo Tetris cantato: “Wake me up until my head looks around, Wake me up until my head is out, Wake me up until my head looks around, And i know just where I go, just swear.” Siamo qui a battere delle mani: Ancora, ancora, ancora!

“This! Again?” evidenza finalmente il basso. E l’album si rivela nella sua vera consistenza: Ogni traccia è esemplare di composizione e di esecuzione. Una perla trovata su ogni pezzo. Qui siamo su un lento che sa staccarsi dal suolo e prendere amplitudine; ancora un Mauro Cont imperiale dietro suoi fusti, un Coppola vocalmente perfetto, uno Stefano Negri solido e spinto avanti. Notevole serie di “finali dopo il finale” su questa canzone piena di dolore sentimentale: “Yeah, yeah, yeah are you sleeping out again?”

Mio giorno preferito della settimana: “Monday” sembra anche essere il giorno preferito di Alessandro perché, secondo il testo della canzone, ha incontrato una ragazza che sorride e brilla di lunedì… Rarissima come tipa, anche se ha gli occhi rossi…  La canzone stessa è un crescendo: inizia con il suono di una chitarra al suono camuffato e distorto, il pezzo raggiunge una zona acusticamente chiara per rivelare un testo semplice e conciso. Un ponte musicale calmo e spogliato annuncia la tempesta che libera i vocali di Alessandro e l’energia del trio.

“30th parade” inizia e finisce su delle percussioni tribali, e un pezzo appoggiato su tamburi cherokee, o nativi americani, che sviluppa e amplifica l’onda del crescendo-decrescendo generale del brano.

L’atmosfera angosciosa di “Raven” e descritta attraverso un ritmo appiccicoso e suoni di chitarre dissonanti. Il Corvo, presenza di buon augurio, plana sopra la canzone come un’ombra nella pioggia. C’è un clima subdolo nella musica che evidenza qualcosa di malsano. Questo rock è potente nel ritornello e preoccupante nei versi. Una riuscita!

“Don’t read yourself” sembra subito più leggero. Ci si parla della traccia lasciata nella memoria di una persona anche contro sua voglia. L’impronta lasciata rimane certe volte allungo. Questo pezzo è l’illustrazione di ciò.

 Vuoi del basso???? Aaaaaaah… qua ce n’è! Poi, non su una traccia qualsiasi… “Cajon Magno” cammina come una traccia decisa, con questo aspetto inesorabile nella sua progressione. Una specie di forza tellurica spinta dal duo basso e batteria. Fino a 2.04 dove un ponte musicale planante ci offre l’occasione di riprendere il fiato, prima dello spettinato finale. Pezzone.

“You know nothing about me” conclude quest’album con una power ballad. Ancora un crescendo nell’intensità e la corposità del pezzo. Frowno chiude su un occhiolino mentre, mondo guarda senza potere sfornare una parola. “If the world is gonna turn around us, I don’t know what else to say” In fondo, prendo coscienza del ruolo che abbiamo, qua abbordo, e il privilegio che abbiamo ad essere in prima fila, per potere rendere i nostri rapporti di missione con orgoglio: solo per potere pensare… Io, faccio parte dell’equipaggio, ci sono.

Questo album ed esemplare da testa a coda. Mondo Frowno aveva già trattenuto la nostra attenzione nel passato con due EP; MNDFRWN e Feedback, di altissima qualità e un single “I’ll be the rain” che aveva già dimostrato di possedere una statura seria, una voce accattivante, una chitarra lirica su una sessione ritmica fatta con i resti della Panzer Division, mica paglia… Con questo album, il trio dovrà ricevere lode da una raffica di testate editoriale e visitare di nuovo la Gran Bretagna per riconquistare the Cavern di Liverpool e dintorni. Magari un po’ di più…

- Buono, so che siamo fermi, ma…. Qual è la nostra posizione adesso? C’è corrente in zona?

Capitolo 140

[seguito recensione Mondo Frowno]

- Siamo nel 071 della base a 62 miglia, corrente 01 nodo da west-nord-west, risponde il secondo.

Jones prende la parola troppo spesso, al mio gusto:

- Credo abbiamo un segnale nel 120, rotta nel 332, distanza 12 miglia, velocita 05 nodi, profondità 020. Trattamento firma sonar in corso.

Mi solevo leggermente dalla poltrona del centrale per leggere, sopra la spalla del timoniere di profondità, il display digitale che splende di rosso: 051. Quel rilevamento ci viene quasi addosso, ma se non cambia profondità, ci passera tranquillamente sopra e di dritta. Tanto siamo fermi e se stiamo belli tranquilli, non si accorgerà neanche di noi.

- Distanza minima? Chiedo.

- Ci passera di dritta nel 049 distanza… hmm…2.5 miglia capitan… firma sonar Mbè.

- Credo abbiamo già roba da loro, interviene il Capo centrale, devo vardar capitan… me dà n’attimin…

- Sono un po’ confuso, anch’io mi ricordo di qualcosa, pero credo che il gruppo si chiama Zetta erre e che l’EP si chiama Mbè. No?

- Eeeeeeh…. non proprio, Capitan!

- Beh ero giovane… ero n’briagh… annuncio scherzosamente, mentre giro la poltrona verso il capo centrale, che sta già leggendo il suo reso conto.

- Zetta erre e il soprannome del produttore, Rocco Rossi il bassista un ex Animavana, che gira attorno ad altri vari progetti musicali. Mbè è di fatti, il nome del gruppo composto da Andrea Port: chitarra, Francesco Carpentari: chitarra, Isabella Bonfanti: Canto, Michele Pizzini: percussioni, Rocco Rossi: basso e Aleksandro Bonelli: Batteria.

- Alek… Sandro? E la versione lusso di Alessandro o la versione spaziale?

- Versione Besenello, Capitan! il gruppo viene da li. Quindi abbiamo; maggio 2018 un EP sound cloud allo stato demo. 4 tracce “Sambetta”, “Notturno”, “Congo star”, “Natural selection” che ritroviamo su l’album. Due altre tracce sotto il nome Zetta Erre “Fibonacci” e “Maschera di vetro” entrate su soundcloud e ritirate, ma sono nel nostro archivio. Tutte le tracce sono state composte dal gruppo, l’album fu rilasciato il 6 febbraio in forma fisica e disponibile dal 13 aprile su Bandcamp è stato registrato al ZR studio. Il coccodrillo sulla copertina e di Elia Carollo. Tutto li.

L’album è generoso di 9 tracce di quale tre sono cantate e 6 strumentali, completano l’opera. L’atmosfera generale varia intorno al jazz leggero, che si avventura verso la bossa nova, la samba, e vari stili. Il tutto registrato senza overdubs e niente “quantificazione” nel senso dove l’ora di studio non è passata a rimettere tutti sbagli umani sotto il microscopio al 16imo di battuta. Del resto penso che creare un label “No quantisation” potrebbe differenziare il suono organico e genuino da quello troppo rimesso al posto giusto sotto il microscopio. Per un risultato, certo quadrato e preciso, ma in quale la vita è tolta per assomigliare a un programma o una drum machine. Dovrei fare un rapporto su questo a l’intel. Sempre rosso e lo scudetto garanzia di qualità.

“Bozza Piena” accoglie questo combo al completo, inclusa Isabella Bonfanti, per la prima dei tre pezzi cantati. Secondo confidenze del intel, i tre pezzi erano già registrati, ma non completi e l’idea di aggiungere Isabella a cantare sopra la guida di una o l’altra delle chitarre di Andrea Port o Francesco Carpentari porta un rilievo nuovo a l’insieme. La tecnica, famigliare nel mondo dello jazz, dà questo colore alieno alla melodia del canto. La voce di Isabella e magnifica nei tre pezzi e la sua pronuncia in inglese definisce chiaramente ogni parola. Il brano prende un po’ di muscolo nel break, vestendosi di accenti puramente rock, dopo il quarto minuto.

“Congo star” e uno sfogo strumentale che lascia parte bella alle percussioni e alle chitarre puramente africane. La seconda versione gradisce di una nuova registrazione, più integrata con il suono generale del album. Ovvio occhiolino a Carlos Devadip nel assolo di chitarra e l’atmosfera descritta dalle percussioni. Ancora un finale al gusto Rock e ancora una volta preferisco il suono della versione demo, sono veramente incorreggibile.

“Natural selection” è francamente tirato avanti dalla lead guitar. E si appoggia brevemente su un ritmo sbilenco. A meta brano la struttura si scompone del tutto per una disintegrazione cacofonica spalmando tutti strumenti, in uno spazio ampio e reverberante. Bella ripresa con una sola chitarra prima del ritorno del tema principale, che accelera ritmo e intensità, decolla alla verticale, raggiunge strati alti della troposfera, incrocia alcuni uccelli, prima di concludere su un basso sorpreso in un testa-a-coda. Finale buffo.

Isabella torna depositare sua voce sulle chitarre di “Tetirontera” la canzone e vicina nel suo stile alla “Bottiglia piena” che apre l’album. Secondo me queste tracce di dimensioni radiofoniche devono aprire uno spazio per fare conoscere il gruppo.

“Notturno” ci offre un’introduzione lenta per riprendere con gli strumentali. Un po’ più lunga che la demo, colpa dell’introduzione lenta, ve l’avevo detto, la versione dell’album gradisce della presenza di Michele Pizzini alle percussioni che invade le frasi musicali di interventi chiari e acuti e del conto ad alta voce del batterista per rilanciare il movimento.

Siamo partiti per 7 minuti e mezzo di “Sambetta” e devo dire che su questo pezzo, le percussioni di Michele sono più che necessarie, perché affinano veramente i contorni del pezzo per sederle confortevolmente nel genere Samba.  Avevo già nominato Carlos Devadip precedentemente, ma su questo brano, in quale l’improvvisazione e maestra, odori di “Santana” planano a bassa quota. Bella partitura di basso su tutta la traccia.

“Bozza voda” ci riporta la pronuncia chiara di Isabella che sopporta la tesi indistruttibile di Lao Tseu, gran filosofo nato nel quinto secolo prima cristo che stipola: “Tutte bottiglie vuote devono essere riempite”. Concordo pienamente.

Un altro stile musicale e trattato qui: anche se uno stile un po’ ibrido “Reggaepsychorock” e un altro strumentale che stende oltre i cinque minuti la sua partitura non lineare. Notiamo un bel basso messo un po’ più avanti. 1.53 delimita l’entrata della parte “psyche” del brano con un bel scambio fra le chitarre e delle percussioni, che se le ascolti con le cuffie, ti porteranno spesso ad aprire la tua porta per vedere che non c’è nessuno sullo zerbino.

“Mbè” conclude l’album come un ciliegia su una torta, bella e rossa, appoggiata in cima alla crema, la vogliono tutti. E il brano che può portare senza vergogna il label “No quantization”; micro sbandatine sono presente nel pezzo, pero ragazzi, quando i musicisti si sfogano su un tema del genere, valle la pena avere un’orecchia in giro. Ancora una volta la traccia deriva leggermente verso un rock muscoloso durante ritornelli, che separano le spiagge di sfogo puro, che lasciano ogni strumento prendere il fronte del palco. Il finale potente conclude sia il pezzo, che l’album, in poche battute.

 

Ancora una volta potrei solo consigliare al pubblico, che passa su queste parole, di procurarsi le due registrazioni; sia l’album che il demo del 2018 su soundcloud, che sono tutte due ottime registrazioni ma per vari motivi. La decisione di registrare al più naturalmente possibile la vera performance dei musicisti e da salutare. Ritroviamo, oltre a l’edizione dei brani, ben poco lavoro-traffico di profondità sulle tracce registrate. La presenza di musicisti di buon calibro potrà solo portare il gruppo verso una qualità in costante aumento.

- Dai, Jones dimmi che non c’è nessuno in giro. Dai! Dimmelo!

- Spiacente capitan….

Capitolo 141

[seguito recensione Mbè]

- Segnale! Viene da quasi sotto di noi. Non è ancora uscito. Sale verso la superficie, 8 metri al minuto.

- Distanza minima?

- Mezza miglia…

- Restiamo li, immobili.

E il telex della rete flash, impazzendo senza preavviso, ad indicarci che era un rilevamento serio. Fogli e fogli di carta perforata cadevano sul pavimento del centrale. Il Capo era già sul pezzo con Jenkins, a mettere un po’ di ordine in tutto questo. Ma il telex sfornava più che al solito.

- Ustia, Capitan son dati del Intel su Samsa Dilemma.

- Aspettate, voi due…Jones?

- Samsa Dilemma, Capitan!

- Guarda che combinazione, Scanner, doppler, spettrometro, decoder Audio, dirigere i dati verso i buffer di memoria. Capo? Cosa diset?

 - Allora non ho ancora letto tutto ma ecco il principale: e il secondo album dei Samsa con Riccardo Pro, Daniel Sartori, Fabrizio Keller, Vanessa Cremaschi (17 pagine di curriculum) e Fausto Postinghel al basso che prende il posto di Fabrizio Costantino che ha cambiato cita per lavoro. Ritroviamo Enrico Merlin alla direzione artistica e chitarra. Registrazione adesso: prima la traccia “21 November 2018” è stata registrata e mixata da Ivan Benvenuti presso lo studio NIVA di Pomarolo nel maggio 2019. Poi tutto il resto è stato registrato da Marco Ober presso il Nologo Studio di Laives, provincia di Bolzano e presso lo studio Artifact di Trento tra novembre 2019 e gennaio 2020. Tutti i brani, eccetto “21 November 2018”, sono stati mixati da Marco Ober presso lo Studio Artifact di Trento. Master di Riccardo Ricci presso Velvet Room Mastering, UK. Prodotto e distribuito da Kutmusic Italhouse. Direzione artistica e arrangiamenti: Enrico Merlin. Copertina e grafica: Nicola D’Agostino. Fotografia “Café Allongé” di Suzanne Trottier, Portsmouth, USA. Altre foto di Zé Diogo, Studio DdiArte, Funchal, Portogallo.

- USA, UK, Portogallo. Vanno cercare collaboratori in orbita… Dai, prosegua, capo…

- Eeeeh, ci sono anche Vanessa Cremaschi al violino, Chiara Morstabilini alla viola, Paolo Trettel al flicorno. Per ultimo abbiamo una massima: “L’aquilone si alza con il vento contrario, non con quello a favore”.

- È tutta la mia vita… Dai! guardiamo I dati….

L’atmosfera strana di “Potion mood” è costruita su una chitarra tanto rugosa, tanto scatenata o anche persa in un assolo cacofonico, un canto sbilenco prova di descrivere il distacco della realtà provocato da un o strano vino “Pictures in my loop. The potion changes my mood. Another loop for me. This wine brings me the truth”. Eh! Cantina “La Souris Déglinguée” bisognava leggere l’etichetta.

“Brand new day” è un pezzo pop, più leggero, perlomeno più accessibile e meno “esplorativo” che la prima canzone del album, nonostante breaks che appaiono fuori dal nulla per qualche misura di “Yellow submarine”. La canzone cerca con sforzi tellurici, il buon umore e la felicita, nonostante la collezione di problemi accumulati durante la giornata: “The car breaks down, all the money’s gone and you feel so low” Lasciami un attimino, sia felice per un minuto e un giorno nuovo. Sinceramente io senza il vino della prima traccia, non c’è la faccio.

Due archi raggiungono il gruppo per “2 A.M.” una traccia che inizia come un lento ammorbidito da Vanessa Cremaschi al violino e Chiara Morstabilini alla viola. Il brano segue l’onda dell’intensità del testo e si tinge di Brit pop. C’è un retro gusto di “Pulp” su il pezzo nel modo di considerare la vita, ma particolarmente nel finale quando gli archi escono dalla massa sonora per galleggiare sopra gli altri strumenti. Notevole.

Traccia formato; Power trio su “I need a map” con Brix alla batteria, Riccardo al canto e basso e Daniel alla chitarra, per una punkitudine a rotelle nello stile oltre atlantico. I ragazzi sanno spettinare quando vogliono sputare i Watts. C ‘e uno stile “Toy Dolls” nel modo di impacchettare il pezzo. Peccato che Natale sia dietro di noi, il fiocco c’era pero.

Prima Traccia in Italiano “Destino” ci sorprende quasi, con il suo arrivo di mezzo a l’album e questo per vari motivi; bella melodia di canto depositata sulla musica che sa gonfiarsi a momenti giusti, bello ponte musicale con l’intervento degli archi (Vanessa Cremaschi e Chiara Morstabilini) bella batteria che sa portare un po’ di punch e di potenza nei passaggi intensi.  Ecco qualcosa che non sapevo; patti con dio si possono fare????

Yes, Finalmente un rock! Yes, finalmente un beat groovy, Yes! Finalmente chitarre ampie e potente, finalmente un contenuto che apprezzo pienamente, qualcosa che urla “non funziona”. Verità schiaffeggiata alla faccia delle popolazioni europee del 21iomo secolo. Mentre il mondo si spezza in due classi sociali; quelli strafogati si poteri e risorse i altri speranti, credenti, servili, ma fottuti. Vuoi che te la do io la verità? A quasi 8 miliardi di persone sul pianeta l’intellighenzia mondiale a creato per noi un Auschwitz soft, a mangiare merdacce, lavorare fino alla morte, distratti da una cultura controllata a pieni schermi di tivù a televoto e sepolti prima di avere bisogno di troppe cose. Ci rimane il sorriso di Johnny Rotten.

La calma ritorna per farci digrignare i denti: “Who knows what happened to my husband, They saw him hanging from a tree” …  Il pezzo calmo è introdotto dalla fisarmonica di Ricardo, evidenza il contrasto fra quello che sogniamo di essere o avere “We have no x-rays eyes at all”, senza potere apprezzare quello che abbiamo: “1000 beings long for your love, 1000 nightmares fade away...” e tempo di spegnere la tivù per sempre. Ci ha tolto i nostri desideri veri, ci ha dato voglie artificiali….

Barile di 200 litri di olio per tutti! “Barrel March” è un pezzo inaspettato e geniale principalmente basato su violino e percussioni sponsorizzate dalla Agip. Lungo delirio espressivo, di quasi 8 minuti, in quale si incrociano bassi midi e suoni sintetici di passaggio (Marco Ober) Un pezzo in quale immersi. Letteralmente.

Io scommetterei un deca su “Mahatma Transistor ”essendo uno dei primi oscuri gruppi di Riccardo, come soggetto del pezzo “Detroy the future” prima, perché era il 1999 e dopo perché l’archivio del Wyznoscaffo possiede la registrazione del unico EP di un'altra band di Ricardo chiamata Noroc(k) Bun anche se è da lontano fuori della nostra giurisdizione: [We]“Used to rehearse in a country shack, used to record on a 4-tracks, lo-fi was the way we lived, nothing big that we could have billed” C’è nostalgia ancora esistente nel modo di comporre, una scintilla che va avanti nel tempo.… mi è dovuto un deca.

Tornano gli archi per un brano declamato da una voce calma, che passeggia su un ritmo leggero. “Turn the big light on” e una traccia che si soleva unicamente nei ritornelli, sprovvisti di canto. Solo un bel decollo strumentale dominio degli archi.

“Rotten underneath” torna da “Wake up Gregor” e passa da un mid-tempo metodico a qualcosa di più Rock n’Roll, dopo una dose di anfetamine, EPO e steroidi. Bella mossa perché il pezzo appare sul l’album come un cavo snudato e sotto tensione. Benvenuti gli interventi vocali di (magari) Daniel come seconda pistola, che ci va della sua, tanto accanto, tanto sopra il canto di Ricardo. Solo il quatuor di base a due chitarre per sfornare questa stupenda versione. Ripieno di energia, chitarre urlanti, 10 e lode.

Il suono chiarissimo della chitarra folk di Enrico Merlin ci scorta tutto allungo “21 Novembre 2018” solo il flicorno di Paolo Trettel interviene in due passaggi, per tirare delle tonalità altissime e difficile da produrre accuratamente con questo strumento. La canzone e ovviamente nostalgica: “You were the sweetest friend of mine” (In memory of Luciano). L’album si sfuma in un’atmosfera campestre, di mezzo a uccelli che cantano.

Ecco un album generoso di 12 tracce che copre una larga varietà di stile e di generi, rimanendo “Samsa Dilemma” dentro e fuori. Quasi tutti artisti hanno contributo alla scrittura (Cremaschi, Pro, Morstabilini, Merlin, Sartori, Keller) aprendo al più largo possibile le influenze nella composizione dell’opera. Ancora una volta la copertina del album si ambienta in locali alla pittura scagliata e a l’aspetto degradato. La simbolica della decadenza si rifletta un po’ ovunque attraverso questi due album. Mi sto chiedendo dove ci porterà il terzo… Pittura fresca?

Siamo ancora ferma propulsione a derivare in mezzo al mare… Andremo a caccia o ci verrà qualcosa di nuovo addosso? Tirerei quasi a testa o croce….

Capitolo 142

[seguito recensione Samsa Dilemma]

… Andremo a caccia o ci verrà qualcosa di nuovo addosso? Tirerei quasi a testa o croce….

- Jenkins hai uno spicciolo?

- 500 lire vintage, capitan, Mio porta fortuna…

- Daiiiiiii! Strafigo. Passa qua…

Afferro lo spicciolo in volo e mi penso; testa: immobili, croce: nen a caccia. Lo butto per aria e Jones taglia lo suspens di mezzo al suo volo.

- Segnale… Nuovo segnale! nel 355, rotta nel 230, velocita 07 nodi, distanza 18 miglia, profondità 035. Firma sonar in trattamento.

Acchiappo la 500 lire e la schiaffo sul dosso della mia mano, rimanendo immobile a pensare che questo bip, viaggia da Nord verso Ovest e che anche se rimaniamo alla deriva fra due acque, come lo facciamo da tre settimane ormai, sarà comunque a portata della nostra strumentazione. Non vorrei guardare il risultato della sorte adesso. Ma chiedo:

- Distanza minima?

- 4 miglia nel 285. Risponde Jones. Firma sonar registrata; Damiana Dellantonio…

- Chi??

- Eeeh… Damiana Dellantonio, Capitan.

- Novella… hmmm… Capo centrale?

- La richiesta di file e stata mandata a l’Intel proprio adesso. Trattamento in corso.

C’è una pausa di qualche minuto avvenire. N’e approfitto per guardare lo spicciolo: Croce. Non avrei voglia di muovermi visto che lo scop di profondità ci indica un fondo a 380 metri e che siamo a larga distanza di coste e di qualsiasi rilievo, pero se li seguiamo in scia ci ravviciniamo della base Nibraforbe.

- Secondo, quando le avremo nel 250 ci faccia strada nel 260 fino ad entrare nella loro scia, velocita 06 nodi, profondità 035, li lascio la manovra.

- Aye, aye sir!

C’è un solo e unico foglio di telex nel rapporto del Capo Centrale, ha lasciato la sua matita sulla sua orecchia, sembra un salumiere un giorno di mercato.

- Damiana Dellantonio primo EP “Plastica” Band composta di Riccardo Dellantonio e Damiana la sorellina. Son giovani…. Sotto 30 tutti due. Album registrato alla metro Rec da Marco Sirio Pivetti durante maggio 2019, uscito marzo 2020. Marco ha fatto registrazione e missaggio, il master è del buon Mauro Andreolli a Das ende der dinge hanno registrato: Riccardo Dellantonio - piano, syntetizzatori, elettronica, arrangiamenti, autore delle tracce "Manuale Teorico 2 e 4" Damiana autore e compositrice di tutte le tracce e canto, in fine Andrea Polato alla batteria. Christian Stanchina presta il suo flicorno Christian, del resto, è già schedato nel nostro archivio per un intervento su “Bionda e disperata” di N.A.N.O. Poi c’è Serena Marchi al flauto traverso su “dico a te” Copertina straordinaria di Sabrina Rungaldier, una ragazza della val di Fiemme che si Laurea in design automobilistico. Loro due sono di Panchià, Val di Fiemme ma trasferiti a Sopramonte del Bondone.

- Ovéno ‘n somma! Fantastico! Son Bondoneri di adozione, allora… Strumentazione! Su! Cominciamo!

“Plastica” rimane d’aspetto classico, un po’ Jazz, un po’ canzone italiana, e fatto seriamente. Sembra anche un po’ troppo maturo e professionalmente profondo, per l’età dei protagonisti. Sembra che lo “svitato-fantasioso-egocentrico-fricchettone” non ha mai fatto parte della loro giovane vita: Meno male, se viene severamente razionato, ne farà un po’ di più per me. A sorvolare i primi dati viene a gala la voce e una certa capacita musicale, poi la scelta di farsi inquadrare da gente di esperienza, per dare una lisciata finale alle composizioni e vedere il lucido del EP risplendere sotto il sole del Bondone.

“Dico a te” comincia in un modo molto classico; piano forte e voce sola. Verso 1.16 il primo rumorino rovesciato appare e il tappo si apre progressivamente per lasciare il brano prendere spessore, rimbalzare fra stacchi, spiagge di tastiere, batteria, cori e contrattempi, tempi sospesi. C’è l’apparizione del flauto traverso di Serena Marchi nel finale del pezzo. Non saprei quantificare gli interventi di Marco dentro tutto questo, ma sento che idee sono state proposte, discusse e incorporate. Nel senso in quale ne Malaga Flo, ne Electric Circus non atterrano lì per caso, una sintonia esiste… e viene utilizzata qui.

“Manuale Teorico, parte 2” si veste di un velo moderno e progressista. Il ritmo è più consistente, la voce raddoppiata crea un rilievo benvenuto, giusto, e piacevole.  La canzone è moderna nonostante affondasse le sue radici nel jazz classico. La mia traccia preferita, solo dalla sua costruzione. 

“Sembra quasi primavera” zoppica su un gioco di campana, accogliendo battute in 7/8 su questa canzone lenta e calma. Il flicorno di Christian Stanchina ci accompagna allungo tutta la passeggiata. I due Dellantonio sanno circondarsi da referenze locali.

Il Secondo sta prendendo in caccia il rilevamento e entra discretamente nella loro scia. Noi siamo su “Poy” che non è soltanto scritto in un modo strano, ma la sua introduzione, composta di suoni rovesciati e suoi ritornelli dissonanti, finisce di incuriosire e francamente attrarre l’uditore, verso la spirale che lo porta giù fino in fondo al brano…  Bel ritornello con una voce spezzata in due canali; uno normale e l’altro saturato. Al di fuori del piano forte registrato sul pezzo tutto il resto sembra venire da programmi e sintetizzatori.  Notevole pezzo, alieno e costruito bene.

Atmosfera Diana Krall su “Abbastanza” un pezzo tirato da un basso acustico suonato da Riccardo, coperto alternativamente da accordi di tastiera durante i versi. Dei Hand claps rinforzati di “Eeeeh” e di “Ooooh” portano i ritornelli al piano di sopra in un groove che si conclude sullo strapiombo di “Era meglio stare senza”. Ciack! Buio.

I versi di “Manuale Teorico, parte 4” scivolano leggermente su una cadenza di canto quasi rap. I ritornelli hanno un gusto di Mark Cohn o Bruce Hornsby, nei loro primi album. Verso 2.15 ci arriva uno stupendo Break elaborato sopra vari spessori di cori e battute irregolare. Ritorno del ritornello per la conclusione del pezzo e dell’album che finisce su un accordo di piano forte.

Allora cosa ci mettiamo su questo? Made in Panchia? Made in Riva o Made in Bondon??? Fem Trentino, dai! In ogni modo questo primo EP di 6 tracce e stato composto bene e registrato ancora meglio. È destinato a un largo pubblico, non specialmente a ricerca di avant guardia musicale ma piuttosto confortevolmente campato nelle cose classiche, lavorate, lucide e fate bene.

Siamo un po’ più vicino alla Base Nibraforbe adesso… Pero qualcosa mi dice che non siamo di ritorno così presto a casa….