Capitolo 143

[Seguito recensione Damiana Dellantonio]

Siamo un po’ più vicino alla Base Nibraforbe adesso… Pero qualcosa mi dice che non saremo di ritorno così presto a casa…

- Segnale…

Mi stavo proprio chiedendo fino a quale livello di sensibilità la nostra strumentazione potrà essere spinta. Già che appena torneremo alla base passeremo alla cella idrogena e alla propulsione magnetoidrodinamica, e son sicuro che un upgrade al sonar e scanner ci sarà, tipo di quale capace di notare lo starnuto di un cavalluccio marino a 50 miglia. Roba da fare immersione una volta l’anno in gennaio e farci tornare in superficie a dicembre. Tecnologia cosa farà di noi??

- Spari Jones…. Dimmi tutto.

- Schedato, firma sonar di Gabriele Guarnieri, nel 193, rotta nel 200, distanza 30 miglia, velocita 09 nodi, profondità 050.

- Facciamo ancora rotta nel 260 giusto? Guardo l’indicatore di profondità in rame, c’è l’ho proprio davanti, il suo ago indica 035. Il rilevamento è distante e sta andando via da noi. Sarà una preda facile.

- Avanti 12 nodi, profondità 050, Secondo, li lascio attaccarci de drio.

- Aye aye sir!

- Capo centrale? Cosa diset?

- Beh… c’è poco o quasi niente nel rapporto del Intel… Gabu è piuttosto autonomo nel suo modo di operare. E piuttosto uno sniper isolato, non lascia traccia, non è come un esercito che ha bisogno di un casin de roba intorno per nar avanti, se mi permette questa analogia. Allora, viene da Nevischio è  passato notevolmente su Balcony TV,  il suo primo album è la controindicazione di quale abbiamo già parlato. Su questo nuovo album di 7 tracce firma testi, musica e arrangiamenti. Ora lo troviamo su Bandcamp. Ha registrato sia la chitarra acustica, sia l’elettrica, il basso e la tastiera. Inizia a registrare nel Gennaio 2018 nel Bleach studio di Andrea Perini quello di “Il concerto delle scimmie” Andrea ha contribuito anche alla registrazione di alcune parti di chitarra e ovviamente al master. Sembra che seguirà una serie di video fatte come sessione di casa, con relativa spiegazione delle canzoni giorno per giorno, 7 canzoni per 7 giorni. Ma non ho date né niente. Le copie fisiche non sono al momento disponibili, magari le avrà per quest' estate. Fa le cose direttamente e semplicemente…. Non lascia tracce, si muove nella giungla insospettato…

- Ravviciniamoci di questo caso, Secondo? passiamo a 20 nodi. Vorrei dettagli da più vicino.

- Aye aye, sir

Gabu si campa nel genere folk, non tanto nella moda “protest song” come i Dylan e Joan Baes da un tempo, ma piuttosto nella moda “pensiamo ci meglio”. Si può vivere spensieratamente, ma c’è sempre un prezzo a pagare. Non si può neanche vivere essendo focalizzato su tutto. Gabu è come una medicina devi rispettare i dosaggi.

“Questi luoghi communi” e una canzone semplice fatta alla chitarra folk e basso, su quale la voce scorre. Una chitarra elettrica sostiene la melodia in flat picking. “Qui tutti sanno tutto e nessuno sa più niente” in fine, l’arsenale completo delle capacità di Gabu è presentato in questa canzone. Aggiungiamo un po’ di cori alla settima e una tastiera per concludere il pezzo in un modo più che deciso e abbiamo tutti ingredienti della cucina Gabu.

BAM! “A ritmo di battiti” raccoglie il label “Esplicito” al volo.  Non toglie niente al calmo della canzone, dominio della chitarra folk, che descrive i ritmi della vita: “Devi mantenere il ritmo dei tuoi battiti del cuore” e tutto come i concorsi a eliminazione in tivù “Non ci è concesso fare errori, quando sbagli sei già fuori”. I ritornelli accolgono una tastiera a suono semplice e un coro che evidenza il canto principale caldo e vicino, che ci svela, che con tutto quello che vogliamo fare una vita intera non basta.

Mi chiedo se la chitarra elettrica che invade il primo verso “Al-Beri” fosse veramente necessaria, o se fosse più digestibile, arretrata in mezzo agli altri strumenti, al missaggio come lo è sul resto della canzone. Non so perché… e diventata una fissazione nei multipli ascolti del album, tranne questo, la traccia e proporzionata bene. La tastiera, appare discretamente per un unico rumore aero. Sia colpa del vento o della motosega è colpa dei soldi se alberi cadono.

C’è un po’ più di tastiera su “Tutto vien da sé” dal minuto e mezzo in poi prendono il sopra vento sul resto della strumentazione. I suoni rimangono modesti e semplici, pero non stonano dal insieme. Tutto viene da sé, ma se non arriva in tempo, metteremo un colpetto di aiuto discreto per farlo venire. Come si diceva nel mio tempo: aiutati e il cielo ti aiuterà. Si…. Fai da te, in somma….

C’è un bel ritornello a voce raddoppiata su “Il Numero Uno” visibilmente a Gabu non piace competere c’è chi pero, c’è l’ha nel sangue.  Secondo Gabriele se sei un umano completo e sereno non hai bisogno di fare gara con nessuno “E poi chi sa aggiungerai il gradino più alto per colmare il tuo vuoto” Io lo propongo nella playlist per Roma 2024.

C’è un Glockenspiel che scorre nel verso finale di “Tutti eroi” una canzone che riprende un po’ la tematica di numero uno “Scusatemi non mi sento a l’altezza di competere con il vostro ego” la voce scalfita di Gabriele fa bene capire che c’è l’ha un po’ con l’orgoglio, come peccato mortale. Nessuno ha notato che di orgoglio non ne muore neppure uno.

“Questione di prospettiva” accoglie due chitarre elettriche a fare maglia dietro la chitarra acustica di Gabu, che conferma umoristicamente il suo label “esplicito” nel suo modo generoso di rendere il conto. Le voci sono arrangiate bene sul ritornello.  Questo album si conclude su la visione di un mondo che crolla da secoli e che non finirà di crollare per tanti altri. Pero come lo dice Gabu “E questione di prospettiva e va bene così”.

Un altro “No Quantification” label ottenuto a forza di genuinità, impegno e strumenti suonati naturalmente. Niente percussioni a dare ritmo attraverso tutto l’album, tranne un Glockenspiel che scorre come acqua fresca su “Tutti eroi”. Le tastiere utilizzate con parsimonia non sono fuori posto, ma solevano adeguatamente transizioni, riprese e passaggi vuoti.

- Buon Io metterei il capo verso casa adesso.

E il momento scelto in quale il telex della rete flash si mette ad impazzire. Il Capo Centrale ne legge in diagonale il contenuto e mi passa la carta perforata aggiungendo:

 - Credo che dobbiamo farne un ultimo “per la strada” …

Capitolo 144

[seguito recensione Gabu]

- Credo che dobbiamo farne un ultimo “per la strada” … annuncia il Capo centrale porgendo nella mia direzione, le direttive del Intel: Halleluyah…

- Ma lei s’aspetta che dico amen? O allora?

- Il gruppo, Capitan, il gruppo…

Adesso mi ricordo di avere fatto entrare nell’archivio le 4 produzioni rilasciate da loro su Bandcamp. Due split, e un EP, che mi aveva attratto a l’epoca dalla sua copertina, rappresentando una bambina concentrando i raggi del sole con una lente su un crocefisso, provocandone la combustione. Ci vedevo un esperimento scientifico basico su un’istituzione millenaria, riluttante di includere le scoperte umane nella loro dottrina, ma ipocritamente pronti ad appoggiarsi sulla medicina in caso di bisogno.

- Capo centrale mi rinfresca la memoria per favore…

- Certo capitan, ma le info sono piuttosto frammentare su questo gruppo e abbiamo per la prima volta i nomi dei membri su quel album, niente cognomi. Abbiamo un certo Scoia alla voce et sintetizzatori, l’unica schedata Laura alla batteria che abbiamo in archivio dal gruppetto “22 gennaio”, e poi dagli “Meteopathics” and Federico al basso e registrazione. Quattro uscite; “Hallelujah” EP 6 tracce dall’Ottobre 2015 sul label Depression House Records rilasciato su vinile 12 pollici, cioè formato album 30 centimetri, pero stampato di un solo lato. Poi uno split con un duo romano chiamato Holiday in su un 7 pollici quindi formato single, ma che va suonato a 33 giri, uscito in giugno 2016 su Maple death records, Poi un altro split “Hallelujah con “Inutili”, una band di Teramo Abruzzo, rilasciato su due label Aagoo Records & Welcome In The Shit Records, in luglio 2017, questa volta su un vinile 10 pollici totalmente improvvisato, 1 presa e rilasciato tale. E nostro rilevamento un album 8 tracce di febbraio di quest’anno con una bella copertina designata da Laura Campana su vinile 12 pollici. Registrato, missato e masterizzato da Federico Grella al Dirty Sound Studio in Angiari. La band si gira verso un Korg MS20 dalla partenza del loro chitarrista a l’estero e passano da punk noise al Proto synth punk registrato con microfoni auto costruiti. Non ho il nome del chitarrista originale non appare da nessuna parte.

- Ok, Grazie! Jones andiamo a caccia. Secondo? Penso che le troveremo un po’ più a sud. Rotta nel 180, avanti 05 nodi, profondità 100, Capo mi tira fuori l’archivio su sti qua, che ci do un orecchiata.

Il primo EP fa un uso estensivo del Larsen e dei vocali oltre saturati e urlati. Per lo meno il beat è invitante e chitarre mordente portano “Red mestruo” tutto allungo, mentre armonie di canto invitante emergono di “Fugazzin” l’energia espulsa a grande velocita e incommensurabile. Il primo split con Holiday in salta alla gola al primo secondo su “Terror at the post office” Il secondo Split con “Inutili” è il più interessante. “We don’t play in a USA band” è condito di “fuck you” ma ricorda i Stooges nella sua sostanza. Lo split EP si conclude su un “Spanish dream” che non finisce più di finire, rinchiuso nel suo loop finale… La ricetta gira sempre intorno a questa overdose di suoni saturati, questo suono compatto e potente, ma che rimane accattivante. Spesso mi sono sorpreso a ripremere Play solo per cercare di capire cosa mi piaceva nel marasma di suoni saturati, conditi al Larsen. In generale, il loro suono e inconfondibile, il feedback è un ingrediente cronico nei loro album, e i vocali sono sempre registrati con microfoni ad impedenza sbagliata. In due parole hanno un colore tutto loro.

- Credo che le abbiamo davanti, capitan nel 180, distanza 43 miglia, girano ad alta velocita, raggio 6 miglia circa, profondità 065.

- Ferma propulsione! Strumentazione in moto, cominciamo!

“Pink socks” non smentisce con la totalità del suono generato precedentemente, la confusione presente da pochi indizi sulla presenza della vecchia tastiera monofonica. Il MS20 e uno dei rari sintetizzatori ancora in uso oggi. Pregiato da bassisti per generare suoni profondi tramite la sua connessione “trigger” qui si integra in un muro sonoro e spettina tutta la prima fila.

L’identificazione della tastiera e un po’ più ovvia in “Champagne”, la potenza generata attraverso il canto genera il Larsen. Le parole sono declinate sul ritmo di una filastrocca “I don’t know what you want, I don’t know what do you want”

“Now I want to be your duck”, la cover del famoso pezzo dei Stooges, si alza di mezzo a l’album come un isolotto di calma, chiaro e sereno. La canzone originale era di costruzione molto semplice e constante da cima a fondo del pezzo. La restituzione di questa persistenza e accentuata dalla presenza di una beat box.

“Minipony” prende il tempo di occupare un largo spazio, invece di correre verso la sua conclusione in tempo record. La tastiera si impone come strumento leader nel brano, il basso distorto crea con la batteria una massa scura, che divora a meta i vocali. La traccia sembra concludersi verso 2.25 per ripartire ancor più veloce e più forte come aspirata in una spirale.

Sembra che il basso e il MS20 si combinano sulla stessa partitura per creare una sola entità, forte e inesorabile “Scream” vi farà immancabilmente scrollare della testa sul beat costante di Laura.

Titolo eponimo “I wanna dance” vede il ritorno delle percussioni programmate, rialzate puntualmente di percussioni additive che dà a Laura l’occasione di sostenere Federico di suoi cori ripetuti freneticamente.  Gli avvisi divergono ma dico: certo che si può dondolare su questo brano!

C’è un ritmo sfrenato su “Burka for everyone”, la voce stranamente senza feedback per una volta, declama il testo su una cadenza più calma, più determinata. No si riesce a determinare dove è il basso e dov’è il sintetizzatore, nella massa sonora compatta che ci è buttata in faccia, spezzata a fettine da un oscillatore. Un minuto e tredici di pura gioia.

Contrasto totale con il resto delle tracce presentate fino ad ora “Alter ego” conclude l’album su un pezzo di più di sette minuti che sembra spalmarsi di mezzo alle sberle cortissime del resto del disco. Comincia come un gioco video degli 80’s, poi Il testo e scandito con la determinazione di un discorso politico. Il Leitmotiv musicale e martellato ossessivamente e trova solo un campo libero oltre il quarto minuto per esplorare le variazioni intorno a un tema.

L’album lascia una strana sensazione di disturbo, colpa dell’uso intensivo del Larsen, e di sonorità ruvide, grezze di forma, dello sforzo inutile di provare di capire quello che è salmodiato, lascia anche la voglia, ancora più strana di tornare a sentirlo di nuovo, talmente l’emergenza di melodie fuori di questa massa grossolana e aggressiva e sorprendente e inaspettata. Tolgo le cuffie. Tutto intorno a me sembra spianato e liscio, sicuramente come il mio elettroencefalogramma. Mi ci vuole un po’ di tempo prima di riquadrare tutto: 

- Torniamo alla base Nibraforbe, Capitan? chiede il Secondo, anche lui impaziente di tornare a casa, dopo tre mesi completi passati sott’acqua.

- No! Rispondo determinato. Rotta verso i cantieri Navali di Garniga Terme. Andiamo a cambiar propulsione e ridare una nuova gioventù al Wyznoscafo! Poi mentre saremo al bacino secco riposo per tutto l’equipaggio!

Capitolo 145

Ero lì a chiedermi se andare o no… se rimanere al letto o se prendere il pullman per andare a dare un’occhiata sul cantiere dello Wyznoscafo. Tanto non si doveva neanche passare dal centro, c’era questa fermata comune a due lignee, che finiva al cantiere navale di Garniga terme. Calzo scarpe di sicurezza un po’ sullo stile sport, ma rimango in boxer e maglietta, tanto fa caldo. Le due corriere sono poche affollate e in poco tempo sono al bacino secco. Devo dire che la visione del sommergibile con la pancia aperta mi ha dato un colpo, tanto so che è anche il modo in quale è stato costruito. Non mi preoccupo della sua futura solidità strutturale, siamo in buone mani. Faccio un giro abbordo con il capo cantiere a dare un’occhiata ai lavori. Poi stiamo per mezz’ora a tecnicamente chiacchierare al sole sul bordo del bacino secco e prima di renderli il mio casco e il mio badge da visitatore, due ombre si allungano a miei fianchi e non ho neanche bisogno di girarmi per sapere chi è:

- Allora I fratelli Dupont e Dupond, com’è là???

Si guardano fra di loro sicuramente a chiedersi come ho fatto ad accorgermi della loro presenza. Sono due agenti del Intel, come al solito discretissimi con l’impermeabile e il borsalino in testa in questo sole primaverile. Mi giro…

- Ma… l’ven da piover? Non ho guardato la meteo stamattina. Poi senza aspettare, cammino di un passo deciso verso la loro macchina nera, che deve già essere un fornello a qualche minuto delle 9.

- Sappiamo che è di riposo, Capitan ma dobbiamo parlarli di un tizio che conosce…

Mi seguono, anzi mi scortano mentre cammino verso il veicolo, che finisco per raggiungere…

- E chi sarebbe?

- Nick Petricci…

 Afferro la maniglia della porta di dietro e salgo, mi siedo sulla banchetta mentre i due agenti salgono abbordo. Il Dupond passeggero mi tende una foto bianco e nero, e riconosco la via che attraversa Campi. Nick è sul palco con Julio dei Jambow Jane ed io sono sulla foto a due metri della scena… sembra che l’Intel mi segue ovunque, non mi va giù…. Al contrario del dossier su Granfranco Baffato che mi avevano dato durante il nostro primo incontro, la busta A4 che Dupond mi rimette è piuttosto leggera. Apro. Due fogli, niente di più.

- Sappiamo che è con I Jambow Jane ma vorremo saperne di più, su questo caso.

La macchina esce dell’arsenale e Dupont l’autista sembra dirigersi verso casa mia; Via Camp Lion, 29. Località Pangea.

- Viale Supercanifradiciadespiaredosi, per favore. Chiedo senza alzare gli occhi del contenuto della busta. Studio qualche particolari, mentre il veicolo entra in un traffico più denso.

- Lasciatemi li, grazie. Scendo dalla vettura fermata di mezzo al traffico, a un semaforo, vicino alla piazza Anansi, la fermata generale dei pullman davanti alla stazione. Non possono seguirmi senza farsi notare e non possono parcheggiare, lascio un “Ne sentin” al volo mentre sbatto chiusa la porta e sparisco nella folla. Raggiungo il mio bar preferito “The Pit” e lascio discretamente un foglietto a Huggy bear che sparisce nel retro, mentre porto il mio bicchiere nell’angolo scuro, al tavolo vicino al bar, lontano della terrazza, piena a l’ora dei caffe e cappuccini. Huggy ci mette un casino di tempo questa volta; quasi 30 minuti e torna finalmente con una busta e mi dice:

- Avviati, sei giusto in tempo.

C’è 2516, poi 10.30, binario due, scritto in fretta sulla busta. Torno verso la stazione, timbro il biglietto della busta nell’apparecchio automatico, un treno sta arrivando, sono le 10.28, ovviamente non c’è un impiegato disponibile per informarmi perché… Non c’è destinazione scritto sul biglietto… Passaggio sotterraneo, binario due, salgo. Son da solo nel vagone.

La voce che annuncia la partenza sembra dare i nomi delle fermate ma le Ferrovie Bondonere hanno investito venti milioni nella refezione della stazione, l’anno passato ma 75 centesimi per unita negli altoparlanti del sistema audio. Comunque, “Off ramp cafe” parte forte. Seguiamo il fresco diplomato del conservatorio di Trento dimostrare la sua destrezza sui vari strumenti di quale si è impadronito. Scopro che era entrato nella band Jambo Jane dal 2013 alla chitarra, prima di stabilirsi alla batterista dal 2014, chitarrista di nuovo dal 2019 con Isole minori un gruppo bolzanino, durante suoi studi, Nick si era interessato accuratamente alla produzione Musicale. Avevamo notato la presenza di uno o due bassi e un banjo sul rack presente nella stanza in quale si dedica alla musica e video registrazione con la famiglia Jambow Jane. Quindi corde, basso, percussioni e produzione. Scrive musica per sé stesso dal 2013 e trova l’occasione e il tempo di dedicarsi alla registrazione e produzione dei brani nel periodo di quarantena. Bloccato nella sua stanza, mi ricorda il mio mestiere, rinchiuso nel Centrale operativo del Wyznoscafo, ma propone di viaggiare senza obiettivo preciso, fuori dal locale, attraverso questo itinerario.

Nick fa fuoco di tutta legna su questo album suonando tutti strumenti. Tastiere incluse. Il pezzo introduttivo e punteggiato da gruppetti di 4 note rapide che danno un po’ di punch, sono anche presente in sotto fondo, nel passaggio calmo che si estende fino alla ripresa del tema principale del pezzo. Bella introduzione.

Notevole momento di cool tempo su “Blue museum” un brano curatissimo nella scelta delle sonorità che circondano questa chitarra western sorvolando il suono tratteggiato di un organo. Possiamo quasi indentificare un ritornello, aperto da un suono di pianoforte in questa canzone senza parole. Questa apparizione breve apre uno spazio, gelosamente ricanalizzato con premura dalle chitarre. Lo finale vede questo piano forte liberato definitivamente, aprirci sia il cielo, che la conoscenza da esplorare a l’interno del museum. Grande attenzione portata alle atmosfere, rifiniture, dettagli, sonorità. Veramente notevole.

“Wildgate” è un pezzo piuttosto corto una specie di legame, un ponte introduttivo, una conversazione fra due chitarre folk al suono ampio e in quale il suono della seconda chitarra risuona profondamente allungo un corposo sustain. Che presenta…

“Jungle” … mi sto chiedendo se sono ancora su un treno talmente quello che passa davanti la finestra non si vede comunamente allungo le nostre lignee. Le due chitarre che ci scortavano in “Wildgate” ora ci lasciano la mano. C’è muschio per terra e scopriamo un verde intenso, dopo il blue del Museo. 1.50 percussioni e archi danno un po’ più di rilievo al brano senza diventare preponderanti, canti di uccelli spingono l’immaginazione a creare un quadro visuale dal suono percepito. Facciamo chiaramente nel sinfonico oltre a 3.50, l’atmosfera grandiosa mi ricorda un po’ “Horizon” dei Chaos Factory nel modo in quale il fasto, l’imponente, il magniloquente sono messi in pagina a fine di designare l’atmosfera.

C’è qualcosa di ferroviario, appunto nel ritmo di “Out” evidenziato dalla partitura costante del basso, rialzato da triplette alla chitarra. L’aspetto gioioso e moderno del pezzo poteva, al mio modesto parere, essere sviluppato un po’ di più invece di essere ridotto a una traccia di transizione, talmente ci si sente sollevato dalla freschezza del brano.                                                                                                             

“Rookie Park” riprende elementi di “Off ramp Cafe” su l’annuncio della fine del viaggio dal capo treno che ci saluta, riportandoci al punto di partenza. Quel ultima traccia e molto più muscolosa ed è portata da una batteria molto più determinata e potente che si avventura, intorno a 1.38, nel difficile esercizio delle battute dispari. Il secondo minuto diventa quasi ballante per un po’, annunciando un finale Rock inchiodato ancora da una batteria imponente. L’album si conclude sulla vibrazione di un piatto ride.

Nick Petricci ha provato in questo EP 6 tracce di dare la parola a strumenti e di suscitare, nel l’ascolto degli brani, uno forzo immaginativo per creare vari quadri, dipinti secondo nostre interpretazioni dei suoni e delle atmosfere create.

Scendo dal treno, esco dalla stazione, il Viale Supercanifradiciadespiaredosi e la piazza Ananzi sono tranquilli a l’ora del Pranzo. Vedo arrivare il numero 6 con il suo display frontale indicando la destinazione “Pangea”. Mi va di tornare a casa a battere il resoconto di questo circuito ferroviario colorato. Mandandone una a l’Intel e altre copie per l’archivio del Wyznoscafo, quando la sua memoria centrale sarà di nuovo collegata a suoi utenti: 

Un email per secondo@wyznoscafo.tn

Cci capocentrale@wyznoscafo.tn , jonessonar@wyznoscafo.tn

Potrà anche andare bene così.

Invia.

“Click”

Capitolo 146

[Seguito recensione Nick Petricci]

Il Wyznoscafo aveva subito la gran maggior parte della sua trasformazione, ma era ancora al bacino secco, sotto perfusione. Doveva ancora essere richiuso, gamma-graffato, subire una valanga di test prima di riconsegnarmene il commando. Ero in cucina a prepararmi il pranzo, quando sento il flap del buco di posta richiudersi e il campanello suonare… Strano, il postino era già passato. Il tempo di asciugarmi le mani, trovo nella cassetta di posta una busta e un CD, apro la porta ed esco dal cancello per dare un’occhiata per strada. La Via Camp Lion è deserta. Neanche una macchina dentro o dietro quale nascondersi. Nessuno. Questo non è l’usuale discrezione di fanfara del Intel, ne sono sicuro. Torno dentro, apro la busta:

C’è un foglietto formato post it: Filip Milenkovich batteria, Marco Stagni basso, Nicola Paissan chitarra, Matteo Cuzzolin sax tenore, Mattia Cappelletti flauto, Nicola Fadanelli viola, Andrea Vezzoli clarinetto basso, Ettore Filippi tastiere e voci. Registrato in parte al Niva studio da Ivan Benvenuti, Prodotto da Roberto Segato, mixato da Fabio de Pretis al Blue noise, mastering di Mauro Andreolli.  Il tutto scritto a mano, anche in fretta, e a dire la verità, fra i musicisti nessuno degli nomi mi dice qualcosa, tranne uno: Roberto Segato, già schedato come membro dei TINS e insegnante a Rovereto al centro didattico musica teatro danza.  Poi Matteo Cuzzolin mi sembra essere apparso recentemente da qualche parte sicuramente intorno a Adele Pardi, ma senza il Capo centrale a portata di mano non saprei dire di sicuro. So bene che sono di riposo ma inserisco il CD nel lettore… mentre i primi suoni mi arrivano mi attardo sulla copertina. Sembra un paesaggio velato di foschia, creando uno sfuocato artistico in quale uno stormo di uccelli contrastano contro il cielo ancora chiaro. Il quadro e di Marco Ricci della “Casa del Mirto” e scopro con sorpresa le capacita artistiche di Marco in questo campo.

Dopo una decina di ascolti l’atmosfera dell’album sembra poco solare, piuttosto crepuscolare e ho un po’ di difficolta a situarla perché si trova su una moltitudine di incroci: Fra musica classica e colonna sonora, tra cinema e teatro, tra versi e prosa, tra canto e recitazione, tra poesia e letteratura, tra il calmo di Battiato e i decolli vocali matti di Enzo Jannacci. (Lasciamo il fiol in pace, pero) L’ascolto non può essere casuale, bisogna prepararsi, essere pronto a l’introspettiva e le alle riflessioni o pensieri che seguono l’opera. Non è musica da picnic. L’ascolto richiede uno sforzo immaginativo quasi cinematografico; è come sentire una colonna sonora senza vedere le immagini. Senza referenze di collegamento il suono rimane rumore senza scopo e le immagini da sole, non avrebbero lo stesso peso senza il suono. Solo la combinazione dei due dà la profondità di campo necessaria all’apprezzamento dell’opera. Qui, bisogna sostituire le immagini con il testo.

“Caddero le stelle” presenta la totalità dei musicisti per un brano strutturato e portato avanti da una batteria volontaria che scatena la presenza degli altri strumenti intorno a suoi cambi di umore. Il sassofono fa figura di prua nei passaggi ritmati. La traccia passa da potenza tellurica verso versi rassereni e sussurrati.  

“La sera del Fauno” è percorso di rumori che mimetizzano il canto dei grilli. La struttura del testo e quella di una poesia a versi corti. Qui la strumentazione cinematografica macchia di suoi interventi una superficie acquatica liscia.

“La sera il raccolto” e un testo declamato senza ritmi precisi, un suono di chitarra piange su il ritmo di un pianoforte funeste, il flauto traverso punteggia interventi brevi e fugaci, fino a un ritornello: “Abbracciami dolce sera, abbracciami mia sirena, solleviamo l'orizzonte, mi disseterò alla fonte.”

C’è bisogno di un minimo di due persone per giocare a “La partita”, quella giocata con la vita. La mano è distribuita a caso e non bisogna perdere le carte maestre, perché le maniche sono vuote e le regole rispettate… e a doppio taglio.

“Una stagione all’Inferno” contiene ovviamente l’atmosfera la più scura e il ritmo il più trascinante del opus. Archi malinconici scortano una voce che cammina a un passo ferito, l’aspetto funesto del brano e accentuato da un suono di campana cupa e cerimoniosa. Solo l’ultimo minuto arruffa il lungo lamento di una breve, ma intensa tempesta musicale.

“Sere di maggio” è una preghiera, un invito reso leggermente più lieto e leggero dal flauto e dal pianoforte, scortati da suoni profondi e marini, che fiorano occasionalmente il retroscena.

“Crepuscolo” inizia con un rombo sotterraneo, l’ultima traccia del album, è uno semplice strumentale guidato da un pianoforte che scorta, con la calma dovuta, l’uditore verso la sua introspettiva e suoi pensieri personali.

La profondità intrinseca dell’opera potrà facilmente scappare alla moltitudine per l’accento di serio e di solennità portata alla realizzazione di essa. Un’anima contemplativa potrà sicuramente divagare fra i rilievi creati. Non è un disco da mettere fra tutte le mani, l’ascolto non è facile, il tema è serio e personale.

Mi va di uscire a fare un giro, tanto fra poco dovremo fare la prima immersione test del Wyznoscafo e prima di richiuderci nella nostra latina di fero, preferisco andare ad arearmi i neuroni. Tanto e quasi sera…

Capitolo 147

Siamo tutti vestiti di bianco; è l’uniforme estivo, siamo al posto di manovra, uscendo dal porto e lo spettacolo dell’ordine militare navale ha qualcosa di ammirevole, pero la prima tipa a potenzialmente essere commossa da questo display di testosterone, deve trovarsi a qualche chilometro, spero che ha un binocolo potente perché sono particolarmente messo bene stamattina. Son sulla torre con il Secondo, il capo cantiere e due ingeneri dell’Arsenale, per la prima uscita test, dopo il cambio di propulsione magnetoidrodinamica, alimentata da due celle idrogeno, provvedendo più energia che c’è n’e bisogno abbordo. Abbiamo una nuova pittura opaca sullo scaffo chiamata “pelle di squalo” e l’ingegnere dietro di me mi garantisce che diminuisce la resistenza dell’acqua a grande profondata. Io guardo l’equipaggio in riga davanti e dietro la torre, la piattaforma che si allontana, e due Ammiragli Elle e Tosi già risalire in macchina per dirigersi verso i loro uffici rispettivi, mentre ci allontaniamo. Di un colpo di fischio l’equipaggio sparisce nella pancia del Wyznoscaffo e i due boccaporti si chiudono prima che gli ufficiali presenti sulla torre raggiungono il centrale, una volta cambiati.

C’è un test su quasi tutto, e la prima giornata di immersione le completa quasi tutti, lasciando il test di profondità per la notte, durante la quale raggiungeremo, a tappe, 350 metri, la profondità massima concessa alla nostra unita, poi passeremo in propulsione magnetoidrodinamica in gran finale. Il nuovo sonar può beccare lo starnuto di un cavalluccio di mare a 50 miglia, lo spettrometro ha il suo raggio operativo di frequenze raddoppiato, lo scanner e di nuova generazione, l’Interferometro gradisce di 10 canali supplementari, da oggi possiamo anche metterci in orbita al primo ordine se pedaliamo tutti abbastanza forte. Incredibile.

E notte, il test di profondità inizia. Stiamo scendendo puntando nel 090 quando Jones, sempre esemplare, annuncia:

- Segnali, Capitan… segnali!

- Spari!

- Firma sonar Perina nel 010, rotta nel 150, distanza 21 miglia, velocita 11 nodi, profondità 035. Nuova firma sonar in trattamento nel 320, rotta nel 090, distanza 28 miglia, velocita 9 nodi, profondità 030, Altra nuova firma sonar nel 090 rotta nel 091 distanza 11 miglia, velocita 03 nodi profondità 072.

- Metti in modo l’interferometro, distanza minima del primo e secondo segnale?

- Perina 8.5 miglia nel 089 e Trerosa, nuova firma sonar registrata, nel 029 distanza minima 11 miglia. Terzo segnale dei Karatechesi, firma sonar registrata.

- Brao Jones! Strumentazione in moto cominciamo! Secondo ci controlla la discesa in incremento di 50 metri. Capo cantiere lei sarà già occupato con i suoi controlli, non esitare a disturbare se problemi appariscono.

Guardo dalla coda dell’occhio i due ingeneri già il naso immerso negli schermi di loro 7 laptops collegati sulla strumentazione e stanno controllando calibrazione e portata dei sistemi. Bravi, mi lasciano tutti in pace.

- Capo? Cosa diset?

- Beeeeh, poc’; E Il secondo album in studio di Nicola Perina, interamente prodotto da Simone Laurino, rilasciato la settimana scorsa da Cabezon records il 19 giugno. Musica e parole di Nicola Perina, tranne “Milioni di strade” di Nicola Perina e Simone Laurino. Prodotto da Simone Laurino per Lo Studio, masterizzato da Davide Saggioro al Wise Mastering studio, Foto di copertina di Nicola Perina, Artwork di Michela Gaburro, ritroviamo il vecchio compagno di sempre Davide Caprioli ex Camp Lion e Cascade alla batteria, ha partecipato anche Andrea Garofalo (Alchimia, Light Whales) con la chitarra elettrica SU "Asia". Tutto li.

- Ah? Niente Glauco stavolta?

- Non sembra... C’è un riassunto del Intel vuol che leggo?

- Spari…

- “Passeggero spettatore" è un disco con il cuore che va a mille e una mente calma e tranquilla, racconta una condizione, uno “state of mind” vissuto con tutti i limiti e le allucinazioni di sempre, ma che poco alla volta ci permette di riuscire a prendere coscienza di noi stessi dopo una interminabile fase di caos. Quel caos non è scomparso, ma diventa controllabile e più facilmente comunicabile. Il Perina di "Passeggero spettatore" affronta il proprio mondo sonoro di getto con chitarre elettriche e ritornelli singalong, ma trasforma ripetutamente nel corso del disco le sue caratteristiche più peculiari in situazioni più intimiste, tornando alla primordiale fase di scrittura da camerata e una ricerca sonora più accurata.

Strafigo! I datti dello scanner e dello spettrometro son adesso a colori e le curve dei dati evidenziano più ovviamente le informazioni che contengono. L’album di Nicola Perina ci sembra più diretto, tante tracce son rimaste senza percussioni ne arrangiamenti che potevano dargli un aspetto più rock o più “dance” o più rifinito magari. L’album, di aspetto leggermente più nudo, fu preceduto da l’uscita di due single; Il primo “Flash back” del giugno 2019, seguito da “Asia” in marzo di questo anno che sono presenti tutti due su “Passeggero spettatore” che è il titolo di una traccia del ultima registrazione degli Camp Lion l’EP “Pangea” del Ottobre 2012.

Asia” conforta la tesi del Intel sui ritornelli “sing along” o canta allungo mentre il pezzo score dal vostro stereo e nelle vostre cuffie. La voglia di canticchiare è evidente su questa canzone sollevata dagli interventi chitarristici di Andrea Garofalo. Ed è vero che passaggi del testo rimangono in testa allungo. Rimane ancora di capire il modo di chiudersi a chiave in una roccia. Una volta fatto, il più bello sarebbe di affidare la chiave a un bambino di due anni che gioca sopra un tombino. Ci piace sperimentare qui dentro.

Malibu” lascia le tastiere designare la direzione in quale il pezzo va. Il mid tempo della batteria crea una calma rassicurante. Il testo sembra destinato a un bambino di bassa età, di quelli che hanno ancora mostri blu sotto al letto. Le chitarre sono groovy un po’ nello stile di JMT.

“Milioni di strade” è un pezzo ballante tirato da percussioni manuale e leggere, tipo bongo, lasciate sul retroscena. Il ritmo vero è contenuto nelle battute delle due chitarre. Ancora qui un ritornello invitante portato da cori sottili, semplici ma che danno corpo e importanza al testo. Il basso appare solo all’inizio del terzo ritornello, nel finale della canzone. Potrebbe essere una base favolosa per un remix. Mio pezzo preferito su l’album.

Canzone spogliata, “Sincero” potrebbe anche rimanere solo con la chitarra folk, nella sua forma più semplice, perché sta bene in piedi cosi. Solo rumori sintetici disegnano un fondale atipico, sopra il secondo verso. Il finale è un po’ più gonfiato di riverberazione e mi ricorda il “Ritrovo del rouge squadron” dei Bob and the Apple.

“Sempre lei” è un pezzo al retro gusto Brit pop e più orchestrato che le tracce attorno. La sua presenza fra “sincero” e “l’occhio di vetro”, a quel punto del album, crea un rilievo che lo mette bene in evidenza. Abbiamo tutti musicisti sul ponte per creare questo rilievo: chitarre, batteria, basso e voci raddoppiate sul ritornello. Il pezzo sembra di aspetto più compatto con queste chitarre messe avanti. Un bel brano, notevole.

Ci sono solo due chitarre per “L’occhio di vetro” che si trova essere la traccia la più spogliata del album. La voce è molto più vicina sembra volere evidenziare della sincerità. Il pubblico presente applaude e tifa per l’esecuzione della canzone. Prima che tutto l’orchestra e il pubblico si lascia andare in un bello sfogo musicale completato di “na na na na” dal coro.

“Leggera” è un rock francamente martellato dal batterista tutto allungo il pezzo. La voce sembra essere gonfiata da un effetto telefonato sui versi e alternativamente distorto sui ritornelli. L’ accento rock è messo in evidenza su questo pezzo, anche se influenze Brit Pop sottostante sono presente.

“Lontano dal cuore” sembra conservare certi effetti vocali dalla traccia precedente. Una batteria temperata da veli di tessuto conserva un aspetto opaco e soffocato allungo il brano. La traccia si svolge sotto questo ritmo meccanico-a-vapore. Ecco una traccia colorata in un modo diverso e decisamente originale.

L’ultimo brano è di contenuto intimo e confidente, sembra essere diretta verso una persona sola. “Flashback” diventa più limpido di aspetto. La voce si è ravvicinata. Una chitarra avvolta nella riverberazione si lamenta per dare profondità al primo verso e il primo ritornello.  Il secondo verso è più completo, tirato da un basso rotondo e dalla una batteria, che lascia un po’ di posto a un piano forte per punteggiare discretamente i versi. La voce raddoppiata rimane une buona scelta qui, come in altri passaggi del album.

Questo album si conclude bene.  Anche se l’aspetto generale mette “Passeggero spettatore” su uno stile completamente diverso che “Seieventisette”, si trova sullo stesso gradino qualitativo che l’album precedente. L’album è più intimo e il modo di registrare mettono queste scelte in evidenza. Per chi segue Nicola da “La teoria di Romero” poi in “Camp lion”, o che ha seguito sue collaborazioni con Glauco Gabrieli e la sua carriera solista, questa registrazione e ovviamente da possedere. Non smentisce.

- Jones? Dove siamo con il secondo rilevamento?

- Trerose nel 320, rotta nel 090, distanza 20 miglia, velocita 8 nodi, hanno rallentato un po’, profondità 030, distanza minima nel 029, 11 miglia.

- Secondo, profondità?

- 250 Capitan…

- Capo cantiere tutto liscio?

- Solido, Capitan…

- Nen pianin pero sul resto della discesa, ok? 


Per essere continuato.

Capitolo 148

[Seguito recensione Nicola Perina]

Continuiamo a scendere in questo test di immersione, mentre la strumentazione non perde d’occhio i rilevamenti. Mi sembra che i due ingeneri dell’Arsenale sono sempre occupati a controllare le risposte della nostra strumentazione, il capo cantiere viaggia fra vari punti strutturali dello scafo e conferma la tappa di discesa successiva al Secondo. Tutto procede come da manuale e ho la testa libera per sentire che la matita gialla del Capo centrale batte di impazienza sul suo blocco; è pronto a fare il suo rapporto:

- Allora iniziamo con il fresco, Capitan: I Trerose sono stati selezionati per rappresentare Trentino alto Adige a l’Arrezzo Vawe di quest’anno.  E sembra che un nuovo album “Sub Liminale” sia in preparazione.

- Ah? Di già? Fa un po’ gioco di parola con Sub luminale, no?

- Beh… il nostro rilevamento e del 2018… ma vado avanti, che se no mi perdo… quindi abbiamo Eleonora Merz al canto, poi Pino Dieni alla chitarra, e aggeggi elettronici, nottiamo che è membro del Robert Fripp’s Guitar Circle, Fabiano Spinelli al basso elettrico. Questo rappresenta il cuore di scrittura e composizione del gruppo. Sono accompagnati dal vivo da due musicisti che sono Samuele Lambertini alla batteria e Davide Borelli al piano forte e sintetizzatori. Il gruppo si forma nel 2015, le canzoni sono state incise nel 2017 presso il Duna Studio di Andrea Scardovi a Russi, Provincia di Ravenna sotto la direzione di Umberto Maria Giardini in qualità di produttore artistico che suonerà le parti di batteria dell’album, altro musicista invitato per le registrazioni; Michele “Mecco” Guidi ai sintetizzatori. Le registrazioni delle voci e il mixaggio sono stati effettuati presso lo studio Bombanella Soundscapes di Davide Cristiani a Maranello provincia di Modena, mentre facevano shopping di macchine. Il mastering viene realizzato da Christian Alati presso Codhouse Studio Milano. L’album Pop Noir esce il 12 ottobre 2018, sotto l’etichetta A Buzz supreme, distribuzione Audioglobe. Tutto li.

- Grazie Capo! Secondo Profondità?

- 300, Capitan. Nen pianin…

- Buono… Scanner, doppler, spettrometro e decoder Audio, cominciamo!

All’osservare superficiale dei primi dati che ci arrivano, questo sembra essere un album di canzoni leggere normale, quasi di serie. Fatte molto bene, si… ma normale. Le chitarre sono ipnotiche e portano la totalità della struttura dei pezzi. Una voce chiara, limpida distilla testi certe volte sconcertanti. La sensazione cambia al terzo ascolto, quello un po’ più accurato. Non so se è la mia percezione delle cose, ma ho sentito l’aspetto scuro di certe canzoni, non sotto l’angolo il più dark, ma quel angolo che in Italia chiamate Giallo, stranamente. Cioè tutto è seducente e tutto ti attira inesorabilmente, ma scopri che sei in pericolo quando è troppo tardi. Poi le cose si mettono progressivamente apposto come in un puzzle e POP NOIR, prende il suo vero senso. “Ciò che viene detto sotto il vincolo della rosa deve restare segreto” … Anche i fatti di cronaca???

“Mantello” apre più che bene L’album e conferma la sensazione di conforto di una planata sopra un tappetto morbido di chitarre, guidate da un eco digitale. Ci sono numerosi strati di chitarre, vari loops gestiti per essere leggeri e nuvolosi. C’è una progressione discreta ma favolosa nella partitura di chitarra che inizia verso 2.37 e che accompagna perfettamente il finale del testo: “Ieri dicevi che mi amavi…”  Beh se casomai, non azzeccano la vostra attenzione da adesso, non lo faranno mai. Pezzone.

Ombre di “Sweet child of mine” dei “Guns and roses” percorre la prima ripresa di “Esisti solo nella tua immaginazione” per un breve momento. Ritroviamo chitarre a stati, e un bel basso che rimane un po’ troppo arretrato qui, come in tutto l’album. Certe scelte di suoni vari per questo strumento potrebbe portarlo un pelo più avanti, al mio umile gusto. La canzone sembra descrivere il sogno che ci facciamo, a guardarci noi stessi, ma da l’esterno, nella nostra quotidianità.

“Ignora la morte” e una bella serie di buoni consigli da dare a una giovane anima, in momenti di confidenza, fra genitore e discendenza, sul ritmo calmo di una ninna nanna. Il brano assaggia e tempora l’umore. È riposante, non durerà:

“A te, a me” inizia con una chitarra folk e un canto affamato che mangia le ultime sillabe di ogni verso, eludendole. Non so spiegare l’immagine lampo che mi è apparsa in mente, mentre Eleonora canta: “Scava una buca in giardino, che poi ti spiego a cosa serve” Mi appare la mitica scena del cimitero nel “Il buono, il brutto e il cattivo” in quale ogni uno si scava la propria tomba, prima del duello. Poi non so… Si mette a confermare la mia idea: “Se mi stai più vicino, magari cambio idea” Cioè, scusami se chiedo Eleonora, ma se ti piaccio non mi fai fuori. Giusto??? Eco il pop NUAAAAAAAAAR: Eleonora è una mantide religiosa che ti chiama dolcemente nascondendo un martello dietro la schiena e che ti sussurra “Vieni, vieni qui più vicino, non aver paura.”  L’immagine si cristallizza in mente. Adesso è un chiodo fisso. Tranne questo? Bellissime melodie descritte dalla chitarra… Si, si, si…

C’è un po’ di cool tempo in questa marchia a ritmo di passeggiata disinvolta: “Tutto passerà” … La chitarra si fa orologio mentre il basso si fa melodico, le tastiere portano le frasi melodiche che sostengono il ritornello. La metrica del canto invita a fare un passo dietro l’altro, con calma…

L’alieno nel giardino” mi riporta versi miei pensieri strani: Ma cosa succede in questo giardino? “Alieno… alieno nel giardino, ti sei accorto di me, sono da sola, sola e stanca senza un uomo, vieni da me…” Nettuno stridente! Sto delirando di nuovo… Ha fatto fuori tutti uomini del paese, sepolti nel giardino, adesso si gira verso gli extraterrestri… Certe frasi di chitarre sanno vestirsi di ritmi e intonazioni Caraibi, che sorvolano la calma generale del brano. Il finale del pezzo, ci prende le sue radici, contrasta con il ritmo trovato fino qui e ci offre una conclusione un po’ più meccanica.

La chitarra e la batteria aprono subito uno spazio piano e largo dove sentirsi liberi. “L’estate arriva” ci dà la voglia di correre e appropriarsi questo largo campo. La metrica del canto nei versi, ha qualcosa di strano e famigliare allo stresso tempo, e ci dirige verso il conforto di una nuotata al sole.

“Un giorno” è uno strumentale che si struttura intorno a versi e ritornelli, o al meno intorno a tema, decollo, ritorno del tema, planata, ponte musicale, tema … la struttura sembra essere fatta per ricevere un testo, senza trovarne uno. Nonostante questa impressione fugace, la traccia sembra al suo posto su l’album.

Non è, a questo punto, che ricomincio ad essere diffidente ad aggiungere “Aspetterò, mentre il sangue scalda la gola” e “L’Apertura” assieme e vederci ancora qualcosa di NUAAAAAAAR o lo fanno veramente apposto??? Mi sento un po’ provocato nel mio sconforto. Ma questo sangue, lo vedi naturalmente dentro, o sacrificale e sulla gola??? Mi sento una falena davanti a una luce, l’attrazione della trappola. The mortal coil. Cosa faccio? L’eco sulla chitarra pizzica la curiosità. Il ponte musicale è piuttosto semplice, ma efficace; una serie di note di chitarra si impongono in uno spazio vaporoso e ci si estendono, mentre una nota di tastiere prova di occupare al suo turno lo stesso spazio prima del ritornello finale cantato ad libitum: “Aspetterò, mentre il sangue scalda la gola. Anche la notte… la notte un giorno tornerà

La scelta finale sembra di cadere nella ragnatela anche volontariamente. Siamo negli occhi di Sir Biss (il serpente del libro della giungla) sembra che siamo di fronte a tre maestri capaci di descrivere minuziosamente varie atmosfere, su di questo non ci piove. Mi sto chiedendo di colpo, a quale punto della produzione l’album Sub Liminale si trova. E se dovremo incrociare la traiettoria del gruppo di nuovo questo anno.

In Tanto mi giro per vedere il secondo e il Capo cantiere rendere conto sul nostro raggiungimento:

- 350 metri Capitan, test di profondità completato.

- Sembra il momento di passare in propulsione magnetoidrodinamica e concludere il test.

Commenta il capo cantiere, sicuramente fiero del suo lavoro, con la leggera voglia di strappare la superficie per tornar al più presto a casa. È vero che i tre civili presenti eccezionalmente abbordo non sono nel loro ambiente naturale. Adesso conoscono la voglia che mi abita la maggior parte dell’anno:

- Jones distanza del terzo rilevamento???

Capitolo 149

[seguito recensione Trerose]

- Jones distanza del terzo rilevamento???

- Si stavano già allontanando da noi, Capitan! nel 090 rotta nel 091, distanza 20 miglia adesso, hanno accelerato; velocita 05 nodi, sono risaliti un po’; profondità 069.

- Ok, non abbiamo migliore opportunità di passare da propulsione classica a magnetoidrodinamica. Avanti 5 nodi, rotta nel 090, risalire su asse 10 metri al minuto, fino a profondità 070, Secondo, capo cantiere; aumentate la velocita gradualmente di 5 nodi, tutti quarto d’ora fino a PMP e sorvegliatemi il locale propulsione da vicino, rendere conto in caso di problemi. Jenkins? strumentazione in funzione. Capo centrale, cosa diset?

- Allora abbiamo presa poco la line up dei Dmanisi: cioè Floriozzy al canto, Jacopo al Basso, Alessandro alla chitarra, aka Carmelo e Stefano Neri alla batteria, sembra che fanno una mossa tipo “Sister act” Riprendendo delle canzoni cattoliche della loro gioventù alla moda punk rock. Vuole che li lego l’allegato da l’Intel?

- Spari…

- I Karatechesi sono nati quasi per scherzo sul finire del 2016, per suonare al matrimonio dei nostri carissimi amici Walter e Sara. Alla fine di quel matrimonio ci abbiamo suonato davvero, ed incoraggiati da chi ci ha sentito abbiamo deciso di portare avanti il progetto. Fin dall’inizio l’idea è stata quella di riproporre le canzoni sacre della nostra giovinezza, passata in associazioni giovanili/parrocchiali/scout, in chiave punk rock! Cioè come ce le siamo sempre immaginate nei nostri cuori rockettari! Siamo musicisti attivi in altre band della scena musicale trentina, ed italiana (the sQuirties, Dmanisi, Little Finger, the Bastard sons of Dioniso) ed abbiamo lavorato a questo disco nel tempo libero, negli ultimi 4 anni. Ora finalmente ci siamo!  RAINBOW! Una raccolta di 9 cover, scelte fra le più belle canzoni di Gen Verde, Gen Rosso, Giosy Cento e molti altri ancora. Alla bellezza e positività dei brani originali, abbiamo aggiunto la carica e l’immediatezza del Punk-Rock: un disco tutto da cantare e da ballare!

- Quindi nessuna canzone da Gene Gnocchi?  Fischia che noia!

Sembra che la band si faccia un po’ avanti sul territorio delle ombre con questa faccenda. Tipo si mettono volontariamente sotto il mirino di tutti; magari di quelli integristi che urlano al sacrilegio, magari gli autori, che sostengono che le canzoni devono essere cantate alla chitarra classica, a un anno luce del primo spinello, magari anche degli ateisti come noi che chiedono; Ma che cavolo fatte? Ma perché? Questo magari solo per lo stravagante dell’idea stessa, a un anno luce dell’atto iconoclasta, una nostalgia alla “Karate kid”. Non vedete che c’è un occhiolino ovvio dello spirito in quale album è stato fatto? La copertina è un gioco di parole fra rainbow e Rambo, tenendo in tasca l’ultima battuta alla Elio: “Non li ha fatto ridere?”

Potrebbe anche essere un modo di dire “Cavolo, se avevamo sentito quelle canzoni cosi a l’epoca, saremo sicuramente ancora negli scouts oggi. Valida il vescovo? Non valida il vescovo? Già la virulenza degli abbagliamenti si fa sentire da qui. Delle coorti ben pensanti si organizzano sulle colline, di quelle che ti ritrovi davanti casa, notatamente con torce in mano. Ma se quel buon dio fosse veramente onnipotente, non avrebbero bisogno di tanti feroci difensori, dovrebbe cavarsela da solo, no?

A dire la verità anch’io sono disturbato. Distaccarsi di questi insegnamenti, martellati nella mia testa, a l’età della necessita delle prime coesioni sociali, non si è fatto così facilmente. Eco, sicuramente non battezzano più in età di ragione, come il manuale comanda, per queste ragioni. Meglio il guinzaglio già dall’inizio che crea l’atmosfera della norma. E cosi… per tutti, la pecora e il pastore… Cosa ci vuoi fare? Alla differenza che io, da piccolo in quelle situazioni, non mi sentivo mai al mio aggio.  Il gregge non faceva per me, avevo già intuito dove finiva il branco… Poi c’è tutto in circuito di aggregazione che funziona attorno. L’anima libera può essere pericolosa, meglio lasciare chiodi fissi qua e là, nella mente, ci sono momenti nella vita dove il disorientamento fa tornare le pecore dal pastore.

Buon ok, tutti testi sono pieni di buone intenzioni (solo a prima lettura, pero), aiuto, sostegno, conforto, serenità, anche liberta… Anche se vorrei la spiegazione del volume di liberta disponibile a l’interno del dogma, e senza formule retoriche prefate, per favore, che sono sempre le stesse, come le messe del resto. Comunque, tutto bello, ma non faro l’affronto di leggere fra le righe, per descrivere la ragnatela della religione, considerata vera dalla gente comune, falsa dall’uomo saggio e utile dal dirigente; lo diceva già Vasco decenni fa: Lavoro, casa, chiesa... La posizione del gruppo su questa mossa sembra puramente nostalgica delle estati giovanili passati assieme, poco importa per quale motivo o sotto quale bandiera. Lavorando con testi che, ripetuti talmente tante volte, fanno parte del subcosciente. Ci potrebbe anche esserci un pizzico di ironia: “Guardate un po’ come si fa…”

Non penso che provano di inserirsi in un movimento di spolveratina del immagine cattolica; gli membri della chiesa stessa non esitano a coprirsi di ridicolo, per apparire più moderni e più aperti ballando in gruppi per strada o davanti chiese alla moda flash mob,  anche dentro svagando del tutto creando polemica fra i fedeli… il culto è fatto per questo… non è fatto per questo?

Potere annegare in una religione è una libertà repubblicana. E come tale, deve essere difesa. Ed Io difendo questo diritto, come quello di essere gay per esempio. Onestamente, una volta liberato dal giogo, perché riportare alla luce la chiave e il lucchetto?

E musicalmente? Beh, non penso che i compositori di questo tipo di canzoni si sono sfogati sul giro di accordi. Penso che l’attenzione si porta naturalmente sul testo e il suo contenuto, basta poi trovare una litania su di quale depositare il messaggio: Non perdiamo d’occhio la destinazione finale del prodotto. Chi trova il giusto testo ma tratta il pezzo con introduzioni alla “Yes” o giri di accordi di “Rush” non troverà la sua udienza. La trasposizione in chiave Punk rock dà un aspetto divertente e in fine, rialza veramente gli originali. Vi lascio giudice del fatto andando sul sito “20 000 leghe sotto la musica Trentina” potrete seguire i link verso gli originali:

Se m'accogli - Pierangelo Sequeri
Servo per amore - Gen Rosso
Alleluia (Canto per Cristo) - Eugenio Costa qua ovviamente quando dicono “gloria” tu devi capire “morte”, poi la lettura diventa più chiara. E una specie di tele vendita della plenitudine, paghi adesso ma la data di consegna coincide 6 minuti dopo l’arresto cardiaco. Esattamente alla narcosi di ossigeno al cervello e l’arresto del suo funzionamento. Scontatissimo!

Nostalgia d'una sorgente - Giosy Cento
Vivere la vita - Gen Verde
Te al centro del mio cuore - Gen Verde
Pace sia, pace a voi - Gen Rosso / Gen Verde
Tu sei - Paolo Spoladore
Adeste Fideles è il classico del classico; anche Pavarotti l’ha cantata.

In tanto il disco e qua. Credo che la totalità dei lettori hanno più di 18 anni e sono liberi di trovare in questa registrazione, quello che conviene al loro giudizio personale. Dal tutto pro, al tutto contro, passando dal curioso di sempre, si può avere la reazione che volete. Ma non venite ad annoiarmi; siamo tutti ateisti in fondo. Siamo ateisti di Zeus, Apollo, Amon Ra, Mithras, Baal, Thor, Wotan, Tutatis, Belenos, Gonorreaman, Jah, la capra d’oro, The Flying spaghetti monster o più di altre quattro mille divinità, registrate nella storia umana. Io ho solo un dio in più sulla mia lista… e veramente troppo poco per farne un argomento.

- Potenza Massima Permessa raggiunta Capitan! Siamo a chiodo!

- Grazie, Secondo. Capo cantiere? quanto tempo dobbiamo rimanere a PMP per suoi controlli?

- 20 Minuti Capitan.

- Secondo, Alla fine dei controlli rimaniamo a profondità 070, avanti 05 nodi. Li lascio il Centrale. Mi ritiro in cabina.

Non riesco ad abituarmi a quei nuovi rumori. Mi manca il ronzo della sala propulsione e il baccano del Engine Order Telegraph in Centrale, mi manca anche quel odore di grasso caldo mescolato con l’effluvio del carburante. Pero da adesso è ufficiale siamo puliti, ambientali, più rapidi ed estremamente silenziosi…

Capitolo 150

[Seguito recensione Karatechesi]

Torno dalla mia cabina, ho fatto un gancio strategico dal Mess ufficiali per impugnare un bel tazzone di caffe, e torno nel Centrale per vedere una riunione fra Secondo, Jones e Capo centrale che ha già il naso nei suoi appunti. Sono in piede nel corridoio nel passaggio di accesso al centrale le guardo fare, non che la scena è inabituale ma il mio quinto senso e mezzo mi dice che ci si nasconde qualcosa alla mia attenzione. La gomitata discreta che il Capo centrale dà al secondo, dopo avermi notato dalla coda dell’occhio, mi rivela indizi. In Tant’ siamo in strada per la base Nibraforbe per rendere alla vita odierna i tre civili che abbiamo abbordo. Abbiamo più di un’ora e mezza di transito prima di tornare alla base. - Novità? Chiedo al momento di riprendere il mio posto nella poltrona del centrale.

- Niente più dei soliti segnali, di quale non ci occupiamo. Missioni non richieste da l’Intel per la maggior parte.

- Quanti c’è ne sono?

- Uno.

- E di solito quanti c’è ne sono.

- ‘na decina… Varia… cinque, sei… Roba del genere.

- Jones, azimut e distanza?

- Nel 180, 26 miglia.

- Vediamo se la strumentazione le becca a quest’angolo. Dai! Storia di vedere…. Per calibrazione…

I due ingeneri del cantiere si chiedono se devono ricollegare al meno un lap top e li faccio segno col mento che sarebbe meglio…

- Jenkins mettimi tutto in moto, Capo centrale? che c’è sul suo blocco, che è già fornito di fogli.

- Un file che viene con i rilevamenti sparsi, chi sono, se sono schedati, se c’è un album già pubblicato… queste robe qui in somma. Generalità su tutti rilevamenti presenti.

- Quanti?

- Uno.

- Secondo, li lascio la manovra per entrare alla base. Capo, è sul nostro rilevamento gli appunti che hai?

- Si, vuole che faccio un rapporto?

- Solevo lo sguardo e considero tutto il Centrale Operativo, in un’osservazione circolare per fare capire che siamo in immersione e che non c’è un migliore posto, per fare una lettura ad alta voce.

- La band si compone di Jacopo Coen alla voce chitarra, Matteo Bertagnolli al basso e seconda voce, Andrea Spellini – batteria. La Demo del trio Herr “LOVE IS IN THE HERR” è stata registrata e mixata in quarantena, al Roccia Studios uno studio personale di Molveno, a casa di Andrea. Caso vuole che subito dopo il Premier Conte impone il lockdown e i tre si ritrovano in quarantena in studio. Le tracce sono state mandate a Giuseppe Sogaro al Mastering e missaggio White Beech di Liverpool che decide di partecipare al progetto, da dove dirige la loro inettitudine nel registrare, e fa il lavoro di mixing e mastering. Il suono del gruppo sono i groove funky creati da una simbiosi a tratti punk tra batteria, basso e chitarra con sporadici elementi elettronici. Sulle basi Jago incastra dei rap con quello che gli frulla per la testa. La copertina e di Jacopo Coen.

- Rap? Jenkins? Mie pillole per favore!

- Normalmente non trattiamo quel tipo di rilevamenti…

- Capisco, capo. Guardiamo i dati lo stesso…

Allora cosa troviamo di diverso con altri gruppi di rap. Beh già, il giro musicale diverso. Non si tratta di un loop o di un DJ che aggiunge scratches a una base lap top. Non abbiamo tutte le “introduzioni” vocali composte di “Uh!” e di “Ahaaa”, “Mc blabla is in the place” e altri condimenti orbitali che si fanno comunamente e quasi automaticamente. Non c’è l’attitudine provocante e la gestuale piene di mimiche, viste tre milioni di volte, (hanno le mani impegnate sugli strumenti) un po’ come quelli di “Got it” di quale abbiamo già parlato solo con reazioni allergiche minori.

Di comune abbiamo la lunghezza dei testi, le parolacce nei testi (poche a dira la verità), gli spinelli nei testi, e metriche usuale che cadono naturalmente sulla musica, senza avventurarsi nell’innovazione, ne l’originalità. Per la grafica, il logo della band sembra essere stato ricavato dall’identificazione di un flight-case con pezzi di adesivo elettrico. Preso in foto e lasciato cosi.  Al meno e originale. Buon, andiamo fare un giro con il loro disaggio:

“Numeri” mi fa notare un bel basso messo avanti come mi piace. E spero già ritrovare queste proporzioni allungo l’album.  La batteria non è troppo invasiva e sta arretrata con la chitarra per lasciare la raffica di “numeri, numeri, numeri, numeri, numeri, numeri…” prendere il sopravento. Una tastiera aggiunge colori, come un contorno su un piatto di restaurante. Il tutti e piacevole allo sguardo come al gusto.  Mi riprendo una pillola. Perché rimangono ancora 4 brani.

Felicemente ritroviamo le stesse proporzioni di strumenti sulla seconda traccia “Cinico” e penso che questo sarà il tono del album. Tranne che la chitarra si incarica di adornare i versi di frase corte e ripetitive lasciate in overdub sopra la chitarra originale che scivola sulla pedala wha-wha alla moda new yorkese. Leggero “Tongue twister” equivalente a trenta trote trentine che trottolano: “Che han gusto a tirare limiti fatti di lividi Crimini cinici di bravissimi medici” occupa la posizione strategica degli “numeri, numeri” della traccia precedente.

“Mood” e il pezzo più funky del album e comincia con un mix di testo fra inglese e italiano in un’atmosfera affumicata di erbe a proprietà tribale e spirituale.  La tastiera appare solo discretamente nel ritornello, rappresenta un’interferenza continua che segue i cambi di tonalità.

 “Chica” richiama i cori del trio per punteggiare di HEY! Ogni misura, dei fine versi, come la ricetta richiede. La chitarra si sposta un po’ più avanti, per sostenere i vocali che scaricano raffiche di consonanti risonanti, sottolineate dall’appoggio della seconda voce, secondo schemi classici nel rap: Bum, bum, tcia!

“Sottochiave” e condito di molte più tastiere che guidano melodicamente la traccia. La chitarra si fa ritmica e rimane campata nel suo giro. Il basso che fa bollicine, crea la trama su di quale la voce rimbalza. Ci si sente Salvini (credo) che invita la mafia a fare le valige. Io vorrei avere la sua convinzione, ho quello che fuma. La sua orbita e stabile sopra le realtà del mondo, in fine le parole delle canzoni son più vicine alla vita odierna che quelle di un eletto.

Herr si allontana a misura che l’effetto delle mie pillole si dissipa. La strumentazione e stata capace di beccare tutto il segnale, nonostante l’angolo della sua provenienza. La capacita di letteralmente suonare strumenti dal vivo e di depositare un testo sopra la performance musicale, le distacca un po’ dal branco, in questo settore del Hip hop. Quello che mi irrita un po’ in questo genere e la fotocopia automatica e fedele di mimiche, teste che dondolano come cagnolini sul retro vetro della macchina, pause, segni digitale della gengha, attitudini di disdegno e superiorità di cartone. Felicemente il Trio Herr sembra distaccarsi con la loro capacita di suonare FUNK, già prima di depositare vocali di qualsiasi tipo sopra.

Tanto l’acqua della cascata di Sardagna cade sullo scafo del sommergibile, i due ingeneri dell’arsenale hanno ripiegato i lap tops e sono contenti della calibrazione. Il capo cantiere sorride, sia del suo lavoro che dal suo ritorno sulla terra ferma. Ma già sulla piattaforma ci aspetta verdura fresca e frutta e questo vuole dire che dobbiamo ripartire fra poche ore. Destinazione ovviamente sconosciuta.

Capitolo 151

… [seguito recensione Herr]

Rispondiamo, dalla torre, al segno della mano dei due ingeneri dell’Arsenale e del capo cantiere, mentre ci allontaniamo. Abbiamo caricato il fresco in poco tempo e l’equipaggio si è stropicciato le gambe allungo la piattaforma o ha fumato un po’ più lontano dal sommergibile. Siamo di nuovo in mare con un ordine di missione e a caccia di un artista di quale parliamo da l’inizio, ma che si è tenuto sempre allontanato dal faccio del nostro sonar: Anansi.

- Capo centrale è da quando che siamo a conoscenza del File su Anansi?

- Dalla nostra prima missione nel 2014… Da lì scaviamo fino a “Still” del 2009, poi ”Il sole dentro me” e la sua apparizione a San Remo. Il suo taglio di dreadlocks e apparso sulla pagina in 2014 con il sottotitolo: “automutilazione 2” perché il “automutilazione” era “Tex” il video di Felix Lalu in quale si tagliava la treccia della barba. Da lì; ciao reggae limitativo (?) Stefano preferisce il blues o la compagnia di Alice Righi al rifugio Bindesi per la ormai ribattezzata Balcony TV. Ovviamente si è fatto notare sul disco dei Joy Holler con un remix da gara. Scrive, compone e registra per sé. Su questo EP Stefano ha suonato, programmato e cantato tutto lui, tranne: suo fratello Simone Bannò che aggiunge cori su “Mamma e Anna”. Cveta Majtanovic che fa cori su “La gente” e “Countryboy”. Il già super schedato Luca Olzer che suona l’organo Hammond su “Countryboy” Poi l’EP è stato mixato da Mauro Iseppi all’Old Country Studio di Ravina (TN) e masterizzato da Maurizio Biancani alla Fonoprint di Bologna. Il video di “Mamma e Anna” è di Joe Barba. Ci appare Valentina Sega e Noah. Piero Fiabane si incarica della promozione di questo nuovo lavoro.

- E ora siamo o a caccia di un EP di quattro tracce che certifica il suo sogno di entrare a l’European Space Agency per orbitare sopra le nostre teste. Jones niente di nuovo?

- Niente ancora capitan.

Io trovo un po’ strano questo cambio sul mercato musicale… adesso va più l’EP. Come confermato da Reversibile, Bob and the Apple e l’annotazione “parte 1” presente su la copertina sembra suggerire che ci sarà una parte 2. Economicamente siamo li. Negli anni 70, 80 o 90 tutti avevano ancora un budget anche nelle famiglie più modeste per la cultura o il divertimento. Al giorno della depravazione bancarie e della restrizione economica il sacrificio si fa sui piaceri, e le spese si concentrano sull’essenziale, mentre una selezionata parte della popolazione, non sa più cosa fare de suoi soldi. Comunque il teasing rimane lo stesso: dopo la prima uscita, bisogna preparare il successo della seconda parte. Il risultato finale? Un album a rate…. e di questo sono un po’ triste. Economicamente comprare musica diventa una possibilità a quale una grossa parte della popolazione non ha più accesso. (Più di 9 milioni di francesi che LAVORANO sono sotto la soglia della povertà in 2020, 19 milioni in Germania, in Italia una persona su 4) Comunque siamo li.

- Segnale! Nel 090, rotta nel 179, distanza 21 miglia, velocita 10 nodi, profondità 030, distanza minima 17 miglia nel 135.

- Grazie Jones! Capo, Jenkins, mettiamo tutto in moto, cominciamo.

Modo strano di iniziare questo EP nella calma e la semplicità di “Tutto OK”; il brano comporta due elementi, la voce vicina e intima che si appoggia su un semplice ukulele alle battute snudate e meccaniche. Orchestrazione inesistente, la canzone ci appare nella sua più basilare forma. Solo il sospiro finale ci indica che in fondo le cose potrebbero andare meglio e che in somma il tutto ok è accettato più che necessario e che si potrebbe anche fare senza. E un Carpe diem letto ad alta voce.

“La gente” descrive un branco di giovani di classe sociale confortevole, quasi preoccupati dalla crisi, che esistono un po’ ovunque. Batteria, basso, tastiere, chitarra ritmica, abbiamo tutto Stefano nella capacita di suonare tutti strumenti. Apprezziamo i cori a strati di Cveta Majtanovic che riempie spessore dopo spessore il contorno dei ritornelli. C’è un assolo di chitarra un po’ scucito che ci prepara al finale della canzone rappresentato da un ultimo ritornello consolidato dalle sue distintive rime conclusive. “Non abbiamo più nemici, ma nemmeno tanti amici”. Storia di descrivere il loro livello di aggregazione sociale.

Traccia faro del EP e promosso da un altro video di Joe Barba “Mamma e Anna” tratta dell’apparizione dichiarate di copie di stesso sesso. Il mondo è in progresso su certi soggetti, ma isolotti di resistenza esistono intorno a noi. Specialmente quando bambini sono di mezzo e la normalità civile si preoccupa della loro educazione o anche se diventeranno omosessuali al loro turno. Niente inquietudini gente, l’omosessualità è come la santità: non è ereditaria.

Traccia interessante “Country boy” sorprende dal suo ritmo da tartaruga col freno a mano. Luca Olzer sfodera il suo leggendario Hammond per tingere di Mississippi l’atmosfera generale, confermata dalla presenza da una breve slide-guitar nel secondo verso. Ancora una bella presenza di Cveta Majtanovic agli cori che rialza il finale di suoi interventi.

Mi sto chiedendo di quale pasta sarà fatta la parte 2 del prossimo EP, magari ci troveremo una traccia spaziale per incollare alla copertina esplorativa. Comunque Anansi torna sul davanti del palco e lasciamo un gavitello, casomai la parte due arriva prima della fine dell’anno… se no… saremo ancora in giro nel 2021, ma non c’è più modo di “toccar legno” abbordo il Wyznoscafo per certificarlo.

- Secondo… Andiamo pieno Est per 20 miglia e passiamo la zona al sonar, storia di annusare qualche presenza…

- Aye, aye sir!

Capitolo 152

[…] seguito recensione Anansi

 Il Wyznoscafo ha percorso 20 miglia pieno Est e inizia a descrivere cerchi concentrici.

- Capitan abbiamo un segnale un po’ strano… interviene Jones, sembra un segnale locale, ma non corrisponde alle firme sonar locali… è nel 180, rotta nel 181, distanza 17 miglia, velocita 9 nodi, profondità 025…

- Si allontana pieno sud… Quanti altri segnali in zona?

- E l’unico… mi sembra esser doppio segnale, del resto.

- Capo centrale? Mi faccia un rapporto a l’Intel sulla scoperta e una richiesta di file sulla rete flash…

- Aye, aye sir!

- Rotta nel 180, avanti 9 nodi, profondità 025. Jenkins, mettimi solo lo scanner in moto per il momento.

Il Wyznoscaffo si inclina nella curva verso sud e punta leggermente del naso verso la superficie nella risalita a profondità 025. Il telex crepita e il suo rumore eccessivo contrasta con il nostro centrale rinnovato, credo sia uno dei rari apparecchi rimasto identico insieme alla timoneria. Il capo Centrale si serve della sua matita gialla come una spada laser e sforna la sua analisi senza preavviso:

- Il nostro primo segnale “Smalto” è il secondo album del gruppo “Incomodo” prodotto da Pietro Foresti che lavora regolarmente con Muse, Marlene Kuntz e Negramaro. L’album è su etichetta Vrec Music Label / Audioglobe. La band si forma nel 2007 a Lecce, la formazione subisce vari cambi di line up. La formazione e stabile dal 2013 ed è composta da Federico Calò alla chitarra e canto, Roberto Civino piano forte e sintetizzatori e Mirko Alfieri alla batteria. Attivi tra Lecce e Trento, dove due terzi della band ha un’attività didattica all’Università di Trento. Il secondo segnale è Il primo album “Un po’ di silenzio” esce nel 2015 “Smalto” in uscita a il 5 Aprile 2019 anticipato dai singoli “Non essere cattivo” e “Smalto, radio edit”. L’album è stato registrato da Andrea Ravasio e mixato e masterizzato da Matteo Agosti a Frequenze Studio (Monza, MB) nel Febbraio 2018. Tutte le foto del disco sono della fotografa GiuliaBersani, che ne ha realizzato l’artwork interamente a mano. Tutto li.

- Ecco che spiega un po’ tutto. Non sono locali, son IBRIDI!  Come I Luck now… Spettrometro e Decoder Audio…  Nen a vedere lo stesso… Cominciamo!

C’è un serio cambio di sostanza nei due album, che va un po’ di più che il semplice cambio di line up operato nel gruppo durante la sua storia, o anche il modo e lo studio in quale sono stati registrati. Tranne la voce che ritroviamo sulle due registrazioni la consistenza e lo stile delle due gallette divergono radicalmente o piuttosto si giustappongono come il ying e il yang o le caselle di una scacchiera. Tanto il primo e rock tanto il secondo e pop…

Un attimo di silenzio e l’opera di un trio Basso, batteria, chitarra e girava intorno a Federico Calo al canto e chitarra, un certo M.R.(??) alla batteria e Marco Cazzetta al basso per un rock tagliante e arruffato con una voce più incorporata al suono generale della band. Un generoso conto di 12 canzoni compone l’album, in quale ritroviamo varie atmosfere: dalle due dita nella presa per la prima canzone “Mescalina”.  Un stupendo secondo pezzo “un po’ di silenzio” con un bel rock nervoso condito di un canto che cerca armonie sulla chitarra, accompagnato di un coro accurato sul ritornello. Ci sono tracce calme come “L’ignavo”.

“Sensi di colpa” conferma la forza del canto e la sintonia con gli strumenti. “In fede, infame” ci riporta sul viale del rock e della chitarra aggressiva che fa danni come la lama di una motosega su della carne fresca. Le chitarre si duplicano su “Alice” ma lasciano la batteria sfogarsi di raffiche strette in un bel finale spettinato.

Un trio di tracce più temperate si raggruppano sulla seconda meta dell’album: “E andata cosi” dimostra la capacita di cambiare atmosfere con l’aggiunzione di flauto, “Luen” si lascia guidare dal basso e “Sai, ti diro” rompe il suo aspetto intimo dopo un urlo che introduce un finale nervoso.

Questo gruppetto di tre canzoni e inquadrato da due più isteriche con “Ora non mi va” e la sua voce che si avventura negli alti e “Miyagi’s little tree” che rimane l’unica traccia in inglese di un album che si conclude su un bonus track “Giuda” e la sua voce teatralmente forzata.

“Smalto” e radicalmente diverso e ricorda piuttosto “Keane” con il suo piano elettrico che esce come una guglia dentata fuori della massa sonora con suoni dissonanti della prima canzone “Mangiafuoco” e impone la sua presenza gridando la sua presenza in quel modo.  Scivoliamo in una pop più saggia e accessibile a un più larga porzione del pubblico. L’album diventa più romantico, più calmo, cerca il consenso, cerca di piacere, di essere notato in vetrina… la voce è messa avanti, la strumentazione ha subito una spolveratina, le composizioni sono stirate, i musicisti pettinati bene e leggermente profumati. Addio l’odore di sudore e di polvere del backstage, ora cerchiamo il palco televisivo, illuminatissimo e lucido. L’orchestrazione di “Smalto” e magniloquente e impone l’enfasi necessaria per farne un single notevole. La chitarra sparisce quasi del tutto su “Esprimi un desiderio” e suoi ritornelli saggi, le corde rimangono in secondo piano con discrezione. “Il peso della testa” o piuttosto dei pensieri è un invito alla spensieratezza e la disinibizione, quasi un appello di abbassare la guardia, suscitare qualche fiducia nella compagnia femminile perché c’è ovviamente “Fame d’amore”. To! Va là che combinazione! Avvicinati, non aver paura, vieni più vicino… che la chitarra riprende un po’ il commando delle operazioni e la voce si increspa occasionalmente di forza e volume. “Humus” e la sua voce telefonata si appoggia del tutto su tastiere, che viaggiano fra gran piano e archi. Su molte tracce di questo album la chitarra è certe volte presente ma completamente incorporata al suono delle tastiere come una presenza di sostegno. “Isola a vela” e “Dispnoica” sono stranamente tracce gemelle con la loro tessitura quasi identica. “Non essere cattivo” è il secondo single estratto da l’album ed è un po’ più sollevato e ritmato, riprende le sonorità di tastiere di “Mangiafumo” con una chitarra più presente e monolitica nei ritornelli. La voce sa decollare per impacchettare un finale magnifico. “Rubicondo” sembra affidare al mare (o al lago di Levico) un corpo ucciso durante un’esplosione di rabbia, provocata da una reazione liberatrice e incontrollata in reazione ad un eccesso di dominio… una battaglia di personalità, un rapporto di forza. Una goccia che fa sboccare il vaso. “Posso distruggere…. Distruggerò…”

“Smalto” si conclude li. Queste dieci canzoni sono lentamente entrate in mente, dopo molteplici ascolti e hanno saputo progressivamente conquistare, nonostante la dichiarata preferenza al primo album, durante i primi ascolti.  Queste composizioni possono prendere posto nelle vostre preferenze, basta premere “riplay” il necessario numero di volte…

Abbiamo percorso un po’ di strada pieno sud. Quasi, quasi continuerei in questa direzione, storia di prospettare acque un po’ più calde…

Capitolo 153

[…] seguito recensione Incomodo

Andare pieno sud non ci portava nella direzione giusta… Il telex della rete flash inizia a crepitare come un mitra e il Capo centrale mi distilla il contenuto dell’ordine di missione, prima ancora di potere strappare la carta perforata dalla cesta dove si ripiega a fisarmonica:

- Credo che dobbiamo girarci verso Nord-Ovest, Capitan…. Abbiamo già fatto degli Live, prima?

- No, niente live per il momento. Perché?

- Dobbiamo percorrere 160 miglia Nord-ovest, c’è un live degli “Povero Diavolo” e siamo in anticipo su l’uscita che è programmata per il 5 settembre.

- Uhuuu, una missione pre-uscita? Son ben quelle che ci piacciono di più. Rotta nel 310, avanti tutta, profondità 050! Secondo?

- Comandi!

- Li lascio il centrale il tempo del transito, chiamatemi in cabina quando le abbiamo beccati, Capo centrale richieda il file dei Povero Diavolo, quando la stampante ha sputato l’ultimo foglio me lo porta in cabina, Jones?

- Comandi!

- Sai cosa cercare?

- Certo, Capitan…

Colgo l’occasione di compire una missione lontano dalla portata dell’imponente vascello dall’ammiraglio Giusy Elle. Vero che con la nostra nuova propulsione siamo molto più efficienti, rapidi, silenziosi ed economici. Li soffiamo la missione sotto il naso ancora una volta. Sdraiato sul letto della mia cabina percorro i fogli del telex, mi assopisco, mi risveglio, leggo ancora un po’ prima di russare di nuovo. Avrei dovuto chiedere al Capo Centrale di farmi un bel rapporto come al solito, ma abbiamo tempo prima di arrivare a portata di strumentazione e mi va di riposare e saperne un po’ di più. La maggior parte del tempo la fisarmonica di fogli di carta mi serve di coperta mentre scivolo senza troppo lottare nel sonno. Ma una volta sveglio, riesco a farmi un’idea del duo e del suo percorso. Michele Vigano si incarica del canto, chitarra e armonica, mentre Matteo Falchini completa la band alla batteria, cori, un dottorato a Zurigo, ricerca di locale per suonare, trovare il locale per suonare, e convincere il locale chiamato El Lokal di farli suonare. Il grazioso fonico rimane anonimo e si incarica della registrazione dell’evento. L’ultima traccia è stata registrata al Bar funivia di Trento da l’inossidabile Giulio Bazzanella. Il missaggio e master del album sono stati a cura di Alessandro Berti, le foto di Alessandro Paris, l’artwork di Anna Vigano. Ritroviamo sulla registrazione chiara e bene masterizzata, la quasi totalità di due EP usciti precedentemente, solo in forma digitale, razionalmente intitolati demo one di 5 brani rilasciato in 2013, seguito da demo due del 2015 che ne contiene 6, e che trovate su sound cloud, se cercate bene. Un unico dispiacere a guardare la lista delle canzoni proposte al pubblico svizzero; Manca “Ciccio” la mia traccia preferita: Varda che pasticcio…

Sarà il penoso suono dell’interfono a ricordarmi che non è stato cambiato tutto abbordo, è il Secondo:

- Credo che abbiamo qualcosa, Jones sta trattando la firma sonar…

- Mi cambio e arrivo. Mi faccia trovare in centrale una piscina di caffe con due zuccheri, per favore…

- Ho già chiesto a Seven Seagul, la sta preparando.

Appena seduto nella poltrona del centrale, per prendere la rileva del secondo, Jones mi aggiorna sulla situazione, mentre mi impadronisco delle tazzone:

- Si trovano nel 320, distanza 25 miglia, velocita zero, profondità 029. Firma sona confermata; “Povero Diavolo”.

- Buono! Avanti un quarto! conservare rotta e profondità, Scanner, Doppler, spettrometro, decoder audio, cominciamo!

La “Piazza Dante”, naturalmente più rapida che sulla seconda registrazione demo, ci sembra descritta da un barbone che ci passa la sua vita e che ci racconta la gente che passa, gli innamorati, l’attività di centro cita, dimenticando le paperine sazie di pane raffermo e le risse con lama fra futuri premi Nobel, pregando le forze dell’ordine di portarlo al caldo. Il suono preso direttamente dalla tavola di missaggio invita a continuare a prestare un’orecchia attenta al resto del disco.

“Ballata di Spagna”, un folk-rock rapido come “Piazza Dante”, ha un leggero gusto autostradale e fuma di diesel. Il viaggio giovanile a basso costo si confronta ancora con la polizia e funghi velenosi. Nottiamo l’attenzione portata alla musica dal pubblico svizzero durante i passaggi calmi: ascolta e ha capito che se i musicisti disturbano la tua conversazione, vuol dire che sei nel posto sbagliato. Al meno lascia l’armonica concludere distintamente la canzone.

“Povero Diavolo” non fa delle cover di Dylan, ma propone versione italiane tradotte e adattate su partiture originali. “Pollice” (Just like Tom Thumb's blues) calla di ritmo e il suo giro ripetitivo di accordi parla di un consiglio comunale, delle tensioni locali ed eccessi di solidarietà, a chiedersi dove è veramente ambientata la storia descritta. Magari Sud-Est statunitense perché libri sulla castità lì… si vendono…  c’è udienza.

Lasciamo un po’ il rock energetico della prima parte dell’album per del blues lento, grasso e tradizionale che si presenta a noi sotto forme riconoscibili.  Fra discese e vibrato al bottle neck “Treni” sembra esserci sbagliato di titolo… Il pensiero svaga; ma quando parla di treni? Dovrebbe chiamare sta canzone “merlo indiano” o ancora “Vino rosso” … Ah ah ah! La risposta si trova nell’ultimo verso, in una conclusione profonda: Il tempo non torna indietro ma i treni, si!

Ripresa del ritmo sostenuto su “Vita di montagna” che gradisce di varie versioni in video sulla loro pagina facebook, ed evidenzia al meno la liberta di Matteo di non tenersi a partiture di batteria rigide ma di sbandare nel free-drumming, o adattarsi alle atmosfere o locali in quale suonano. Ci si nota un altro particolare; la tentazione di Michele di orientarsi verso distillati o insegne di bar: Salute! Basta rendersi conto che, come un punto nero in mezzo al bianco, bisogna essere abbastanza sveglio per non finire su menu di chi, d’inverno, mangia solo carne.

Si va avanti con un rock alla schematica ormai incisa nel subcosciente umano. Il giro di accordi fu distillato o ri-distillato da Antoine, un cantante Francese, al periodo dove seguiva le mode musicale degli anni 60. Le pietre non sono qua per costruire ma per ferire: “Qualsiasi cosa fai, sempre pietre in faccia prenderai” un inno alla lapidazione…

Messico e nuvole” è ancora una cover di Enzo Jannacci questa volta. Magari la versione di Giuliano Palma e più vicina al risultato registrato qui. Io, a prima lettura e con il mio back ground musicale esclusivamente locale ho avuto il riflesso Nibraforbe a chiedermi cosa hanno in particolare queste nuvole, per essere presenti in numerose canzoni. Per lo meno la forma ritmata e sollevata di questa versione diventa quasi ballante, tirata su dal ritmo della batteria, che eleva Matteo al grado di maestro.

Blues elettrico “Occhio blues” sottolinea i veri occhi blue, non dal colore della pupilla, ma dell’ematoma risultato di una botta. “Torno a casa sbandando, coperto di fango, non mi chiedo più il perché” il ritmo e sostenuto dal tradizionale washboard grattato da ditta coperte di ditali. Descrive ancora una storia di sette e di tesi di psicologia declamate nei bar, ed eccessi di tabacco.

“Down by the riverside” e un tradizionale negro-spiritual scritto da un anonimo(i) durante la guerra civile Americana (1860 circa) questa canzone ritmata e solo sostenuta dalla casa grande e un tamburino mezza luna.

“Powderfinger” e ancora una cover, di Neil Young questa volta, su trascrizione di Francesco de Gregory, e sono impaziente di sentire composizioni originali, perché il duo è capace di sfornare composizioni di qualità.

“Lei sta bene anche cosi” e il primo lento del album, una canzone calma di Dylan (She belongs to me) che parla di una donna d’eccezione che non inciampa mai, perché possiede quasi poteri soprannaturali…

Niente panico; “Ciccio” fa finalmente parte della play list, ma ne hanno cambiato il titolo: “Blues nostalgico sotterraneo” più vicino al titolo originale (Subterranean homesick blues) anche una canzone di Bob Dylan. Michele ha mancato di fiato su certi passaggi difficili; non dimentichiamo che il live si fa senza rette e che Michele suona l’armonica in cima a questo. Comunque vi rimane la versione del EP demo due che è la migliore versione. La mia preferita sia sull’album che sulla demo due.

“Benzina” e la prova che la nostra società e incatenata a un veleno reso necessario a nostro movimento: costa sempre più di prima e cosi sempre sarà. Niente da temere, alla fine dell’era petrolifera, il capitalismo inventerà una altra necessita…. Magari c’è l’hai già in tasca. La canzone e corta ma è efficace e va al punto con stile e classe.

Ultimo pezzo registrato a Trento al bar funivia “Bluesaccio” è la versione molto più rapida di “Blues” che si trova anche sulla “Demo due”. Dal tempo lento e appiccicoso della versione studio, la canzone prende un colpo di amfetamine e passa da 5.30 a 3.50 nella versione funivia, e si siede molto più confortevolmente su questo tempo, anche se la versione originale veicola altre sensazioni.

Credo che le cover e le interpretazioni, nonostante il grosso lavoro di riarrangiamento, sono necessarie per girare e potere guadagnare due soldi. Spero soprattutto che composizioni fate in casa si impileranno presto nella playlist del duo, abbastanza da tirare fuori un EP o un album proprio. Perché la capacita vocale e chitarra sono a un livello alto, il duo è bene stabilito com’è, e la voglia di comporre può essere semplicemente spinta dalla soddisfazione di sentire il risultato su un’udienza. Per me il piacere di sentire “Ciccio” e la sua valanga di parole con senso profondo; “laurea magistrale, poi catena di montaggio” o con la fantasia snodata di quello che predica il meteo quattro, è la prova che la voglia di essere originale esiste. Non è questione di passare pro o rimanere nel underground scuro, è questione di lasciare una traccia profonda nel suo vicinato o nella gente che incroci. Fare qualcosa che rimane, qualcosa di bello, e che rimane…

- Dai! Torniamo alla base… Rotta nel 130, profondità 050, avanti due quarti, c’è un po’ di strada da fare ma non abbiamo fretta. Torniamo a passo di senatore, dai!

Capitolo 154

Ordino ad alta voce dalla poltrona nel centrale, mentre mi arriva la conferma che tutti boccaporti sono ermeticamente chiusi:

- Immersione!

So, dall’ordine di missione, che dobbiamo andare a Sud alla ricerca di “The Virgin” un gruppo che si trova essere fra i rari a sfornare un album in questi tempi di dopo confinamento. Informazioni frammentare ci sono arrivate con l’ordine di missione e sembra che una parte dei musicisti del gruppo Pikasso si trovano nella formazione. Tanto so già che il loro CD “Pikalbum” dorme nel nostro archivio in forma fisica, e il suo libretto con la bellezza 32 pagine piene di foto, testi, credits, realizzato molto bene, testimonia della volontà di fare le cose per bene e fino in fondo. Jones non tarda a trovare il segnale colpa della copiosa quantità di video di qualità che hanno rilasciato sul Tubo

- Segnale nel 174, rotta nel 251, distanza 16 miglia, velocita 4 Nodi, profondità 095, trattamento firma sonar in corso… Son loro the Virgin! Firma sonar in banca dati.

-Brao, Jones! Rotta nel 220 profondità 095. Scanner, doppler, spettrometro, decoder audio. Passate i dati di quel album appena sono processati.

- Capitan, è solo Un EP…

- L’Intel ci ha mandato su un album...

- Tre tracce solo, capitan… è un EP… 

- Capo centrale… Qualcosa da aggiungere al rapporto iniziale del Intel?

- Beh attualmente; si! Allora, la band si forma nel giugno 2013 dopo il progetto "Pikasso" intorno a Thomas Trainoti detto Traino chitarra-voce, Max Zorer chitarra-voce e Daniele Michelotti tastiere. Nel 2015 arriva Gerry Gerola che diventa il nuovo frontman della band e nel 2016 si definisce la formazione con Paul “Lama” Blade al basso. Dopo una ricerca di batteristi nel 2018 arriva Steve Pasqualini per completare l'attuale line-up che troverà l’opportunità di aprire per i Litfiba. Naturalmente arriva il progetto di un disco di composizioni proprie. La band però si occupa della totalità del processo di composizione, registrazione, incisione dei brani, missaggio, mastering, riprese, montaggi video, promozione. Tranne "The Bitch" dove Camilla Daldoss ha contribuito allo storyboard e ha fatto tutte le riprese, con Francesca Nave nel ruolo della “bitch”. Questo vuol dire che ogni singolo pezzo prende tanto tempo per la sua creazione e che il tutto è da conciliare con lavoro e famiglia... Ad agosto dello 2019 rilasciano “You made my day” una celebrazione all’amicizia, e alle famiglie. Nell’aprile del 2020 esce “Phone Call” una ballata ispirata da un messaggio telefonico scritto ad uno dei componenti della band. Il videoclip è interamente disegnato, animato e montato da Traino, dove la band appare solo nel finale. Complice, la quarantena dello stesso periodo, decide del titolo dell’album “Sick and Tired” significa non a caso “malati e stanchi”, un titolo tra la verità e l’ironia che calza a pennello con la situazione della band. Decidono di non aspettare e di iniziare la distribuzione dell’album iniziando con la trilogia dei brani già usciti. La band, per il progetto Sick and Tired, sta lavorando ad un'altra decina di brani che saranno inseriti costantemente nell’album e non esclude l’idea di un videoclip per ogni brano.

- Ho capito è un album estensibile!!! Buon, vedi quel tavolo che hai in sala pranzo? Ok, finché siete in due o quattro va benone, poi a l’improvviso passano zio Tobia e zia Serena e zack! Il tavolo è allungabile e tiri fuori l’estensione: Toc! Pratico! vicino a natale passa anche nonna Maria e nonno Arrigo, E crack! tiri fuori due altre estensioni perché puoi: Il tavolo è allungabile e allargabile. Ok? L’album è uguale, adesso puoi lasciarlo com’è nella sala pranzo, pero aspetta Natale che ci saranno nove o dieci trace su quel album, capisci? Una prima mondiale! E siamo noi i primi sul colpo!!! Che fortunati che siamo!

- Capitan, si è appena aggiunta una traccia al EP è un quattro tracce adesso!

- Te l’avevo detto! Che figo! Proprio davanti a noi! Cominciamo!

The Virgin fanno un Rock classico di buona fattura, possiamo estimare che l’età media della band si trova fra 40 e 45 anni. Quindi non sono “evaporati di testa” e non sono qui per esplorare o innovare come adolescenti lo farebbero. Il chilometraggio che hanno alle spalle li posizionano immutabilmente nel loro suono, anche se aggiungere l’idea svitata un po’ fuori del quadro, non li fa paura. Il tradizionale assolo di chitarra, fatto più che bene, prende posto su ogni traccia alla consueta posizione nel brano. Son sicuro che hanno tanto di quel vinile a casa e che l’hanno perché : suona MEIO! Tutti quattro brani presenti su l’album sono illustrati da un video e mi sto chiedendo se non avrò un po’ di barba quando l’undicesima o la dodicesima traccia arriverà nel album.

The bitch” apre le ostilità con un immediato attacco nel vivido del soggetto. Quasi niente introduzione, abbiamo direttamente un rock quadrato e virile, in faccia. Arrivi, sei al piede del muro e c’è solo una via… SU! La canzone descrive una donna, definitivamente liberale, che ha calpestato un po’ in giro per arrivare alla sua posizione sociale e che continua a calpestare, per rimanerci. Dispettosa, non guarda altrui come una quantità umana da considerare, solo la progressione conta, anche se cadaveri sono stesi, sulle sue orme. Il suono delle chitarre è solido e pulito, basso e batteria sono l’armatura metallica su di quale si appoggia il resto. Le tastiere discrete decorano i ritornelli di una melodia di sostegno e le fine versi di ricci e boccoli. Introduzione seria, sappiamo da adesso, a chi abbiamo da fare.

You made my day”  calla di tempo per un blues, con tastiere leggermente più presente, e cori in falsetto che contrastano con la voce di Gerry che scende questa volta, un po’ più giù nelle frequenze. Qui si fa un omaggio a l’appoggio che troviamo nelle nostre vicinanze immediate per tirarci su di morale: “Yeah… I’ve walked all the dusty roads, but my dad was the cause of my hate, I love you for what you say, I love you for what you take”. E il sostegno di amici e amori, che ci fanno sentire il caldo umano che manca…

Phone Call” è aperto dalla batteria e si campa nelle “Power ballad” portata da una chitarra folk che impone la sua presenza e da un piano finalmente bello presente nella struttura generale del pezzo. Notevole video per illustrare questa canzone disegnato a mano e animato immagine per immagine. Salutiamo basso la pazienza per realizzare un’opera di questo calibro.

Running From myself” si aggrega al EP già presente e crea un fermo immagine, uno stupore da non crederci e questo, per vari motivi. Già perché il video realizzato da Gerry, il cantante, ci fa staccare la mandibola dalla sua perfezione, dal suo umorismo, dalla messa in scena di personaggi alla “Bistrip”, un concept di identificazione che girava su Facebook qualche anni fa. Poi la traccia è puramente MO-NU-MEN-TA-LE! Parte con un bel basso che porta il mondo sulle sue spalle. Il ritmo è sostenuto ma è decorato di stacchi regolari, che ci danno un aspetto di conforto. La cadenza della metrica del canto aggancia l’udito, i cori sono calibrati al mezzo grammo, una vecchia abitudine già presente in  “Pikasso” mentre una frase di tastiera suonata a mano, come una sequenza, punteggia la faccenda. Giuro che la voglia di ballare può prende chiunque tranne magari “the Bitch” che sceglie di restare nel suo angolo a compulsare fogli Excel. Quel pezzo farà strage. Che sberla! Pezzone!

Da qui solo domande rimangono… Quando esce il prossimo pezzo? Quando l’album sarà completo? Di cosa sarà fatto il prossimo video? Quando potremo vederli dal vivo?  Dobbiamo lasciare un gavitello di fondo su questa posizione per potere parlare delle prossime quattro tracce a metter il naso fuori…

Situazioni accessionali creano idee eccezionale e concetti nuovi ed innovativi… siamo testimone di uno proprio qua …

Adesso che siamo in giro perché non andiamo ad annusare quello che c’è in zona invece di tornare subito alla base Nibraforbe??