Capitolo 155

[…] seguito recensione The Virgin

- Capitan?

Quel tono interrogativo nella voce di Jones non è tanto abituale… Giro la poltrona del centrale verso il ripostiglio sonar e mi sporgo al indietro, spingendomi sullo schienale della sedia, cercando di vederlo un po’ meglio.

- Che c’è?

- Ho notato tutta una serie di piccolissimi puntini sparsi nel tempo, ma presenti nella stessa zona. E ho notato una firma sonar comune fra di loro. Poi ho guardato più accuratamente, eravamo ancora con il selettore su “tubo” dopo la raccolta di dati video su the Virgin. Poi la cosa molto strana è che l’ammiraglio Giusy Elle sembra essere passata su questo caso.

- Ustia! occhio a non farmi impazzire il vascello ammiraglio… distanza?

- Quaranta miglia, pieno Nord, profondità 050, non sembrano muoversi.

- Nen da vedere da più vicino… rotta nel 00, avanti 2 quarti, profondità 050. Capo Centrale mi faccia un rapporto sulla nostra scoperta a l’Intel, e una richiesta di dati.

Il tempo di percorrere la meta della distanza siamo con un segnale molto più chiaro. Jones accurato nelle sue ricerche interrompe il silenzio del tragitto:

- The Degradz, Capitan, non schedati. Firma sonar registrata.

- Rallentiamo! Avanti 1 quarto, strumentazione in funzione. Capo Centrale cosa mi racconta di bello?

- Allora, la band è di Mori sulla destra Adige; un duo composto da Dang (Fabrizio d'Angella) e Mik (Mikael Alfarè Lovo) che facevano parte di Millestorie una band oramai sciolta. Hanno tutti due un progetto personale; Dang attualmente canta con Gli Amici di Mitch e Mik, ha un progetto solista strumentale di nome “I Am Elk” che abbiamo in archivio. Nel duo Dang canta e Mik suona chitarra e basso, la batteria e synth sono fatti con il computer. Mik interviene anche con dei cori da sballo. Tutto viene registrato a casa con un portatile e una scheda audio. Le composizioni sono nel registro semplicità e sull’immediatezza: pochi assoli, testi brevi, strutture scarne e non troppo elaborate. Fanno un immaginario indie punk lo-fi, votato al “do it yourself” secondo la loro Biografia.

Ad ascoltare The Degradz scoprendoli per caso, la prima reazione potrebbe essere di dargli poca considerazione. Il contenuto sembra adolescente, al meno nei testi, nelle atmosfere e ambienti descritti. L’aspetto delle composizioni bozze potrebbe ripelare il consumatore di musica di supermercato. Una reazione che posso pienamente capire visto che è stata la mia, quando Joy Division mi sono apparsi, o anche da non capire come mai “Suicide” (Alan Vega, Martin Rev) avevano trovato un produttore, o ancora più vicino a noi, come mai i Pop_X stavano rivoluzionando la musica Italiana. Posso capire chi gira la testa al primo ascolto. Io pero, ci ho sentito qualcosa e scavando più profondamente nei dati, ci ho trovato sostanza. Qui si trova la frontiera fra la musica che i grandi media provano di farci ingoiare a tutti costi… e la musica profonda, anche fatta con pochi mezzi, ma che in fondo rimane, perché non interessa il promotore dell’usa e getta. Guardare solo i dati del Decoder audio non bastava, ma la sovrapposizione dei dati dello scanner, doppler e spettrometro rivelano ben altro… Spessore c’è: melodie scombussolanti e armonie gradevoli appariscono nelle tracce registrate alla moda “Cake”. Dopo una ventina di ascolti ci ritrovo un po’ di “Day one”. Con delle armonie come quelle dei “Death By pleasure”. Non c’è un album, per sé, ma 12 tracce sparse sul loro profilo you tube nell’arco dell’anno 2017/2018 e si dividono fra una serie di cinque tracce “acustiche” e sette tracce “elettriche” … sono incluse due cover. Una di Bugo, una dei Fugazzi. Consiglierei al duo di depositare le tracce su Bandcamp casomai la messa in luce di questo lavoro facesse abbastanza curiosi…

Agosto 2017 ci porta “Gli ossi di seppia li diamo ai cani” una traccia semplicissima, che dopo numerosi ascolti, dà la linea direttiva generale delle atmosfere, in quale le canzoni sono state scritte. Notiamo un tremolo sulla voce principale, effetto che ritroveremo un po’ più lontano nella collezione.

Gennaio 2018 “Corpo di vetro” riprende la ricetta degli ossi di seppia, e si appoggia sul pianto di una tastiera, creando belle melodie. Il pezzo si trova sollevato da una bella cadenza nel suo ritornello: “Mi trasformo in un corpo di vetro, di creta, di nervi, di sogni, di vuoto, di creta, di nervi, di sogni, di vetro”

Ancora Gennaio 2018 “Rischi con il fifty” sembra essere la prima canzone scritta dal duo, dopo avere assistito alla caduta in motorino di un adolescente, durante una sagra di paese. La voglia di orientare testi scritti intorno ad un anonimo adolescente, diventa l’asse di inspirazioni per i testi. Lo dicono loro stessi: “Inizialmente l’idea di base era scrivere delle tracce che avessero come protagonista un fantomatico adolescente, che usasse l’amore/passione per il suo motorino come via di fuga dalla noia e dalla ripetitività della vita provinciale. Da qui l’idea di utilizzare un casco come logo della band.” Finché dura, va bene!

La tripletta di Gennaio 2018 si conclude su “Torce”, un lento melodico che segue una chitarra inspirata e un violino da scatola. Un lamento per una notte “in qui non ci sei” …

La serie acustica si conclude con una cover di Bugo “Sabato mattina”, del Febbraio 2018, Bugo è un altro gruppo al suono grezzo, registrazioni artigianali, ma combinazioni intuitive magiche. Qui il ciclo di canzoni creati intorno a una chitarra si conclude, anche se ritroveremo lo strumento ovunque. La vera differenza è che da ora in poi, ci sarà un ritmo generato da un programma.

Marzo 2018  apre la serie “elettrica” in quale le base elettroniche sono figura di prua, con il ballante “Tutto va bene (anche se tutto va male)” con il suo basso programmato e il suo ritmo alla “Indochine”

Mi ricorda gli 80’s in Francia. “Indosso maschere per vivere meglio, ingoio pillole per rimanere sveglio…” la chitarra nervosa inchioda il finale da sola.

Al costo di farmi lapidare in piazza pubblica, io ci metto del magnifico su questa: “Non vedo mai la fine”. Arriva in Aprile 2018 ed è una bella traccia completa e strumentata con basso, chitarra, base registrate, cori al tremolo, armonie precise, che tracina dei piedi in un ritmo trap lento. Bella chitarra nei passaggi fra versi, accompagnata di tremolo di tastiera. Bellissimi cori saturati. Bellissimi cori spinti in alto alla partitura sul finale che rende questo pezzo ipnotico. Monumentale. Bellissimo.

Maggio 2018 “Tutorial per Band emergenti che vogliono sfondare nel mondo del Web”  parte con un ritmo alla “Firestarter” e un canto vicino a Rap ma dei quelli buoni. E solo un passa tempo …  segui la corrente… riconosco il tono delle voci accelerate come lo fa Perotin Gardumi, magari le avrà prodotte lui.. “Non vorrei esagerare guarda, ma me lo sento questa volta facciamo il botto, sfondiamo il tetto delle 30 visualizzazioni. Che dici?” Mitici…

 “You don’t mind” arriva in Giugno 2018 su un ritmo trascinante e chitarra che fa maglia con il basso, bella composizione. Belli vocali di Mik che si distingue in questo ruolo assieme a suonare gli strumenti. Il finale si arruffa quadruplicandone la cadenza. 

Agosto 2018 “Improvvise epifanie mattutine sull'asfalto rovente di luglio (Gardesana experience)” Occidentale… Speriamo che si parla della occidentale, la mia preferita. Farla in motorino di mattino può dare queste sensazioni. L’avventura adolescente ritorna, l’avventura alle porte di casa domani il mondo… Fa sognare… l’indipendenza giovanile cresce. Bella chitarra nervosa dopo il primo verso increspata di interferenze elettroniche ed è un piacere ritrovarla nel finale.

Settembre 2018: “Ragazzo alieno” e il suo ritmo alla Nintendo sa incresparsi di chitarre mordente tutti artigli fuori per incollare alla voce saturata del finale.

Novembre 2018 “I’m so tired” cover dei Fugazzi. E una ballata adolescente cantata con una voce forzata per incollare al meglio alla partitura originale.

“The Degradz” hanno saputo creare degli spazi immensi con il poco che gestiscono, poco importa la quantità di strumenti a disposizione qui si guarda solo composizione e arrangiamenti. Qualcosa di naturalmente notevole.

- Escono dal tubo Capitan! annuncia Jones l’orecchia incollata al suo super impianto stereo…

- E dove vanno?

- Bandcamp credo… possibile altro, ma bandcamp di sicuro.

- Sì, nella section “Name your price” … speren che quei che scaricheranno l’album le sputan un euro o due, che le dara la voglia di apparire in pubblico da qualche banda...

Capitolo 156

[…] Seguito recensione The Degradz

 - Credo ci sia un segnale fra noi e la Base Nibraforbe, Capitan…

- In movimento?

- Son nel 270 e fan rotta nel 060, distanza 14 miglia, velocita 05 nodi, profondità 035. Ci passeranno di dritta nel 330 distanza minima 6.5 miglia. Nuova firma sonar in trattamento.

- Facciamo rotta nel 270 verso la base. Rimaniamo a profondità 050, conserviamo velocita un quarto. Capo, mi faccia un rapporto a l’Intel via rette flash, aspettiamo altri dati per il momento.

Pochi instanti separano questo ordine dall’intervento di Jones, che mi annuncia quello che il computer centrale ha decriptato:

- Zeromantra, firma sonar registrata in banca dati...

- Chi?

- Zero… Mantra… Capitan! c’è uno schedato dentro…

- Davvero? E chi sarebbe?

- Matteo Abatti…

Mi stavo proprio chiedendo, durante questo anno intenso, dove Matteo era andato a finire. Non bisognava consultare l’archivio per ricordarsi di “Loop station acoustic” del 2011, un album di Cover e di canzone proprie, e “Nella mia testa c’è” del 2012, due album registrati al Gulliver studio prodotto da Alex Carlin e registrati da Alessandro Battisti, il famosissimo creatore del “Interpretano Trentini”. Molteplici collaborazioni con Valerio di Paola agli arrangiamenti, “Bob and the Apple” per suonare una canzone e “Le origini della specie” per interpretarne un'altra e registrarla nel loro studio personale di Cles. Poi, più niente, al meno durante le nostre numerose immersioni non abbiamo incrociato nessun segnale di maTTeo abaTTi…  Nel generoso album di 11 tracce del 2012 galleggiavano qualche canzoni notevoli “Nella mia testa c’è”, “L’arte di ascoltare i battiti del cuore”, la voce in falsetto del ritornello di “Mantide” e la terrazza in paese o in una grande città di “Sei con me” …

- Capo??? Hai qualcosa da dirmi, prima che mettiamo tutto in moto???

- La stampante del telex sta finendo, Capitan! Vegno da subit…

Guardo il capo centrale organizzarsi sopra la tavola delle carte; strappa l’inutile allungo le pre-perforazioni, sottolinea i dettagli importanti, seleziona i dati tecnici. La matita gialla sabra nella massa di informazioni, il gommino in cima di essa rimane bello nuovo. Il Capo centrale ci sa fare… È preciso:

- Allora… La band si compone di Matteo Abbati chitarra e voce, che firma tutti testi e musiche. Poi c’è Matteo Valle al basso, Manuel Castellini chitarra solista, Andrea Dionisi batteria e percussioni. I Musicisti addizionali sono Stefano Pisetta al piano forte e tastiere, tutta una sessione archi con Giulio Robol al violino, Cecilia Maruelli violino, Samantha Mattuzzi alla viola e Francesco Maria Moncher al violoncello che suona gli arrangiamenti di Armando Franceschini in "La storia di Emy" e "La distanza di un semitono" e l’arrangiamento archi di Matteo Abatti in "Due passi da Firenze". Registrato da Giacomo Plotegher al iMhO SoundLab. Consulenza artistica e co-arrangiamento di tutti i brani: Valerio De Paola. Master di Tommy Bianchi al White Sound mastering studio. Le Illustrazioni sono di Egeon Mantra, la messa in pagina di Daniele Fiorentino, tutto li.

- Plotegher… iMhO SoundLab non è che ha registrato Per Dido di Adele Pardi?

- Si, si, è lui…

- Buon… Schedami tutti gli sconosciuti… Distanza?

- 10 miglia… informa Jones…

- Strumentazione in funzione! Cominciamo!

Questo mi sembra essere il disco il più lucido e lustrato, che abbiamo analizzato da anni. Non c’è niente che può disturbare, questionare, dubitare in questo album poetico e consensuale. E tutto pulito ordinato, spolverato, cerato… (troppo?) C’è cura nella registrazione, nella chiarezza del missaggio, puoi studiare al microscopio l’album da cima a fondo, non trovi una crespa, né una grinza. Hanno passato la pezza dappertutto, non c’è una nano-polvere a chilometri intorno. Sono tutti pettinati bene, docciati di fresco, leggermente profumati, birro quattro colori, prima fila, attenti come primi della classe. Non sbagliamoci! Tutti quelli che hanno messo la mano al disco son professionisti di alto livello, arrangiatore, musicisti, tecnici, tutti…  Fanno nella alta qualità, ma siamo ad anni luce di esperimentare, di innovare, o rivoluzionare. Ci si parla di rapporti teneri fra umani, di contemplazione, d’amore. E da composizione a master, tutto si fa nelle regole dell’arte. Mi sembra troppo pulito… Come spiegare la mia posizione? Giovedì scorso, mi son trovato davanti fogli di un concorso di colorazione, a tematica di Halloween, per bambini piccoli… ho votato per uno(a) che aveva colorato largamente fuori delle righe. Son cosi… L’atipico mi pizzica di più. Ecco.

“La scala dei colori” apre questa lunga scivolata, questa planata nella setta, questo viaggio in prima classe, di mezzo al conforto più piacevole. “La scala dei colori” sembra essere un messaggio che suggerisce di trovare la felicita con quello che hai: Nella mia scala dei colori mi serve quello che già fuori. Basta partire con una tavolozza bella piena, non servono aggiunzioni ulteriori. Bella chitarra elettrica che punteggia due note, quasi ogni rima e bel coro finale che rialza la conclusione del pezzo.

“La storia di EMY” si veste di chitarre acustiche e di archi nuvolosi. Vero che la loro presenza dà una altra dimensione al brano, esemplare la composizione di Armando Franceschini che espande discretamente in tutte le direzioni la canzone. Sembra veramente allargare la partitura oltre l’orizzonte. Emy sembra avere mancato l’essenza della vita, colpa di una malattia: Ma il suo cuore non credeva più ai principi perché gli anni di pasti­glie han tolto il sapore che c’è, nel gusto del buon cibo, nel profumo anche dei fiori… Un lieto fine ed espresso attraverso belle immagini: “cade un frutto in mezzo a rami morti.” Notevole.

“Soprannaturale” è il territorio del Basso che tira il brano come una locomotiva, in questo pezzo quasi ballante. La percezione di superpotenza soprannaturale succede quando sei innamorato, ma solo in gioventù. L’ebrezza di serotonina è un’esperienza eccezionale, ma che può provocare dipendenza. Caro Matteo quando andrai a visitare le chiese Io ti aspetterò del locale che si trova generalmente di fronte. Salute!

“Un saluto dalla Kirghisia” è una semplice introduzione di un anziano chiamato Silvano per “La tua storia” andate a sentire quello che ha da dire e pensateci. “La tua storia” è un pezzo notevole con una bella melodia di canto. Rimango stupito dal benvenuto rumore meccanico che punteggia metodicamente i ritornelli. Ultra sensorialmente e a distanza sento del Valerio su un colpo del genere, la mia palla di cristallo ha parlato. Faccio concorrenza al Potachin da Caden, al mago da Nago, al Pestapian da Torcio e al S’entartaia da Vaneze de sora. Magari passo per ciarlatano se ho torto, ma ricordatevi che né i pianeti né le stelle influenzano la vostra vita in nessun modo. La mia traccia preferita su l’album.

“La distanza di un semitono” è un semplice arpeggio che stampa un ritmo ferroviario nella canzone, saltando di un accordo a l’altro e vede il ritorno parsimonioso degli archi, presenti in secondo piano per dare profondità a certi passaggi, rimanendo discreti. Qui, parliamo solo del Ying e di buoni principi: La gente è generalmente decente, ma leggiamo delle “eccezioni”, sul giornale tutti giorni, diceva Neil Peart. In fondo, esiste un bene per tutti o il mio bene e diverso dal tuo?

“In tutto questo” è un bel pop rock ritmato, ma saggio o piuttosto rassicurante nel suo contenuto. Tende a certificare una fedeltà razionale di mezzo a “tentazioni di ogni sorta” anche se è gratificante potere sentire di essere in vista: “Ma mi fa sentire bene questo canto di sirene” Del resto, chi rimane immune allo sguardo di qualcuno, che solo con gli occhi, ti strappa la camicia…Eh? Benvenute frasi di sintetizzatore nel break musicale che si combina bene con un leggero assolo di chitarra. Ancora una bella traccia.

Non so se è l’ascolto in loop di vari pezzi, che mi acclimata alle composizioni, ma inizio ad apprezzare il lustro e le rifiniture minuziose di questo album. Anche se inizialmente ero riluttante ad entrarci, sono adesso immerso, la vasca è piena e calda, ho della schiuma fin sotto il mento e il conforto non mi disturba più di tanto. “Due passi da Firenze” rappresenta questa discesa nel conforto, la sua accettazione. Come una poltrona morbida che si sgonfia per accettare il peso del tuo corpo, poi rimangono ancora quei due centimetri di compressione di schiuma per realmente sigillarti li, da non più volere muovere. Notevole ritornelli un po’ più sollevati e ritmati che i versi, archi discreti a sostenere la chitarra ritmica, dopo avere annunciato l’introduzione.

E al piede del muro che si vede il muratore. Si impara a decidere decidendo… Un pianoforte si mescola discretamente alle chitarre per gonfiare l’introduzione e il resto della canzone, rimanendo arretrato nella massa sonora. Voce raddoppiata sul ritornello, e parole tagliate su misura: “E non c’è vento favorevole a un marinaio senza meta e quando c’è una chiara meta anche il deserto diventa strada” ci vuole un pensiero girato costantemente alla scrittura e alla composizione per sfornare immagini forte da depositare sulla carta.

L’Ultima traccia è un lento, un giuramento, che farà sciogliere la compagna, qualche sirena in prima fila, sicuramente un tizio con gusti felicemente protetti dalla legge. Accendini fuori sul ritornello (si, si dai!) finché il pollice brucia: “Volevo solo una vita normale, volevo solo una vita con te, nel nostro giardino che ho coltivato, negli anni per te, solo per te” …

E tempo di interrompere la missione:

- Stacchiamo! distanza della base Nibraforbe?

- Tre miglia, Capitan.

- Secondo, li affido la manovra d’entrata alla base!

- Aye, aye sir!

Devo costatare che l’album a saputo salire, gradino per gradino, in alto alla mia stima. Secondo me è il seguito logico del primo album del 2012 “Nella mia testa” con un passo qualitativo nella composizione e la scrittura ancora superiore. Non posso invitare Zeromantra alla pazzia creatrice; non è il loro tipo di comportamento, non è il loro stile, non è il loro pubblico… Quasi, quasi mi faccio paura da solo: quale risultato potrà automaticamente proccurare l’ascolto ripetuto di altre produzioni? Come potrebbe reagire il mio cervello a l’ascolto continuo di Michael Bolton o Kenny G? Sono percorso da testa a piedi di un brivido che mi ghiaccia il sangue… Felicemente non sono Trentini….

Capitolo 157

Sento bene che l’equipaggio a voglia di tornare alla base, godere di qualche giorno di riposo ed uscire di questa latina di ferro. Capisco, sono uno dei primi, abbordo, ad essere invaso da questa voglia, questo chiodo fisso. Del resto stavo per aprire la bocca e dare l’ordine di fare rotta verso la base, che siamo già navigando nel 270 per recarsi a casa, quando Jones, come per incanto, taglia secco l’ispirazione necessaria a pronunciare quel ordine.

- Segnale!

Trovo finalmente una plausibile spiegazione per l’arrivo dell’espressione “rimanere a bocca aperta” nel linguaggio, essendo interrotto nella mia intenzione.  L’operatore sonar il più qualificato della flotta promette di farci rimanere immersi e prosegue, come da manuale, nella procedura di descrizione della sua scoperta:

- Nel 192, rotta nel 090, distanza 12 miglia, velocita 07 nodi, profondità 025. Nuova firma sonar in trattamento.

Non c’è bisogno di chiedere la distanza minima; siamo diretti verso Ovest e loro vengono da Sud e vano verso Est…  Bisogna manovrare, siamo ancora a profondità 050 e non voglio allontanarmi troppo dalla base, non mi sento di correre dietro il rilevamento.

- Rotta nel 145 per mezza-miglia poi ferma propulsione…

Jones prosegue inesorabilmente nella sua analisi del Bip che ci tiene prigionieri nelle profondità:

- Odla. Nuova firma sonar registrata in banca dati.

Il capo centrale è già in contatto con l’Intel sulla rete Flash e bisogna solo aspettare il rumore del telex e il ripiego della fisarmonica di carta perforata, nella cesta sottostante. Visto la nostra ridicola distanza dalla base, non tarda ad arrivare.  Portablocco, messa in ordine, selezione di dati essenziali, matita gialla, gommino, clip in cima al portablocco. Il capo centrale si pianta davanti alla poltrona del centrale operativo:

- Ci sono due schedati: Davide Prezzo e Edoardo Vergara aka V.Edo. Poi me sembra che Odla le aldo al rovescio…

- Ah? Beh… siamo quasi in famiglia allora… si, Aldo vedo ben, aspetta, Iznat…fa Tanzi no? Fai una richiesta sulla rete Flash a l’Intel…

- Certamente Capitan… L’album è uscito il 6 Novembre 2020, è stato scritto da Odla Iznat con la produzione artistica di Edoardo Vergara. Arrangiamenti: Edoardo Vergara, musicisti: Odla Iznat: chitarra classica, voce. Edoardo Vergara: chitarra classica, acustica, elettrica, 12 corde, ukulele, basso, moog, tastiere, effetti, bottiglie, marranzano, cori; Andrea Viti: moog su “A l’alba una terra” e su “Terra che senti” e suona anche il basso su “San Giuseppe da copertino”. Poi ritroviamo Davide Prezzo: mandolino e chitarra classica su “Pescatori di Lete”, Matilde Fabris: al violino e cori. L’album è un’opera scritta, ideata e registrata presso lo studio Niva your sound! di Ivan Benvenuti. Missato da: Andrea Viti per Amanita produzioni. Masterizzato da: Luca Tacconi presso Sotto il mare recording studio. I disegni sono ad opera di Paolo Dolzan, in fine le grafiche e impaginazione sono di Francesco Cappiotti. Ringraziamenti vanno alla provincia di Trento per la partecipazione, poi a Alberto Scotti e Cinzia la Fauci per il sostegno e i preziosi consigli.

- Grazie capo…  strumentazione in funzione, cominciamo.

Non c’è un solo colpo di batteria in questa galletta. Tutto questo concept album è un seguito di canzoni nude che crescono intorno a una voce e una chitarra classica e che stanno bene in piedi come stanno. Sulla lunga distanza di un album di 11 canzoni è stato giudizioso di vestirle al secondo delle atmosfere descritte, per evitare la monotonia. Gli arrangiamenti e cori sono calibrati giustamente e stanno in seconda fila. Percettibili, ma non invasivi, il dosaggio lascia il soggetto principale; la chitarra classica e il canto, rimanere sul fronte del palco. Le tracce sono quindi vestite bene e su misura… roba da sarto. La voce di Odla e vicina, posata, campata nei bassi e leggermente profonda...  serve il testo, la scrittura… e la quietudine necessaria per dirigere l’attenzione dell’uditore sul testo.

L’album sembra raccontare una storia o al meno un viaggio, una migrazione nello stile folk/canzone italiana, c’è una calma serena da cima a fondo a l’album. La copertina pero è un quadro fra carboncino e acquarelle… rappresenta una casa in equilibrio sulla cresta del suo tetto, in quale cresce un albero, le radici sono ancorate nella casa, suoi rami puntano verso il cielo…

- Capo centrale? Hai altro sulla copertina?

- Si, si… informazioni raccolte da l’Intel dall’artista stesso: “La casa è il nostro riparo, lo spazio intimo, dove mettiamo radici. La casa capovolta rivela un albero che spunta dalle fondamenta e ora guarda il cielo. È l'albero, la metafora di noi stessi, ma è l'albero della vita, l'"Axis mundi" tra terra e cielo.

C’è come il rumore di un razzo che parte veloce per aprire “Una storia altrui”. Tre elementi nei versi determinano l’attualità del soggetto: Hassan, bombe e petrolio. Un ritmo, fatto di colpi di campane, cadenza la progressione del brano. C’è una malinconia nel lamento dei cori, il testo evoca un ragazzo che cresce in un ambiente in quale “[] ogni bocca è asciutta e non bacia più” la canzone si conclude nelle armoniche di una chitarra.

Separazione e dolore per “Il sogno di una madre”. Il vestito musicale descrive dietro la chitarra folk un’atmosfera cupa. La tastiera e grigia, il flauto e grigio. Tre versi senza ritornello dipingono un paesaggio grigio. E tempo di separazione fra madre e figlio.

La chitarra classica di “Al fuoco di luna” è un po’ più gioiosa e aerata. Riprendo fiducia perché sono un tipo solare e mi sento trasportato come in una carrozza, tirata da un asino, sul ritmo del ukulele. L’illusione viene confermata sul finale, da clave che “ticcano” e “toccano” al passo dell’animale. Ma perché ci si deve viaggiare notatamente??? Il contenuto ha pero, un gusto perso fra rimorsi e speranza: “notte che più non ritorni qui…

Siamo quasi trasportati nel paese del sole levante, colpa della riverberazione, che dà al mandolino suonato da Davide Prezzo un suono quasi giapponese. Ci porta a cavalcare una frontiera a senso unico. Il Lete e il fiume dell’oblio nella mitologia greca e romana, dove i morti si purificavano prima di accedere a un mondo migliore e lavarsi dello scifo della vita terrestre. Sempre questa penitenza odierna… Sempre questa ricompensa dopo la morte… sempre questo meglio altrove… Edoardo ci legge del Virgilio, nel finale.

I dati dello scanner solvono il primo mistero di questo album su “Al alba una terra” le famose bottiglie suonate da V.Edo non sono percosse ma soffiate. Si arriva su una “terra che non mi aspetta” e che a dire la verità, non preparata al fatto che “Qui tu non ritornerai in questa terra di guai” Un articolo di giornale trasforma il rifugiato in migrante, nell’arco della notte. Cosi…

Siamo nell’abbordo e adesso cosa si fa? Ci si sveglia… ci si vede che la speranza porta il nostro protagonista e suoi compagni di viaggio, in una situazione non migliore del tutto. “Pane e catene” e una chitarra classica che scorre su un tappetto di rumori bassi e scuri. Un assolo di chitarra scucito illustra la confusione di vedere la promessa ideata, non assomigliare del tutto alla realtà. “Nel sogno di un uomo in catene, madre ho ritrovato la fede”. Sarei rassicurato di sapere quale…

“Ombra amica” è la sola traccia ridotta alla sua più semplice espressione. Chitarra e voce sola. “Se la nebbia sarà il mio destino” questo verso sembra accettare le difficolta che si presentano a l’orizzonte. Ci si parte da una casa capovolta ma rami e radici continuano a crescere: “In questa lotta verso il dolore ho perso l’odio ho trovato l’amore

“Casa” definisce l’ancoraggio del destino “E penso a te con la nostalgia che ogni ritorno è una follia” Matilde Fabris si incarica dei cori e del violino, aggiungendo del pizzicato per rialzare di ritmo la fine di versi. Gradevole…

“Vorrei potere parlare con le città” è l’unica canzone con vocali registrati presso lo Sotto il mare recording studio da Andrea Viti, insieme alle tastiere registrate da Andrea Perini. Sogno svegliato o desiderio utopico “Vorrei poter parlare con le città, portare nel mio cuore l’umanità”. La confrontazione con l’odierno non potrà trovare uno sbocco; i cuori europei di oggi sono anche loro asciutti.
“ Terra che senti” è rialzata dagli archi di Matilde Fabris gonfiati con effetti e tastiere.  C’è un ritmo nel testo e una giustezza notevole nel senso e nel modo di scrivere, che dà al contenuto l’altezza dovuta.

Il 19 marzo è vicino al solstizio di primavera. La “San Giuseppe da copertino” con il suo riferimento al rinnovo nel ciclo naturale, conclude l’album. Una chitarra elettrica fa maglia, si perde nel suo eco, soppianta la timida apparizione di un rumore sintetico. Anche il testo conclude senza appello l’ultima traccia: “Giuseppe da Copertino, strano scherzo del destino, ora il tuo nome in questa valle, che vende sogni a chi non vola più

Il capo centrale riceve dalla rete flash il risultato sulla mia inchiesta:

- Sembra che Aldo Tanzi non esiste… Odla il nome d’arte di Michele Eccher… non ho gnent altro…

- Beh, era giusto in tempo… ci aggiorna la scheda di Odla per favore. Concludiamo, torniamo alla base.

 

Il soggetto di questo disco soleva polemiche economiche, politiche e sociali. La vera realtà di questa storia si svolge dietro una tenda dietro quale il pubblico non ha accesso. L’informazione quotidiana è una selezione di fatti amplificati e truccati, poi viene urlata e ripetuta per tenere sotto silenzio l’informazione che disturba. Sono ovviamente un complottista. Il macchinario liberale ed impazzito nella sua progressione suicidaria, ha sette di petrolio. Non importa da dove viene, non importa cosa finanza, non importa se è pulito o macchiato di orrori. Il petrolio di Mossul, in mano al califfato, no si è mai fermato di fluire. L’occidente finanza a volte angeli e a volte demoni, spesso li finanza contemporaneamente. L’instabilità del medio oriente ha conseguenze e problemi solo per i popoli, solo fra popoli, solo fra quantità senza importanza… Noi. In alte sfere sono un’opportunità. I problemi sono buoni per il liberalismo moderno; permettono di fare più soldi immiserendo tutti, gettando briciole a chi deve semplicemente vivere. Qui la superficie richiama al nostro buon cuore e la nostra umanità. Dietro la tenda si vende di tutto, si vende tutto, in Europa oggi ci sarà sempre qualcuno per sfruttare gli atti del tuo buon cuore.

Siamo gli unici ad avere un cuore e un’anima in questa storia.

Capitolo 158

[…] seguito recensione Odla.

- Dai! Torniamo alla base, rotta nel…

- Segnale! Nel 020, rotta nel 160, distanza 16 miglia, velocita 18 nodi, profondità 085… Nuova firma sonar. Interrompe Jones con il suo tempismo professionale.

Avrei voglia di dirli di smettere di indicarci altre presenze, che la voglia di respirare aria fresca mi fa perdere la calma, ma di fronte a tutti i presenti nel centrale operativo, mi devo di dimostrare una solidità esemplare e il senso del dovere che ci è generalmente abbinato. Siamo ancora fermi puntando nel 145 a profondità 050 e sembra che questo rilevamento rapido, ci passera sotto il naso fra meno di un’ora. Dopo un momento di silenzio e qualche respirazioni profonde, per tradurre verso l’operatore sonar, il mio stato di esasperazione, chiedo su un tono ammorbidito:

- Distanza minima?

Jones ha afferrato il mio umore e distilla la sua risposta:

- 5.5 miglia nel 090, Capitan. Jesterday firma sonar registrata in banca dati… Capitan…

Faccio qualche passi fino al ripostiglio sonar, per fare finta di guardare, da dietro la sua sedia, lo schermo e il punto verde che si muove, ma una mano sulla sua spalla, li sussurro a l’orecchia:

- Dai, dopo quello tagliamo la corda, non mi segnali più nessuno, che torniamo alla base, tranne se si tratta di Persefone o i Supercani, ok?

- Ok, Capitan.

Jones sorveglia la bellezza di sei schermi, visualizza spettri auditivi, paragona le sue scoperte, alla banca dati, controlla anche i monitor del computer centrale. Inutile di precisare che il capo centrale, aspetta davanti al telex della rete flash, che la risposta alle sue richieste vengono soddisfatte. Carta perforata ti consumiamo a cartoni interi… Mi devo di essere concentrato per ascoltare il suo rapporto.

- Allora il gruppo si forma nel 2016 nella piana fra Lavis e Zambana: Matteo Pedrolli al basso, Mattia Ugolini alla batteria, Federico Sandrini suona chitarra e voce, in fine Daniele Gottardi chitarra e voce… mescolano punk, stoner e hard rock , nostro rilevamento si intitola "THE UNPLEASANT GUEST", in cui tutte le canzoni sono pezzi originali, registrati interamente nella loro sala prove, mentre il mixing e mastering sono stati curati dal Frankenstudio. La “J” iniziale non è uno sbaglio ma Jester in inglese vuole dire giullare. Quindi sembra che il nome significa il giorno del Giullare assieme al gioco di parola…

- Ok! Scanner, doppler, spettrometro, decoder audio… Cominciamo!

A guardare i dati dello spettrometro ci sono sapori che galleggiano sopra questo album generoso di 15 tracce. Ci sono ingredienti dei Foo Fighters (Shameless), condimenti selezionati dagli “Queens of the stone age” (Woody) saltati in padella dagli Blink 182 (She’s crazy) con una spolveratina di Humus prima di servire, con un contorno di Matleys per aggiungere un po’ di colori. L’album è sovra voltato, ma abborda ogni canzone con uno spirito diverso, prova di alternare stili diversi, si applica a proporre introduzioni e finali variati.

Partiamo su una sgommata e odore di pneumatico caldo su il primo pezzo “The Unpleasant guest”. La voce di Federico è piacevole e ci descrive, in termini in quali concordo pienamente, la vita odierna e la mostruosità della dicotomia sociale di questi 30 ultimi anni… I dei camminano fra noi oggi, auto dichiarati, auto celebrati, auto giudicati, auto assolti. Intoccabili. Alla gente comune rimane solo ad ingoiare bella pubblicità per prodotti vili e pensare alla nostra liberazione.

“Woody” è una canzone che ci ricorda i “Queens of the stone age” a penna il pezzo è lanciato su suoi binari. Troviamo la voce un po’ più alta, nasale e affilata di Daniele Gottardi che si lamenta del picchio che ha in testa.

“Alive” è vocalmente molto più melodico e la partitura dei vocali si abbina piacevolmente a quella della chitarra, che sostiene il testo. Mi sembra che le parole e la chitarra sono nati assieme per agganciare l’orecchia così bene. Racconta di una prigione mentale e sociale “I've been a slave for so long, that I forgot what freedom means” Una batteria energica rilancia il macchinario ad ogni ripresa. “tic, tic, tic”

Il ritmo calla nel l’introduzione di “Sunset Hills”, ma solo nell’introduzione. Ci si fischietta spensieratamente anche…  Ma una volta il primo verso passato, la canzone si campa su un pop rock consistente, ma saggio. Ancora una visione accurata sul mondo odierno e le sue invitazioni costanti: “Subscribe (to) this brainwash, and blend into the flock”” Ah! Avevo dimenticato ci si fischietta spensieratamente nel finale anche!

Ah Finalmente! il basso esce della massa sonora dove era incorporato bene, finora. “Loose ends” è la traccia che si distacca da l’album con la sua struttura intorno a uno “Stop and Go”, decorato di chitarre che tagliano i versi al seghetto alternativo. Siamo alla quinta traccia e notiamo un desiderio di trattare ogni pezzo sotto un angolo diverso. Questa variazione nelle tessiture e aspetti di ogni pezzo è rinforzato dallo scambio alternativo di vocalista ad ogni pezzo. Vi ringraziamo.

“Whithout been here” ricade nel rock classico con una batteria che fa dentella, su suoi rimbalzi.  Senza essere veramente diretto in faccia, il pezzo ha le spalle un po’ più larghe, che le tracce precedenti. Visibilmente ci si parla di una ragazza che ha il potere di strapparti la camicia solo con gli occhi. Oggi son vestito bene, ma appena mi metto al bricolage, vi chiederò il suo cellulare.

Ottima registrazione di una doccia per simbolizzare la pioggia, in questo pezzo che si ambienta in uno “Rainy day”. Ritroviamo I due vocalisti su “Nineteen cents pistol” Federico nei versi e Daniele sui ritornelli.  Apprezziamo un bel assolo di chitarra aerato, seguito da vocali armoniosi, ma al senso più che ermetico. “An empty show, clinical, A dog trained,typical

Ancora una sgommata per annunciare questo brano alla chitarra leggermente più aggressiva e mordente.  Il basso rimbomba, la batteria prende il treno in marchia, su “Shameless”. Gli svergognati siamo noi, incapace di cambiare anche a sapientemente andare diritto nel fosso, perché girare cambierebbe troppo le nostre attitudini. Voci arrabbiate vociferano, in sotto fondo, nel ponte musicale e lo arruffano ancora un po’ di più.

C’è un franco profumo di Blink 182 su “She’s crazy” quindi, la voce al registro alto di Daniele corrisponde perfettamente per il lavoro. Nelle parole ci sono affermazioni che non sorprendono uomini sposati: “she’s always right, she always ready to fight” Dai,  non preoccupatevi hanno lo stesso al nostro incontro.

Basso??? Ah, sì! ma vedo che è di ritorno… Si avvicina, Si accomodi per favore, li bello in vista che la vedono tutti, grazie! “SS1” è un bel pezzo punk-rock spettinato che accoglie un break al gusto di Dandy Wharol al secondo minuto; ritmo dimezzato, rumori rovesciati prima di recarsi, alla conclusione del pezzo, utilizzando la ricetta inziale.

Le derive, le sbandate, le scivolate fuori traiettoria, sembrano essere il tema trattato in “The strays” Questa sensazione di essere fuori posto, di non riuscire a chiudere i fine mese, di dovere promettere nel vuoto per rimanere in piedi...  ancora un punk rock a rotelle energetico e nervoso.

Le chitarre arrivano dal fondo del corridoio su questo soggetto trattato con concisione, in due versi e due ritornelli su un tono febrile ed espeditivo. “Portrait of a disturbed mind” dipinge l’angolo liberticidio di varie istituzioni sulle libertà giovanili… Varda che combinazione; con la vita estesa di oggi sti zoveni hanno più tempo per pensarci! Dai, prendiamo un’ispirazione profonda, come quella a l’inizio della traccia.

Bel Dialogo di chitarre su l’introduzione di “Crack mind” un altro rock che ti spinge nelle corde a cercare riparo come puoi. La testa nei guanti, sei nell’angolo aspettando che la campana mettesse un termine a quel round. Tornando verso il tuo coach, ti rimane in testa solo il ritornello: “Over and over again, we struggle as we pretend, not to be reflexes of a distorted intellect

Il motore di una motocicletta si fa sentire su “Madhouse” e ricorda La Harley che Rob Halford portava sul palco a l’apertura dei concerti di “Judas Priest”. Trovavo la gestuale un po’ sopraffatta a l’epoca, per lo meno il motore della Rotax fa un tutt’altro rumore… Questa deve essere una giapponese e la sua potenza alla “Green Day” ti fa guardare con paura il contagiri. Ti rendi conto che siamo tutti capace di andare da 0 a 150 Km/h, ma che son ben pochi a potere scendere da 150 a 0 correttamente… Il testo questiona la salute mentale come lo ribadisce il ritornello: “I found the reason in the head of a psycho”. Vero: la ragione si trova nella mente di quelli che il sistema chiama complottista, cospirazionista, qualunquista. Normale che l’opinione contraria viene automaticamente cacciata fuori campo con queste tre parole. Funziona ogni volta, perché cambiare?

C’è voluto l’intervento del Intel per chiarire il titolo dell’ultima canzone “M18-10” è un tipo di acciaio inossidabile visto la referenza al genere metal nel testo e nello stile della traccia. Nessuno abbordo poteva solvere quel gratta testa. La band pero conclude l’album con un’eccedenza di energia, storia di lasciare l’unghia scalfire un po’ più profondamente la pelle. Lascia un ricordo più vivido.

 

Uno sconforto giovanile è largamente descritto in questo album… Qualcosa di generazionale si potrà pensare, pero a guardarci da più vicino, anche la mia generazione concorda con la maggior parte del contenuto delle parole, bisogna solamente essere sveglio. Questo album non è soltanto pieno di energia, è pieno di buone scritture, buone composizioni e di un’ottima esecuzione. La band ha saputo crescere assieme e sono tutti a un buon livello nella conoscenza del proprio strumento. Il suono del album è incisivo e tagliante, il missaggio rispetta classicamente le proporzioni in questo genere musicale. Questo lo dice quel strano tizio che trova sempre che il basso andrebbe spinto un pelo più avanti. Invitante allo sfogo e la liberazione di energia umana fino a finire in ginocchio, l’album merita pienamente le referenze citate qui in alto.

Con un rumorino di bocca attiro l’attenzione di Jones al sonar e li faccio vedere le mie sopracciglia storte, per ricordarli il nostro accordo iniziale. Poi di una voce decisa, guardandolo diritto negli occhi sclamo:

- Torniamo alla base Nibraforbe! Secondo, li lascio il Centrale!

Capitolo 159

Fortunatamente per noi, il periodo delle feste è finora sempre stato passato a casa invece che a l’interno della nostra fiera latina di ferro. Il Trentino Music Award è cresciuto in importanza e in numero di spettatori. Lascio dietro di me Via Camp Lion 29, località Pangea e mi reco verso la base Nibraforbe per ritrovare l’equipaggio al completo e Il Wyznoscafo, per un’immersione di routine, storia di rimettersi in forma prima di affrontare le uscite del nuovo anno. C’è anche bisogno di smaltire il leggero eccesso di peso accumulato durante le feste… Quattro miglia... Soltanto quattro miglia e Jones prende la parola per annunciare il primo “bip” del 2021:

- Segnale! nel 050, rotta nel 130, distanza 14 miglia, velocita 09 nodi, profondità 035. Schedato Daniele Tommasini.

- Mi dice qualcosa... Sussurro, mentre giro la poltrona del centrale verso la tavola delle carte, dove il Capo Centrale e il Secondo tracciano la nostra strada e le nostre manovre sul plexiglass sotto illuminato.

- Era il periodo di “Pumpkiller” e “The neon syndicate” credo. Annuncia il Secondo. Era uno dei tre album electro del 2019 se ricordo bene.

- Ecco! Si! Mi torna in mente adesso... Jones, quanti segnali hai?

- Eeeeeeeh… Un doppio segnale Capitan! Il secondo è apparso proprio adesso...

- Rotta nel 090 poi ferma propulsione! Distanza minima?

- 10 Miglia capitan!

- Capo centrale hai qualcosa su quel Daniele?

- Eh ben poco a dire la verità, credo sia di Arco, rilascia il suo primo album “The Art of waiting” 5 brani rilasciato il 13 luglio 2019. Artwork della copertina di Erika Cristina Seragozzo, poi il nostro rilevamento; “Kindred spirit”, che potrebbe essere tradotto come spiriti famigliari, 6 brani, con una copertina fotografata da Jacopo Salvi, pubblicato l’11 dicembre 2020, sotto l’etichetta Wires Record di Riva su di quale c’è Toolbar, the Bankrobber, Ozukee che è Seba Omezzolli, poi Commons Flaws e sembra anche gruppi Dark Goth come “Mugshots” di quelli che sacrificano animaletti su un altare pagano nel giardino de drio di casa...  Tutti due album sono stati registrati nel calmo e il “ci-torno-quando-voglio” di casa con Ableton, un programma di registrazione. Master affidato ogni volta a Juan Moretti, Tutto li.

- Strumentazione in funzione! Cominciamo!

A vedere i primi dati dello scanner mi sembra che questo genere di musica potrebbe ricevere le solite critiche usuali: “Non decolla”, “è sempre la stessa cosa”, “è ripetitivo”. Io ho sempre avuto questo punto di vista di fronte a queste reazioni: questo genere musicale è TRIBALE. Urbano, ma tribale. Guardate certe cerimonie primitive africane, raduni massai in tivù o ancora più vicino a noi i Dervish tornitori ed ascoltate la musica; è una lunga litania ed ha uno solo scopo; occupare il cervello o anche saturarlo ed è la ripetizione che porta lo spirito… nello svago. Il genere “trans” per esempio porta bene il suo nome, e penso che il primo EP può essere guardato sotto questo angolo. Sorvoliamolo e poi attacchiamoci più seriamente al rilevamento recente.

Ritroviamo il ritmo caratteristico di “Pearls girl” di “Underworld” sulla prima traccia chiamata “Afraid to start”. Elementi si aggregano molto progressivamente e aspettano il Bar, o gruppo di otto battute, per entrare o uscire del giro... Questo sarà la caratteristica principale di quasi tutti pezzi del EP. La lunghezza delle tracce supera i 7 minuti, per tre composizioni e gira intorno a 5.30, per due strumentali. Questo significa che solo la progressione e il numero di elementi da aggiungere, guida la durata del brano e le condizioni del suo sviluppo.

L’inizio di “Friction” è più aggressivo nelle sue sonorità alte e potente, al limite dello sconforto. O al meno sveglia l’uditore, determina una presenza obbligatoria, un punto di focalizzazione. Il brano scivola verso atmosfere più calme con suoni soffiati e sformati dalla loro estensione. Per, in fine, rappresentare un decrescendo, sulle 8 minuti della traccia.

“Unconfortable Weight” è basato su percussioni e anche i suoni della melodia sembrano generati da colpi, talmente l’attacco dei suoni portanti evocano percussioni moderne.

“Unsaid” è lo strumentale il più calmo dell’album, quello con la progressione più lenta, il più contemplativo e sognatore, anche se suoni un po’ più increspati appariscono, prima del finale.

“I’ll tell you when it’s over” comporta suoni di corde nella sua prima parte e si distacca un po’ dal branco, nonostante una struttura ripetitiva, composta di quattro note che rimbalzano in un eco breve, lasciando un campo libero a percussioni, per chiudere sia la canzone, che l’EP.

- Passiamo al nostro rilevamento adesso, niente cambiamenti?

- Conserva direzione, velocita e profondità, Capitan! Conferma Jones...

La geometria generale di questa produzione ha subito modificazioni. Già nella durata, più omogena, dei brani e l’apparizione di suoni vocali e campionamenti di voce, sparsi su l’album, che danno un carattere diverso alle atmosfere descritte. I suoni utilizzati in generale sembrano arrivare di un'altra banca dati. Nottiamo che per comporre questo genere di suono negli anni 80 bisognava avere una pila di tastiere su due o tre livelli e intorno a sé. Oggi, una tastiera di controllo e una banca dati tirata fuori di un Laptop aprono orizzonti più vasti.

“Come together” si campa su un ritmo R’n’b moderno e lascia campionamenti di voci scivolare allungo estese salite di crescendo o di decrescendo. Il finale si perde in suoni “soffiati” al gusto di scricchioli metallici.

“All in once” rimane campato nel rombo di bassi ritmici che apre il pezzo. Un lunghissimo crescendo porta alla meta della traccia, per l’entrata di un ritmo consistente, punteggiato da un rumore regolare, inserto su ogni Bar. I suoni, finora temperati e soffocati, sembrano chiarirsi nel finale.

L’atmosfera è cupa in “Dark Fantasy”, suoni bassi e scuri aprono il brano, ti sembra essere una vittima sacrificale accedendo in una cerimonia voodoo. Ancora qui, suoni si chiariscono lentamente per cambiare il colore del quadro. Un ritmo entra progressivamente oltre il secondo minuto e mezzo per seguire percussioni vocali al gusto di incantazione. “In, an, o” sembra essere il campionato vocale di Daniele che prende profondità, in un eco a durata corta. Il finale è più leggero e rivela la voce del campionamento.

“Sleep on me” è la più ripetitiva traccia del album e noto qui, che la geometria dei tre ultimi brani sembra seguire lo stesso schema, con un’entrata di percussioni a meta brano, dopo una lunga introduzione. Campionamenti di voci sformate, magari rovesciate, creano un lungo crescendo che porta al finale.

Felicemente il titolo seguente nel album è concepito in un modo diverso: Le percussioni di “Let it go” impongono la loro presenza e si campano sul davanti del palco. Suoni leggeri e suoni di chitarre sintetizzate le scortano fino a uno stacco, prima della meta brano. La traccia sembra perdere consistenza e si disintegra in uno vasto spazio sereno, dove suoni di chitarra sono presi di spasmi, fino al ritorno del martellamento iniziale.

“The Light Inside Is Broken but I Still Work” riprende la stessa geometria che “All in once” “Dark Fantasy” e “Sleep in me” c’è una progressione lenta, alla meta del brano entra un ritmo, che conduce a un cambio di struttura in quale il brano si conclude.

Su Questo EP c’è una ricerca e un lavoro fatto sui suoni, la loro manipolazione, per ottenere l’elemento giusto da incorporare alle composizioni. Non penso che l’uso di queste forme (o schemi, o progressioni) date alle canzoni sono volontarie, ma definiscono una zona di conforto da quale bisogna uscire per affrontare, nudo, la creatività che crea la differenza in questo genere musicale.  Brani hanno forme, strutture e bisogna avere il coraggio di smontare tutto per re-assembrare di nuovo gli elementi in un modo diverso, per non ripetersi.

Do un’occhiata intorno al centrale e sto a chiedermi se torniamo subito alla base Nibraforbe o se rimaniamo immobili a poche miglia della base alla grazia dei correnti…

Capitolo 160

Sono seduto nella poltrona del centrale, siamo di nuovo in caccia dopo un lungo stacco. Gennaio è stato vuoto del tutto e l’inizio febbraio comincia nello stesso modo. Tornati alla base Nibraforbe siamo entrati in una lunga serie di lavori e controlli sul Wyznoscafo di seguito a l’installazione della nostra nuova propulsione magnetoidrodinamica, senza dimenticare amministrazione e riposo. Uscite sono state portate alla nostra conoscenza senza potere farci un tuffo sopra: MSXT, De Due Duo, Alwise, Casaligam, le cose si muovono ancora. Poi la busta dell’ordine di missione mi era arrivata, rimessa in mano propria, da un ufficiale della base. Non volevo crederci; a leggere in diagonale pensavo che l’Intel ci mandasse su una fanfara di villaggio. A leggere meglio, la cosa era molto più rock n’roll di quanto potesse sembrare. La band aveva fatto l’oggetto di un articolo su l’Adige ed era finita come video della settimana su switch radio. Rockabout radio ne parlava nelle novità del mese, e noi ci siamo avviati. Il capo centrale aveva fatto il suo rapporto appena in immersione, nella band c’era uno schedato…

- Federico Bortoli alla tromba, e al canto… è ancora nei “Eravamo Sunday drivers”! Aveva informato il Capo Centrale… Poi è accompagnato da Stefano Pederzolli al Sassofono baritone, Nicola Travaglia al trombone, Alessandro Chemotti al sassofono tenore, in fine Riccardo Ricci alla batteria. La formazione si aggrega nel 2017 nella val dei laghi fra Cavedine, Calavino e Vezzano; son Bondoneri dell’Ovest! Hanno tutti avuto esperienze nella musica bandistica, fanno tutti parte di una fanfara e dopo avere sentito gruppi come i Newyorkesi di Moon Hooch e le loro esperimentazioni strane, Too Many Zooz e il loro famosissimo sassofonista ballante che abbiamo tutti visto trattenere viaggiatori nella metro di New York accompagnato da un percussionista…

- Ah sì! mi ricordo un video diventato virale che girava su facebook 4 o 5 anni fa. Biondo scolorato il sassofonista che ballava e afro-americano il percussionista… erano loro???

- Brao, Capitan! Eran lori, adesso c’è un trombettista con loro… Ultima influenza I tedeschi di Meute, tre formazioni che hanno spinto il concetto di fanfara un po’ oltre il limite, decidono di seguire l’esempio e di fare qualcosa a salsa loro, aggiungendo un po’ di elettronica. Hanno anche raggiunti la finale della seconda edizione del concorso "Music 4 Next Generations", con una cover di Carmen de Georges Bizet che hanno registrato al Dingo studio con l'attento supporto di Cristian Postal e Elisa Pisetta. Nel lockdown del 2020, il quintetto scrive sei brani originali, registrati presso lo studio "Metrorec" di Marco Sirio Pivetti. Ne esce il primo EP "Farty Party", in uscita a fine gennaio 2021, missato da Marco Sirio Pivetti.

- Ah beh, mi aspettavo di camminare al passo, come 30 anni fa! Beh! Sappiamo più o meno dove cercarli adesso, rotta nel 300 per 10 miglia, Secondo! lì lascio infilarci nei canaloni che andiamo a beccarli con calma. Avanti 5 nodi… Jones occhio a segnali!

Farty party… che nome strano e buffo; la festa delle scoreggie! Sicuramente colpa del suono del sassofono baritone che ricorda il rumore della nostra produzione di metano. Al meno il tono è dato: per seguire lo spirito festivo delle tre band nominate qui sopra, la Fanfara tigre si impegna ad uscire delle cover, e altri “pot pourri” di vari successi per scrivere le loro creazioni ed imboccare una strada parallela agli loro modelli musicali, ma una strada anche diversa. Tanto le composizioni di Meute sono per l’esterno, quelle di “Too many zooz” per i trasporti sotterranei, quelle di fanfara tigre sono più apparentate a quelle di Moon Hooch colpa della batteria, ma offrono una varietà sonora molto più ampia. Una buona ora è passata, quando:

-  Segnale! nel 220, rotta nel 200, velocita 3 nodi, distanza 8 miglia, profondità 065.

Di un colpo d’occhio, sopra la spalla del timoniere di direzione, vedo che siamo puntati nel 210 a seguire la strada tortuosa dei canaloni.

- Buono! lì siamo quasi in scia: avanti 3 nodi! Secondo, attacchiamoci di dietro. Scanner, doppler, spettrometro, decoder audio, cominciamo!

L’album inizia con Spaccalegna illustrato da un video per boscaioli. Il sassofono baritone invade l’introduzione con un punch esagerato! Che suono! Siamo nel più basso sassofono della famiglia di 8 membri dello strumento, la riconnessione con il suono puro di questo strumento è una sorpresa piacevole. Segue subito dopo, note combaciate degli strumenti, sparsi su canali destra e sinistra della registrazione, per accentuare l’effetto di conversazione fra membri dell’orchestra. Al minuto uno stacco, creato da una tastiera al suono di piano forte crea una spiaggia di calma di mezzo al brano, prima dell’isteria finale: una tromba ispanizzante rifinisce le frasi dei sassofoni e del trombone, cori appariscono brevemente. Il brano si conclude su un urlo teatrale.

Ritorno del sassofono baritone in figura di prua su Farty Party, unica canzone cantata e potenziale futuro single estratto da l’album, talmente il ritmo è sostenuto e i fiati gioiosi… Fino al quarantesimo secondo, dove il passo si dimezza per lasciare un testo teatralmente declamato, descrivere gli invitati in“tasche d’oro e sandali d’argento” a questa festa esclusiva per sofferenti di aporofobia (paura dei poveri) e pronti a sbeffeggiare. Notiamo il ritmo sostenuto dal giovane batterista Riccardo Ricci che si incarica bene di tutti stacchi, cambi di ritmo, sa seguire il crescendo e inchiodare da maestro. Benvenuti sono i cori in cima di voce. Stupenda traccia.

Il batterista si distingue ancora su il ritmo lento e dettagliato di “Butipest” con colpi di rullante sincopati e sedicesime sul charleston. E sempre questo sassofono baritone che tira la partitura come una locomotiva. Il pezzo si vuole leggero, ma allunga le note di questo strano tango, fino a 1.34 in quale la band parte a l’arrembaggio, in un finale intenso, interamente portato sulle spalle del trombone. Questo album inizia a piacermi, più che dovuto.

Trombone e sax baritone aprono “Bengala”, presto scortati di clamore “Hey!” sul tempo. Il pezzo è piuttosto corto e non raggiunge le due minuti, è il più martellante e battente, cioè quello che marca la battuta nel modo il più accentuato e meccanico. Solo un ponte musicale di mezzo al brano, lascia tromba e trombone dialogare sopra una bella sequenza.

“Hebi” si tinge di medio oriente e di ballo del ventre. La sordina impostata sulla tromba crea un suono quasi nasale, che incolla a l’atmosfera descritta. Un tema ripetuto tre volte e declinato in modo diverso può anche essere individuato come un ritornello e rialza il tema orientale dei versi, che mi fa pensare a Cameli, piramide, sette e sole implacabile.

Beh, diciamolo chiaramente: Il sax baritone è ancora presente nell’introduzione di “Siberia” e il suo suono distintivo mi è molto piacevole. Tanto per cambiare. Ritorno di una bella tastiera che sa ridistribuite e variare le sonorità presente nel disco. Benvenuto anche la presenza di un suono di basso, sicuramente un programma, per sostenere la ripresa dopo il primo “ritornello”. Una sequenza di suoni sintetici distorti apre un ponte musicale in quale si sentono le chiavette dei sassofoni combinati alle tastiere. Grande finale per un EP che lascia la tromba finalizzare le frasi degli altri strumenti. Siberia rimane il brano il più orchestrato del EP, quello che accoglie più ampiamente suoni sintetici variati.

Come descrivere questa sorpresa totale, questa originalità? Quello che mi piace di più è magari ritrovare certi suoni, allontanati dalle nostre orecchie dalla musica moderna e che riappariscono come per incanto. Sassofono baritone in particolare che qualcuno potrebbe trovare monotono ad introdurre tutte le composizioni di questo EP. Penso che questo strumento merita di essere riportato alla luce e di prendere il fronte del palco, dal suo tono accattivante. Tutte queste composizioni son gioiose, fatte bene e soffiate con cuore, trippe ed esperienza. Ottimo batterista che tiene il suo posto senza demeritare.  Raccomando anche la ricerca dei loro video sul loro canale e le loro apparizioni sul il canale della fondazione Caritro per apprezzare altri elementi del loro repertorio.

- Secondo, risaliamo a profondità periscopica e viaggiamo un po’ in zona per sentire se si muove qualcosa….

Capitolo 161

(…) [Seguito recensione Fanfara Tigre]

Da sotto la superficie dominiamo le profondità, ampliando la superficie di ricerca. In cima a questo con la nostra propulsione silenziosa non siamo neanche identificabili. In vecchi tempi questo era il nostro tallone di Achille; “Vicino alla superfice, bersaglio facile”. In cima alla nostra indecente facilita e le nostre mosse mascherate di silenzio, Jones annuncia una buona notizia, mi sembra un rilevamento distante, che arriva nella nostra direzione:

- Segnale nel 089, rotta nel 261, distanza 21 miglia, velocita 06 nodi, profondità 060, trattamento firma sonar in corso.

- Ferma propulsione. Cacciare ai ballast fino a profondità 030. Silenzio abbordo. Ci hanno sentiti?

- Non sembra, ma arriveremo presto nel loro fascio di detezione, firma sonar Alwise, conclude Jones.

- E chi sarebbe? E ancora uno nuovo gruppo? 

- Alvise Osti, Capitan… conferma il Capo centrale.

Il nome mi basta. Il ricordo è attaccato al gruppo Ros solo e il video in bianco e nero di Alvise che saliva una montagna di pezzi di profilo trascinando una rete piene di ricordi della sua infanzia, buttandone il contenuto mentre sale, una maglietta dei Leathermask addosso. Arrivato in cima butta anche la maglietta e si spruzza d’acqua… un modo determinato di girare una pagina. Lo stile della traccia è un pop classico, leggermente grintoso. Mi sembra tempo di chiamare il Capo centrale, già campato davanti al telex, che srotola carta perforata:

- Allora, Alvise Osti gratta la chitarra dalla tenera infanzie e inizia la sua carriera musicale nei Leathermask, il gruppo pubblica un tre tracce nel 2013 chiamato The Key e, perseverando, pubblica finalmente un album: Lithic nel 2015, Alvise era alla chitarra, con Valerio Luminati al canto, Marco Gamba alla batteria e Frederico Fontanari al basso e facevano un metal capelluto, con tanto scrolla testa. Segue la formazione di Ros Solo con Alvise al canto e chitarra, Federico Fontanari al basso, la batteria e nelle mani di Jgor Ognibeni. Un single “Corragio” viene fuori nel 2019 con l’assistenza di Alvise Parolini alle tastiere e programmazione. Registrato a meta fra lo studio degli Bastards Sons of Dioniso da Jacopo Broseghini e alla Metro Rec da Marco Sirio Pivetti, che grattugia tastiere sulla registrazione. Poi, terza formazione Alwise con Alvise al canto chitarre e tastiere scrive tutti testi e musiche, Jacopo Roccabruna al basso e Gabriele Fontanari alla batteria. Registrato in garage da Tito Scutari e Alvise Osti durante l’estate 2020 missato, masterizzato e reso ascoltabile da Fabio De Pretis e Mauro Iseppi al Blue Noise Studio di Mattarello. Notiamo le copertine notevoli dei single “Vola via” in particolare, con foto di Eva Dematté su delle grafiche di Jacopo Roccabruna (il bassista). Tutto li. Ah SI! Un errore di tipografia si è infilata nella creazione dell’inserto su Bandcamp, Hanno scritto AWISE invece di Alwise. Siamo gli unici ad avere una versione Collector del Download.

- Brao capo, sempre sul pezzo eh! Abbiamo tre ore e mezza prima che ci passano di sotto, lasciamoli avvicinarsi tranquillamente, scanner, doppler, spettrometro, decoder audio, cominciamo.

Quattro canzoni su questo EP e una nuova direzione imboccata dal trio. Tutti testi e musiche son di Alvise Osti e siamo lontano dal metal di “Leathermask”, una direzione è stata presa durante la scrittura di “Coraggio” e lo scanner conferma che queste 4 canzoni sono nel prolungamento di esso. Il recente diplomato alla chitarra elettrica; armonie e teoria al centro didattico musicale di Trento utilizza suoi bagagli per tagliarsi una strada personale e lascia lo scrollo di capelli dietro di sé. Al meno nelle sue composizioni.

Il basso ci guida verso un’avventura, disavventura intitolata “Crema Solare” che descrive un’escursione in direzione della grande blu (sicuramente l’adriatico) per scottarsi copiosamente dopo essersi assopito al sole. La canzone è pop ma leggermente elettrica e segue dal suo tempo e dalla sua intensità, le vicissitudini del prosciutto cotto, alla guida della sua macchina, in cerca del suo Graal, affine di spegnere l’incendio che ha sulla pelle. La traccia può prendere un consistente spessore e descrive immagini fuggenti, nottate dalla coda dell’occhio: “Cretini alla guida, selfie in tangenziale, selezione naturale” prima di gratificarci di Riffs rock n’roll, di buona fattura. Il brano si rialza di un conflitto generazionale in dialetto. Il tono sembra dato sulla prima traccia, ma saremo trasportati allungo questi quattro brani in una serie di composizioni ecclettiche e trattate molto diversamente.

“Vola via” è uscito poche settimane prima del EP come un single e colpisce dalla sua copertina, opera della fotografa Eva Delmattè che rappresenta un angelo nero che sembra caduto. La canzone è più orientata sul pop rock e subisce un cambio di ritmo fra i versi e il ritornello e sembra passare da un 4/4 verso un 6/8. Il ritornello e discretamente sollevato da un suono di piano forte che sa rimanere sul retro scena. “Io non ti amo più” trasforma l’angelo nero in un’arpia, che vola via accompagnata nel suo esilio, da un assolo di chitarra corposo e Rock.

Suoni rovesciati tingono l’atmosfera dell’introduzione de “La grotta” il quadro è scuro, già dalle prime misure un rumore di tastiere cupa scurisce la scena ancora di più. Il pezzo si impone come un brano non lineare e prende il tempo di descrivere, allungo suoi 7 minuti, vari movimenti. Il testo, mai ripetuto, è piuttosto corto paragonato allo spazio strumentale concesso al resto della canzone. Chitarre e tastiere si spezzano equabilmente il dominio della loro influenza sulla partitura. Cambio di misura per accogliere il canto e la descrizione del ritiro introspettivo dalla vita sociale. I versi girano intorno a due note di pianoforte che cadenzano il canto, a passo di processione. Il ponte musicale si gonfia di un assolo di chitarra corto ma potente: “Evocherò un demone che morderà il fantasma che nutro di te”. L’ultimo minuto del brano è un crescendo di intensità intorno alla batteria, basso e chitarra elettrica. Fino al ritorno della scura e cupa tastiera.

“Paradiso” è il dominio del pianoforte, della chitarra folk e del canto alto e pieno. La canzone e sprovvista di percussioni e credo anche di basso. La composizione è spogliata e mette in evidenza la voce. Tastiere discrete creano un fondo scena necessario ma filigrana. La chitarra arpeggia su il soggetto della cerca idealistica di Alvise “eppure credo sia qui davanti da almeno cinque o dieci mila giorni”.  La ricerca si estende verso il cielo, dentro i sogni, a caccia di miti ma non si trovai mai dove la consapevole questa lo porta. L’EP si conclude li.

Credo che il migliore di Alvise rimane ancora a venire, perché mira alto nelle sue composizioni e ciò si sente nell’ambizione grandiloquente che mette a orchestrare le sue composizioni. Questo e un passo decisivo in questa direzione. Penso che un giorno avrà l’esperienza, i mezzi, e il fegato di buttarsi in qualcosa di imponente e riuscire perché, sentiamo tutti abbordo che è la rotta verso di quale è puntato. Il nostro rilevamento è passato sotto di noi e continua la sua strada ovest-sud-ovest a velocita 06 nodi. Mentre si allontana, il mio quinto senso e mezzo mi spinge a tracciare una rotta pieno sud.

- Avanti un quarto, rotta nel 180, rimaniamo a profondità 030….

Capitolo 162

[…] Seguito recensione Alwise

Non so cosa mi è passato per la testa di scegliere una rotta a Sud. Decidere di andare a Sud…  E perché no? E la mia direzione porta fortuna, tanto se becchiamo qualcosa, il resto del centrale si sta chiedendo: “Ma il Capitan ha naso? Un sesto senso? è informazione segreta? Come ha fatto per sapere?”

- Segnale!

Mi rimane solo a rimanere studioso, con le sopracciglia espressiva e un leggero rialzo di labbra superiore un po’ di lato, molto meno di Billy Idol, tanto meno di Rocky e Bam! la mia reputazione è fatta!

- Spari Jones, chiedo sicuro e gonfiato di una pseudo professionalità, molto espressiva.

- Nel 140, rotta nel 220, velocita 15 nodi, distanza 21 miglia, profondità 060, firma sonar in trattamento. Eeeeeeh… doppia firma sonar in trattamento.

- Hmmm…. Ci fanno un Est-ovest, sono piuttosto rapidi, distanza minima?

- 19 miglia nel 180, due gruppi su lo stesso rilevamento Capitan. De due duo e Patrick.

- Ivan il Pazzo!  Jones, verificami che non abbiamo il vascello ammiraglio del Electric Duo Project in Zona l’ammiraglio Giusy Elle deve essere al corrente di questa uscita. Uno split! Sembra il primo che trattiamo. Capo centrale mi faccia una richiesta a l’Intel sulla rete flash. Ridurre a tre nodi, profondità 055.

Concludiamo la manovra Ivan il pazzo, confermando che siamo da soli in zona. Il telex sta srotolando la sua fisarmonica di carta perforata e il Capo centrale ci fa il suo usuale concerto di blocchetto e matita gialla. Raggiungiamo la profondità da me richiesta.

- L’Intel e poco loquace su quel caso Capitan eco quel che ho: Dedueduo sono Luca Zadra (Gonzo) alla batteria, che proviene da “Gli amici di Mitch” e Dario Cappelletti (kapetah), già schedato, alla chitarra e voce, in realtà sono due bassisti che si avventurano ad esplorare le loro capacita su altri strumenti. Condividono la stessa sala prove che il trio Patrick e hanno deciso di registrare assieme. Per l’occasione Dario Capelletti si incarica del suono, della registrazione, del missaggio e del auto produzione. Patrick è un trio con Alberto Capuzzo alla voce e chitarra, già schedato, Lorenzo Tonolli dietro I fusti della batteria, Samuele Angheben al basso e voce. Patrick si è fatto notare a l’inizio 2020 con un video “New carfilmato nel Bagno dello Smart lab, estratto dal loro EP “…and the turkish orgasm” e hanno rilasciato un EP di quattro tracce chiamato “Violent Cake” in maggio 2020 Altro punto comune Alberto Capuzzo e Dario Cappelletti erano nelle mosche di Miyagi su di quale abbiamo un rapporto di missione completo sul loro album DDT. L’idea dello Split è venuta molto naturalmente visto che hanno tanto in comune. L’album intitolato Ücontiene tre tracce di ogni gruppo. Si sussurra che il titolo viene da l’esclamazione che una persona potrebbe avere guardando la coperta del disco, fatta di bottiglie in equilibrio l’una su l’altra.

- Credo che potrà bastare cosi, grazie Capo! Scanner, doppler, spettrometro, decoder audio, cominciamo.

Questo split a molto più di una ragione di esistere, oltre alla semplice vicinanza dei membri del gruppo e le facilita che mettono in comune per registrare. L’uno sembra volere condividere l’udienza del altro. Sul punto di vista dello stile, le due formazioni; sono due piante diverse che crescono nello stesso vaso le foglie sono diverse, ma le radici sono intrecciate.

De due duo apre le ostilità con “California” descritta come una destinazione di sogno ma anche un posto dove lasciare la mente “the sun burned my brain cells, I have no chance to get them back” La batteria è metodica su questo tempo medi,o leggermente accelerato nei ritornelli. Ultimi dettagli rivelato dallo spettrometro: un selettore di ottavo dirige verso un amplificatore di basso le corde Mi, La e Re. L’illusione è tale che a l’ascolto sembra che un basso esiste in sotto fondo. Il testo è declamato con convinzione e segue la cadenza tranciante della chitarra. 

Il tempo si accelera su “Just a pipe” la batteria si fa grintosa, per raccontare gli incontri irrazionali che succedono certe volte nella vita. Insulti gratuiti o incomprensioni iperrealistiche che sboccano su atteggiamenti aggressivi senza ragioni apparente. La chitarra sembra registrata su due canali diversi. La canzone riceve l’adesivo del “parental advisory” per un testo esplicito.

“Scream” è una canzone che si appoggia su due tipi di ritmi; l’introduzione sembra partire a cento a l’ora, ma il primo verso si campa su un ritmo dimezzato, fino al secondo ritornello dove riparte come ha iniziato, per urlare la non adeguazione al mondo circondante, lo sforzo cronico da fornire per rimanere, in fine, incollato alla stessa condizione, lo stesso orizzonte, lo stesso fallimento.

 

Patrick invade la seconda parte del EP e la cosa sorprendente è la differenza di suono fra le due registrazioni. Sembra che nonostante un solo tecnico, con un materiale uguale, e locale di registrazione identico, le due entità hanno avuto la liberta di definire il loro suono come intendevano. “Flowers” è una perla power pop a forma di lampo su una storia che può solo fare sorridere talmente e ingenua a trattata con tale disinvoltura e potenza rock: Un tizio non ha soldi per comprare un mazzo di fiori alla sua ragazza, la nonna della signorina suggerisce; rubale sulla mia tomba se lei è quella giusta, andrà bene” Oltre a l’iperrealismo della situazione, notiamo la presenza di corri precisi e di una chitarra limpida. A paragonare con i due EP precedenti di Patrick, un’attenzione particolare è stata portata al dosaggio e l’onnipresenza di cori su queste tre registrazioni.

Un basso messo francamente avanti tira tutta la stupenda traccia chiamata “Radio”, la chitarra che arpeggia sui versi rimane arretrata e la batteria rimane campata sul timpano per sostenere il ritmo. Parole rassicurante al passeggero spiaccicato sul sedile di dietro della macchina: “I’ll be safe, you’ll be fine” Ancora un sostegno vocale accurato di Samuele Angheben, che soleva veramente bene la canzone. Mia traccia preferita sullo split EP.

Disavventura moderna fatta di servizi di consegna a casa di junk food a note fonda. “Tacos” è un bel power pop con gli stessi accenti garage che il resto della tripletta di Patrick. Dopo avere visitato l’orbita bassa, l’astronauta del sabato sera è preso di una crisi di ghiottoneria. Confermo: l’assenza di gravita provoca richiami stomacali importanti che bisogna colmare al più presto, in quantità che portano ogni volta a uno sconforto peggiore della fame. “No More tacos” promette a sé stesso, ma sabato prossimo si ritorna in orbita.

La tripletta di Patrick è un insieme di canzoni corte, poco raccomandate come guida esistenziale, considerando lo stato di forma olimpica per guidare, e il consumo di sigarette che fanno ridere, ma registrate con freschezza e con cori che si distinguano anche negli urli. Ogni volta presenti e posizionati bene al missaggio la loro presenza soleva bene l’insieme.

Il rilevamento continua il suo percorso verso Ovest il nostro rapporto è mandato a l’Intel via la rete Flash. Mi sto chiedendo cosa si potrebbe scovare in zona….

Capitolo 163

[…] seguito recensione Dedueduo/Patrick

Beh al meno la domanda “Mi sto chiedendo cosa si potrebbe scovare in zona…” non rimane troppo allungo in sospeso.

- Segnale! Nel 360, rotta nel 359, distanza 17 miglia, velocita 5 nodi, profondità 220…

- Sta andando via da noi, sta grattando il fondo?

- Fondo 230, fango e sabbia, risponde il secondo.

- Rotta nel 359, profondità 200. Jones, Firma sonar?

- MSXT un progetto di Max Monsignori, Capitan.

- Capo Centrale, mi faccia una richiesta di file sulla rete Flash prima che siamo troppo profondi. Secondo, ci infila nella sua scia, distanza minima 15 miglia.

- Aye aye Sir!

Monsignori non è un nome sconosciuto. Per chi si avventura sulla pagina Musicisti in Trentino si può ricordare di suoi interventi decisi, taglienti e senza appello. Poi torna a galla il ricordo del suo passaggio su Balcony TV con una chitarra acustica. Il telex rilascia pochi fogli prima che arriviamo nell’oscurità del fondo mare. Eco il Capo centrale provvisto di blocchetto e di matita gialla:

- Sembra che il nostro cliente è un residente Londinese… Sembra provenire del  Dedalum two project un’entità scura e pesante con chitarre soffocate. Il nostro rilevamento è del 2017 e porta il nome gioioso di “the Death is near”, registrazione a cura di Cristiano Lo Mele, lo studio è sito a Collegno Provincia di Torino, alla batteria Valter Piatesi e il mix e mastering è stato curato da Eugenio Mazzetto. Prodotto Katia D'Agostino. Possiede un Canale tubo, poi uno su Soundcloud e propone anche Soundcloud acoustic  delle stesse tracce. “Death is near” è gratuito su Google drive da dove si può scaricare l’EP.  Tutto li.

Sembra che ci avventuriamo verso un rock, non tanto pesante, ma reso grezzo e aspro da un suono di chitarra distorto, compreso e soffocato, francamente campato nella parte bassa dello spettro auditivo. Sembra provenire della stanza accanto. Il basso li si affianca e questa massa rugosa è qua per essere il motore del album. 

“Strains” ne è la dimostrazione pura. La massa chitarra-basso diventa la singolarità enorme che rappresenta la quantità nera intorno a quale la batteria gravita. La voce, stranamente, sorvola il tutto a distanza, con armonie soddisfacenti, particolarmente nel ritornello, il blob compatto e scuro che l’insieme Basso-chitarra rappresenta. Belli interventi della batteria di Valter Piatesi nell’ultimo ritornello.

Gioni’s Mind” parte con lo stesso rombo alla consistenza aggressiva e sincopata ma è leggermente sollevato da una chitarra al suono chiaro, rialzato di una leggera riverberazione durante i versi. Il pezzo si frantuma intorno a parole “Stop” o cambi di strutture. Il finale, preceduto dalla frase “Is he blessed with a gift from above or below?” corre verso la fine del brano a passo raddoppiato.

“Sour silence” comincia con un breve tiro di sbarramento di pochi secondi per lasciare il posto a una chitarra folk che schiarisce gradevolmente l’orizzonte, nostro umore e sembra creare un cielo chiaro e sereno nell’esiguo volume del nostro sottomarino. Il pezzo è il più pop del EP con suoni di chitarre elettriche nude e cori che umanizzano l’atmosfera del EP.

“The kick in the ass song”  è un patchwork di passaggi a vari ritmi, vari contrasti fra le sonorità chiare dell’introduzione e il gran ritorno della singolarità sonora del Basso-chitarra. Contrasto anche fra stacchi isterici (a 1.35 o ancora 2.36) e il corpo principale del brano. Sicuramente Londra dovrebbe reagire verso certe frasi come “When it happens something right, it's when I'm looking at its inside” tutto come il Trentino reagisce alle mie recensioni.

“Mass criticism” è la traccia la più lunga del album con quasi sei minuti e inizia tranquillamente intorno a un sotto fondo di tastiere, ma offre allungo il suo sviluppo una struttura eteroclita di passaggi calmi e di muri di suoni gonfiati e grezzi. Le parole sono depositate su un fondo musicale calmissimo e romantico. Mentre gli intervalli sono arruffati e compatti sempre intorno alla singolarità basso/chitarra. Al terzo minuto un assolo di chitarra apre una breve sosta posta come ponte musicale “wake up, wake up” prima di dirigerci verso un lungo finale che riprende il ritornello e che sfuma la traccia su un duo di chitarra.

Msxt propone un Rock destrutturato e non lineare, sembra pescare qualche idee nel Prog, con sonorità che fanno un passo verso il Drone metal, con questa massa addensata chitarra-basso che devora una grossa parte di certi pezzi. E uno stile che si intercala fra vari generi.

- Concludiamo li, Rotta verso la Base Nibraforbe, secondo, li lascio il centrale, ci riporta progressivamente verso la superficie. Jones, segnalare solo i rilevamenti intorno alla nostra strada di ritorno. Mi ritiro in Cabina.

- Aye, aye, sir!

Capitolo 164

[…] Seguito recensione MSXT

E il penoso rumore dell’interfono nella mia cabina a tirarmi fuori del sonno. Mentre mi giro in questo stretto letto, stavo pensando che a l’era digitale avrei potuto avere, al meno nella mia cabina, un suono più feerico, più campestre, più aeroportuale, più piacevole in somma. Il problema è che per ottenere qualcosa del genere e farne la domanda, devi passare per un super delicato. E fa poco maschile… Premo il bottone:

- Avanti!

- Jones a beccato un segnale fra noi e la base con tanti schedati dentro, fanno rotta pieno nord, mi son già attaccato de drio, il Capo centrale ha fatto la sua richiesta di dossier.

Vorrei quasi lasciare il secondo occuparsi del rilevamento, ma non so chi questi schedati sono.

- Arrivo. Fatemi trovare una piscina di caffe in centrale.

- La sta già aspettando qua, Capitan.

Entro nel centrale con il telex che imbratta carta perforata e ho un ciuffo ribelle che tradisce la mia scarsa capacita a mettermi gli occhi davanti agli buchi.  Esco gradualmente dal mio torpore.

- Mi dica secondo. Chiedo, mentre assorbo la mia prima boccata di caffeina.

- Il segnale è nel 353, rotta nel 00, distanza 23 miglia, velocita 11 nodi, profondità 035 siamo in rotta nel 00 risaliti a profondità 055 velocita 15 nodi.

- Chi sono gli schedati?

- I due fratelli Omezzolli e Marcello Orlandi.

- Ula! Dossier rovente quindi, cosa mi racconta il capo centrale?

- Il trio dei Goofy and the Goofers si completa di Samuele Benini che cantava con Orlandi nel gruppo the Optical Seeds per sfornare questa registrazione il 17 marzo del 2021. Ritroviamo ovviamente Marcello Orlandi alle chitarre, Edoardo Omezzolli al Basso, Sebastiano Omezzolli alla batteria e Samuele Benini al canto. Visto le restrizioni di movimenti, il disco è stato registrato a pezzi, in vari posti: Quindi in gennaio 2021 batteria e basso sono state messe in scatola da Lorenzo Piffer al Frizzer studio, con aggiunzione di basso registrato da Edoardo in dicembre 2020. La voce viene registrata in marzo 2021 le chitarre e la voce sono state registrate da Marcello Orlandi sotto il nome di Casalingam. Tutte le canzoni sono scritte da tutti membri del gruppo. La copertina è di Davide Maniscalco. Ringraziamenti sentiti a Denny Messelodi & Lorenzo Remondini che sembra suonare il Basso con Ziliani. Sono due musicisti che sono passati nel gruppo fra 2018 e oggi ma che non sono sul disco. Tutto li.

- Ziliani? Ancora novità? Credo che è la terza volta che ne sento parlare… Buono, continuammo ad avvicinarsi da loro per avere un segnale chiaro. Scanner, doppler, spettrometro, decoder audio, cominciamo!

Avevo annusato la buona manovra per ravvicinarsi al meglio della base Nibraforbe, una volta la raccolta dei dati fata, saremo a poche miglia della cascata di Sardagna, l’entrata segreta della base per sottomarini. Per lo meno i dati sembrano essere gli stessi o quasi gli stessi che Goofy and the goofers, l’effetto permanente messo sulla voce ricorda certe registrazioni dei Goofy (Ice tea per citare solo quello) l’effetto si sente un tantino meno che su Hallelujah, e ricorda voce registrate saturate volontariamente (Flash on the pan, the Strokes) Un altro elemento: lo stile di composizione è comune a tre membri della band. ISavage cougars, miracolosamente non propongono lo stesso piatto ogni volta ed ecco perché:

No Money No Honey determina lo stile del EP clamorosamente: le chitarre rappresentano strati multipli, ci si sente un bel basso che si impone con la presenza di una partitura lavorata e lontano di essere monotona. La rullante si prende colpi a raffiche ravvicinate e la voce segue il ritmo rapido senza sbandare. La canzone si svolge con l’ago nei sovra giri, la temperatura dell’olio si avvicina al rosso c’è un odore di gomma bruciata nell’abitacolo, ma un largo sorriso sul volto dell’autista. Il freno di parcheggio non sarà utilizzato per un tot o magari solo per negoziare una curva stretta.

Riconosco la voce di Marcello Orlandi che risponde al “pulapalupu” dell’inizio canzone con la descrizione vocale del riff di chitarra principale di “The Message”. ​Si certo, siamo sul “Bla blam Bla blam” martellato sulla chitarra ritmica, in tutte le riprese del pezzo. A chi piace ritmi nervosi e chitarre febbrili siamo partiti di nuovo per un altro giro di giostra. Due chitarre sono campate su ogni canale destra e sinistra mente una chitarra solista fa maglia negli spazi liberi. A 1.18 ci sono due battute con cambio di ritmo che crea una breccia di mezzo a questa traccia corta ma intensa. Che buona IDEA!

Il ritmo si calma un po’ su “Ash” al meno l’introduzione è più dettagliata. L’energia sprigionata rimane bella presente nonostante un tempo più calmo. Ci sono stratti di chitarre attraverso tutto l’album e sempre questa voce ad arringare, ad arruffare e campare tutte le tracce in questo stile punk garage. Attualmente sarebbe registrata liscia non troverebbe facilmente posto nelle composizioni.

Black Cat è da lontano il brano il più fornito, il più compatto, il più scompigliato. Sembra partire in tutte le direzioni. Sembra istericamente scritto, sembra composto di elementi eterocliti assemblati sullo stesso beat e che trova ordine e rettitudine nel callo di tempo del ritornello, unico momento rassereno del brano.

Il solo riff di chitarra presente nelle prime misure di Unconfortable Questions dà la grinta a questo rock carico di forza e di potenza. C’è un odore di Stooges nel modo di scrivere e comporre questa sberla. Siamo nell’efficienza rock pura, il tutto impacchettato in un minuto e 48 secondi. La mia traccia preferita su l’album. 

Un dialogo di chitarre conduce a Checkmate un brano articolato intorno a due corpi di ritmi diversi. L’introduzione e il finale sono su un ritmo calmo. Il corpo della canzone è ovviamente scatenato e elettrico. Il ritornello sembra essere scandito dal vincitore di una partita di scacchi verso il suo depresso opponente, dopo lo scacco matto: “It’s just a game, it’s just a game” 

Kick Me Out può essere considerato come un lento condito di “Ulalalaaaa…”  la voce oltre saturata non lascia l’opportunità di decriptare il senso del testo. Ho identificato “she kizz me” si deve parlare di ragazze. Il titolo “Cacciami fuori” dà l’impressione di un No femminile. Siamo li.

No! Rimane il brano il più evoluto del album, il più lungo, il meno spettinato. La batteria sa rimanere precisa e costante, le chitarre semplici si moltiplicano su vari stratti, al meno quattro, se ho contato bene. Il basso si fonde con le chitarre, rimane arretrato, ma sopporta il peso della struttura. Il brano brilla di determinazione sembra da lontano, il più pensato, il più riflettuto del album. Può volare da sé per planare contemplativamente, sopra la sua lunghezza, inebriato dal suo stesso suono…

I “cougars” convincono su questo pezzo prima di tirare la reverenza. L’ultimo brano e puramente stupendo ma l’album sa saltare da canzone lente, a pezzi energetici ed altri più lavorati. La Copertina le fa saltare fuori dell’anonimato e le distingue dalla massa. Penso che ritroveremo il gruppo nelle nostre classifiche di fine anno, in una categoria o l’altra.

- Secondo a quale distanza siamo della base Nibraforbe?

- Tre miglia, Capitan!

- Ci riporta a casa, Secondo. Il centrale e tutto suo…